Lo tsunami rosa

Se mi venisse chiesto dov’ero, la sera dell’otto marzo 2016, risponderei così: “su un divano rosso, stramazzata di stanchezza e depressa.” Se invece mi venisse domandato dove avrei voluto essere quel giorno (e non solo quello, a dire la verità), affermerei, senza esitazione: “in mezzo ad un fiume di donne, in strada, a lottare per salvarci la vita e per infettare, contaminare e infine rivoluzionare questo fottuto sistema”.

Già. Immagino la faccia di tante persone che conosco – non certo di quelle poche che al mio grido di dolore hanno alzato il pugno in segno di solidarietà – per le quali un sogno simile è da femminista estremista e pure un po’ nostalgica, sebbene io mi situi persino oltre il femminismo per come viene solitamente concepito…ma insomma.

Ciò che mi fa male, ma proprio tanto male, è che troppe di quelle persone sono donne. Donne per le quali “femminismo” è una brutta parola, ed è soprattutto storia passata, di quando le donne erano “davvero oppresse”. Citando il Manifesto Xenofemminista, rispondo: “c’è mai stato un tempo in cui non lo eravamo?”

Che cosa è successo? Come nella più tipica delle saghe, l’Impero ha colpito ancora, ed io ho la percezione, sempre più spesso, di essere considerata da chi mi circonda alla stregua dei “corvi neri”, i Guardiani della Notte che dedicano la vita alla difesa della Barriera… reietta, scomoda e pure un po’ anacronistica. Ridicola.

Anacronistica io? Dissociata dalla realtà?

La realtà che conosco, anzi direi la punta dell’iceberg che mi è dato conoscere, è abominevole: la condizione delle donne a livello mondiale è sempre la medesima, l’oppressione non dà segni di cedimento: la violenza e il dominio patriarcale non mollano la presa, e schiacciano le donne nei modi più vari… le uccidono, le mutilano, dispongono delle loro vite a piacimento, le privano di capacità economica, le allevano schiave nella mente prima ancora che nel corpo, le picchiano, le torturano, le spremono in ogni modo possibile, ne estraggono ogni plusvalore immaginabile.

Tolgono alle donne l’autodeterminazione, ne minano i tentativi di indipendenza e le relegano a ruoli funzionali ed ancillari, le scrutano continuamente e le tengono sotto scacco, ingerendo senza sosta in qualsivoglia scelta cerchino con fatica di portare avanti.

Ne sfruttano a piacimento i corpi, estraendone ogni energia, conforto e cura, rendendole decorazione, fonte e strumento di piacere, destinandole culturalmente a immaginare per sé un unico destino, spesso riproduttivo, salvo poi disconoscerne i tentativi di autodeterminare e valorizzare questo stesso sfruttamento alle proprie condizioni e nei propri termini, definendole come quegli esseri sempre abnegati, sempre disponibili, sempre pronti ad autoimmolarsi con gioia, spinte dal “cuore” e da un afflato quasi divino proteso al dono totale di sé. La cancellazione totale del sé.

Questa dolorosa consapevolezza pare completamente assente, e anche quando si manifesta somiglia di più ad una nebbiolina vaga ed eterea aleggiante nella mente della maggior parte delle persone che incontro per strada, sul lavoro, nei contesti sociali “normali”… troppo facile sarebbe far riferimento a quella manciata di persone che – fortunatamente – rendono la mia vita meno intollerabile attraverso l’impegno politico e il confronto dialettico. Intorno a me, impalpabile e mortifera, vedo galleggiare questa nuvoletta – dalla consistenza della cipria – fatta di luoghi comuni e slogan patriarcali spesso proferiti, come nel peggiore degli incubi, da voci di donne.

Io riesco a situare l’inizio della fine, e per me tutto è cominciato a crollare in maniera incontrollata  a seguito di una manifestazione di un febbraio di qualche anno fa, una manifestazione che è riuscita, attraverso un pinkwashing magistrale, a cancellare con un colpo di spugna le più salde istanze femministe, riportando l’orientamento comune verso un più rassicurante “femminile” rosatinto, l’elogio di una differenza che abbraccia con ardore le ‘peculiarità femminili’ tanto care al patriarcato, la gentilezza, l’abnegazione, la cura, la dignità, la maternità, la richiesta fatta con voce sussurrata e mai urlata, l’adeguarsi al sistema e ai suoi valori cercando al massimo di guadagnarsi una nicchia di sopravvivenza, anche a scapito delle altre donne, senza mai pensare nemmeno per un secondo a quale mondo si desideri realmente abitare. A ripensarci non stupisce infatti, come quel giorno le strade fossero invase da tante donne e tanti uomini, tutti con l’aria compunta, e pronti a difendere la dignità delle donne (e il maschile “neutro” non lo uso per caso o per sbaglio). La dignità. Non certo la libertà.

