Non chiederò scusa per ciò di cui ho bisogno

Traduzione dell’originale I will not apologize for my needs.

Anche nel corso di una crisi, i medici non dovrebbero abbandonare il principio di non discriminazione.

Di Ari Ne’eman

Ne’eman è scrittore e attivista per i diritti dei disabili.

23 marzo 2020

I tempi di crisi ci mettono in discussione come paese. Mentre gli ospedali si preparano alla carenza di respiratori e altre risorse mediche limitate, molte persone disabili sono preoccupate di quale sarà la risposta a questo problema.

In Italia, i medici hanno già cominciato a selezionare la possibilità di accesso alle cure in base all’età e alla disabilità. Il Washington Post riferisce che molti stati americani stanno prendendo in considerazione di utilizzare analoghe misure di razionamento delle risorse. Sebbene quasi tutti concordino sul fatto che i medici possano sospendere quelle cure che difficilmente porterebbero reale beneficio ad un paziente, presto potrebbero esserci tropp* pazienti che hanno urgente bisogno di cure salvavita, e troppo poche risorse per curarl* tutt*.

Quando ciò dovesse accadere, alcun* propongono di lasciare indietro le persone disabili. Gli stati di tutto il paese hanno ripreso in mano le linee guida di cura in tempo di crisi – documenti che spiegano come vadano modificate le cure mediche di fronte alla mancanza di risorse nel mezzo di una catastrofe senza precedenti. Nonostante le molte differenze, hanno un denominatore comune e preoccupante: quando non ci sono abbastanza cure salvavita a disposizione, chi ha bisogno di più di altr* potrebbe trovarsi nei guai.

Alcune linee guida individuano condizioni particolarmente gravi, come la decisione dell’Alabama per cui le persone con disabilità intellettiva grave o profonda “sono candidate improbabili per il supporto con il respiratore” o il Tennessee, che elenca le persone con atrofia muscolare spinale (che hanno bisogno di assistenza in molte attività della vita quotidiana) tra le persone escluse dalle cure critiche.

Altre definiscono semplicemente un obiettivo generale, contando sul giudizio clinico per fare il resto. Le linee guida di redistribuzione delle risorse, emesse recentemente dal Medical Center dell’Università di Washington, sostengono che sia sensato “dare la priorità alla sopravvivenza dei pazienti giovani e sani rispetto a quella dei pazienti più anziani e cronicamente debilitati”. L’esistenza dei disabili non anziani, un gruppo sempre più preoccupato per la propria vita, non viene riconosciuta.

Le persone con disabilità hanno molte e complicate questioni in sospeso con gli esponenti della professione medica. Mentre molte persone disabili hanno bisogno di cure mediche continue, un gran numero di medici considera la vita di chi ha determinate disabilità come indegna di essere vissuta. Le persone disabili che necessitano di cure continue – come l’uso del respiratore (e altre forme costose di assistenza) per tutta la vita – sono abituate a sentirsi chiedere dai professionisti del settore medico se non preferirebbero interrompere le terapie, spesso dando per scontato che “sì” sia la risposta giusta.

Quando i miei amici e le mie amiche che hanno bisogno di queste cure finiscono in ospedale, anche in circostanze normali, chi tra noi gli vuole bene organizza molte chiamate telefoniche e visite, non solo per tenere alto lo spirito del paziente. Vogliamo inviare un messaggio ai professionisti medici: “A qualcuno importa se questa persona vive o muore. Vi teniamo d’occhio.”

Con le attuali restrizioni sulle visite e le molte fonti autorevoli che ammettono esplicitamente la possibilità di negare le cure alle persone disabili, quel messaggio riuscirà ad arrivare? Temo di no.

Anche quando la discriminazione non si basa sulla percezione della qualità della vita, ma piuttosto su considerazioni apparentemente “razionali” come quelle della disponibilità di risorse, dovremmo opporci all’idea di mettere i disabili in secondo piano quando si tratta di terapie mediche.

Le linee guida cliniche italiane stabiliscono che “la presenza di comorbilità e lo stato di salute generale” vengano prese in considerazione per decidere come assegnare le risorse, in quanto “una progressione relativamente veloce nei pazienti sani potrebbe diventare più lunga – e quindi consumare maggiormente le risorse del sistema sanitario – nel caso di pazienti anziani, fragili o con gravi comorbilità”.

Questa idea appare tanto logica quanto preoccupante: i pazienti e le pazienti con disabilità possono richiedere più risorse rispetto a chi non è disabile. Nel corso di una crisi, chi non presenta disabilità può essere salvato in modo più efficiente. Di conseguenza, quando i medici devono scegliere tra un paziente disabile e uno non disabile con livelli di necessità altrettanto urgenti, i pazienti non disabili dovrebbero avere la priorità, poiché si riprenderanno più rapidamente, e le risorse ormai scarse torneranno più velocemente disponibili.

L’adozione di tale approccio sarebbe un errore. Anche nel corso di una crisi, le autorità non dovrebbero abbandonare il principio di non discriminazione. Se si consente ai medici di discriminare coloro che hanno bisogno di maggiori risorse, forse si risparmierebbero più vite. Ma le fila dei sopravvissuti sarebbero molto diverse, polarizzate dalla parte di coloro che non avevano disabilità prima della pandemia. L’equità verrebbe sacrificata in nome dell’efficienza.

Un simile approccio non solo dà prova di un’etica opinabile, ma può anche interferire con gli sforzi per combattere la pandemia.

Nel 2015 il Dipartimento della salute dello Stato di New York ha presentato alcune linee guida su come gestire i respiratori in caso di crisi. Tra le altre cose, tali linee guida consentono agli ospedali di togliere i respiratori a coloro i quali li utilizzano su base continuativa a domicilio o nelle strutture di lungodegenza, se questi ultimi cercano cure ospedaliere. Non è soltanto un precedente preoccupante, ma interferisce anche con la necessaria fiducia nel sistema medico, di cui abbiamo bisogno per combattere il virus: chi ha bisogno per vivere di respiratori potrebbe avere validi motivi per evitare, in caso di infezione, di rivolgersi agli ospedali, sulla base di un timore fondato di essere sacrificato “per il bene superiore”.

Ho parlato con una mia collega, Alice Wong del Disability Visibility Project, in merito a questi temi. Temi che la riguardano molto da vicino, trattandosi di una quarantaseienne che usa regolarmente un respiratore.

“Il respiratore è parte del mio corpo – non posso rimanere senza di esso per più di un’ora al massimo, a causa della mia disabilità neuromuscolare. Un medico che mi togliesse il respiratore, farebbe violenza alla mia persona e mi porterebbe alla morte “, scrive Alice. “Merito gli stessi trattamenti di qualsiasi paziente. In quanto disabile, ho lottato per esistere con le unghie e coi denti da quando sono nata. “Non chiederò scusa per ciò di cui ho bisogno”.

Ed ha ragione. Consentire la discriminazione nei confronti dei disabili, anche quando le risorse scarseggiano, è semplicemente sbagliato. Le persone impegnate nell’attivismo disabile si stanno mobilitando per difendere questa posizione – Giovedì, l’American Association of People with Disabilities ha inviato una lettera al Congresso esortando “il divieto, sancito legalmente, di razionare le risorse mediche più scarse sulla base di previsioni e considerazioni sull’utilizzo di dette risorse”.

Sebbene alcuni la pensino diversamente, dobbiamo mantenere un approccio ad ampio respiro, ovvero quello del “primo arrivato, primo assistito” quando si tratta di cure salvavita, anche nel caso di risorse mediche scarse come i respiratori. Non dovremmo certamente portare via i respiratori a coloro che li stanno già utilizzando in nome di un utilizzo “efficiente”delle risorse.

