Le regole del gioco

La malattia cambia la percezione del tempo.

Le giornate rallentano, la fatica si posa apparentemente lieve sulle spalle al mattino, per trasformarsi nel giro di poche ore in un macigno insostenibile, da trascinare minuto dopo minuto. Arrivare alla sera si fa fatica epica, ma – se si è abbastanza fortunat* – il buio porta in dono il tanto sospirato oblio di sé e della propria condizione.

La malattia è attesa.

Di guarire, certamente. Ma anche solo di migliorare, se possibile. E, prima ancora, di visite, prelievi, esami, altre visite. Attesa di risposte che tardano ad arrivare, mentre i sintomi non hanno alcuna fretta di svanire. E lei, la malattia, gioca a nascondino coi tuoi nervi… cu-cù, dove sei? Cosa sei? E perché hai deciso di rendermi la vita così difficile?

La malattia è un posto in prima fila per lo spettacolo della vita.

Della quale però ti ritrovi spettatore, non più protagonista. Vedi il mondo da una prospettiva sospesa, le persone – vicine e sconosciute – impegnate in un affaccendarsi quotidiano che riconosci, ma che non ti appartiene più. Non ti appartiene nemmeno quando sei in quella ingrata condizione per la quale stai male ma non abbastanza per esimerti dal cercare di funzionare, di performare.

Magari riesci a lavorare. O ti sforzi di portare avanti quelle che erano le tue occupazioni quotidiane, pulisci casa, passeggi con i cani, poti una rosa. Ma una volta eri lì con i tuoi cani, sentivi la vita pulsare in te e in loro all’unisono, e potare la rosa o riordinare il tuo spazio intimo era un compito rasserenante. Ora tutto è cambiato,  sei in una bolla e vedi il mondo vivere, ma tu non sei lì. Le attività consuete sono diventate un fardello, al quale ti dedichi con la malcelata speranza che in fondo questo ti possa far sentire un poco più “normale”. Strana parola questa, aborrita anche, ma quando la malattia ti si fa compagna, diventa una delle parole più care. Vuoi tornare normale, qualsiasi significato avesse questa parola per te.

A volte, in questo tempo sospeso e insopportabile, vuoi che tutto precipiti. Desideri che alla fine lei mostri la sua faccia, quella che ti fa tanto paura – ma che almeno ti darebbe la possibilità di lottare ad armi pari, o di lasciarti andare una volta per tutte. E invece no, lei ama prendersi gioco di te, suonare i tuoi nervi come corde di violino.

Da maggio non mi conosco più. Non mi riconosco più. Quello che ero, è da qualche parte, distante. Non so quanto di me sia rimasto, non so come raggiungermi. Mi manco da morire. E mi rendo conto che questo mio scrivere, che vorrei politico, in realtà è un rantolo personale. Di rabbia, di paura, di angoscia.

Io spero che tu mi mostri la tua faccia, stronza. Perché mi stai avvelenando a poco a poco, e quello che resta di me è esausto. Perché ho ancora tanto da fare in questo mondo. Perché sei egoista, mi vuoi tutta per te e non mi lasci nemmeno un briciolo di me, per amare, per lottare, per sperare.

Voglio combattere ad armi pari, e tu non lo stai facendo. Mi stai rosicchiando pezzettino per pezzettino. Lo sai tu e lo so io, lo sappiamo tutt* dalla più tenera età: così non vale.

 

Annunci

Senza amore, con rabbia

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che mi ha travolta e contro la quale non sono riuscita ad opporre alcuna resistenza. E mentre l’equilibrio che ero (faticosamente) riuscita a costruirmi intorno cadeva a pezzi, mentre guardavo infrangersi la normalità rassicurante delle piccole cose che mi rendevano felice nel quotidiano e assistevo impotente al mio corpo che, un’altra volta, dichiarava guerra contro se stesso – subendo la nausea, le coliche, l’impossibilità a mangiare quasi ogni alimento, la debolezza ingravescente, l’ago della bilancia scendere in picchiata come mai prima di ora; mentre cercavo un appiglio qualsiasi che mi tenesse a galla, tra l’ennesimo prelievo di sangue e la breve passeggiata vicino a casa – fatta più per mantenere una parvenza di normalità che altro, che mi costava (e mi costa) una fatica immensa – vi guardavo. Vi guardavo ridere, correre, mangiare un trancio di pizza per strada; vi guardavo vestit* bene per una serata o caricare le valigie in macchina per le vacanze. Vi guardavo e vi invidiavo, invidiavo tutto di voi.

