Critica al femminismo universitario

Originale qui grazie a DjVorrej Yudora e Rachele Borghi per averlo condiviso.

Il Montreal Sisterhood è un collettivo di donne provenienti da contesti diversi, con percorsi ed esperienze molto diverse. Il nostro obiettivo è quello di politicizzare le donne nelle scene controculturali che attraversiamo, garantendo al tempo stesso una presenza femminista nell’ambiente antifascista e controculturale. Siamo femministe radicali, ma le nostre riflessioni politiche non sono tutte allo stesso livello e non siamo tutte d’accordo sui diversi argomenti. Tuttavia, abbiamo una cosa in comune: vogliamo attaccare le dimostrazioni concrete di sessismo nella nostra vita quotidiana, utilizzando differenti mezzi. Di fronte a realtà diverse, crediamo che la diversità sia la forza del nostro gruppo.

Quando abbiamo creato il collettivo cinque anni fa, ci siamo rapidamente rese conto che altri gruppi femministi stavano evolvendosi all’interno del mondo accademico. Anche se non proveniamo da quell’ambiente, abbiamo dedicato nottate intere al networking per connetterci l’una con l’altra. Ma abbiamo notato da subito che esisteva un divario evidente tra noi e le altre. Abbiamo modi diversi di combattere, esprimerci, pensare e persino fare attivismo. Le nostre strategie di lotta dovrebbero essere ispirate le une alle altre e complementari, non il contrario.

Questa riflessione è iniziata quando alcune del  gruppo, che sono anche studenti, hanno ammesso di non ritrovarsi nel femminismo accademico. In effetti, quest’ultimo non è molto accessibile, e trarrebbe beneficio dal restare maggiormente ancorato alla realtà piuttosto che alla teoria.

Per noi, essere femministe non significa necessariamente conoscere autor* o teorie, né laurearci in studi femministi, ma piuttosto riconoscere semplicemente l’oppressione patriarcale e il desiderio comune di abbatterla. Ormai da anni percepiamo l’esistenza di una lotta di potere tra le femministe che hanno profonde conoscenze teoriche e si organizzano intorno al mondo accademico da un lato, e tutte le altre. A volte ci sentiamo addosso una certa pressione: ci si aspetta che le femministe dominino concetti che non sono accessibili a tutte, che non commettano errori, e che corrispondano a uno specifico modello di femminismo. In caso contrario l’intero movimento femminista potrebbe darti addosso!

Volano critiche da ogni parte, la competizione è forte. Per avere alleate, alcune hanno l’impressione di dover diventare ciò che non sono, di dover sapere tutto per essere in grado di partecipare alle discussioni senza vergognarsi delle proprie opinioni o delle proprie idee. I rapporti di potere sono così radicati che alcune femministe non si sentono a proprio agio in determinati luoghi, attività, ecc.

D’altra parte, avere conoscenze teoriche e studiare all’università è di per sé una forma di privilegio. Le femministe accademiche dimenticano spesso che in questo senso sono privilegiate e che il loro linguaggio e le teorie che producono sono il risultato del loro posto nella società, e delle relazioni di classe che in essa sussistono. Le discussioni e l’attivismo che sostengono non sono accessibili a tutte, e le loro letture e i loro scritti sono riservati a persone della loro classe. Da questa prospettiva, riproducono una forma di elitismo all’interno delle cerchie femministe. Crediamo che sia importante diffondere la conoscenza e non stiamo mettendo in discussione la condivisione dei saperi, ma piuttosto i modi in cui questa si può realizzare. Questo elitismo di cui parliamo si riferisce all’intellettualizzazione di concetti ed esperienze.

La comunità universitaria è speciale. Donne prevalentemente bianche, economicamente benestanti, eterosessuali, lavorano su argomenti che riguardano donne immigrate, emarginate, in situazioni precarie e così via. Troppe poche vivono la realtà e le condizioni materiali dell’intersezione di oppressioni dei propri “oggetti di studio”. È facile dall’alto di questa posizione avvantaggiata, persino privilegiata, criticare le modalità delle altre. Oltre ad avere relazioni di potere forgiate dalle conoscenze, molte docenti hanno rapporti privilegiati con le/gli studenti e raramente riconoscono quel rapporto di potere, anche quando viene apertamente denunciato.

È importante riconoscere la differenza, è importante essere solidali. Anche se partiamo da  presupposti comuni, i nostri mezzi non sono gli stessi ed è importante rispettare questo aspetto. Dobbiamo eliminare i rapporti competitivi e smetterla di cercare difetti nelle compagne femministe che non appaiono “coese”. Ci siamo rese conto che per noi la cosa più importante non è poter enunciare perfettamente una teoria infallibile, ma essere in grado di applicare, nella nostra vita quotidiana, le azioni concrete che scaturiscono dalle teorie. Rimaniamo unite, abbracciamo la differenza, perché solo insieme potremo realizzare un vero equilibrio di potere.

Testo del Montreal Sisterhood dalla fanzine Casse Sociale (maggio 2015, edita da RASH-Montreal).

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Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero nero nel discorso femminista bianco

Articolo originale qui

Il termine intersezionalità venne coniato dalla giurista nera femminista Kimberlé Crenshaw nel saggio del 1989 “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, e le radici storiche di questa teoria risalgono alle problematiche evidenziate dall’abolizionista Sojourner Truth e dalla studiosa di liberazione nera Anna J. Cooper nel XIX secolo. In breve, l’intersezionalità teorizza che le identità di gruppi distinti (razza, genere, classe, ecc.) convergano a formare nuove e uniche categorie di oppressione. Ad esempio, l’intersezionalità afferma che l’esperienza dell’oppressione sistemica vissuta da una donna nera non è in alcun modo uguale a quella vissuta da un uomo nero sommata a quella di una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha saturato il discorso femminista bianco, ma l’uso del termine è diventato vago, al limite dell’insignificante. Di fronte a questa evidenza, prima di esplorare la teoria dell’intersezionalità di Crenshaw, credo che, in quanto donna bianca, debba iniziare il mio discorso identificando chiaramente cosa non sia e non possa essere per me l’intersezionalità. Intersezionale non equivale a universale, e non tutte le intersezioni di identità sono identiche, specialmente quando un’intersezione include la bianchezza. Indipendentemente dagli altri assi di discriminazione in gioco, la bianchezza conferisce un tale sostegno agli individui, che essi non possono sperimentare il pieno impatto dell’oppressione e della invisibilizzazione messi in luce dalla teoria intersezionale.

L’intersezionalità non è un’etichetta o un’identità, è una pratica istituzionale. Un individuo o un’istituzione non può semplicemente essere intersezionale, gli individui e le istituzioni devono mettere in atto l’intersezionalità nell’azione diretta, nella politica e nell’attivismo femminista, concentrando e amplificando in modo mirato le voci emarginate in primo luogo nello sviluppo delle stesse pratiche. Oltre alla disonestà intellettuale nei confronti di Crenshaw e del pensiero e l’attivismo femminista nero, il danno maggiore compiuto dall’esproprio liberale bianco dell’intersezionalità verso una semplice “teoria dell’esperienza” consiste nel rifiuto di interrogare il potere istituzionale. Ignorando che l’intersezionalità è soprattutto una teoria dell’oppressione, le istituzioni autoproclamatesi “intersezionali” non riescono a riconoscere, impegnarsi e cambiare la propria posizione all’interno dei sistemi di potere. In quanto tale, la violenza strutturale ne risulta rinforzata e ricreata, ma viene espressa nel linguaggio dell’inclusività e dell’intersezionalità. L’intersezionalità come retorica femminista bianca, quindi, diventa uno scudo dietro il quale le organizzazioni progressiste elidono di nascosto la radicalità e alla fine confermano lo status quo.

L’incapacità dell’intersezionalità di essere significativa nel discorso femminista liberale bianco non è quindi, come alcune donne bianche hanno erroneamente suggerito, un risultato dei limiti del termine stesso. In effetti, l’indeterminatezza dell’intersezionalità consente a tale idea una rara ampiezza di potere analitico, rendendolo uno degli strumenti più preziosi per analizzare le operazioni del potere e di oppressione rispetto ai vari assi di identità. La teoria di Crenshaw è particolarmente utile per analizzare come il razzismo e il sessismo interagiscano nell’oppressione specificamente vissuta dalle donne nere, e la conseguente cancellazione di questa oppressione dall’antirazzismo e dall’attivismo femminista maggioritario. Infatti, la vacuità del discorso bianco maggioritario sull’intersezionalità deriva dal fatto che le organizzazioni, le pubblicazioni e gli individui che si intuiscono come intersezionali non mettono in pratica tale teoria. Il discorso liberale sanifica il linguaggio intersezionale utilizzandolo in maniera vaga per affermare che persone diverse hanno identità diverse, che le portano a vivere esperienze diverse. Sebbene ciò risponda a verità, l’intersezionalità non è semplicemente un modo colto di dire “Prima di giudicare qualcuno, mettiti nei suoi panni”, ma una teoria del potere sistemico e dell’oppressione. Inoltre, le/gli esponenti liberali della teoria intersezionale l’hanno separata dalla sua storia nel pensiero femminista nero e nell’attivismo di base. Questa appropriazione del linguaggio intersezionale da parte della retorica femminista bianca è stata definita come violenza anti-nera e colonizzazione

Teoria dell’intersezionalità di Crenshaw

Voglio contrastare questo discorso bianco maggioritario che circonda l’intersezionalità focalizzandomi sulla teoria di Crenshaw come è stata sviluppata nel saggio summenzionato del 1989 e nel suo follow-up del 1991, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”. In poche parole, l’intersezionalità si domanda se un individuo sia visibile all’interno di un particolare sistema legale. In altre parole, l’intersezionalità si chiede se tutti gli individui possa trarre potere dalle garanzie legali e dal servizio pubblico che dovrebbe proteggerli e sostenerli.