E’ un sacrificio, ma non così grande come alcune persone potrebbero immaginare. Il mantenimento del principio di non discriminazione non richiede agli ospedali di curare coloro che morirebbero comunque. Anche in situazioni non catastrofiche, i medici possono sospendere quelle cure considerate inutili e inefficaci dal punto di vista medico. Ma tra chi può essere aiutato, chi presenta disabilità preesistenti non dovrebbe avere una priorità più bassa, anche quando si tratta di risorse mediche scarse.

Sono consapevole che questo approccio ha un prezzo. Mantenendo il principio del “primo arrivato, primo assistito” quando si parla di cure salvavita, possiamo salvare meno vite rispetto all’ottimizzazione spietatamente efficiente. Se qualcuno ha bisogno di restare il doppio del tempo attaccato a un respiratore, sostenere che non dovremmo spegnerlo – o privare quella persona del respiratore che già sta utilizzando – significa che potenzialmente stiamo mettendo a repentaglio la vita di due persone che entrano in terapia intensiva dopo di lei.

Ma anche nel corso di una crisi, non possiamo attribuire il giusto peso al restare fedeli ai nostri principi? Credo di sì, anche se questo può costare delle vite. Questa posizione non è ortodossa, e potrebbe scatenarmi contro l’ira degli stimati bioeticisti che hanno elaborato i protocolli di razionamento che stanno per essere messi in atto.

Ma combatto, perché credo che la non discriminazione non sia solo uno strumento per raggiungere un fine, ma anche un fine in sé e per sé. Le autorità federali, come l’Health and Human Services Office of Civil Rights, devono difendere l’uguaglianza degli americani disabili, anche in questa occasione.

In sostanza, questi dibattiti riguardano il valore: il valore che attribuiamo alla vita dei disabili e il valore che attribuiamo alla non discriminazione della disabilità. Quando il Congresso ha approvato l’American With Disabilities Act 30 anni fa, lo ha fatto come forma di beneficenza limitata ai periodi di abbondanza? O il nostro Paese era sincero quando affermava che la disabilità è una questione di diritti civili? La carità può finire quando le risorse sono scarse, ma i diritti civili devono continuare, anche se ciò comporta un costo in termini di tempo, denaro e persino vite. Le persone con disabilità hanno pari diritto alle scarse risorse della società, anche in tempi di crisi.

Ari Ne’eman è Visiting Professor presso il Lurie Institute for Disability Policy dell’Università di Brandeis e studente di dottorato in politica sanitaria presso l’Università di Harvard.  Attualmente sta lavorando ad un libro sulla storia dell’attivismo disabile in America.

Mammina Cara

Mammina Cara

sono femminista perché tu non lo sei mai stata.

Perché attraverso di te ho conosciuto la norma eteropatriarcale in tutta la sua forza, e questo ha distrutto per sempre il nostro rapporto.

Oggi lo so, sei stata vittima anche tu: hai passato la vita a cercare di essere perfetta con tutta te stessa, e impersonare l’eterno femminino costa caro. Ma quel prezzo l’ho pagato anche io, perché il giorno in cui sono nata, dal momento che non eri riuscita ad essere davvero perfetta – nemmeno quella mattina, quando tua suocera ti ha chiesto, per prima cosa, “a quando un maschio?”  – hai pensato che forse saresti riuscita a realizzare quel sogno in me, e mi hai quasi ammazzata.

Eri una bimbetta paffuta, e questo deve esserti rimasto dentro, perché anche se poi sei stata magra tutta la vita, non hai mai smesso di vederti grassa. A 18 anni appena compiuti ti sei rifatta il naso. Eri quella meglio vestita delle tue amiche, quella che andava dal parrucchiere ogni sabato, con le unghie curate. A ginnastica due volte a settimana, perché bisogna tenersi in forma. Eri bella, e quanto ti è costato!

Dovevi anche essere l’angelo del focolare, nonostante tutti gli anni passati a studiare per  seguire le tue passioni; e quando mio padre si è trovato in difficoltà economiche, hai dovuto mantenerci tutti e tre per lungo tempo, perdendo quasi la salute e molta felicità – facendo attenzione a non scalfire l’immagine un tempo potente, ora incrinata e vacillante, di un uomo travolto dal fallimento lavorativo ed esistenziale (che in ogni caso, anche quando non aveva nulla di fare, non alzava un dito per aiutarti… il lavoro di cura giammai).

Sono femminista perché mi hai messo a dieta a 8 anni (la prima volta), e a 15, dopo aver provato insieme tutti i regimi più restrittivi al mondo (la dieta del fantino, quella del minestrone, la dieta dissociata, ecc.ecc.ecc.) mi hai dato le prime pillole, e quanto siamo dimagrite (anche se eravamo un pò nervose, bisogna ammetterlo!) … Non ho mai capito perché alla fine della dieta quelle pillole, bianche e blu e bianche e rosse, le abbiamo dovute scalare man mano; o forse sì, ma l’ho capito più tardi.

Sono femminista perché mi hai cresciuta per essere perfetta, come te. Ma io vedevo che non eri perfetta e non eri felice, vedevo la fatica quotidiana e la frustrazione, ma c’era una cosa che non capivo allora, ovvero perché tutta quella fatica fosse necessaria, a chi giovasse in realtà. Perché la tua felicità durava un soffio, l’attenzione ricevuta ad una cena in compagnia quando qualcuno – spesso un uomo ma anche molte donne – ti faceva i complimenti per il tuo aspetto.

Eppure nessuno vedeva quello che vedevo io. Nessuno ti vedeva alzarti alle 5,30 ogni mattina per preparare i pasti – visto che toccava a te farlo – poi passare mezz’ora a truccarti e pettinarti, poi vestirti e correre a lavoro; tornare a casa e mangiare (poco, per carità), ricominciare a lavorare fino a tarda sera, pulire tutta la casa e stramazzare a letto. E alzarti per struccarti solo dopo che mio padre era già andato a dormire. E il giorno dopo uguale. Per tutta la vita.

Sono femminista perché a 15 anni mi hai scoperta a leggere Porci con le Ali, che avevo scovato nella libreria erotica di mio padre (lui aveva una libreria erotica, peraltro ereditata da tuo padre, tu avevi solo gialli e libri di cucina) e mi hai sgridato indignata: io ribollivo di rabbia e non capivo che cavolo avessi fatto di male, se li leggeva mio padre perché io no?

Sono femminista perché lui diceva sempre (anche a me, con orgoglio) che tu non prendevi mai l’iniziativa a letto, ma non gli avevi mai detto di no, anche quando gli veniva voglia in mezzo alla notte, mentre tu esausta dormivi (questa cosa mi ha sempre turbata, anche se non te l’ho mai detto. Mi pareva, più che darsi piacere reciproco, una condanna ineluttabile).

Sono femminista perché tuo padre ti disse un giorno di scegliere, la carriera e la solitudine o la famiglia e un lavoro meno appassionante… e tu hai scelto la famiglia, ma poi eri infelice e hai passato la vita a cercare di recuperare la tua professione e lamentarti, ogni tre per due, che avevi rinunciato ai tuoi sogni e nessuno te ne dava merito.

Sono femminista perché per tutto il tempo che ho vissuto con te, tu sei stata per me la kapo del patriarcato: hai cercato in tutti i modi di piegarmi al suo volere, che era diventato il tuo, o forse la tua paura era tale da diventare aggressività, e bisogno di rivalsa verso una figlia che allora non sapeva difendersi.