Nella mia esperienza di malata cronica, benché “invisibile”, i confini del mio benessere sono sempre stati assai ristretti; qualcosa di cui sono sempre stata dolorosamente consapevole, sebbene negli anni sia riuscita a tenere a bada la situazione, a volte così bene da sentirmi relativamente normale. Non mai del tutto, questo no; però alla fin fine se questo dannato corpo disfunzionale che ti è toccato in sorte non fa troppo i capricci, tutto sommato ce la fai… ad essere almeno un pò felice. Ed illuderti che forse, se ti impegni, potrai andare avanti così per sempre, o quasi.

Ma quando, nel giro di qualche settimana, la tua quotidianità si trasforma da ciò che ti definiva come persona – la politica, le persone e i pelosi amati, le passioni piccole e grandi… e pure, incredibile a dirsi, il lavoro – ad una girandola orrenda fatta di dolori, mutua, paura, esami, visite, altri esami, poche inconcludenti risposte, incertezza, pianti, sguardo perso al soffitto per un numero imprecisato di ore e la sensazione sempre più violenta di perdere qualsiasi controllo su di te, di non riuscire a frenare questa caduta in picchiata verticale, della quale non comprendi la genesi e temi l’epilogo… in quei momenti vi immagino e sì, vi invidio con tutto il mio cuore.

Non mi sento una guerriera, come alcun* malat* cronic* si definiscono. La maggior parte delle guerre non si scelgono, si subiscono; e l’eroismo non dovrebbe esistere, perché nessun* dovrebbe trovarsi a vivere determinate esperienze – ed è sottile la distinzione tra eroismo e disperazione. Quello che desidero, ancora oggi che il mio corpo non smette di aggredire se stesso, è quello che avete voi; anche solo una parte, quella piccola parte che fino a pochi mesi fa mi sembrava di aver conquistato e dava un senso alla mia vita, permettendomi di essere qualcuno… non solo carne sofferente.

Quel benessere minimo che non mi permetteva di sentirmi mai “normale” – se normale significa qualcosa, e soprattutto se significa qualcosa per me, cosa di cui dubito – ma di mettere tutte le mie energie nel cercare di immaginare e lottare per un mondo assai diverso da quello in cui viviamo; e anche, in fondo, di trovare una precaria quanto preziosa dimensione di felicità.

Oggi scrivo per me e per chi, come me, si trova a vivere in un corpo disabile, nel senso più ampio possibile che si possa dare a questo termine – disabilità fisiche e psichiche, visibili e invisibili. Oggi scrivo per dare voce alla rabbia, alla disperazione, alla vulnerabilità, all’amarezza. Alla voglia di mollare tutto, alla voglia di strapparmi di dosso questo involucro difettoso che non ho scelto.

In un mondo che glorifica le/i martiri quando le/i martiri sono altr*, completamente incapace di vedere i propri privilegi; in un mondo nel quale devi sempre performare, anche nel dolore: devi essere eroic*, forte, indomit* e coraggios*. Dove devi guardare in faccia le difficoltà e superarle, costi quello che costi, devi essere un esempio, un faro nel buio della notte.

In un mondo come questo io rivendico il mio diritto ad essere fragile, ad essere stanca, ad essere arrabbiata. Rivendico l’invidia che provo per voi, per i vostri corpi così funzionanti da farvi pensare che sia qualcosa di normale poter fare quello che si vuole quando lo si vuole… da farvi credere che la vita sia questione di volontà, e non di possibilità, e che le possibilità non sono per tutt* le stesse.

Lo faccio per me, ma non solo per me. Perché so che siete lì fuori, compagn* di sventure, di corpi sofferenti senza colpa alcuna (e che abbiate pelle o penne o setole o squame, per me non fa differenza). So che come me, conoscete bene quei momenti in cui la vita è la fuori, e voi siete intrappolati in questa bolla che annienta ogni cosa, a cercare di sopravvivere. E trovo ingiusto che vi si chieda, che ci si chieda, di essere sorridenti, coraggios*, indomit*. Come se proprio noi, all’apice della nostra vulnerabilità, dovessimo dimostrare a chi sta bene che l’afflizione, in fondo, non fa poi così paura.

Invece è così, piaccia o meno: sofferenza, angoscia e perdita di sé fanno tremendamente paura, dovreste temerle anche voi che ancora non le avete nemmeno viste in faccia. Noi siamo qui, e le fissiamo negli occhi: e anche se ognun* non può che affrontare da sol* i propri demoni, forse se ci prendeste per mano qualcosa cambierebbe.