Ad esempio, in “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, Crenshaw richiama l’attenzione sul modo in cui le donne nere siano inesistenti nelle politiche contro la discriminazione nel diritto del lavoro. Nello specifico, esamina un caso giudiziario in cui cinque donne nere intentarono una causa contro General Motors (GM) per  discriminazione sessista e razzista sul lavoro: GM “semplicemente non ha assunto donne nere prima del 1964 e tutte […] le donne nere assunte dopo il 1970 hanno perso il lavoro in un sistema di licenziamento basato sull’anzianità “(“Demarginalizing“, pagina 141). Alla fine il tribunale respinse il caso delle donne: da un lato, la compagnia aveva assunto donne bianche prima del 1964, quindi la corte decise che non esisteva alcuna discriminazione basata sul sesso; d’altra parte, la corte ha raccomandato che il caso delle donne nere venisse presentato nuovamente assieme a un’altra causa di discriminazione razziale contro GM,  guidata da uomini di colore.

Partendo da questo caso come esempio, Crenshaw sostiene che l’esperienza delle donne nere non era contemplata dalla legge, e che la loro particolare intersezione di identità era visibile agli occhi della corte solamente in maniera distorta e letta attraverso le esperienze di donne bianche o uomini neri. Crenshaw conclude che mentre l’intersezione dell’identità delle donne nere combina il sessismo e il razzismo, le donne nere sono protette dalla legge solo quando la discriminazione nei loro confronti coincide con la discriminazione nei confronti delle donne bianche o dei neri. La teoria dell’intersezionalità di Crenshaw mostra che le donne nere, nonostante siano discriminate, non sono contemplate dalla legge anti-discriminazione.

Crenshaw si preoccupa, quindi, del fatto che la pratica femminista e la pratica antirazzista spesso procedono come se il gruppo di identità che rappresentano fosse monolitico e che la classe più privilegiata, ad esempio le persone che subiscono il sessismo ma mantengono privilegi bianchi o le vittime di razzismo che però mantengono il privilegio maschile, è considerato lo standard. Nella sua analisi del 1991 sull’intersezionalità, afferma sinteticamente che la legge inquadra le identità “donna” o “persona di colore” come una proposizione disgiuntiva che invisibilizza le persone la cui esperienza si situa in entrambi gli ambiti (” Mapping“, 1242). Questo significa che se una teoria emancipatoria femminista o antirazzista non riesce a riconoscere i modi in cui il razzismo e il sessismo spesso si intersecano e si mescolano nella vita quotidiana di quelle persone che la loro teoria pretende di rappresentare, le persone doppiamente (o più) marginalizzate finiscono escluse sia dalla società tradizionale che dai tentativi di riformarla.

In “Mapping the Margins”, Crenshaw sviluppa ulteriormente le idee di intersezionalità strutturale e intersezionalità politica. L’intersezionalità strutturale si riferisce a una differenza nella qualità esperienziale della riforma legale tra donne bianche e donne di colore. Ad esempio, le disposizioni sulla frode coniugale contenute nella Immigration and Nationality Act richiedevano che una persona immigrata negli Stati Uniti per ricongiungersi con un coniuge “rimanesse ‘correttamente’ sposata per due anni prima di richiedere lo status di residente permanente” (“Mapping”, pagina 1247). In base a tale disposizione, le donne maltrattate erano costrette a scegliere tra il loro benessere psicologico e fisico o la deportazione. Le disposizioni sulle frodi coniugali, quindi, hanno danneggiato ulteriormente queste donne già emarginate non riuscendo a rendere conto della loro vulnerabilità agli abusi coniugali.

Inoltre, quando il Congresso ha emendato la legge nel 1990 nel tentativo di proteggere le donne immigrate maltrattate, ha incluso una clausola di prova in cui una donna maltrattata ha bisogno di “rapporti e dichiarazioni giurate da parte di polizia, personale medico, psicologi, funzionari scolastici e servizi sociali” (“Mapping”, pagina 1248). Tali risorse, tuttavia, sono irraggiungibili per coloro la cui lingua, identità culturale e classe impediscono di accedere a polizia, medicina, istruzione o altri enti istituzionali. Quindi, l’emendamento alla disposizione per le frodi coniugali aiutava nuovamente solo le donne con il privilegio sociale, culturale ed economico necessario ad accedere alle prove ed escludeva le donne socialmente ed economicamente emarginate, “molto probabilmente donne di colore” (“Mapping”, pag.1250). L’intersezionalità strutturale, dunque, rivela che solo le donne bianche, non le donne di colore, avranno l’occasione di sperimentare l’utilità di questo tipo di riforma legale.

L’intersezionalità politica si riferisce al modo in cui la politica femminista e antirazzista non intersezionale cancella le donne di colore per promuovere le rispettive agende politiche. Da un lato, l’attivismo femminista spesso rifiuta di riconoscere il privilegio bianca, e quindi riproduce l’oppressione delle persone di colore nelle azioni e soluzioni proposte. Ad esempio, le donne bianche ottennero il diritto di voto nel 1920, prendendo attivamente e deliberatamente le distanze dalle donne razzializzate, specialmente le donne nere. Le persone di colore, incluse le donne, si videro garantito tale diritto con la legge sui diritti di voto del 1965 e le disposizioni successive furono approvate per le persone native americane, incluse le donne, nel 1970, 1975, 1982. D’altra parte, l’attivismo antirazzista spesso rifiuta di riconoscere la violenza patriarcale e può riprodurre l’oppressione delle donne nelle sue azioni e soluzioni proposte. In entrambi i casi, l’intersezionalità politica rivela che l’energia attivista delle donne di colore è spesso divisa tra due strategie politiche, quella femminista o quella antirazzista, e che entrambe le strategie, nonostante i loro sforzi, rischiano di emarginarle ulteriormente anziché liberarle.

Considerazioni conclusive

La traiettoria di Crenshaw ci ha portato lontano dal discorso maggioritario sull’intersezionalità, e la citerò estesamente piuttosto che tentare di parlare per lei. Scrive Crenshaw:

È davvero ironico che coloro che si occupano di alleviare i mali del razzismo e del sessismo adottino un approccio così gerarchico alla discriminazione. Se invece i loro sforzi iniziassero ad affrontare i bisogni e i problemi di coloro che sono più svantaggiati, ripensando il mondo dove necessario, anche chi subisce singole discriminazioni ne trarrebbe beneficio. Inoltre, mettere coloro che attualmente sono emarginati al centro è il modo più efficace per resistere agli sforzi per compartimentare le esperienze e minare la potenziale azione collettiva. (“Demarginalizing“, pagina 167)

Per affrontare adeguatamente l’intersezionalità strutturale e politica, il femminismo deve opporsi alla violenza sistemica che serve a emarginare, criminalizzare e soggiogare corpi non bianchi, disabili, grassi, trans, poveri, omosessuali,  dotati di uteri, e specialmente ogni corpo che si trova all’incrocio di queste identità. Concretamente, una pratica di intersezionalità si asterrà dal prendere decisioni strutturali nella speranza di aiutare le persone emarginate, e cercherà invece prima di tutto di integrare pienamente e porre al centro le voci emarginate nello sviluppo di tale politica, convertendo in tal modo la teoria e l’identità intersezionale in una pratica quotidiana di marginalizzazione delle voci di privilegio. Un femminismo intersezionale, in pratica, è necessariamente favorevole all’aborto, anti-carcerario, trans-inclusivo, e sostiene il lavoro sessuale, ed è tutte queste cose mettendo al centro la voce delle donne trans, delle prostitute, delle donne che hanno avuto o hanno bisogno di aborti, delle donne che sono o sono state incarcerate.

Uno dei problemi alla base della cancellazione delle donne di colore nel discorso femminista bianco è che si presume che la bianchezza sia neutra e sia la norma. Femminismo intersezionale, quindi, significa nominare la bianchezza per contrastare questa assunzione di neutralità, che l’intersezionalità rivela come dannosa. Scrive Crenshaw:

Il valore della teoria femminista per le donne nere è inferiore perché affonda le radici in un contesto razziale bianco che raramente viene riconosciuto. Non solo le donne di colore sono trascurate, ma la loro esclusione è rafforzata quando le donne bianche parlano per e in quanto donne. L’autorevole voce universale – solitamente la soggettività maschile bianca mascherata da oggettività non razziale e  non di genere -  è semplicemente trasferita a coloro che, ad esclusione del genere, condividono molte delle stesse caratteristiche culturali, economiche e sociali. Quando la teoria femminista tenta di descrivere le esperienze delle donne attraverso l’analisi dell’ideologia del patriarcato, della sessualità o delle sfere separate, spesso trascura il ruolo della razza. Le femministe ignorano quindi come la loro razza le sostenga mitigando alcuni aspetti del sessismo e, inoltre, come ciò spesso rappresenti un privilegio che contribuisce al dominio di altre donne. Di conseguenza, la teoria femminista rimane bianca, e il suo potenziale di ampliare e approfondire la sua analisi rivolgendosi a donne non privilegiate rimane irrealizzato (“Demarginalizing”, pagina 154).

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersezionalità strutturale e si sforza di comprendere in che modo l’oppressione sistemica operi in modo nascosto attraverso invisibilizzazioni e pregiudizi; significa riconoscere l’intersezionalità politica mettendo criticamente in discussione come le azioni individuali e collettive possano rinforzare l’oppressione sistemica; e significa ascoltare e riflettere sulle voci delle/gli altr* quando sottolineano comportamenti che convalidano e riproducono l’oppressione sistemica, anche se questi comportamenti sono stati involontari. Se vogliamo ottenere la liberazione di tutte le donne, dobbiamo ripensare i nostri gruppi femministi non come monolitici, ma come coalizione di identità, e nel formare questa coalizione dobbiamo astenerci attivamente dal mettere al centro il privilegio. Un femminismo intersezionale non solo mirerà a scoprire e smantellare le modalità di potere che servono a denigrare tutte le donne, ma anche quelle che creano ulteriormente gerarchie tra le donne in modo tale che le sole beneficiarie della liberazione femminista non siano solo le donne bianche, abili, etero, cis, ricche, ecc. Un gruppo femminista che sostiene l’intersezionalità deve integrarla  nelle sue pratiche, non solo nel suo linguaggio. Una liberazione solo per alcun* non è affatto la liberazione.

Il mondo dell’attivismo fa schifo

Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!