Per anni non sono stata in contatto con me stessa e con i miei desideri, ero soltanto la tua bambola da perfezionare; le mie inclinazioni non contavano nulla, dovevo semplicemente diventare la versione deluxe di quello che eri stata tu. Dovevo essere magra, bella, curata – però dovevo studiare e farmi la carriera che avevi abbandonato – dovevo occuparmi dei lavori domestici, ma allo stesso tempo eccellere nei voti, dovevo essere quello che voleva il grande padre padrone, ma in fondo anche realizzare i tuoi sogni spezzati. Ovviamente, sentivo di essere esattamente tutto quello che tu non eri. I tuoi sogni non erano i miei, ma per un lunghissimo periodo della mia vita ho provato a realizzarli, per renderti felice. Ma non bastava mai, e anche io non ero mai brava abbastanza. Nemmeno quando ti portavo i fiori al posto di mio padre, che non si ricordava mai gli anniversari. O quando cercavo di esserti alleata, sopportando il tuo dolore di fronte al suo ennesimo tradimento, invitandoti a lasciarlo, per sentirmi dire che non era possibile, che non potevi restare sola alla tua età.

Ho sopportato tutto questo con grande dolore, solo per essere amata da te. Poi un giorno di 17 anni fa, per te ho abortito, ed allora ho detto basta. Non perché volessi diventare madre, non l’ho mai voluto né allora né oggi, ma perché in quelle settimane terribili da quando mi confidai con te (era marzo, proprio come oggi) non mi hai chiesto nemmeno una volta, una volta sola, cosa volessi io realmente. Perché io non esistevo!

Ti ho cancellata dalla mia vita, una volta per tutte. Tu non mi hai mai chiesto scusa. Del resto, ragazza madre mai, prima mi sarei dovuta sposare per diventare una donna rispettabile. Del resto, se volevo potevo averne altri. Del resto, lo avevi fatto per me, anche se nemmeno una volta mi avevi chiesto, né allora, né prima di allora… ma tu, chi sei? Tu cosa vuoi? Per salvarmi ho dovuto buttarti fuori a calci dalla mia vita, perché tu dicevi di amarmi, ma in realtà abusavi di me. E poi la Domenica, andavi in chiesa a pregare.

Il femminismo mi ha liberata, il femminismo mi ha salvata. Anche se i femminismi non sono perfetti – e ancor meno lo sono le femministe – mi hanno dato una voce. Mi hanno dato un esempio. Mi hanno dato sostegno. Mi hanno permesso di scoprire chi sono, anche se ancora oggi fatico a esserlo. Anche se ancora vivo di sensi di colpa, come te.

Negli ultimi due anni, nel mezzo di un cancro devastante, sei rimasta quella di sempre. Ti ha sconvolto di più perdere i capelli degli effetti atroci della chemio. Con grande fatica ho deciso di aiutarti, e sembravi quasi contenta che la malattia mi avesse riavvicinata a te.

Anche durante i ricoveri ospedalieri si verificava il solito copione: tutti erano stupiti della tua età, del tuo aspetto. Ad ogni ricovero inaspettato, la prima cosa che mi chiedevi erano i tuoi trucchi e quando, dopo l’embolia polmonare, ti abbiamo dovuto portare a casa in ambulanza i portantini, entrati nella stanza con la barella, hanno chiesto (guardandosi intorno smarriti): “ma la paziente dov’è?” Perché tu eri lì seduta di fianco al letto, vestita e truccata di tutto punto che li aspettavi.

Sono passati 4 mesi da quando te ne sei andata. Ti sogno spesso, fatico a prendere in mano le tue cose. Evito la tua casa il più possibile, perché lì sei dappertutto e io mi sento soffocare, come tanti anni fa. Nelle foto. Negli oggetti che portano il tuo odore. I libri di cucina. I libri di inglese. Armadi stracolmi di vestiti, cassetti pieni zeppi di trucchi. Una statua di legno con il tuo bel corpo di profilo, che mio padre aveva fatto per te quando eri giovane. La tua bellezza è stata celebrata in ogni modo. Tu hai creduto a quella storia, e hai odiato invecchiare, ti sei impegnata fino all’ultimo a lottare contro quel destino ineluttabile.

Butto via man mano le tue cose. Alcune non riesco: ritagli di giornale di 50 anni fa, quando eri una giovane appena laureata e promettente. Le foto dei tuoi viaggi, in cui appari felice di essere sempre la ragazza più bella. Mi sento travolta dai tuoi rimpianti.

Le cartelle cliniche. La maggior parte degli ultimi due anni, perché prima sei stata sempre bene. Ma qualcosa di vecchio salta fuori, e sono le cartelle dei dietologi. Uno in particolare annota: “Peso ideale 48 chili. nell’ultimo periodo aumentato a 52 chili. Riferisce senso di colpa ai pasti”. Per 4 maledetti chili, per passare dalla taglia 38 alla 40, ti sentivi in colpa. Ricordo quando uscivi a cena: quasi sempre, tornata a casa, vomitavi. Io mi arrabbiavo, tu dicevi che il cibo del ristorante era pesante e che non riuscivi a digerirlo. Erano balle, lo sapevamo entrambe. Sei morta, ironia della sorte, senza più riuscire a mangiare nulla – passando gli ultimi due anni sopraffatta dalla nausea, a raccontarmi, quotidianamente, cosa desiderassi tanto mangiare.

Due settimane prima di morire sei andata dal parrucchiere e a farti le unghie, e 5 giorni prima, ormai agonizzante, mi hai chiesto di farti la doccia, di usare shampoo e balsamo, di metterti il pigiama pulito. Eri uno scheletro spaventato, ti ho appoggiato su uno sgabello, contavo non solo le tue ossa, ma i muscoli e le vene. Dopo la doccia ti ho rimesso a letto, e non ti sei alzata più.

Nel giro di qualche giorno sei morta. Soffocavi di un vomito nero, ma il tuo ombretto non aveva una sbavatura.

 

 

C’è un problema nel tuo piatto

Articolo originale qui. Ringrazio Lafra e Grazia per la revisione.

 

FEMMINISMI | Cosa mangiamo? Come mangiamo? Quanto del cibo che consideriamo “naturale” implica crudeltà? L’antispecismo – che non considera gli animali esseri inferiori, ma soltanto “non umani” – interpella i femminismi da un punto di vista etico, e apre un dibattito di cui si sente parlare sempre più frequentemente.