Leggi anche:

Vivere in un corpo disabile: riflessioni sull’abilismo

Vegan, mostri e animali

 

NUDM: Basta al linguaggio specista!

Care compagne di Non Una Di Meno,
siamo qui a scrivervi oggi come singolarità femministe antispeciste.
Nella nostra pratica politica rivendichiamo un approccio intersezionale che tenga in considerazione non soltanto l’oppressione patriarcale e sessista, ma che includa nelle proprie riflessioni, con pari dignità, le questioni relative a classe, razza e specie; con particolare riferimento a quest’ultima categoria, sentiamo viva la necessità di lottare al fianco delle singolarità non umane che, da sole o in gruppo e in maniera incessante, si ribellano allo sfruttamento e all’oppressione estrema di cui sono oggetto da tempo immemore.
Non è un mistero che i movimenti per la liberazione umana siano sempre stati miopi (per non dire completamente indifferenti) rispetto alla questione animale, rivelando in questo ambito un’adesione totale alla prassi di dominio del sistema – aspetto che, al contrario, in campo umano si ritiene inaccettabile ed è giustamente sottoposto a feroce critica.
I riferimenti ingiuriosi ai non umani – le “pecorelle”, i cani, i maiali, le oche e le galline, gli asini, le serpi, gli sciacalli, e potremmo continuare all’infinito – hanno caratterizzato da sempre il linguaggio militante, intriso di un approccio umanista mai messo in discussione: la retorica dell’umanità come valore supremo indiscutibile e l’incapacità di cogliere l’ambiguità di una categoria labile e costantemente modulabile (a seconda, ça va sans dire, degli interessi dell’oppressore) sono state le costanti della fede cieca riposta in tale concetto, quanto mai sfuggente e nebuloso. L'”umanità” infatti, il più delle volte, si è mostrata una categoria escludente – non soltanto per i “non umani”, ma per chiunque, anche umano, si trovasse in posizione di debolezza e fragilità; un utile strumento di dominio che, attraverso il “divide et impera”, ha difeso gli interessi delle/i più forti a scapito delle/i più deboli.
È per questo che non stupisce leggere, anche nei comunicati di Non Una di Meno, continui riferimenti ai non umani come termine di paragone negativo dal quale prendere le distanze. Nonostante ci si trovi, quindi, di fronte ad una consuetudine consolidata – per quanto ai nostri occhi riprovevole, oltre che spia di povertà concettuale e incapacità di formulare critiche senza chiamare in causa ipotetici termini di paragone peggiorativi – l’ennesima peculiare espressione di questa retorica specista ci ha spinte a voler affrontare in maniera collettiva questo argomento. 
Nella vostra lettera alla Direttora dell’Huffington Post Lucia Annunziata, relativa ad un pessimo articolo a firma Deborah Dirani su di un recente caso di infanticidio, ci ha colpite particolarmente (oltre ai soliti riferimenti specisti generici, quali definire “canea” lo scatenarsi delle polemiche intorno al caso da cui l’articolo prende le mosse) l’utilizzo delle “mucche” come termine di paragone, ovviamente negativo, del determinismo  biologico del materno. 
Un esempio che colpisce perché assurdo (anche dal citato punto di vista biologico, basti pensare che l’infanticidio è comunissimo a molte specie animali), gratuito (per ribellarsi all’innatismo della maternità non è necessario tirare in causa altri soggetti, quando basterebbe rivolgere l’attenzione al concetto di autodeterminazione; che peraltro, dal nostro punto di vista, si rivela allo stesso modo prezioso per descrivere l’incessante ricerca della libertà dei non umani, intrappolati all’interno delle fitte maglie dello sfruttamento umano) e, tutto sommato, inefficace.
Per questo abbiamo deciso di indirizzarvi queste poche righe, auspicando che vengano considerate con la dovuta attenzione – aspetto, quest’ultimo, del quale non siamo assolutamente certe: non ci è sfuggito infatti come, all’interno di questa rinnovata esperienza di “femminismi”, l’agibilità del discorso antispecista sia seriamente minato, e anzi derubricato a scelta personale (l’antispecismo non equivale alla pratica vegan, seppure in qualche modo la presupponga, ma rappresenta una critica allo specismo che, in maniera analoga ma ancor più pervasiva del sessismo, caratterizza l’oppressione di alcuni soggetti da parte di una supposta categoria autodefinitasi “superiore”, ovviamente umana). 
La nostra critica dunque non può essere tacitata ricorrendo al contentino dei pasti “vegan friendly”, poiché l’antispecismo non è una pratica alimentare assimilabile ad altre derivanti da motivi religiosi, medici o alla moda (non seguiamo precetti kosher, e non siamo celiache o né paleo, tanto per intenderci), ma una critica sistemica che prende in considerazione tutti gli aspetti di produzione e riproduzione degli animali non umani ai fini dello sfruttamento dei loro corpi e delle loro vite da parte di una società specista che si fonda proprio su miliardi di corpi non umani massacrati : in questo senso, anche la critica al linguaggio – come del resto avviene in ambito femminista – ha un ruolo fondamentale. 
Auspichiamo dunque di non dover leggere più simili documenti, e di sentire riconosciuta la nostra lotta – che non è marginale, se non per chi continua a ritenere l’umanità un valore (quando si è sempre rivelato perlopiù un utile strumento, funzionale alla creazione di infinite marginalità oppresse tra le quali ci riconosciamo, seppure in svariate forme) – all’interno di un movimento che, non dissimilmente dalla società liberale nella quale viviamo,  ha mostrato finora un approccio “intersezionale” soltanto con quelle lotte che non mettono in discussione il proprio posizionamento dal “lato giusto” del sistema di dominio.
Nei confronti degli animali non umani, che ci piaccia o meno, siamo tutt* oppressor*: tocca fare i conti con questo aspetto e chiedersi con onestà come si possa voler “distruggere la casa del padrone” senza mettersi in discussione quando si è il padrone.
Vi ringraziamo di averci dedicato il vostro tempo.
Vuoi leggere di più sull’argomento?
Ecco qualche link:

Perché l’umanità è carnivora?

Articolo originale qui.

Sebbene le conclusioni finali del libro di Florence Burgat sembrino suggerire che non possa esistere una società umana capace di disattivare la norma sacrificale – aspetto con il quale non mi trovo in accordo – la tesi centrale proposta mi è parsa molto interessante, motivo per cui ho deciso di tradurre l’articolo ad esso dedicato. Buona lettura!

Perché l’umanità è carnivora? 

Gli esseri umani non uccidono per mangiare carne, ma mangiano carne per uccidere: questa è la tesi della filosofa Florence Burgat. 

Da almeno due o tre decenni la questione animale non è più appannaggio delle/gli attivist* ambientalist* o vegetarian*. Da allora, ha dato origine a un nuovo campo di ricerca in ambito umanistico, la “filosofia animale”, della quale Florence Burgat è una delle principali rappresentanti in Francia.

Nel 2012 avevamo già scritto del suo libro Un’altra esistenza. La condizione animale, che può per molti versi essere considerato come la base filosofica del suo nuovo libro, L’umanità carnivora. Nel libro precedente, l’autrice argomentava intorno a quella verità fondamentale secondo cui “gli animali vogliono vivere, possono essere felici e apprezzare l’esistenza”; sono pertanto dotati di vita, e hanno quindi la capacità di sperimentare l’esperienza vissuta. Sono soggetti del proprio vissuto.

L’industrializzazione dell’assassinio

E’ dunque importante chiedersi il motivo per cui l’umanità è diventata carnivora a livello industriale. Perché ha organizzato l’industrializzazione della messa a morte? E ancora: perché nasconde così ostinatamente il fatto che mangiare carne comporti necessariamente l’uccisione di individui che vogliono vivere? In quest’ultimo libro, tuttavia, la domanda posta da Françoise Burgat non è strettamente morale: non si tratta di indignarsi del male che l’umano causa agli animali.

Il suo libro non è un manifesto. L’autrice, piuttosto, si interroga sul senso e sul significato, per l’umano, di definirsi come mangiatore di carne; domanda “ancora più legittima dal momento che l’umanità ha istituito questo sistema quando poteva farne a meno.” Le alternative alla dieta a base di carne sono ormai numerosissime e conosciute; e se si considera, tra l’altro, che la fame endemica è in gran parte causata dall’utilizzazione di terreni e altre risorse indispensabili per l’allevamento, la domanda si fa ancora più pressante: perché diamine l’umanità è carnivora?

Porre questa domanda significa già determinare un certo tipo di risposta. Se fossimo carnivori come siamo implumi, la questione non si porrebbe nemmeno. Ma, giustamente, Florence Burgat respinge gli argomenti naturalistici secondo i quali la dieta a base di carne è la condizione biologica dell’uomo.