 Carla Lonzi

Inizialmente avevo intitolato questo pezzo: “Il mondo dell’attivismo è diverso dal mondo reale?” La risposta breve è no.

Questa evidenza, per una persona che ci si dedica da una vita – e lo fa con tanta fatica, mettendoci testa, cuore e corpo –  è un pugno diretto nello stomaco, senza sconti. Dunque ecco motivato il cambio di titolo, che esprime assai meglio il mio stato d’animo attuale.

Da quando, molti anni fa, ho cominciato a dedicarmi alla politica e a spendere tanto tempo ed energie per cercare di contribuire a costruire, attraverso i miei pensieri (e la traduzione di pensieri altri in italiano), un mondo differente, mi sono accorta che in realtà il mondo dell’attivismo militante – sia quello di base che quello “culturale” – non si discosta che nella forma da quello reale.

Il machismo imperversa, e la voce più forte è quasi sempre quella dei maschi cis.

Anche se, a onor del vero, devo ammettere che in ambito femminista le cose non sono andate meglio, purtroppo. Se così fosse, potrei pensare di chiudermi nel ghetto delle vulvodotate, ma in realtà anche lì, dove non può l’assenza di pene, possono i differenziali di potere.

L’impegno di tanti anni è stato invisibilizzato costantemente, e a livello umano e personale sono stata trattata davvero di merda. Se penso alle cose che ho visto e vissuto sulla mia pelle, mi chiedo che cavolo ci sto a fare ancora qua a scrivere, piena di rancore, queste righe rabbiose. Ed è per questo che oggi voglio togliermi qualche macigno dalla scarpa.

In ambito femminista, l’impegno antispecista è sempre stato causa di ostracismo totale: ed è uno dei motivi per cui, pur avendo dato vita insieme ad altre meravigliose persone ad Intersezioni, il primo blog dedicato al tema dell’intersezionalità, nessun* (se non pochissim*) ci ha mai veramente dato il minimo credito per aver traghettato in Italia un concetto che oggi ammanta l’intero universo femminista, spesso a sproposito – e la maggior parte delle femministe ancora resistono con accanimento all’idea di comprendere l’animalità nei ragionamenti intersezionali!

Quando con altre compagne abbiamo creato Les Bitches, che ha l’ambizione di essere un contenitore di traduzioni di testi innovativi e potenti a tematica transfemminista queer e antispecista, non so dire quante volte i testi pubblicati sono stati citati senza fonte! Come se ciò non bastasse, qualche anno fa, invitate ad un seminario femminista di una certa rilevanza, quando abbiamo espresso la ferma intenzione di includere l’antispecismo nei nostri ragionamenti, siamo state senza alcun riguardo messe da parte, perché l’antispecismo non faceva parte degli interessi della “autorevole femminista di turno” che organizzava il seminario.

Non che in ambito antispecista le cose siano andate meglio: all’interno di questo contesto, che al pari dei movimenti sociali umani (eccezion fatta per il movimento femminista) resta dominato dagli uomini, anzi, forse ancor peggio, dai filosofi (peccato che in ambito antispecista tutti siano filosofi,  spesso autoproclamatisi tali)  le donne sono utili ancelle: vanno bene per spalare la merda degli altri animali, per supportare le imprese maschili, ma le loro voci contano solo quando sono funzionali a lustrare la patina invecchiata (per età o forma mentis) dell’intellettuale di turno, che sgomita coi suoi pari per un posto al sole, e si fa bello di essere “molto intersezionale”.

Parassitizzare la militanza altrui è molto utile per il proprio tornaconto: siamo la quota politically correct della militanza blasonata, le nostre parole vengono costantemente riappropriate e ripetute acefale, voci più autorevoli (e molto più autoritarie) si fanno portavoce delle future sorti e progressive, mentre chi cerca, legge, scrive, traduce, spende tempo ed energie (e spala merda, ça va sans dire) resta nella cantina del famoso Grattacielo, a sudare nell’ombra.

Quelle più precarie di noi, ovviamente, le badanti dell’attivismo che vale: quelle che nella vita reale perdono il lavoro, la salute, le possibilità. Quelle che nulla contano e nulla mai conteranno, mentre le/i militanti con il bollino non fanno che parlare, pubblicare,  presenziare, guadagnare vita, notorietà  e opportunità sulle spalle di chi non solo non ha mai visto un euro (e dio sa se avrebbe fatto comodo a chi quotidianamente naviga nell’incertezza e nella precarietà!) ma peggio, non ha nemmeno avuto la possibilità di trasmettere davvero quello che le sta a cuore, quello per cui, in primis, ha cominciato a lottare.

Perché comunque le nostre parole vengono filtrate e non ci appartengono più, nè ci rappresentano. Ci siamo consolate troppo a lungo pensando che ciò non fosse importante, ci siamo dette “quello che importa è che il messaggio passi comunque”.

Ma il messaggio è passato davvero, se continuiamo a crepare ai margini? O meglio, se qualcun* di “noi” (cosa questo noi significhi mi è ancora oscuro) continua a restare aggrappato al centro? Credo sia giunto il momento di rendersi conto che tutto questo fa schifo, e lo fa ancor di più che nel mondo reale, che almeno non millanta nobili propositi.

Se “alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile”, di fronte a noi si para un futuro anche peggiore: e ormai che anche le femministe sono andate a scuola da chi da millenni detiene il potere, a quale speranza ci aggrapperemo stavolta?

P.s.: Voglio comunque ringraziare le poche, pochissime persone realmente militanti che ho conosciuto in questi lunghi anni, e che spesso sono diventate care amiche e preziose compagne di lotta, la luce di troppi giorni bui: sapete chi siete, vi voglio bene.

 

 

Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

Immagina di essere un antirazzista in un mondo dominato dalla supremazia bianca, una femminista in un mondo di MRA, un omosessuale in un mondo di omofobi. Ovvero di vivere in una società che non soltanto collude, più o meno consapevolmente, con un sistema di potere che si impossessa dei corpi rendendoli merci, ma che addirittura se ne fa vanto, ergendo la propria iniquità a motivo di orgoglio. Immagina di voler bene a persone quasi sempre meravigliose, tranne quando picchiano un non bianco, una donna, un disabile. E lo fanno con il benestare della società tutta, che lo inscrive nell’ordine naturale delle cose. Immagina di viaggiare, e mentre il tuo compagno di viaggio ammira le vigne e le dolci colline digradanti nella vallata, tu vedi solo grigi capannoni senza finestre dove migliaia di vite languiscono e muoiono. O camion pieni di occhi terrorizzati, che quando incroci quegli sguardi capisci l’orrore.

In fondo pensi che non è difficile arrivarci, non serve una laurea in metafisica del potere per capire che non c’è nulla di naturale in questo, anzi: non siamo indiani d’America che ergono totem dalle sembianze animali e ringraziano gli animali uccisi, o inuit in perenne simbiosi dalla nascita alla morte con le renne… ma siamo proprio l’opposto, primati drogati e schiavi del potere, che nel corso dei secoli null’altro hanno fatto se non tracciare solchi sempre più profondi dall’altro da sé: a partire proprio dall’animale, concetto creato ad arte che rappresenta il paradigma stesso dell’oppressione, la vita reificata e trasformata in risorsa a perenne disposizione. E blateriamo della nostra eccezionalità, quando l’unica specialità che abbiamo coltivato con cura è approfittare dell’altrui debolezza e vulnerabilità, per il nostro tornaconto.

Ogni giorno vengono confezionate ad arte guerre tra pover*, guerre tra oppress*, tanto utili a camuffare l’origine delle ingiustizie. E nel vile tranello ci cadiamo tutt*, anche chi è vittima o chi è solidale nel lottare contro l’oppressione, e cominciano le olimpiadi: ogni esistenza indegna si posiziona ai blocchi di partenza, chi vincerà? La donna maltrattata, il migrante incarcerato, il disabile invisibilizzato, l’omosessuale bruciato vivo, l’animale sgozzato, ecc.ecc.ecc.? Sugli spalti, i soliti noti si godono lo spettacolo, intoccabili e compiaciuti.

Ma quando cerchi la solidarietà tra oppress*, raramente riesci a scardinare quella stessa dinamica che ti ha piazzato a correre a perdifiato su quella pista che è la tua vita di merda, o la vita di merda che ad altr* è stata destinata…perché in fondo, simpatie ed empatie a parte, pare proprio che alla maggior parte di noi ciò che sta più a cuore sia salire sul podio e trovare la via di uscita dalla propria oppressione: e se è difficile, ma non impossibile, concepire un’alleanza tra “umani” ecco che questa stessa alleanza si basa, quasi sempre, sulla comune distanza dall’animale. Distanza ideologica e miope, poiché quando diventiamo spendibili, siamo già, nei fatti, animalizzati: e dunque fintantoché esisterà l’Animale come vivente appropriabile, nessun* sarà realmente al sicuro nel proprio corpo e nella propria vita.

Eppure, per quanto si tenti, quantomeno nelle intenzioni e nei proclami, di creare alleanze tra differenti soggettività oppresse, è quasi impossibile includere l’animale nel conteggio delle vittime, quasi che fosse impensabile, per l’umano, vivere senza dominare, senza opprimere.

Essere antispecista è emotivamente estenuante perché, spesso, proprio le persone che ami, anche quelle che lottano al tuo fianco, sono le stesse che non capiscono che invitarti ad una grigliata “tanto ci sono le verdure” non è una cosa bella. Tu rifletti, giustifichi, razionalizzi, ti dici che è normale, la società tutta è specista, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma che pazienza si può avere di fronte alla puzza di carne bruciata?

Allora ti viene naturale cercare conforto in chi è più simile a te, ma poi scopri che forse anche questa volta ti eri sbagliata: perché mentre la maggior parte del movimento scrutina minuziosamente le etichette a caccia dello 0,1% di lana o di tracce di uova e latte, là fuori le vite massacrate raggiungono cifre a 10 zeri: e allora ti chiedi se davvero ne valga la pena, se davvero abbia senso tutto questo dolore e questa impotenza, se in fondo non sarebbe più facile chiudere la porta di casa, rifugiarsi nelle piccole cose, illudersi che vada tutto bene, perché se ne ha la possibilità e raramente si comprende l’enormità di questo privilegio, il privilegio dell’indifferenza.