“Smisi di mangiare carne in carcere non come gesto politico, ma perché quella che ci davano era andata a male; tuttavia credo che la politica alimentare sia una questione importante”, è quanto ha affermato Angela Davis in Spagna appena sette mesi fa, nel corso dell’incontro Mujeres contra la Impunidad. “La questione del cibo è la prossima questione su cui il femminismo deve lavorare”. Nello stesso periodo, in Argentina, il diritto all’aborto veniva negato dall’avanzata dell’ala ultraconservatrice del Senato, e un altro disegno di legge che consentiva l’accesso alla dieta vegana senza interventi da parte delle istituzioni, veniva rigettato dalla Camera dei Deputati, in una convergenza di opposizioni alle rivendicazioni femministe e ad  altre forme di sussistenza sane e antispeciste. Solo dieci giorni fa, attivistu per i diritti degli animali si sono nuovamente mobilitatu contro il Congresso per chiedere l’approvazione di progetti di legge che li riconoscano come esseri senzienti e soggetti di diritto.
“Madri schiave. Partoriscono senza sosta. Numeri.Cose. Latte. Capre bianche. Mare di animali. Formaggi che vengono portati alla bocca. Ignoranza. Cecità. Come se fossero nostre. Capre bianche. Madri. Prigioniere”. Sulle pagine di Voicot, una delle organizzazioni che hanno partecipato alla giornata di protesta del 29 aprile, il testo accompagna l’immagine di centinaia di capre schiacciate l’una sull’altra, in un quadro di estinzione. La consapevolezza delle condizioni della produzione alimentare come futuro spazio di lotta di cui parla Davis è una sfida centrale per le organizzazioni femministe, antispeciste e anticoloniali. La prospettiva è rivoluzionaria, perché sfida tutti i modi di produzione industriali capitalistici, ma anche perché interpella le relazioni affettive e di cura di se che i femminismi stessi propongono, nei confronti di esseri non umani.
“La rivoluzione femminista sarà antispecista o non sarà”, uno degli slogan più importanti del World Veganism Day del 1 ° novembre, è allo stesso tempo monito e promessa di un altro mondo possibile. “Sono i loro figli, non i nostri. Sono le loro uova, non le nostre. Non è cibo, è violenza.” Allo stesso modo, la filosofa catalana e attivista femminista vegana Catia Faria, sottolinea che “il sessismo e lo specismo sono forme di discriminazione ugualmente ingiustificabili, ed entrambe si manifestano con simili schemi oppressivi di gerarchia e dominio”. Da Barcellona, Audrey Garcia (che fa parte di Feministas por la Liberación Animal) sottolinea l’urgenza di affermare che le donne, i corpi femminilizzati e gli animali non sono oggetti di consumo patriarcale. “Non possiamo concepire una lotta sociale che mira a distruggere la discriminazione discriminando altre esistenze. E’ impossibile. Come femministe dobbiamo essere antispeciste. “
Nel mentre Liliana Felipe – a Buenos Aires per partecipare alla discussione “Femminismi, Antispecismo e Diritti Umani” insieme a Violeta Alegre e Malena Blanco nello spazio MU – denuncia un capitalismo basato sullo sfruttamento degli animali. “Di questi tempi compongo canzoni per celebrare e ringraziare gli animali non umani che ci hanno sostenuto in tutti questi millenni sulla terra. Penso che sia ora di lasciarli andare, liberi e felici, e di ripensare al nostro modo di vivere. Gli umani sono come la gonorrea per il pianeta… una vecchia e scomoda malattia.

 

La genealogia in cui si inserisce Felipe passa dall’ecofemminismo di Françoise d’Eaubonne degli anni settanta, alla politica sessuale della carne di Carol Adams degli anni Novanta, all’interconnessione di femminismo e antispecismo, in un parallelismo tra animali usati per il cibo e donne usate come oggetti sessuali. Dalla “cerda punk”, Saggi di una femminista grassa, lesbica, anticapitalista e antispecista, di constanzx alvarez castile, (in minuscolo per richiesta esplicita) che afferma che “in quanto donne grasse siamo abituate ad essere paragonate agli animali, come se quella dell’animale fosse una categoria negativa”, alla lotta di Annie Sprinkle per un’ecosessualità in cui convivono drag queen, sex worker e artiste. Una spirale all’infinito. Antispecismo o patriarcato, corpi o mercificazione, neoliberismo o sovranità alimentare e “donne, trans, lelle, vacche, cagne, fattrici e qualsiasi essere senziente”, come spesso afferma Nina Martí, dell’organizzazione femminista antispecista Unión Vegana Argentina (UVA). Altolà. L’attrice Bimbo Godoy, vegana, aggiunge altre suggestioni al contesto, con i fili invisibili che – dice – dovrebbero bordare tutte le vite.
“Non si tratta solo di parlare di veganismo, ma di un’empatia etica che unu espande nel tentativo di sottrarsi alla complicità di chi fa parte, senza aver potuto scegliere, di questo sistema capitalista, eteropatriarcale e specista, che implica violenza e crudeltà. Come il machismo e il patriarcato, è una struttura solidamente radicata nella cultura e nei costumi. “
Significa mettere a nudo l’oppressione.

 

– Concepirla come una sola, che si manifesta in modi diversi. Di fronte allo stesso “gene” che considera inferiore le femminilità, che considerava inferiori le/i neri e le altre specie non umane o senza diritti, la nostra umanità ci dà la possibilità di scegliere. Il femminismo ci connette con un livello di empatia e di riconoscimento dei privilegi e delle responsabilità che abbiamo a seconda delle nostre appartenenze. Ci permette di scalfire la superficie di tutto ciò che conosciamo e accettiamo, e da lì arrivare anche al veganismo. Di considerare l’urgenza di questa e di altre questioni. Non si può far nulla senza un luogo in cui farlo, e questo luogo è la terra, che è completamente devastata dai nostri consumi.
Il veganismo segue princìpi femministi?
–        Più che “princìpi” – parola che indica idee moralistiche su come essere una brava femminista – il veganismo e l’etica animale non hanno a che fare con la bontà o l’essere migliore di altre femministe, ma con il mettersi all’opera di fronte a questioni urgenti. È uno stile di vita che ti costringe a porre in discussione tutto, compreso ciò che mangiamo, una volta che hai compreso che tutto è politico e che siamo costruttrici e costruttori di realtà. La furia creativa è molto diversa dalla violenza che distrugge, che è la stessa che ci uccide, ci precarizza e ci violenta in mille modi. La stessa che considera gli animali cibo. Quindi, quando diciamo “basta alla violenza”, dobbiamo guardare nel nostro piatto, perché solitamente è un luogo pieno di violenza.

Critica al femminismo universitario

Originale qui grazie a DjVorrej Yudora e Rachele Borghi per averlo condiviso.

Il Montreal Sisterhood è un collettivo di donne provenienti da contesti diversi, con percorsi ed esperienze molto diverse. Il nostro obiettivo è quello di politicizzare le donne nelle scene controculturali che attraversiamo, garantendo al tempo stesso una presenza femminista nell’ambiente antifascista e controculturale. Siamo femministe radicali, ma le nostre riflessioni politiche non sono tutte allo stesso livello e non siamo tutte d’accordo sui diversi argomenti. Tuttavia, abbiamo una cosa in comune: vogliamo attaccare le dimostrazioni concrete di sessismo nella nostra vita quotidiana, utilizzando differenti mezzi. Di fronte a realtà diverse, crediamo che la diversità sia la forza del nostro gruppo.

Quando abbiamo creato il collettivo cinque anni fa, ci siamo rapidamente rese conto che altri gruppi femministi stavano evolvendosi all’interno del mondo accademico. Anche se non proveniamo da quell’ambiente, abbiamo dedicato nottate intere al networking per connetterci l’una con l’altra. Ma abbiamo notato da subito che esisteva un divario evidente tra noi e le altre. Abbiamo modi diversi di combattere, esprimerci, pensare e persino fare attivismo. Le nostre strategie di lotta dovrebbero essere ispirate le une alle altre e complementari, non il contrario.

Questa riflessione è iniziata quando alcune del  gruppo, che sono anche studenti, hanno ammesso di non ritrovarsi nel femminismo accademico. In effetti, quest’ultimo non è molto accessibile, e trarrebbe beneficio dal restare maggiormente ancorato alla realtà piuttosto che alla teoria.