Proprio all’opposto, per lei – e questa è una tesi fondamentale – l’umanità si è costituita come mangiatrice di carne: è stata una decisione consapevole. ‘Decisione’, non nel senso di un accordo cosciente e deliberato, ma nel senso che possiamo concepire il carnivorismo come l’instaurazione di un sistema che ha un significato diverso da quello biologico. Parlare di decisione è un metodo comodo per dare conto del senso della realtà esistente – esattamente come la finzione dello stato di natura in Rousseau aiuta a capire lo stato di società.

Caccia, sacrificio e cannibalismo

Quindi, se si tratta in tal senso di una decisione in questo senso, quale ne è il motivo? Le analisi di Florence Burgat sono molte, complesse e a volte un po’ contorte. L’autrice si confronta a lungo, e in modo critico, con numerose ipotesi su caccia, sacrificio, cannibalismo. Ma la tesi che emerge è, letteralmente, sorprendente: non uccidiamo per mangiare, mangiamo per poter uccidere. “Mangiare carne non è forse il fine, mentre l’uccisione degli animali ne è semplicemente il mezzo? Questo almeno è come le cose appaiono ad un primo sguardo. Ma può darsi che tale tesi vada ribaltata e che la dieta a base di carne sia il mezzo dissimulato di istituire un massacro, la cui scala aumenta con le possibilità tecniche e la cui esecuzione è minuziosamente pianificata. “

L’uccisione degli animali non sarebbe un danno collaterale del nostro carnivorismo, ma il suo stesso scopo. Un modo per affermare la nostra superiorità metafisica. È in questo senso che l’istituzione della legge carnivora è una decisione: se mangiare carne, in passato, rappresentava probabilmente una necessità biologica dettata dalle circostanze, tale pratica è diventata un’istituzione che instaura un certo tipo di rapporto con gli animali e l’animalità (in noi?). Tutte le spiegazioni che fanno riferimento a motivi culinari o di sapore (la mangio perché è buona) danno già per scontato che l’animale si possa mangiare, contribuendo a cancellare la presenza dell’animale nella carne. Così tali spiegazioni nascondono ciò che per Burgat è la ragion d’essere del carnivorismo: “normalizzare un certo tipo di rapporto con gli animali, che definisce a sua volta l’umanità.”

Fare a meno degli assassini di massa

In un emozionante capitolo finale, l’autrice mostra come l’umanità potrebbe mantenere il posto della carne nel proprio immaginario facendo a meno dell’assassinio di massa animale, ad esempio sviluppando nuovi succedanei vegetali della carne (noti già dal X secolo in Cina), o la carne in vitro prodotta in laboratorio. Una soluzione che suscita palesemente disgusto, un disgusto che però paiono non causare i polli di batteria pieni di lividi, che invece siamo generalmente pronti a considerare molto naturali; smascherando quei punti ciechi che determinano il nostro rapporto con la carne, e che le scienze umane non hanno finito di decifrare.

Verso un femminismo antispecista

Articolo originale qui.

Tutt* uman*! Questo è, probabilmente, lo slogan più unificante della sinistra. Proprio ieri l’ho sentito ripetere diverse volte nel corso di una conferenza sull’intersezionalità. Nessuna meraviglia: riaffermando la nostra comune appartenenza alla specie umana ricordiamo collettivamente che ognun* di noi ha un valore intrinseco, inalienabile che deve essere riconosciuto e rispettato dalle/gli altr*. Al contrario, l’animalizzazione è percepita come uno dei più violenti processi di denigrazione; animalizzare è sminuire, disprezzare, minare la dignità. L’animalizzazione è sentita come la minaccia finale allo status sociale.

Questo totale disprezzo di ciò viene associato con “l’animale”, dovrebbe tuttavia farci riflettere sulla posizione materiale in cui sono stati collocati coloro che non hanno il lusso di essere nati dal lato fortunato del confine di specie. Nessun* vuole essere trattato come un pezzo di carne, come bestiame. No, davvero nessun*… Nemmeno il bestiame.

Quando esaltiamo la nostra umanità, poniamo gli altri animali in una posizione di contrasto morale: “Tutt* uman*” significa soprattutto “Non siamo animali”. Gli animali d’allevamento incarnano, senza dubbio, la versione più completa del processo di creazione dell’Altro. Sono radicalmente altri,  soggetti ad un appropriazione totale: non solo del loro tempo, del loro corpo, dei prodotti del loro corpo e dei loro piccoli, ma anche delle loro stesse vite. Li priviamo allo stesso tempo di agency e soggettività.