Ma come puoi dimenticare quegli occhi una volta che li hai incrociati? E non solo quelli disperati, ma anche quelli felici che per un caso fortuito hanno riassaporato la libertà. Le emozioni che ti trasmettono le conosci bene, perché sei un essere sensibile tra esseri sensibili, e sai che non esiste nulla di più prezioso della libertà, della possibilità di autodeterminare, nei limiti posti da un’esistenza finita, la propria vita. E sai che gli altri animali la cercano incessantemente, quanto te, ed è quello di cui hanno bisogno. Non di protettori, di rifugi, di custodi, ma di libertà: solo nella libertà esiste l’incontro, l’elezione, l’affinità. Nella libertà di essere e di esistere, il privilegio più importante e rischioso di tutti.

Anche se la violenza è parte ineludibile di questo mondo, così come la sofferenza e la morte, non lo è il dominio. Il dominio è un’invenzione umana, il dominio è l’annichilimento della vita, il dominio è l’inferno sulla terra. Noi vogliamo rendere visibili i meccanismi del dominio, vogliamo sfilarci da essi il più possibile, anche quando non li agiamo direttamente ma ne siamo in ogni caso collusi. Per questo non possiamo gioire alle grigliate, e non siamo capaci di sorridere mentre coi denti staccate brandelli di muscoli dalle ossa: e finché la carne del mondo non smetterà di bruciare sugli altari del potere, non avremo altro destino che continuare a lottare.

Ma noi non ci saremo: riflessioni su estinzionismo e denatalità dal margine della nostra stirpe aliena

Qualche settimana fa Effimera pubblicava un articolo, a firma di Alice del Gobbo, dal titolo Un desiderio moralizzato, una vita contabilizzata: sull’ecologia vista dal punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement*.

Vorrei dunque prendere le mosse da questo pezzo (a cui sono seguite, sempre su Effimera, due riflessioni critiche a firma di Claudio Kulesko e Natan Feltrin), per proporre alcuni ulteriori ragionamenti su estinzionismo e denatalità – e loro eventuali conseguenze ecologiche – da un punto di vista transfemminista e antispecista. L’articolo originario di Del Gobbo è quello sul quale mi soffermerò in particolare, poiché a mio avviso viziato, fin dalle prime righe, da alcune imprecisioni che ne pregiudicano lo sviluppo successivo.

La riflessione proposta origina infatti da un mediocre e sensazionalistico articolo pubblicato sul Guardian dal titolo Would you give up having children to save the planet? Meet the couples who have, che ha immediatamente richiamato alla mia mente la copertina del numero 1255 di Internazionale, uscito a maggio, che recitava I vegani salveranno il mondo? (per chi se lo stesse chiedendo, anche in quel caso gli articoli erano di livello decisamente modesto): in tempi di crisi ecologica conclamata, cercasi volenterosi salvator* del mondo!

Del Gobbo rileva subito, sin dalle prime righe, il tono da tabloid dell’articolo originale, commettendo a mio avviso però un errore metodologico rilevante, ovvero partire da un testo palesemente inconsistente e pieno zeppo di imprecisioni (senza verificare se quello che viene affermato corrisponda o meno a realtà), per sviluppare la propria riflessione.

In particolare viene preso di mira il VHEMT, ovvero il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, al quale aderirebbero le/gli intervistat* del Guardian. A prescindere dall’irrilevanza sociale e politica di questo “movimento” (la pagina ufficiale del VHEMT su Facebook conta ad oggi poco più di 8000 membri – quella italiana circa 800 – mentre la pagina dei Flat Earthers, ovvero i famigerati Terrapiattisti, ha circa 4000 adesioni, e gruppi come Stop Scie Chimiche contano quasi 32000 membri!), visitando il sito omonimo appare chiaro che  le dichiarazioni delle/gli intervistati hanno ben poca attinenza con le proposte del VHEMT.

Vorrei spendere dunque qualche parola sul VHEMT, poiché io stessa, pur non considerandomi un’estinzionista tout court, auspico una graduale ma rilevante diminuzione della popolazione.

In quanto transfemminista e antispecista, nonché childfree (o nullipara, per usare un’espressione assai meno accattivante!) già diversi anni fa sono venuta a conoscenza della supposta esistenza di un “movimento” per l’estinzione umana: visitandone il sito in lungo e in largo, ho all’epoca apprezzato il tono ironico e autoironico con il quale affronta il problema della sovrappopolazione, snocciolando al tempo stesso fatti, dati e statistiche abbastanza attendibili. Personalmente non ho mai conosciuto alcun membro del VHEMT, ma se l’adesione allo stesso ricalca le modalità spontaneiste dell’ALF – come in effetti sembrerebbe – allora potrei a buon diritto farne parte. Non perché io desideri ardentemente l’estinzione umana: semplicemente, l’ipotesi che possa avere luogo non mi turba particolarmente, ma mi pare anzi inscritta nella finitudine della nostra esistenza, che non può essere solo individuale.

L’estinzione propugnata dal VHEMT, in ogni caso, non è il risultato di un suicidio di massa o di un genocidio programmato; è, al contrario, un’estinzione “dolce” e, si badi bene, volontaria che passa semplicemente dalla scelta di non riprodursi: idea che è agli antipodi rispetto ad alcune proposte estinzioniste che immaginano invece stermini in qualche modo programmati (come viene esplicitato nell’articolo di Claudio Kulesko, che ravvisa delle somiglianze tra i diversi estinzionismi; dal mio punto di vista, la differenza è invece abissale). Inoltre, sempre sulle pagine del VHEMT si sottolinea come spesso siano proprio i sostenitori della natalità a tutti i costi a promulgare un’ideologia razzista, che contabilizza il bilancio delle nuove nascite non in senso assoluto (altrimenti non esisterebbe alcun rischio di “estinzione della specie”), ma relativo, auspicando la riproduzione solo di alcune popolazioni, addirittura allo scopo di “controbilanciare” il tasso di natalità di altre, ritenute meno degne. Su questo aspetto il VHEMT  è chiaro:

“Alcuni dicono: «Oggi sono le persone sbagliate quelle che hanno figli». Quante volte avete sentito questo ritornello? Possiamo essere certi che chi dice una cosa simile non sta parlando di se stesso: sta parlando di quelle altre persone sbagliate. Sta parlando di «quegli stupidi degenerati che non dovrebbero riprodursi, di quelli che sono troppo poveri per allevare dei figli, o di quelli che sono talmente depravati da non apprezzare neppure i bambini e che potrebbero arrivare a pensar d’abusare di loro». Quel che logicamente consegue in ragionamenti di questo tipo è che «chi ha dei geni scadenti non dovrebbe mai tramandare ad altri i propri difetti».

In chi sostiene le opinioni descritte, è implicita l’attitudine a pensare che esistano persone migliori, più adatte delle altre a trasmettere i propri geni. La gente intelligente, economicamente sicura, responsabile, socialmente consapevole e dotata del corredo genetico migliore dovrebbe darsi da fare per riprodursi. Dopo tutto, qualcuno dovrà pur farlo, no? […] Altri sostengono che la loro razza o il loro gruppo etnico sono una minoranza, o che lo saranno presto se non si danno da fare. Portare avanti il nome della famiglia ha costituito a lungo una giustificazione per la riproduzione, una giustificazione da non mettere neppure in discussione. Quando una coppia dice di volere “un figlio proprio” intende “un figlio con i nostri geni”. La mentalità che sta dietro a quest’ordine di idee fondato sul concetto di consanguineità è forte e radicata: “Noi” dobbiamo essere di più, “Loro” devono essere di meno. Vi sembra razzista? Be’, quando le coppie tentano di mettere al mondo un figlio specificamente maschio o femmina c’è anche un po’ di sessismo nell’aria. Ed è elitismo il voler creare delle repliche di noi stessi mentre decine di migliaia di figli degli “Altri” muoiono ogni giorno per mancanza d’attenzioni.”

Pertanto, anche in considerazione del fatto che, sulle stesse pagine, si riconosce che l’impronta ecologica dei bambini nati in Occidente non è paragonabile a quella di coloro che si trovano a venire al mondo nelle aree più povere, trovo abbastanza stiracchiata l’idea che suggerire a persone (occidentali) di scegliere di non procreare di fronte alla catastrofe ecologica in atto, possa avere un sottofondo colonialista (cito dall’articolo di Del Gobbo: “gli occidentali si ergono a paladini di una buona e razionale condotta di fronte all’irrazionalità dei popoli “altri” i quali, in preda a presunti arcaici sistemi di valori, “ancora” percepiscono la procreazione come valore o, peggio, non sono capaci di “proteggersi” dalle conseguenze dei propri atti sessuali.”).

Mi pare questa una conclusione arbitraria, che non si può ascrivere al punto di vista delle/gli estinzionist* che si riconoscono nel VHEMT: di più, dal mio punto di vista situato di transfemminista lunàdiga [1], che ha superato da qualche anno i quaranta, la scelta personale di non procreare, carica per me di significati personali ma anche politici, non ha mai avuto né mai avrà alcun risvolto “pedagogico” nei confronti di alcun*, perlomeno non in maniera diretta.

Altro discorso deriva dal constatare che lo stile di vita dell’Occidente, e dei paesi più ricchi in generale, viene preso a modello dai paesi in via di sviluppo in quanto espressione della condizione di massima desiderabilità del proprio stare al mondo: in questo senso, e considerato che – volenti o nolenti – il nostro stile di vita funge già da modello (perlopiù negativo e insostenibile da un punto di vista ambientale), perché guardare con sospetto a quegli stili di vita liberamente scelti, che potrebbero rivelarsi potenzialmente virtuosi e maggiormente sostenibili anche da un punto di vista ecologico? E superando la questione ecologica verso altri fertili orizzonti, perché rendere visibili modi altri di stare al mondo, che non seguono i percorsi prestabiliti dalla Natura, da divinità imperscrutabili o (più facilmente) dalle esortazioni di economisti e statisti, diverrebbe colonizzazione?