Per noi, essere femministe non significa necessariamente conoscere autor* o teorie, né laurearci in studi femministi, ma piuttosto riconoscere semplicemente l’oppressione patriarcale e il desiderio comune di abbatterla. Ormai da anni percepiamo l’esistenza di una lotta di potere tra le femministe che hanno profonde conoscenze teoriche e si organizzano intorno al mondo accademico da un lato, e tutte le altre. A volte ci sentiamo addosso una certa pressione: ci si aspetta che le femministe dominino concetti che non sono accessibili a tutte, che non commettano errori, e che corrispondano a uno specifico modello di femminismo. In caso contrario l’intero movimento femminista potrebbe darti addosso!

Volano critiche da ogni parte, la competizione è forte. Per avere alleate, alcune hanno l’impressione di dover diventare ciò che non sono, di dover sapere tutto per essere in grado di partecipare alle discussioni senza vergognarsi delle proprie opinioni o delle proprie idee. I rapporti di potere sono così radicati che alcune femministe non si sentono a proprio agio in determinati luoghi, attività, ecc.

D’altra parte, avere conoscenze teoriche e studiare all’università è di per sé una forma di privilegio. Le femministe accademiche dimenticano spesso che in questo senso sono privilegiate e che il loro linguaggio e le teorie che producono sono il risultato del loro posto nella società, e delle relazioni di classe che in essa sussistono. Le discussioni e l’attivismo che sostengono non sono accessibili a tutte, e le loro letture e i loro scritti sono riservati a persone della loro classe. Da questa prospettiva, riproducono una forma di elitismo all’interno delle cerchie femministe. Crediamo che sia importante diffondere la conoscenza e non stiamo mettendo in discussione la condivisione dei saperi, ma piuttosto i modi in cui questa si può realizzare. Questo elitismo di cui parliamo si riferisce all’intellettualizzazione di concetti ed esperienze.

La comunità universitaria è speciale. Donne prevalentemente bianche, economicamente benestanti, eterosessuali, lavorano su argomenti che riguardano donne immigrate, emarginate, in situazioni precarie e così via. Troppe poche vivono la realtà e le condizioni materiali dell’intersezione di oppressioni dei propri “oggetti di studio”. È facile dall’alto di questa posizione avvantaggiata, persino privilegiata, criticare le modalità delle altre. Oltre ad avere relazioni di potere forgiate dalle conoscenze, molte docenti hanno rapporti privilegiati con le/gli studenti e raramente riconoscono quel rapporto di potere, anche quando viene apertamente denunciato.

È importante riconoscere la differenza, è importante essere solidali. Anche se partiamo da  presupposti comuni, i nostri mezzi non sono gli stessi ed è importante rispettare questo aspetto. Dobbiamo eliminare i rapporti competitivi e smetterla di cercare difetti nelle compagne femministe che non appaiono “coese”. Ci siamo rese conto che per noi la cosa più importante non è poter enunciare perfettamente una teoria infallibile, ma essere in grado di applicare, nella nostra vita quotidiana, le azioni concrete che scaturiscono dalle teorie. Rimaniamo unite, abbracciamo la differenza, perché solo insieme potremo realizzare un vero equilibrio di potere.

Testo del Montreal Sisterhood dalla fanzine Casse Sociale (maggio 2015, edita da RASH-Montreal).

Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero nero nel discorso femminista bianco

Articolo originale qui

Il termine intersezionalità venne coniato dalla giurista nera femminista Kimberlé Crenshaw nel saggio del 1989 “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, e le radici storiche di questa teoria risalgono alle problematiche evidenziate dall’abolizionista Sojourner Truth e dalla studiosa di liberazione nera Anna J. Cooper nel XIX secolo. In breve, l’intersezionalità teorizza che le identità di gruppi distinti (razza, genere, classe, ecc.) convergano a formare nuove e uniche categorie di oppressione. Ad esempio, l’intersezionalità afferma che l’esperienza dell’oppressione sistemica vissuta da una donna nera non è in alcun modo uguale a quella vissuta da un uomo nero sommata a quella di una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha saturato il discorso femminista bianco, ma l’uso del termine è diventato vago, al limite dell’insignificante. Di fronte a questa evidenza, prima di esplorare la teoria dell’intersezionalità di Crenshaw, credo che, in quanto donna bianca, debba iniziare il mio discorso identificando chiaramente cosa non sia e non possa essere per me l’intersezionalità. Intersezionale non equivale a universale, e non tutte le intersezioni di identità sono identiche, specialmente quando un’intersezione include la bianchezza. Indipendentemente dagli altri assi di discriminazione in gioco, la bianchezza conferisce un tale sostegno agli individui, che essi non possono sperimentare il pieno impatto dell’oppressione e della invisibilizzazione messi in luce dalla teoria intersezionale.

L’intersezionalità non è un’etichetta o un’identità, è una pratica istituzionale. Un individuo o un’istituzione non può semplicemente essere intersezionale, gli individui e le istituzioni devono mettere in atto l’intersezionalità nell’azione diretta, nella politica e nell’attivismo femminista, concentrando e amplificando in modo mirato le voci emarginate in primo luogo nello sviluppo delle stesse pratiche. Oltre alla disonestà intellettuale nei confronti di Crenshaw e del pensiero e l’attivismo femminista nero, il danno maggiore compiuto dall’esproprio liberale bianco dell’intersezionalità verso una semplice “teoria dell’esperienza” consiste nel rifiuto di interrogare il potere istituzionale. Ignorando che l’intersezionalità è soprattutto una teoria dell’oppressione, le istituzioni autoproclamatesi “intersezionali” non riescono a riconoscere, impegnarsi e cambiare la propria posizione all’interno dei sistemi di potere. In quanto tale, la violenza strutturale ne risulta rinforzata e ricreata, ma viene espressa nel linguaggio dell’inclusività e dell’intersezionalità. L’intersezionalità come retorica femminista bianca, quindi, diventa uno scudo dietro il quale le organizzazioni progressiste elidono di nascosto la radicalità e alla fine confermano lo status quo.

L’incapacità dell’intersezionalità di essere significativa nel discorso femminista liberale bianco non è quindi, come alcune donne bianche hanno erroneamente suggerito, un risultato dei limiti del termine stesso. In effetti, l’indeterminatezza dell’intersezionalità consente a tale idea una rara ampiezza di potere analitico, rendendolo uno degli strumenti più preziosi per analizzare le operazioni del potere e di oppressione rispetto ai vari assi di identità. La teoria di Crenshaw è particolarmente utile per analizzare come il razzismo e il sessismo interagiscano nell’oppressione specificamente vissuta dalle donne nere, e la conseguente cancellazione di questa oppressione dall’antirazzismo e dall’attivismo femminista maggioritario. Infatti, la vacuità del discorso bianco maggioritario sull’intersezionalità deriva dal fatto che le organizzazioni, le pubblicazioni e gli individui che si intuiscono come intersezionali non mettono in pratica tale teoria. Il discorso liberale sanifica il linguaggio intersezionale utilizzandolo in maniera vaga per affermare che persone diverse hanno identità diverse, che le portano a vivere esperienze diverse. Sebbene ciò risponda a verità, l’intersezionalità non è semplicemente un modo colto di dire “Prima di giudicare qualcuno, mettiti nei suoi panni”, ma una teoria del potere sistemico e dell’oppressione. Inoltre, le/gli esponenti liberali della teoria intersezionale l’hanno separata dalla sua storia nel pensiero femminista nero e nell’attivismo di base. Questa appropriazione del linguaggio intersezionale da parte della retorica femminista bianca è stata definita come violenza anti-nera e colonizzazione

Teoria dell’intersezionalità di Crenshaw

Voglio contrastare questo discorso bianco maggioritario che circonda l’intersezionalità focalizzandomi sulla teoria di Crenshaw come è stata sviluppata nel saggio summenzionato del 1989 e nel suo follow-up del 1991, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”. In poche parole, l’intersezionalità si domanda se un individuo sia visibile all’interno di un particolare sistema legale. In altre parole, l’intersezionalità si chiede se tutti gli individui possa trarre potere dalle garanzie legali e dal servizio pubblico che dovrebbe proteggerli e sostenerli.