Nessun gruppo umano è oggetto di un simile grado di appropriazione; tuttavia, di fronte a situazioni in qualche modo paragonabili, si considera con sdegno che il gruppo in questione venga trattato “come bestiame”, il che la dice lunga su quello che subiscono di fatto gli animali sottoposti a situazioni di allevamento. Ciò che noi chiamiamo dignità umana – che si suppone rifletta l’essenza della specie superiore (la nostra, che fortuna!) – è in realtà uno strumento ideologico per prendere le distanze da coloro a cui viene negata qualsiasi considerazione morale: i non umani. Se si ritiene che gli altri animali non abbiano a che fare con le lotte per l’uguaglianza – in quanto molto differenti, naturalmente differenti, quindi legittimamente inferiori – il risultato è di naturalizzare un sistema arbitrario di dominio analogo al  sistema razzista  e patriarcale.

Eppure, sempre più femministe prendono le distanze dallo sciovinismo umano per abbracciare la solidarietà animale. Secondo la sociologa Emily Gaarder, tra il 68% e l’80% delle/gli attivist* per i diritti degli animali sono donne. A mio parere, esiste una sovra-rappresentazione di antispeciste tra le femministe. E secondo Christine Delphy: “E’ l’esistenza stessa dei macelli che bisogna, tutte insieme, avere il coraggio di mettere in discussione. […] La combinazione di queste due qualità, di essere viventi e sensibili, dovrebbe spingerci a rifiutare il principio stesso di macelli, dove gli animali muoiono nel terrore più agghiacciante, in cui gli agnelli in attesa di essere macellati piangono come bambini”.

Ogni lotta che non prenda in considerazione la prospettiva antispecista è destinata a riprodurre i meccanismi della dominazione, siano essi materiali o ideologici. Sì, la specie ha il suo posto a fianco della razza, del genere, della classe. Le nostre lotte non saranno veramente intersezionali fintantoché non prenderanno in considerazione i corpi e le lacrime di chi viene animalizzat*.

Umani o non umani, tutti ugualmente sensibili!

“Dentro Farmacologia”, insieme.

Vi ricordate Green Hill?

Ripensando alle immagini simbolo di quella mobilitazione, è impossibile non rammentare i piccoli corpi goffi dei cuccioli di beagle, condannati ad un atroce destino, passati di mano in mano oltre alle recinzioni che li tenevano reclusi. E le migliaia di persone che, a gran voce e per mesi, hanno chiesto la chiusura di quel luogo di morte dal nome ridicolmente bucolico, firmando petizioni, partecipando a cortei… fino ad offrirsi, da tutta Italia, di adottare i cani scampati alle torture che li attendevano dietro alle mura dei laboratori di tutto il mondo, nel silenzio assordante che caratterizza le raccapriccianti pratiche della sperimentazione animale.

Certo, non sono state solo rose e fiori: le divergenze tra attivist* si sono rivelate spesso feroci, e nemmeno per quei cani che sono riusciti ad evitare l’inferno tutto in seguito è andato liscio come l’olio… Come dimenticare quelli che usciti da lì non ce l’hanno fatta, o quelli troppo “danneggiati” dagli abusi subiti, e finiti in breve tempo nei canili – individui che hanno avuto bisogno di tutta la pazienza e tutta l’attenzione possibile per trovare, finalmente, un po’ di pace.

In ogni caso e tutto considerato, quello di Green Hill è stato un momento emblematico, nel quale si è fatto palpabile un coinvolgimento collettivo capace di travalicare i consueti confini dell’attivismo antispecista. Mi dicevo al tempo, come una Cassandra infausta, che se si fosse trattato di topi nessun* avrebbe mosso un dito per loro.

Poco tempo dopo cinque attivist*, cinque di quelle stesse persone che tanto si erano spese proprio in occasione di Green Hill (campagna preceduta peraltro, in passato, dalla meno conosciuta Chiudere Morini), hanno ritenuto che i tempi fossero maturi per alzare l’asticella e richiamare  l’attenzione generale, con maggiore forza, sulla questione della sperimentazione animale.

Così, il 20 aprile 2013 – scommettendo l’impossibile e mettendoci la faccia, i corpi e la determinazione necessaria quando dal piano delle idee si passa a quello della realtà – si sono introdotti nello stabulario del Dipartimento di Farmacologia dell’Università Statale di Milano, incatenandosi alle porte e inviando all’esterno immagini diventate subito virali, e patteggiando con l’Università allo scopo di salvare ben 401 vite (in realtà molte di più, ma come spesso accade, una volta finita l’occupazione, l’istituzione universitaria ha fatto marcia indietro).