A questo proposito, ho letto in maniera molto critica il rimando alla presunta “naturalità” del desiderio di procreare, come espresso dalle intervistate dell’articolo del Guardian. Un discorso che ignora (volutamente o con ingenuità?) la questione della normatività sociale che sta alla base di molti dei nostri desideri, che di “naturale” hanno poco e nulla. La stessa norma (eterosessuale, spesso monogama e procreativa) sta, a mio avviso, alla base di tanti desideri di assimilazione che riscontriamo sempre più spesso nell’ambito omosessuale e queer, ambito originariamente caratterizzato da un contesto in cui le varie soggettività avevano (e hanno tuttora), vari strumenti di rottura per sovvertire la norma stessa.

In ogni caso, se anche vi fosse qualcosa di naturale (o meglio, biologico) nel desiderio di procreare, mi domando, nel solco tracciato dalle riflessioni del Manifesto Xenofemminista: se la “natura” – qualsiasi cosa questa parola significhi – ci portasse naturalmente verso il baratro, non sarebbe sensato cercare di porre un freno a questo destino apparentemente inesorabile?

Anche le malattie fanno parte della vita su questo pianeta, eppure non solo non ci arrendiamo ad esse, ma la maggior parte di noi sostiene sia lecito torturare e uccidere altri esseri senzienti inseguendo la flebile speranza di una cura. Ma ecco che, quando si tratta di far figli* o del mangiar carne sentiamo nuovamente il richiamo alla “naturalità”:  eppure siamo oramai in grado, tramite i metodi anticoncezionali e l’aborto, di evitare le gravidanze indesiderate, e in quanto onnivori possiamo, a differenza dei carnivori obbligati, scegliere di cosa cibarci.

È la natura che lo ordina, baby!

“Se la Natura è ingiusta, cambiala!” Lo Xenofemminismo ci esorta ad abbandonare ogni dogma, ogni certezza apparentemente immutabile, ogni violenza attribuita di volta in volta all’assetto ormonale, alla tradizione, all’inevitabilità del biologicamente predeterminato, per plasmare in maniera inedita il nostro stare al mondo, fuggendo la facile lusinga e comodità del privilegio invisibilizzato e naturalizzato.

È qui necessario rilevare che anche io credo che, allo stato attuale delle cose, sia ben difficile che l’astensione dalla riproduzione possa avere un qualche effetto demografico reale: non perché io reputi del tutto inefficaci i comportamenti individuali (tendo a non dividere in maniera binaria e oppositiva comportamenti personali e politiche globali, mi pare sia non necessario e in qualche modo fallace da entrambe le parti),  bensì ritengo che i comportamenti individuali, che per di più al momento attuale sono praticati da una minoranza di individui e pertanto non potrebbero nemmeno ambire a raggiungere una ipotetica “massa critica”, debbano  comunque inscriversi in un cambiamento di paradigma totale, all’interno del quale la riduzione della popolazione sarebbe un solo, per quanto importante, aspetto.

E, in questo senso, proprio il quesito iniziale posto da Dal Gobbo mi pare rivelatore, quando afferma:

“Ho 26 anni, ma quando ero piccola si parlava soltanto di spegnere le lampadine e chiudere il rubinetto mentre ci si lavava i denti. Al massimo diminuire l’uso della macchina. Pian piano l’elenco dei “comportamenti” non sostenibili si è espanso e con esso la lista delle cose a cui rinunciare per salvare il pianeta: viaggiare in aereo, usare l’asciugatrice, andare al ristorante e al cinema, comprare prodotti non biologici, mangiare animali e i loro derivati. Pare che l’orizzonte si espanda di giorno in giorno, come se per quanto noi ci impegniamo quotidianamente, i nostri sforzi non fossero mai abbastanza. La nostra società è alla costante ricerca di una ‘giusta’ soluzione che tuttavia sembra non materializzarsi mai.”

Il problema si rende evidente proprio in questo passaggio: siamo indubbiamente tropp*, abbiamo uno stile di vita eccessivamente energivoro, e stiamo depauperando il pianeta oltre al punto nel quale i sistemi biologici (come correttamente evidenziato da Natan Feltrin) riescono a rigenerarsi  – peraltro causando sofferenza, morte ed estinzione di miliardi di altri esseri viventi, umani e non. Senza cambiare radicalmente paradigma, non saranno le/gli estinzionist* né le/i vegan* a salvare il mondo, ma l’estinzione involontaria di massa che in quanto specie stiamo causando, e di cui faranno le spese nuove generazioni innocenti (e sì, anche le/ i figli* dei vostri figli*).  E prima di quella violenta estinzione… probabilmente i sacrifici aumenteranno sempre di più, soprattutto in capo alle/i più deboli, ma non basteranno mai!

Non credo che l’estinzionismo, al pari del veganismo, sia la panacea di tutti i mali, ma al contempo non escludo che, se queste tendenze fossero maggioritarie, si potrebbero verificare risultati positivi al momento inimmaginabili, soprattutto perché se fossero maggioritarie significherebbe probabilmente che un altro paradigma, differente da quello capitalista che tutto riduce a merce sfruttabile, ha finalmente preso piede, che a lottare in piazza non sarebbero poche centinaia di persone, ma fiumi di migliaia e milioni di persone, davvero una marea!

Questo nuovo modo di stare al mondo potrebbe inoltre, come auspicato nell’articolo di Helen Hester (Ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva. Ecologie xenofemministe, riconfigurare e sviluppare la proposta di Haraway volta a Generare parentele, non bambini. Un’idea rivoluzionaria che potrebbe avere conseguenze positive inimmaginabili quali, per sommi capi:

– Nell’area dell’immigrazione – nuove opportunità di integrazione;

– Nell’area dello sviluppo tecnologico – nuove frontiere di sviluppo di tecnologie assistive;

– Nell’area del lavoro di rigenerazione – liberazione delle donne dal lavoro riproduttivo non retribuito;

E altri imprevedibili effetti di tipo emancipatorio.

Generare parentele diventa dunque un momento oppositivo – legato al rifiuto dell’ordine corrente – ma anche produttivo, e da un punto di vista transfemminista significa “ripensare le modalità con cui si articolano intimità, socialità e solidarietà al di là del nesso del nucleo familiare.”

In qualche modo, sono convinta che la proposta del VHEMT non sia così distante da quella di Haraway, ovvero promuovere un cambiamento ideologico capace di portare ad una rilevante riduzione della popolazione in tempi lunghi, e che non smette di curarsi e di mostrare solidarietà a chi già esiste, così come a chi decide consapevolmente di procreare e di curarsi delle/i nuov* nat*.

Non ho mai considerato questo tipo di estinzionismo nemmeno vagamente paragonabile a quello di matrice autoritaria: io stessa ho deciso di non riprodurmi, e alle considerazioni personali si sono aggiunte quelle etiche e politiche, che ricalcano molti dei temi del VHEMT. Non perché io reputi che la mia rinuncia – che non vivo come “sacrificio” – possa avere oggi una qualche rilevanza statistica, ma perché credo che l’etica e la politica che pratichiamo nel quotidiano abbiano ragioni che vanno al di là dell’efficacia contabile.

Sono ben consapevole che le scelte che informano il mio stare al mondo configurano al momento attuale un’utopia: ma un’utopia che prende forma apre già oggi spazi di possibilità a ciò che ancora deve venire – e se oggi il mio essere childfree e antispecista non va probabilmente a lenire che in minima parte le sofferenze delle/i più pover* e delle/gli ultim*, umani e non umani, cionondimeno materializza la tensione oppositiva che muovo contro l’ordine mondiale attuale, e concretizza una Zona Temporaneamente Autonoma e liberata nella quale confrontarsi attivamente con l’oppressione che viviamo sulla pelle, ma anche con quella che esercitiamo su altre esistenze, rinunciando al privilegio di specie e lottando al fianco delle altre soggettività oppresse.

Al netto del fatto che la genitorialità, lungi dall’essere alla portata di tutt*, è anch’essa un lusso – in particolare per i soggetti marginalizzati, queer, infertili, e per gli animali non umani (che vengono sterilizzati arbitrariamente se domestici, o privati della prole alla nascita se allevati per profitto) – la scelta di non riprodursi stimola la costituzione di nuove relazioni, in cui le parentele sgorgano dalle affinità e non dalle linee di sangue, la tecnologia può farsi carico degli aspetti più intimi e a volte faticosi dello stare al mondo [2] e le alleanze intra e interspecifiche riconoscono le reciproche vulnerabilità e ne fanno terreno di incontro e non di sfruttamento e prevaricazione.

Che quel “vuoto” che dicono di sentire alcune donne senza figli* non sia in realtà il deserto delle relazioni umane, che si tenta di tacitare con il ripiegamento nella famiglia nucleare? L’incapacità, o quantomeno l’estrema difficoltà nella società attuale, di sentirsi vicin* e solidali con chi non ha il nostro stesso dna – e possibilmente estrazione sociale e imprinting culturale? L’inconsapevole ma dilaniante sensazione di non avere, o avere una fragilissima rete di supporto, al di fuori dei rispettivi alberi genealogici?

“Vogliamo tutto”, scriveva quarant’anni fa Nanni Balestrini, ma aggiungeva “Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare una lotta a fondo dura e violenta. […] Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale”.

Allora come oggi non possiamo “volere tutto” alla maniera del turbocapitalismo, che fagocita ogni cosa incurante non solo del futuro, ma anche del presente vivente e sofferente… dobbiamo volere tutto per tutt*, e questo implica la capacità di riorientare i nostri desideri e le nostre politiche, anche quelle legate alla sovrappopolazione. Cambiare costa fatica, lottare è sfiancante: ma senza la lotta e senza il cambiamento, cos’altro potrebbe distinguerci da coloro che ogni giorno ci opprimono e che, con tutte le nostre forze ci sforziamo di combattere?