Ad esempio, in “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, Crenshaw richiama l’attenzione sul modo in cui le donne nere siano inesistenti nelle politiche contro la discriminazione nel diritto del lavoro. Nello specifico, esamina un caso giudiziario in cui cinque donne nere intentarono una causa contro General Motors (GM) per  discriminazione sessista e razzista sul lavoro: GM “semplicemente non ha assunto donne nere prima del 1964 e tutte […] le donne nere assunte dopo il 1970 hanno perso il lavoro in un sistema di licenziamento basato sull’anzianità “(“Demarginalizing“, pagina 141). Alla fine il tribunale respinse il caso delle donne: da un lato, la compagnia aveva assunto donne bianche prima del 1964, quindi la corte decise che non esisteva alcuna discriminazione basata sul sesso; d’altra parte, la corte ha raccomandato che il caso delle donne nere venisse presentato nuovamente assieme a un’altra causa di discriminazione razziale contro GM,  guidata da uomini di colore.

Partendo da questo caso come esempio, Crenshaw sostiene che l’esperienza delle donne nere non era contemplata dalla legge, e che la loro particolare intersezione di identità era visibile agli occhi della corte solamente in maniera distorta e letta attraverso le esperienze di donne bianche o uomini neri. Crenshaw conclude che mentre l’intersezione dell’identità delle donne nere combina il sessismo e il razzismo, le donne nere sono protette dalla legge solo quando la discriminazione nei loro confronti coincide con la discriminazione nei confronti delle donne bianche o dei neri. La teoria dell’intersezionalità di Crenshaw mostra che le donne nere, nonostante siano discriminate, non sono contemplate dalla legge anti-discriminazione.

Crenshaw si preoccupa, quindi, del fatto che la pratica femminista e la pratica antirazzista spesso procedono come se il gruppo di identità che rappresentano fosse monolitico e che la classe più privilegiata, ad esempio le persone che subiscono il sessismo ma mantengono privilegi bianchi o le vittime di razzismo che però mantengono il privilegio maschile, è considerato lo standard. Nella sua analisi del 1991 sull’intersezionalità, afferma sinteticamente che la legge inquadra le identità “donna” o “persona di colore” come una proposizione disgiuntiva che invisibilizza le persone la cui esperienza si situa in entrambi gli ambiti (” Mapping“, 1242). Questo significa che se una teoria emancipatoria femminista o antirazzista non riesce a riconoscere i modi in cui il razzismo e il sessismo spesso si intersecano e si mescolano nella vita quotidiana di quelle persone che la loro teoria pretende di rappresentare, le persone doppiamente (o più) marginalizzate finiscono escluse sia dalla società tradizionale che dai tentativi di riformarla.

In “Mapping the Margins”, Crenshaw sviluppa ulteriormente le idee di intersezionalità strutturale e intersezionalità politica. L’intersezionalità strutturale si riferisce a una differenza nella qualità esperienziale della riforma legale tra donne bianche e donne di colore. Ad esempio, le disposizioni sulla frode coniugale contenute nella Immigration and Nationality Act richiedevano che una persona immigrata negli Stati Uniti per ricongiungersi con un coniuge “rimanesse ‘correttamente’ sposata per due anni prima di richiedere lo status di residente permanente” (“Mapping”, pagina 1247). In base a tale disposizione, le donne maltrattate erano costrette a scegliere tra il loro benessere psicologico e fisico o la deportazione. Le disposizioni sulle frodi coniugali, quindi, hanno danneggiato ulteriormente queste donne già emarginate non riuscendo a rendere conto della loro vulnerabilità agli abusi coniugali.

Inoltre, quando il Congresso ha emendato la legge nel 1990 nel tentativo di proteggere le donne immigrate maltrattate, ha incluso una clausola di prova in cui una donna maltrattata ha bisogno di “rapporti e dichiarazioni giurate da parte di polizia, personale medico, psicologi, funzionari scolastici e servizi sociali” (“Mapping”, pagina 1248). Tali risorse, tuttavia, sono irraggiungibili per coloro la cui lingua, identità culturale e classe impediscono di accedere a polizia, medicina, istruzione o altri enti istituzionali. Quindi, l’emendamento alla disposizione per le frodi coniugali aiutava nuovamente solo le donne con il privilegio sociale, culturale ed economico necessario ad accedere alle prove ed escludeva le donne socialmente ed economicamente emarginate, “molto probabilmente donne di colore” (“Mapping”, pag.1250). L’intersezionalità strutturale, dunque, rivela che solo le donne bianche, non le donne di colore, avranno l’occasione di sperimentare l’utilità di questo tipo di riforma legale.

L’intersezionalità politica si riferisce al modo in cui la politica femminista e antirazzista non intersezionale cancella le donne di colore per promuovere le rispettive agende politiche. Da un lato, l’attivismo femminista spesso rifiuta di riconoscere il privilegio bianca, e quindi riproduce l’oppressione delle persone di colore nelle azioni e soluzioni proposte. Ad esempio, le donne bianche ottennero il diritto di voto nel 1920, prendendo attivamente e deliberatamente le distanze dalle donne razzializzate, specialmente le donne nere. Le persone di colore, incluse le donne, si videro garantito tale diritto con la legge sui diritti di voto del 1965 e le disposizioni successive furono approvate per le persone native americane, incluse le donne, nel 1970, 1975, 1982. D’altra parte, l’attivismo antirazzista spesso rifiuta di riconoscere la violenza patriarcale e può riprodurre l’oppressione delle donne nelle sue azioni e soluzioni proposte. In entrambi i casi, l’intersezionalità politica rivela che l’energia attivista delle donne di colore è spesso divisa tra due strategie politiche, quella femminista o quella antirazzista, e che entrambe le strategie, nonostante i loro sforzi, rischiano di emarginarle ulteriormente anziché liberarle.

Considerazioni conclusive

La traiettoria di Crenshaw ci ha portato lontano dal discorso maggioritario sull’intersezionalità, e la citerò estesamente piuttosto che tentare di parlare per lei. Scrive Crenshaw:

È davvero ironico che coloro che si occupano di alleviare i mali del razzismo e del sessismo adottino un approccio così gerarchico alla discriminazione. Se invece i loro sforzi iniziassero ad affrontare i bisogni e i problemi di coloro che sono più svantaggiati, ripensando il mondo dove necessario, anche chi subisce singole discriminazioni ne trarrebbe beneficio. Inoltre, mettere coloro che attualmente sono emarginati al centro è il modo più efficace per resistere agli sforzi per compartimentare le esperienze e minare la potenziale azione collettiva. (“Demarginalizing“, pagina 167)

Per affrontare adeguatamente l’intersezionalità strutturale e politica, il femminismo deve opporsi alla violenza sistemica che serve a emarginare, criminalizzare e soggiogare corpi non bianchi, disabili, grassi, trans, poveri, omosessuali,  dotati di uteri, e specialmente ogni corpo che si trova all’incrocio di queste identità. Concretamente, una pratica di intersezionalità si asterrà dal prendere decisioni strutturali nella speranza di aiutare le persone emarginate, e cercherà invece prima di tutto di integrare pienamente e porre al centro le voci emarginate nello sviluppo di tale politica, convertendo in tal modo la teoria e l’identità intersezionale in una pratica quotidiana di marginalizzazione delle voci di privilegio. Un femminismo intersezionale, in pratica, è necessariamente favorevole all’aborto, anti-carcerario, trans-inclusivo, e sostiene il lavoro sessuale, ed è tutte queste cose mettendo al centro la voce delle donne trans, delle prostitute, delle donne che hanno avuto o hanno bisogno di aborti, delle donne che sono o sono state incarcerate.