Ebbene, quelle 401 vite – e quell’azione straordinaria – sono ben presto cadute nel dimenticatoio, poiché in questo caso ad essere liberati non furono dolcissimi cagnolini scodinzolanti, ma topi, ovvero animali considerati, dalla maggior parte delle persone, esseri schifosi degni soltanto della disinfestazione.

A partire da domani, i protagonisti di questa vicenda si troveranno ad affrontare un processo per occupazione, violenza privata e danneggiamenti.

Attivist* che invece di sentenziare “bisognerebbe fare così”, “qualcun* faccia qualcosa”, “poverini, che orrore”, hanno agito, consapevoli che ci sarebbero state conseguenze; che hanno avuto il coraggio – caratteristica che spesso, in generale, manca – di prendere le parti dei più deboli, di coloro che sono considerati esclusivamente “nocività” da eliminare. Quelli che, anche tra gli animali, sono considerati reietti fra i reietti, ma che rappresentano in realtà la specie più conosciuta, usata e sfruttata in nome di quella “scienza” che si considera intoccabile e che nasconde accuratamente il proprio operato, nonché gli svariati interessi, economici e non solo, che stanno alla base di tanta sofferenza.

Queste cinque persone meritano la nostra solidarietà incondizionata, perché hanno fatto ciò che andrebbe fatto ogni giorno, ovvero fermare ad ogni costo, come sassolini lanciati negli ingranaggi, l’inesorabile macchina del dominio e dello sfruttamento.

Ad ogni costo personale, beninteso: ed è quello che sovente, per paura, si rivela difficile fare. Loro, invece, non hanno esitato un solo istante, ed ora tocca a noi aiutarli. Tocca a noi affermare con forza che hanno fatto ciò che è giusto, e sostenerli senza riserve, mantenendo alta l’attenzione – consapevoli che la loro disobbedienza civile, messa in atto senza ricorrere a violenza alcuna, rischia di venire ingigantita nel corso di questo processo allo scopo di intimidire ed indebolire chi protesta.

Dentro Farmacologia avremmo dovuto essere tutt* insieme: e ancor di più oggi non possiamo in alcun modo restare in silenzio di fronte al tentativo di fare di quest* coraggios* attivist* l’esempio di quanto il potere repressivo possa annichilire ogni resistenza, anche la più giusta.

Il 28 aprile verranno processati 5 attivisti che nel 2013 a Milano occuparono lo stabulario della Facoltà di Farmacologia per abbattere il muro del silenzio che nasconde alla società l’incubo chiamato “sperimentazione animale”.

Sostieni, diffondi, partecipa!

Fai sentire il tuo sostegno, prendi un foglio A4, scrivici sopra in grande #assoltipergiustacausa, scatta un autoritratto e manda la tua foto, via messaggio privato su facebook o all’indirizzo mail restiamoanimali@gmail.com o condividila direttamente sulla tuo profilo facebook e twitter, taggando Restiamo Animali. Scegli le modalità della composizione della foto, da solo/a o anche in compagnia di amici animali umani e non, in qualunque luogo. Invia se vuoi anche un tuo commento, le/gli attivisti saranno contenti di ricevere il tuo sostegno!

#assoltipergiustacausa #dentrofarmacologia

 

Il macello di Vigan, o l’industrializzazione dell'”assassinio alimentare”

Articolo originale apparso su Libération  il 23 marzo.

scritto da “un collettivo”

Il processo per “atti di crudeltà” e “gravi sevizie su animali” contro il mattatoio intercomunale è cominciato giovedì 23 marzo presso il tribunale di Alès. Un sistema di produzione da ripensare, secondo un gruppo di intellettuali.

L’associazione L214 ha diffuso alcune immagini scattate all’interno del macello intercomunale di Vigan nel dipartimento di Gard (1). Questo mattatoio, uno dei più piccoli di Francia, era certificato come “biologico” al momento dei fatti. Eppure il video girato da L214 mostra animali non debitamente storditi, nonché pecore gettate violentemente contro le paratie, perché rifiutavano di avanzare verso il luogo della loro uccisione. In seguito alla diffusione di queste scene insopportabili, il macello è stato chiuso per precauzione, per riprendere parzialmente la propria attività il 21 marzo 2016.