[1] Lunàdiga è la pecora che, pur fertile, non si riproduce: singolare, strana, anticonformista, lunatica. Vi invito a conoscere il progetto Lunàdigas, film documentario realizzato da Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che ha al centro proprio le storie di donne senza figli, raccolte in quasi dieci anni di incontri e video-interviste: donne note e meno note, dai mondi dell’attivismo politico, culturale, sociale, della scienza, della scrittura e dell’associazionismo, varie per esperienza e provenienza geografica.

[2] Non c’è nulla di male a “farsi pulire il culo” da un altro essere umano, ma meglio sarebbe poter scegliere se si preferisce utilizzare tecnologie assistive che restituiscano l’intimità a chi la desidera, e liberino spazi di interazione tra le persone che vadano oltre alla “cura del corpo” per diventare cura dell’individuo, dei suoi bisogni emotivi e affettivi… anche per chi si dedica al lavoro di cura, spesso donne e soggetti marginali.

 

Lucrecia Masson: “La colonialità è la donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi”

Intervista a Lucrecia Masson per CUARTOPODER.ES

Traduzione a cura di Valentine aka Fluida Wolf, revisione a cura di feminoska

Il corpo è ancora il campo di battaglia. Tutti i corpi. Neri, bianchi, razzializzati, trans, cis, maschili, femminili… Almeno, così la pensa l’attivista transfemminista Lucrecia Masson, che indaga i nostri involucri di carne e ossa dal punto di vista decoloniale.

Questa attivista argentina rivendica le sue radici indigene, usa il termine Abya Yala al posto di America e chiede alla Spagna di riesaminare il proprio passato e riconoscere il saccheggio, lo sterminio e lo stupro perpetrati dall’impero spagnolo, quello che si studia nei libri di storia. Confessa che portare avanti il discorso antirazzista e anticolonialista insieme ad altre rivendicazioni continua ad essere impopolare, anche nei movimenti più radicali.

A pochi giorni dalla celebrazione dell’Orgullo Critico, Cuartopoder.es si trasferisce nello spazio del collettivo Ayllu (di cui fa parte) al Matadero de Madrid, per fare due chiacchiere.

Eri presente all’Orgullo Crítico del 28 giugno. Andrai alla manifestazione ufficiale del 7 luglio?

– No, non ero nemmeno a conoscenza della manifestazione. Non mi riconosco nella proposta politica che rivendica la sigla LGTBIQ, e che organizza una grande festa capitalista e consumista.

– All’interno dell’Orgullo Critico erano presenti soggettività LGBTI razzializzate, è stato difficile integrare questo discorso nel movimento?

– È stato e continua ad essere un discorso impopolare. Di fatto, alla fine del corteo, alcuni manifesti non sono stati letti: tra questi figurava quello antirazzista, anche se in seguito lo abbiamo letto da sol*. È un argomento che incontra molta resistenza nei movimenti sociali. Fino a poco tempo fa in Spagna non esisteva una seria riflessione su temi quali l’antirazzismo, la colonialità, ecc. Ora viviamo un periodo in cui l’antirazzismo è molto potente, perché anche il razzismo lo è. In questo momento, incontriamo resistenze, per esempio, quando nominiamo la bianchezza.

– Hai lavorato molto sulla questione del corpo. Nel 2018, continua ad essere un campo di battaglia?

– Sì, penso che sia un luogo privilegiato per l’azione politica, un luogo da cui partire per porsi delle domande.

– Pensi che sia in atto un tentativo di commercializzare i corpi? Perfino l’industria della moda e della bellezza si sono arrese alle taglie grandi.

– I corpi delle modelle “pluz size” solitamente sono bianchi. Esiste una costruzione della bellezza a partire dalla bianchezza, che coinvolge i tratti somatici e la forma del corpo. Di solito si tratta di corpi bianchi, snelli, alti… E sì, esiste anche una nicchia di mercato delle taglie grandi. All’improvviso, qualcosa diventa vendibile e il capitalismo si tiene al passo e se ne riappropria. Dal mio punto di vista non cambia nulla. Continuano ad essere corpi armoniosi, con qualche chiletto in più, simmetrici…

– Perché questo dibattito anticolonialista non ha avuto luogo finora in Spagna? Molti pensano che non ci siano stati conflitti violenti tra spagnoli e persone razzializzate.

– La Spagna è tremendamente razzista. Lo scorso 12 novembre abbiamo manifestato per l’uccisione di Lucrecia Pérez, avvenuta nel 1992. Gli omicidi a sfondo razzista avvengono perché esiste un razzismo feroce. È difficile che si affrontino queste discussioni perché in un modo o nell’altro sono discorsi impopolari e parlarne è sempre causa di problemi.

– Ad esempio?

– Si viene additat* come troppo radicali o di complicare troppo l’attivismo. A volte il razzismo non ha bisogno di essere esplicito e si manifesta sul piano simbolico.

– Dove si nasconde il razzismo invisibile? Quali sono i problemi da risolvere in Spagna rispetto a questo tema?

– La Spagna deve ripensare alla sua storia. Il paese e la sinistra, il femminismo e l’anarchismo devono ripensare alle modalità in cui, oggi, la colonialità viene messa in atto, quelle strutture di potere che sono state forgiate da saccheggi, sterminio e stupri nelle colonie di Abya Yala, che è come noi chiamiamo l’America. La colonialità oggi ha le sembianze della donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi.

È importante nominare i benefici che derivano da quella spoliazione e da quel saccheggio. A volte, incontriamo persone di altri collettivi e viene costantemente fuori il “io non c’entro nulla con tutto questo”. E rispondiamo, “certo che non l’hai messo in pratica, ma sei un beneficiario di questo sistema e di quello stupro originario”.

– Come si può riparare a questo debito?

– Trovare il modo è un compito che spetta al conquistatore. Non so se spetti ai migranti dare questa risposta. È come quando gli uomini cis chiedono alle femministe cosa fare. Inizia a riflettere su di te, nel quotidiano e nella Storia.

– Recentemente sono state rese pubbliche accuse di abusi lavorativi e sessuali sulle lavoratrici stagionali di Huelva. Ci sono state critiche, perché le manifestazioni femministe non sono state numerose come in altri casi, condividi questo punto di vista?

– Non credo al femminismo che afferma “se toccano una toccano tutte”, perché si è reso evidente, nel caso delle lavoratrici stagionali di Huelva, che non è così. Non stiamo assistendo a questa grande mobilitazione del femminismo. E parlo del “femminismo” perché se non specifichiamo (comunitario, nero…), parliamo di femminismo bianco. La domanda è: di che colore deve essere questa una e queste tutte?

– Ovvero le donne migranti non sono soltanto maggiormente esposte agli abusi, ma anche più indifese quando si tratta di reagire.

– Le donne migranti hanno anche i propri modi di fare e le proprie resistenze. Il femminismo crede di essere un programma di liberazione delle donne nel mondo. Sono logiche universaliste. Non possiamo parlare per tutte le donne. In questa logica coloniale, che si sente in diritto di parlare per il mondo intero, bisogna dire che quello che funziona per alcune non funziona per tutte.

L’altro giorno ero ad un dibattito con una poeta hondureña e si stava parlando di un movimento politico. Una persona bianca del pubblico si è alzata e ha detto che era stata cooperante in Honduras, e le era sembrato molto grave che le donne stessero in cucina. La poeta le ha risposto che ragionare in quel modo era una trappola coloniale: le donne in cucina non cucinano soltanto, ma cospirano e tessono legami di resistenza e amore.

– Sei anche un’attivista contro la grassofobia.

– Sono un’attivista che pensa che il corpo debba essere abitato in tutta la sua dissidenza. L’insieme di peso, taglie e misure rappresenta una forma di controllo totale che opera in maniera molto brutale sul corpo. Mi sembra importante esperire il corpo in modi differenti, e che sia possibile esistere nelle diverse taglie e abilità. Mi interessa il corpo nella sua forma e capacità. Esistono corpi grassi, malati, diversamente abili… Che non sono tanto redditizi per il capitalismo e subiscono un forte indottrinamento. Succede con la grassezza e per questo si cerca di disciplinare il corpo.

– Sicuramente non esiste donna che in un certo momento non si sia vergognata del proprio corpo, comunque sia fatto.

– Si, le società occidentali rendono il rapporto con il proprio corpo disastroso: sei condizionata da una serie di norme che ti spingono a pensare al futuro nel quale sarai più bella, magra e felice. Il futuro entra nel corpo. È un’altra idea coloniale di progresso. È fondamentale mettere in discussione questa idea di futuro, dobbiamo abitare il corpo qui e ora.

Lucrecia Masson è nata in Argentina nel 1981. È attivista transfemminista ed ha scritto, tra gli altri, un capitolo del volume collettaneo “TRANSFEMINISMOS” (Curato da Miriam Solá e Elena Urko), dedicato all'”ATTIVISMO GRASSO”, e il testo EPISTEMOLOGIA RUMINANTE, tradotto dall’assemblea queer di Torino Ah! sQueerTo!

Vertigini Capitalistiche, o la cassetta degli attrezzi del Padrone

di Jack Halberstam

Articolo originale qui.

 

Crisi dopo crisi, viviamo immers* in una tempesta di proporzioni epiche e crescenti. Ogni giorno una nuova parodia della giustizia, un nuovo crimine compiuto dalla polizia, un nuovo ordine esecutivo violento vengono messi in atto a nome di coloro che hanno tutto, contro le/i molti che sono stat* divis* e dominat*. In questa nuova era, caratterizzata da una forma violenta e incredibilmente vertiginosa di capitalismo, in cui tutti gli strumenti mobilitati contro il regime vengono da quest’ultimo riappropriati e usati contro di noi, è urgente prendere di mira e distruggere “tutto” quello che i signori della finanza di Trump vengono a prendere. Dobbiamo abbattere non solo i monumenti e il passato preconfezionato che rappresentano, ma anche i meccanismi legali, politici e sociali che avrebbero dovuto fornire riparo a chi è più debole ma che, nelle mani sbagliate, diventano nuove armi nella guerra globale. Un mondo di élite ricche schierate contro le moltitudini richiede nuove tattiche, nuove articolazioni di vecchi problemi e la volontà di rischiare tutto.