Uno dei problemi alla base della cancellazione delle donne di colore nel discorso femminista bianco è che si presume che la bianchezza sia neutra e sia la norma. Femminismo intersezionale, quindi, significa nominare la bianchezza per contrastare questa assunzione di neutralità, che l’intersezionalità rivela come dannosa. Scrive Crenshaw:

Il valore della teoria femminista per le donne nere è inferiore perché affonda le radici in un contesto razziale bianco che raramente viene riconosciuto. Non solo le donne di colore sono trascurate, ma la loro esclusione è rafforzata quando le donne bianche parlano per e in quanto donne. L’autorevole voce universale – solitamente la soggettività maschile bianca mascherata da oggettività non razziale e  non di genere -  è semplicemente trasferita a coloro che, ad esclusione del genere, condividono molte delle stesse caratteristiche culturali, economiche e sociali. Quando la teoria femminista tenta di descrivere le esperienze delle donne attraverso l’analisi dell’ideologia del patriarcato, della sessualità o delle sfere separate, spesso trascura il ruolo della razza. Le femministe ignorano quindi come la loro razza le sostenga mitigando alcuni aspetti del sessismo e, inoltre, come ciò spesso rappresenti un privilegio che contribuisce al dominio di altre donne. Di conseguenza, la teoria femminista rimane bianca, e il suo potenziale di ampliare e approfondire la sua analisi rivolgendosi a donne non privilegiate rimane irrealizzato (“Demarginalizing”, pagina 154).

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersezionalità strutturale e si sforza di comprendere in che modo l’oppressione sistemica operi in modo nascosto attraverso invisibilizzazioni e pregiudizi; significa riconoscere l’intersezionalità politica mettendo criticamente in discussione come le azioni individuali e collettive possano rinforzare l’oppressione sistemica; e significa ascoltare e riflettere sulle voci delle/gli altr* quando sottolineano comportamenti che convalidano e riproducono l’oppressione sistemica, anche se questi comportamenti sono stati involontari. Se vogliamo ottenere la liberazione di tutte le donne, dobbiamo ripensare i nostri gruppi femministi non come monolitici, ma come coalizione di identità, e nel formare questa coalizione dobbiamo astenerci attivamente dal mettere al centro il privilegio. Un femminismo intersezionale non solo mirerà a scoprire e smantellare le modalità di potere che servono a denigrare tutte le donne, ma anche quelle che creano ulteriormente gerarchie tra le donne in modo tale che le sole beneficiarie della liberazione femminista non siano solo le donne bianche, abili, etero, cis, ricche, ecc. Un gruppo femminista che sostiene l’intersezionalità deve integrarla  nelle sue pratiche, non solo nel suo linguaggio. Una liberazione solo per alcun* non è affatto la liberazione.

Il mondo dell’attivismo fa schifo

Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!

 Carla Lonzi

Inizialmente avevo intitolato questo pezzo: “Il mondo dell’attivismo è diverso dal mondo reale?” La risposta breve è no.

Questa evidenza, per una persona che ci si dedica da una vita – e lo fa con tanta fatica, mettendoci testa, cuore e corpo –  è un pugno diretto nello stomaco, senza sconti. Dunque ecco motivato il cambio di titolo, che esprime assai meglio il mio stato d’animo attuale.

Da quando, molti anni fa, ho cominciato a dedicarmi alla politica e a spendere tanto tempo ed energie per cercare di contribuire a costruire, attraverso i miei pensieri (e la traduzione di pensieri altri in italiano), un mondo differente, mi sono accorta che in realtà il mondo dell’attivismo militante – sia quello di base che quello “culturale” – non si discosta che nella forma da quello reale.

Il machismo imperversa, e la voce più forte è quasi sempre quella dei maschi cis.

Anche se, a onor del vero, devo ammettere che in ambito femminista le cose non sono andate meglio, purtroppo. Se così fosse, potrei pensare di chiudermi nel ghetto delle vulvodotate, ma in realtà anche lì, dove non può l’assenza di pene, possono i differenziali di potere.

L’impegno di tanti anni è stato invisibilizzato costantemente, e a livello umano e personale sono stata trattata davvero di merda. Se penso alle cose che ho visto e vissuto sulla mia pelle, mi chiedo che cavolo ci sto a fare ancora qua a scrivere, piena di rancore, queste righe rabbiose. Ed è per questo che oggi voglio togliermi qualche macigno dalla scarpa.

In ambito femminista, l’impegno antispecista è sempre stato causa di ostracismo totale: ed è uno dei motivi per cui, pur avendo dato vita insieme ad altre meravigliose persone ad Intersezioni, il primo blog dedicato al tema dell’intersezionalità, nessun* (se non pochissim*) ci ha mai veramente dato il minimo credito per aver traghettato in Italia un concetto che oggi ammanta l’intero universo femminista, spesso a sproposito – e la maggior parte delle femministe ancora resistono con accanimento all’idea di comprendere l’animalità nei ragionamenti intersezionali!

Quando con altre compagne abbiamo creato Les Bitches, che ha l’ambizione di essere un contenitore di traduzioni di testi innovativi e potenti a tematica transfemminista queer e antispecista, non so dire quante volte i testi pubblicati sono stati citati senza fonte! Come se ciò non bastasse, qualche anno fa, invitate ad un seminario femminista di una certa rilevanza, quando abbiamo espresso la ferma intenzione di includere l’antispecismo nei nostri ragionamenti, siamo state senza alcun riguardo messe da parte, perché l’antispecismo non faceva parte degli interessi della “autorevole femminista di turno” che organizzava il seminario.

Non che in ambito antispecista le cose siano andate meglio: all’interno di questo contesto, che al pari dei movimenti sociali umani (eccezion fatta per il movimento femminista) resta dominato dagli uomini, anzi, forse ancor peggio, dai filosofi (peccato che in ambito antispecista tutti siano filosofi,  spesso autoproclamatisi tali)  le donne sono utili ancelle: vanno bene per spalare la merda degli altri animali, per supportare le imprese maschili, ma le loro voci contano solo quando sono funzionali a lustrare la patina invecchiata (per età o forma mentis) dell’intellettuale di turno, che sgomita coi suoi pari per un posto al sole, e si fa bello di essere “molto intersezionale”.

Parassitizzare la militanza altrui è molto utile per il proprio tornaconto: siamo la quota politically correct della militanza blasonata, le nostre parole vengono costantemente riappropriate e ripetute acefale, voci più autorevoli (e molto più autoritarie) si fanno portavoce delle future sorti e progressive, mentre chi cerca, legge, scrive, traduce, spende tempo ed energie (e spala merda, ça va sans dire) resta nella cantina del famoso Grattacielo, a sudare nell’ombra.