Come succede ogni volta, l’associazione L214 ha riscontrato gravi violazioni alla legge e maltrattamenti degli animali, e ha pertanto presentato una denuncia; in seguito a ciò, tre dipendenti e i comuni del dipartimento di Vigan sono stati convocati di fronte al tribunale penale di Ales per “crudeltà” e “gravi sevizie sugli animali”, “abusi sugli animali” e diversi illeciti rispetto alle norme che presiedono alla macellazione.

Così, il 23 e 24 marzo comincerà un processo molto atteso da coloro le/i quali, sempre più numerosi, si sentono sconvolte/i da quello che accade dietro le mura dei mattatoi. Un apparato eccezionale è stato messo in piedi per accogliere il vasto pubblico all’udienza (2).

Già centosettant’anni fa, Flaubert, nel suo diario di viaggio Attraverso i campi e lungo i greti, visitando un macello del dipartimento di Quimper, annotava: “I macellai lavoravano, le braccia all’insù. Sospeso a testa in giù e con i tendini delle zampe attraversati da un gancio che scendeva dal soffitto, un bue, sbuffante e gonfio come un otre, aveva la pelle del ventre divisa in due metà. […]. Le interiora fumavano; la vita fuggiva in un alito caldo e puzzolente. Nelle vicinanze, un vitello disteso a terra fissava il rivolo di sangue attraverso i suoi grandi occhi rotondi e spaventati, tremando convulsamente nonostante i lacci che gli immobilizzavano le zampe”.

In queste poche righe l’autore di Madame Bovary caratterizza perfettamente l’essenza stessa dei macelli, il confronto tra la violenza umana, essenziale per la produzione di prodotti a base di carne, e la disperata resistenza degli animali, vittime designate che combattono per la propria vita. A prescindere dall’epoca, dalla dimensione della struttura, dal sistema di macellazione o dalle leggi applicate, i macelli sono luoghi dove il sangue deve scorrere senza tregua.

E’ l’esistenza stessa dei macelli che bisogna perciò, tutte insieme, avere il coraggio di mettere in discussione. Dal 2015, il codice civile stabilisce che “gli animali sono esseri viventi dotati di sensibilità”; il codice rurale si limitava a riconoscerli come esseri senzienti, anche se il codice penale puniva, allo stesso tempo, alcuni atti di violenza ai danni degli animali. La combinazione di queste due qualità, di essere viventi e sensibili, dovrebbe spingerci a rifiutare il principio stesso di macelli, dove gli animali muoiono nel terrore più agghiacciante, in cui gli agnelli in attesa di essere macellati piangono come bambini (3).

 Tre operai appariranno di fronte al giudice per aver violato le norme tecniche relative ai macelli. In realtà, verranno giudicati per essere stati gli ingranaggi di un sistema in cui l’assassinio è organizzato attraverso una modalità industriale nel terrore e di sangue, un sistema che uccide legalmente degli esseri sensibili alla catena di smontaggio, in nome di pratiche, sapori e tradizioni culinarie; un sistema che, per questo motivo, ci rifiutiamo di riconoscere, dal momento che le nostre cucine sono i ricettacoli dei prodotti di questi barbari crimini.

L'”assassinio alimentare”, come lo chiamavano Pitagora e Porfirio, è istituzionalizzato e, tuttavia, non è necessario per la nostra sopravvivenza. Attendiamo il giorno in cui sarà l’intero sistema a trovarsi al banco degli accusati.

 (1) https://www.l214.com/enquetes/2016/abattoir-made-in-france/le-vigan/

(2) http://www.midilibre.fr/2017/02/28/un-dispositif-special-pour-le-proces-de-l-abattoir-du-vigan,1472304.php

(3) http://www.liberation.fr/futurs/2016/05/16/souffrance-animale-l-objectif-n-est-pas-d-eviter-de-la-douleur-a-l-animal-mais-de-securiser-le-trava_1453032

Firmatari: Yann Arthus-Bertrand, fotografo; Jean-Baptiste Del Amo, scrittore; Christine Delphy, sociologa, direttora del centro emerito di ricerca del CNRS, co-fondatrice di Nouvelles Questions féministes; Virginie Despentes, scrittrice; Jacques-Antoine Granjon, CEO di Vente-privee.com; Nili Hadida, cantante del gruppo Lilly Wood and the Prick; Stephànie Hochet, scrittrice; Amélie Nothomb, scrittrice; Martin Page, scrittore; Philippe Reigné, avvocato, professore al Conservatoire National des Arts et Métiers (CNAM); Matthieu Ricard, biologo, fondatore di Karuna-Shechen; Véronique Sanson, cantante; Mathieu Vidard, giornalista de la Tête au carré.

un collettivo