All’insegna del rischio, in nome della distruzione e in un mondo in cui tutt* dovrebbero essere contrari* a tutto, faremmo bene a riconsiderare la famosa massima (pronunciata per la prima volta nel 1984) di Audre Lorde, sugli strumenti del padrone e sulla casa del padrone, e nel farlo dovremmo ricordare il suo obiettivo principale – non solo di creare un dibattito in merito a quali strumenti utilizzare, ma sostenere la demolizione stessa con determinazione e senza possibilità di ricostruzione.

1. Il cacciavite del Padrone

Nell’ambito del discorso in cui Audre Lorde ha utilizzato originariamente la frase “gli strumenti del padrone non demoliranno mai la casa del padrone”, lo scopo non era soltanto quello di criticare il patriarcato, ma anche prendere di mira ciò che lei definiva “femminismo razzista”. Sottolineando come si trovasse spesso ad essere invitata a partecipare a conferenze femministe in quanto donna di colore, unica tra molte donne bianche che avevano lasciato altre donne di colore a prendersi cura delle/i loro figli* mentre si trovavano alla conferenza, commentò: “Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento. E questo fatto è una minaccia solo per quelle donne che ancora definiscono la casa del padrone come la loro unica fonte di sostegno”.

Questa frase emblematica di Lorde, che amava screditare le femministe bianche (alle quali, di contro, piaceva essere sgridate), ci ammonisce che non c’è mai un solo nemico: c’è un gruppo evidente di persone che beneficiano dello status quo, ma poi c’è un intero sistema di supporto nei confronti di quel gruppo, che assicura il perpetuarsi dei dispositivi di ricompensa e punizione. Dal punto di vista di Lorde, una lesbica nera nel pieno del cosiddetto femminismo della seconda ondata, i nemici erano certamente gli uomini bianchi, ma erano anche le moltitudini di donne bianche che sostenevano questi uomini, che se ne prendevano cura e sostenevano attivamente la gerarchia razziale e capitalista da cui traevano beneficio.

Le sagge parole di Lorde non furono mai così azzeccate come in questo momento, l’epoca in cui il patriarcato bianco è in una fase di ritorno potente, e in cui l’opposizione al capitalismo e al patriarcato, la supremazia bianca e la xenofobia usano troppo spesso gli strumenti sbagliati per combattere il potere. Ad esempio, anche se sembriamo impegnate come le femministe degli anni ’70 e ’80 nell’individuare, smascherare e interrompere i meccanismi quotidiani del patriarcato bianco, abbiamo comunque supportato, in occasione delle ultime elezioni e in opposizione a Trump, la strategia egemonica di sostenere una donna espressione degli interessi delle multinazionali (Hilary Clinton), piuttosto che individuare un’alternativa veramente radicale (benvenuta Alexandra Ocasio Cortez!). E, naturalmente, il patriarcato bianco fa ancora affidamento sul sostegno delle donne eterosessuali bianche, che hanno contribuito a eleggere il nostro attuale sessista in capo.

Ma, come al tempo di Lorde, il nemico non è solo il maschio violento, per quanto potente e palesemente odioso possa essere; proprio come allora, il problema è strutturale e si nasconde all’interno di un sistema che consente ai crimini dell’uomo bianco di ripercuotersi su tutt* le/gli altr*, mentre il nostro eroe sta in alto sopra la mischia, nella (Trump) Tower che ha costruito proprio per tali occasioni. E mentre le numerose storie di abusi sessuali, deportazione di bambini e sfruttamento finanziario che si riversano nella sfera pubblica dovrebbero essere sufficienti a demolire la casa del padrone – perché continuano a usare gli strumenti del padrone della negatività sessuale, del razzismo e dell’insistenza con cui sostiene un mercato immobiliare instabile e profondamente ingiusto – la casa è ancora in piedi. Un avvitamento incontrollabile che assicura che più le cose cambiano, più i ricchi restano ricchi e tutti le/gli altr* vengono fottut*.

2. Il trapano elettrico del Padrone

Quando ci avvitiamo troppo velocemente e prendiamo velocità usando i trapani elettrici del padrone (la legge, i sistemi punitivi, l’impunità per le persone benestanti), spesso riusciamo a creare falle nel sistema, ma di solito ci cadiamo dentro! Sono molti i modi in cui questo processo ha luogo nel mondo che ci circonda, dunque potremmo definire la nostra l’era del capitale vertiginoso – un’era in cui tutto si muove troppo velocemente, impedendoci di identificare correttamente i sistemi di oppressione che ci imprigionano e che, allo stesso tempo, ci ritorcono contro le strategie di resistenza che mettiamo in atto.

Qualche esempio:

  • Viviamo nell’era dei big data e di presunti poteri di previsione e indagine letteralmente sovrumani. Grandi quantità di dati vengono raccolti da ciascun* di noi ogni giorno e tuttavia, nonostante questo, non siamo stat* in grado di prevedere o prevenire l’ascesa di Trump. Non siamo stat* nemmeno capaci di prevedere la sua vittoria elettorale, e fino a quando i primi stati hanno riportato i risultati del voto, organi come la CNN e il NYT sostenevano che Trump fosse sfavorito nella corsa presidenziale. Ed eccoci qui.
  • Viviamo in un’era in cui gli studi di genere sono stati istituzionalizzati, ma solo in quanto luogo in cui studiare la casa del padrone: come è stata costruita, di quali materiali è fatta e quali abusi racchiuda. Il sito di produzione della stessa conoscenza che dovrebbe essere usata per demolire la casa, diventa il luogo sicuro dal quale lanciare accuse contro i precedenti proprietari; in effetti, gli studi di genere sono ora i primi a lanciare di continuo allarmi, e in cui persino i materiali relativi ad abusi sessuali e violenza, che solo una generazione fa abbiamo combattuto per avere il diritto di insegnare, non possono essere menzionati, nel dubbio possano causare traumi. Come conseguenza dell’utilizzo degli strumenti del padrone, la divisione anacronistica della conoscenza da parte dell’istituzione universitaria tiene duro, le discipline prosperano e si accaparrano tutte le risorse e invece di vedere persone dal corpo maschile che imparano a essere femministe in classi di studi di genere e persone di sesso femminile nelle discipline STEM (acronimo che si riferisce alle discipline accademiche della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica), gli studi di genere rimangono un luogo popolato da donne mentre le classi di scienze rimangono dominate dagli uomini, e la storia si ripete.
  • Viviamo in un’era in cui vi è un numero spropositato di persone senza fissa dimora, e spuntano tendopoli intorno alle città più care di tutto il mondo. Un gran numero di persone vive per le strade nei paesi del primo mondo, e ogni giorno un’altra famiglia non riesce a pagare l’affitto esorbitante di un appartamento schifoso e finisce in strada, senza reti sociali di supporto. E dunque discutiamo del problema dei senzatetto, quando in verità il problema è che troppe poche persone possiedono troppe proprietà e le lasciano vuote, o le mettono in affitto sul mercato gentrificato degli affitti di lusso. Le tendopoli abbondano, così come gli edifici zombi degli appartamenti di lusso, da New York a Shanghai, da Vancouver a San Francisco, da Londra a Sentosa Island a Singapore.
  • In tutto il mondo, milioni di appartamenti sono completamente vuoti e milioni di persone vivono nelle strade. Negli anni ’70 e ’80, punk e anarchic* occupavano gli  edifici abbandonati dando loro un nuovo scopo e creando spazi per il sesso pubblico (i moli), la vita collettiva e la politica queer radicale (the Brixton Fairies). Ma nell’era della sicurezza domestica e della tv via cavo, le forme tradizionali di occupazione degli edifici sono praticamente impossibili. E così si passa dall’interno degli edifici alla strada. Le tendopoli sono l’esatto opposto della casa del padrone. Mentre la gentrificazione, le ristrutturazioni e la finzione della condivisione a là Airbnb mettono in campo lo strumento del padrone della speculazione immobiliare, le tende rappresentano nuove forme di occupazione. E come tali, ridefiniscono i rapporti tra interno ed esterno, legale e morale, rifugio e proprietà.
  • Viviamo in un mondo in cui, invece di cercare di eliminare i padroni che ci sfruttano, cerchiamo di trasformarci in loro in modi gretti e privi di significato. Si prendano ad esempio i nuovi “assistenti” elettronici che le persone usano per rendere più gradevole lo stupore e l’inerzia dei propri mondi domestici. Ehi Google, Alexa, Echo e Siri sono punti di commutazione elettronici tra noi e i nostri sistemi domestici “Ehi Google, spegni le luci! Siri – prenotami un tavolo! Echo, cambia canale!” Questi dispositivi ci danno l’illusione di avere anche noi degli assistenti personali, meglio noti come servi, e di esternalizzare il nostro lavoro a questi aiutanti. La promessa della tecnologia era, ovviamente, che il lavoro ripetitivo poteva essere automatizzato e che in conseguenza sarebbero potute emergere nuove relazioni con il lavoro e la liberazione. Ma nell’era del capitale vertiginoso, i dispositivi che dovrebbero salvarci – lavatrici e aspirapolvere negli anni ’50, assistenti elettronici oggi – non rappresentano la liberazione ma nuove forme di potere protesico.

Paul Preciado ha identificato il potere protesico come parte di una mania post-bellica e post-naturale per tecnologie di comodo che imprigionano il corpo in nuove forme di dominio. Mentre l’abitazione bianca della classe media è il luogo principale in cui si è manifestata la regola protesica, i corpi queer rappresentano opportunità controproducenti per un nuovo ordine ripensato intorno al contrasessuale. Il contrasessuale, nella narrativa del potere post-naturale di Preciado, è la butch con il dildo – che brandisce un dispositivo protesico autoprodotto contro le protesi domestiche dell’eteronormatività. E come la Barbie Liberation Organization degli anni ’90, che ha scambiato le scatole vocali delle bambole Ken e Barbie, in modo che queste ultime potessero affermare “La vendetta sarà mia!” i nostri nuovi dispositivi elettronici hanno bisogno di un hackeraggio contrasessuale. Una volta hackerati, questi aiutanti protesici dovranno fare molto più che accendere e spegnere i sistemi di sicurezza, saranno programmati per rispondere a necessità vere e domande reali: “Hey Google, distruggi il patriarcato! Echo, rimuovi il presidente Trump! Siri, che cazzo sta succedendo qui? Alexa, passami un’ascia da battaglia!”