Quelle più precarie di noi, ovviamente, le badanti dell’attivismo che vale: quelle che nella vita reale perdono il lavoro, la salute, le possibilità. Quelle che nulla contano e nulla mai conteranno, mentre le/i militanti con il bollino non fanno che parlare, pubblicare,  presenziare, guadagnare vita, notorietà  e opportunità sulle spalle di chi non solo non ha mai visto un euro (e dio sa se avrebbe fatto comodo a chi quotidianamente naviga nell’incertezza e nella precarietà!) ma peggio, non ha nemmeno avuto la possibilità di trasmettere davvero quello che le sta a cuore, quello per cui, in primis, ha cominciato a lottare.

Perché comunque le nostre parole vengono filtrate e non ci appartengono più, nè ci rappresentano. Ci siamo consolate troppo a lungo pensando che ciò non fosse importante, ci siamo dette “quello che importa è che il messaggio passi comunque”.

Ma il messaggio è passato davvero, se continuiamo a crepare ai margini? O meglio, se qualcun* di “noi” (cosa questo noi significhi mi è ancora oscuro) continua a restare aggrappato al centro? Credo sia giunto il momento di rendersi conto che tutto questo fa schifo, e lo fa ancor di più che nel mondo reale, che almeno non millanta nobili propositi.

Se “alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile”, di fronte a noi si para un futuro anche peggiore: e ormai che anche le femministe sono andate a scuola da chi da millenni detiene il potere, a quale speranza ci aggrapperemo stavolta?

P.s.: Voglio comunque ringraziare le poche, pochissime persone realmente militanti che ho conosciuto in questi lunghi anni, e che spesso sono diventate care amiche e preziose compagne di lotta, la luce di troppi giorni bui: sapete chi siete, vi voglio bene.

 

 

Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

Immagina di essere un antirazzista in un mondo dominato dalla supremazia bianca, una femminista in un mondo di MRA, un omosessuale in un mondo di omofobi. Ovvero di vivere in una società che non soltanto collude, più o meno consapevolmente, con un sistema di potere che si impossessa dei corpi rendendoli merci, ma che addirittura se ne fa vanto, ergendo la propria iniquità a motivo di orgoglio. Immagina di voler bene a persone quasi sempre meravigliose, tranne quando picchiano un non bianco, una donna, un disabile. E lo fanno con il benestare della società tutta, che lo inscrive nell’ordine naturale delle cose. Immagina di viaggiare, e mentre il tuo compagno di viaggio ammira le vigne e le dolci colline digradanti nella vallata, tu vedi solo grigi capannoni senza finestre dove migliaia di vite languiscono e muoiono. O camion pieni di occhi terrorizzati, che quando incroci quegli sguardi capisci l’orrore.

In fondo pensi che non è difficile arrivarci, non serve una laurea in metafisica del potere per capire che non c’è nulla di naturale in questo, anzi: non siamo indiani d’America che ergono totem dalle sembianze animali e ringraziano gli animali uccisi, o inuit in perenne simbiosi dalla nascita alla morte con le renne… ma siamo proprio l’opposto, primati drogati e schiavi del potere, che nel corso dei secoli null’altro hanno fatto se non tracciare solchi sempre più profondi dall’altro da sé: a partire proprio dall’animale, concetto creato ad arte che rappresenta il paradigma stesso dell’oppressione, la vita reificata e trasformata in risorsa a perenne disposizione. E blateriamo della nostra eccezionalità, quando l’unica specialità che abbiamo coltivato con cura è approfittare dell’altrui debolezza e vulnerabilità, per il nostro tornaconto.

Ogni giorno vengono confezionate ad arte guerre tra pover*, guerre tra oppress*, tanto utili a camuffare l’origine delle ingiustizie. E nel vile tranello ci cadiamo tutt*, anche chi è vittima o chi è solidale nel lottare contro l’oppressione, e cominciano le olimpiadi: ogni esistenza indegna si posiziona ai blocchi di partenza, chi vincerà? La donna maltrattata, il migrante incarcerato, il disabile invisibilizzato, l’omosessuale bruciato vivo, l’animale sgozzato, ecc.ecc.ecc.? Sugli spalti, i soliti noti si godono lo spettacolo, intoccabili e compiaciuti.

Ma quando cerchi la solidarietà tra oppress*, raramente riesci a scardinare quella stessa dinamica che ti ha piazzato a correre a perdifiato su quella pista che è la tua vita di merda, o la vita di merda che ad altr* è stata destinata…perché in fondo, simpatie ed empatie a parte, pare proprio che alla maggior parte di noi ciò che sta più a cuore sia salire sul podio e trovare la via di uscita dalla propria oppressione: e se è difficile, ma non impossibile, concepire un’alleanza tra “umani” ecco che questa stessa alleanza si basa, quasi sempre, sulla comune distanza dall’animale. Distanza ideologica e miope, poiché quando diventiamo spendibili, siamo già, nei fatti, animalizzati: e dunque fintantoché esisterà l’Animale come vivente appropriabile, nessun* sarà realmente al sicuro nel proprio corpo e nella propria vita.

Eppure, per quanto si tenti, quantomeno nelle intenzioni e nei proclami, di creare alleanze tra differenti soggettività oppresse, è quasi impossibile includere l’animale nel conteggio delle vittime, quasi che fosse impensabile, per l’umano, vivere senza dominare, senza opprimere.

Essere antispecista è emotivamente estenuante perché, spesso, proprio le persone che ami, anche quelle che lottano al tuo fianco, sono le stesse che non capiscono che invitarti ad una grigliata “tanto ci sono le verdure” non è una cosa bella. Tu rifletti, giustifichi, razionalizzi, ti dici che è normale, la società tutta è specista, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma che pazienza si può avere di fronte alla puzza di carne bruciata?

Allora ti viene naturale cercare conforto in chi è più simile a te, ma poi scopri che forse anche questa volta ti eri sbagliata: perché mentre la maggior parte del movimento scrutina minuziosamente le etichette a caccia dello 0,1% di lana o di tracce di uova e latte, là fuori le vite massacrate raggiungono cifre a 10 zeri: e allora ti chiedi se davvero ne valga la pena, se davvero abbia senso tutto questo dolore e questa impotenza, se in fondo non sarebbe più facile chiudere la porta di casa, rifugiarsi nelle piccole cose, illudersi che vada tutto bene, perché se ne ha la possibilità e raramente si comprende l’enormità di questo privilegio, il privilegio dell’indifferenza.

Ma come puoi dimenticare quegli occhi una volta che li hai incrociati? E non solo quelli disperati, ma anche quelli felici che per un caso fortuito hanno riassaporato la libertà. Le emozioni che ti trasmettono le conosci bene, perché sei un essere sensibile tra esseri sensibili, e sai che non esiste nulla di più prezioso della libertà, della possibilità di autodeterminare, nei limiti posti da un’esistenza finita, la propria vita. E sai che gli altri animali la cercano incessantemente, quanto te, ed è quello di cui hanno bisogno. Non di protettori, di rifugi, di custodi, ma di libertà: solo nella libertà esiste l’incontro, l’elezione, l’affinità. Nella libertà di essere e di esistere, il privilegio più importante e rischioso di tutti.

Anche se la violenza è parte ineludibile di questo mondo, così come la sofferenza e la morte, non lo è il dominio. Il dominio è un’invenzione umana, il dominio è l’annichilimento della vita, il dominio è l’inferno sulla terra. Noi vogliamo rendere visibili i meccanismi del dominio, vogliamo sfilarci da essi il più possibile, anche quando non li agiamo direttamente ma ne siamo in ogni caso collusi. Per questo non possiamo gioire alle grigliate, e non siamo capaci di sorridere mentre coi denti staccate brandelli di muscoli dalle ossa: e finché la carne del mondo non smetterà di bruciare sugli altari del potere, non avremo altro destino che continuare a lottare.