Ricapitolando: usando il trapano elettrico del padrone – uno strumento che gira così velocemente, che il buco che crea si trasforma in un vuoto che risucchia tutta l’opposizione – trasformiamo il problema nella soluzione: i big data privi di poteri predittivi si traducono in nuove richieste di dati per migliorare la precisione futura; la resa dei conti contro il sessismo patriarcale e le molestie sessuali è ora focalizzata su gay e persone di colore; gli assistenti elettronici offrono l’illusione dell’automazione lasciando intatti i rapporti di lavoro; i problemi abitativi si traducono in tendopoli da una parte, mentre le app di home sharing, come Airbnb, danno l’illusione di un’economia mutualistica mentre inaridiscono il mercato degli affitti. Dobbiamo brandire le nostre protesi dildoniche contro le trapanazioni del padrone, combattere lo strumento elettrico alimentato dal viagra con l’immaginario prostetico!

3. Il Martello del padrone

A proposito di immaginari prostetici, esiste un martello femminista? O il martello è solo un altro strumento del Padrone? Sara Ahmed sostiene che il martello potrebbe essere usato come parte dello sforzo per nominare ciò che ci affligge, per identificare il nemico e in tal modo di indirizzare le nostre energie con maggiore precisione. Scrive: “Dare un nome ai problemi può fare la differenza. Prima, non si riusciva ad afferrarli. Con queste parole come strumenti, rivisitiamo le nostre storie; martelliamo via il passato.” Ma continua anche a sostenere che, all’interno del sistema in cui viviamo, parlando di un problema, si diventa il ​​problema!

#Metoo e #Timesup hanno raccolto il martello dei social media e lo stanno usando, insistentemente, per criticare la mattina e la sera e in tutto il paese. La critica che Peter Seeger e Lee Hays avevano in mente nella canzone “If I had a Hammer” riguardava la resa dei conti sociale relativa alle disuguaglianze di razza e classe, e infatti suonarono la canzone per la prima volta a una cena tenutasi a sostegno dei leader comunisti americani arrestati. Le critiche mosse da #metoo e #timesup tuttavia evidenziano troppo spesso le violenze sessuali rispetto a tutti gli altri tipi di altre forme di abuso.

In effetti, la critica sui social media ha l’effetto di appiattire il terreno della differenza sociale, così che tutte le offese diventano una cosa sola, un bacio rubato come uno stupro, anni di abusi trattati allo stesso modo di un passo falso. Per questo motivo, piuttosto che rivelarsi la resa dei conti tra gli uomini bianchi e le donne vittime di abuso e la violenza che hanno scatenato, gran parte dell’impatto di #metoo e #timesup ha avuto il risultato, come sottolineato da Martha Gessen all’inizio, di scatenare un vero e proprio panico sessuale in cui la violenza delle accuse morali delle donne bianche e delle persone etero si abbatte troppo spesso sugli uomini di colore e sulle frocie.

Ora, sicuramente non c’è dubbio che molti uomini di colore e alcune frocie si sono comportati male, esattamente come milioni di altre persone, e sebbene molte donne di colore si oppongano attivamente all’oppressione patriarcale agita dagli uomini di colore, i meccanismi del razzismo e dell’omofobia istituzionalizzati, attivi da anni, perseguono di preferenza gli uomini di colore e le frocie, e questo è esattamente ciò che sta accadendo.

Diamo un’occhiata ad uno di questi circoli viziosi vertiginosi, simile a tanti altri, e cerchiamo di sondare la realtà e le conseguenze delle molestie sessuali. Oggi nel mondo accademico, in base ai nuovi regolamenti facenti capo al Title 9 (“Nessuna persona negli Stati Uniti sarà, sulla base del sesso di appartenenza, esclusa dalla partecipazione, soggetta a discriminazione o privata dei benefici garantiti dai programmi educativi e dalle attività che ricevono assistenza finanziaria federale”), veniamo regolarmente battut* al nostro stesso gioco. Nei campus universitari di tutto il paese, sono ormai numerosi i casi di docenti donne e queer che devono rispondere di accuse di molestie sessuali. Negli ultimi cinquant’anni, i docenti maschi bianchi hanno adescato, frequentato, scopato e sposato le loro studentesse. E molti altri hanno semplicemente molestato e aggredito le donne di cui erano tutor. Prendiamo ad esempio il caso di George Tyndall, il ginecologo bianco dell’USC accusato di molteplici forme di abuso proseguite per diversi decenni.

Nonostante le innumerevoli campagne pubbliche contro pedofili e criminali sessuali negli Stati Uniti, a questo uomo bianco è stato permesso di continuare ad abusare impunemente di giovani donne per anni! E non è che le donne non si lamentassero; semplicemente, le lamentele delle donne interessate non hanno mai avuto conseguenze per Tyndall. Quando alla fine la USC fu costretta ad agire sotto minaccia di denuncia, si mosse con determinazione per proteggere le proprie donazioni piuttosto che studenti, staff e docenti. La storia venne sepolta, a Tyndall venne assegnato un bel pacchetto pensionistico e si avviò verso il tramonto. Tyndall e altri abusanti bianchi non sono le persone schiacciate dal martello. Al contrario, donne e queer di colore in altre università sono state poste in congedo amministrativo con metà retribuzione per alcune vaghe accuse di condotta inappropriata verso le/gli studenti, nessuna delle quali implica un contatto fisico!

Il caso di Junot Diaz è un altro ammonimento rispetto alla critica delle persone sui social media. Diaz è stato accusato da una donna di averla baciata senza consenso, e di aver alzato la voce contro un’altra donna durante una conferenza. In questo caso, il giudizio emesso dai social media è stato rapido e decisivo, anche se alcune delle accuse rivolte a Diaz, secondo il Boston Globe, si sono rivelate false. E questo non significa affatto che Diaz non si sia comportato male o che uomini di colore accusati di comportamento inappropriato non siano colpevoli di abuso, aggressione, esibizioni pubbliche di sessismo e molto peggio; è solo un esempio della lunga storia di persecuzioni contro uomini di colore per crimini sessuali negli Stati Uniti, mentre gli uomini bianchi, i benefattori del capitale vertiginoso e coloro che detengono gli strumenti atti al disciplinamento e alla punizione, proteggono i soldi che a loro volta li proteggono.

Se questo suona esagerato, si consideri un ultimo esempio: il caso di Jimmy Savile, prediletto dei media britannico della fine del XX secolo, noto pedofilo e abusatore seriale dei ragazzi e delle ragazze che formavano il suo pubblico. Jimmy Savile è stato accusato dopo la sua morte nel 2011 di molteplici casi di pedofilia. Ora, esistono rapporti che stimano che abbia abusato di oltre 500 ragazze e ragazzi, a volte attraverso il suo lavoro filantropico negli ospedali! Ma, mentre Savile morì una buona morte, mai apertamente accusato di nulla durante la sua vita nonostante numerose campagne sussurrate sulla sua cattiva condotta, l’Inghilterra rapidamente e risolutamente pose l’attenzione, alcuni mesi dopo, al “vero crimine” di un circolo pedofilo pakistano, arrestando e condannando sette uomini britannico-asiatici.

Questa è ordinaria amministrazione, non la fine del patriarcato che ci è stata promessa – questa conclusione in effetti arriva con un piagnucolio, e l’unico scoppio è il suono del martello del padrone che sconfigge la resistenza, trasformando la vittima di un sistema (razzista) nel criminale di un altro (l’abuso sessuale).

4. La casa del Padrone

“Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone” descrive perfettamente la situazione attuale, nella quale veniamo trascinati dal movimento del capitale vertiginoso in una voragine che abbiamo creato noi, cercando una via d’uscita negli stessi metodi che hanno creato il problema. Ormai è chiaro che non si può risolvere l’aggressione sessuale con una maggiore criminalizzazione, o l’abiezione dei gay con il matrimonio, o la disparità di ricchezza con le transazioni immobiliari. Non possiamo porre fine alle molestie sessuali nei campus lanciando una rete così ampia che i predatori riescono a liberarsi attraverso le scappatoie create da loro stessi, mentre donne e queer sono accusati di condotta innaturale, inappropriata e criminale. È chiaro che la sorveglianza morale che abbiamo utilizzato nella speranza di affrontare gli abusi etero-patriarcali ci si è ritorta contro, e ora ci accusa di cattiva condotta. E così, è tempo di nuove tattiche: meno strategie di riparazione e più danni al sistema; meno aggiustamenti e più abbattimenti; meno vittime e più combattenti.

Dopotutto, non siamo qui per ristrutturare o aggiustare la casa del padrone, nonostante numerosi spettacoli in TV ci insegnino come farlo. Siamo qui, come anarchitetti nella tradizione di Gordon Matta-Clark, per demolire tutta la fottuta struttura! È tempo di demolizione. È tempo di Grace Jones. Jones ha avuto l’idea giusta, come al solito, nel 1981 quando auspicava l’avvento delle/i “Demolition Man”, che si sono rivelati esseri queer e pericolosi:

Sono un incubo ambulante, un arsenale di sventura,

Uccido le conversazioni quando entro nella stanza,

Sono una frusta a tre code,

Sono il genere di cose che vietano,

Sono un disastro ambulante,

Sono un demolitore,

demolitore…

Dobbiamo diventare tutt* incubi ambulanti, arsenali di sventura, mine vaganti, morti viventi, qui non per chiedere riconoscimento o giustizia allo stesso sistema che ci criminalizza, o un nuovo leader che dovrebbe essere scelt* con le stesse modalità di Clinton e Trump. Veniamo con nuove armi, strumenti dildonici del sottosuolo contrasessuale, nuovi hack di vecchi sistemi, veniamo a far saltare in aria la casa. È tempo di rivolgersi al linguaggio della distruzione, della demolizione, del disfacimento, rifiutando le vertiginose tecniche capitalistiche dell’accusa litigiosa e della criminalizzazione. Distruggiamo tutto!