Da quel giorno il femminino si è fatto carico del lavoro sporco necessario a depotenziare quelle stesse istanze femministe che  – terrei a ricordarlo in particolar modo a tutte quelle donne che definiscono il femminismo “il contrario del maschilismo” – sic! – sono state capaci di aprire tutti quei necessari spazi di libertà che oggi vengono considerati “scontati”. Quelle donne, e sono la maggioranza, cieche alla demolizione continua di diritti e possibilità di tutte noi “fortunate” occidentali, sorde alle grida di dolore che arrivano da appena oltre i confini, mute di fronte al sopruso continuo e al sessismo infinito del quale anzi sono diventate, consapevolmente o meno, alleate.

E così oggi siamo al paradosso: le più accanite sostenitrici dell’ordine patriarcale sono proprio donne, donne fiere di essere differenti, orgogliosamente femmine e femminili (qualsiasi cosa questo significhi). Donne che hanno abdicato alla possibilità di diventare qualsiasi cosa siano capaci di desiderare per tornare, di propria volontà, all’interno dei confini indicati come “naturalmente” destinati a qualunque essere provvisto di vulva: uno tsunami rosa che travolge tutte le lotte, tutte le rivendicazioni, tutte le conquiste, e  che al ritirarsi della marea lascia alle proprie spalle la devastante restaurazione reazionaria del “posto delle donne” in questo mondo. Ovviamente subordinato.

Ci ho messo due giorni per elaborare questo lutto, e la rabbia che ne è conseguita: ma oggi è un altro giorno, un altro giorno nel quale mi sentirò un po’ più sola nel lottare contro la discriminazione, l’oppressione, nel cercare di difendere quello spazio di possibilità così prezioso per chiunque voglia vivere una vita libera… io sono qui, e vi aspetto.

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Intervista a Melanie Light, regista del film horror vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA)

 

La regista britannica parla del suo acclamato capolavoro dell’orrore a tema vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA).

Traduzione di questo articolo di feminoska, revisione di michela.

Una delle caratteristiche uniche del genere horror è la grande libertà che offre a* regist*, grazie ai suoi peculiari elementi fantastici, di affrontare questioni scottanti in maniera non per forza totalmente esplicita. Questo aspetto è balzato all’occhio recentemente in Babadook di Jennifer Kent, nel quale la regista è stata in grado di affrontare i tabù della maternità attraverso l’entità che dà il titolo al film, questioni che avrebbero potuto essere liquidate come crudeli o, peggio ancora, ignorate in un film realistico. Utilizzare metafore per porre questioni difficili, ha dunque, a sua volta, il potere di concedere al pubblico la facoltà di affrontare argomenti che in passato aveva rifiutato o lo avevano fatto sentire a disagio. Si tratta di una forma di rimozione che va a vantaggio di entrambe le parti.

Per l’esordiente Melanie Light, il genere horror si è rivelato la cornice ideale del suo ultimo lavoro. Un cortometraggio intitolato THE HERD (LA MANDRIA), dichiaratamente vegfemminista, si sarebbe di certo scontrato contro tali pregiudizi. Stranamente, nonostante sia sufficiente menzionare il femminismo o il veganismo per causare in alcune persone spasmi di rifiuto, esiste un diffuso scollamento tra i due movimenti. THE HERD, un film che trasferisce gli orrori quotidiani dell’allevamento intensivo e dell’industria lattiero-casearia alla realtà umana, cerca di colmare questo divario.

Scritto da Ed Pope, il film narra le vicende di un gruppo di donne rapite e imprigionate in una struttura al solo scopo di mungere latte dai loro corpi. Indipendentemente dalle idee personali degli spettatori, il film è innegabilmente efficace nel raggiungere il proprio obiettivo, ovvero raffigurare un’esperienza di orrore cruento. Nei titoli di coda, tuttavia, Light sottolinea ulteriormente il tema in questione attraverso l’inserimento di immagini disturbanti di macelli e allevamenti. La giustapposizione equipara il trattamento delle donne in questo film di finzione al trattamento degli animali nella vita reale, dando vita a un’atmosfera angosciante con la quale il pubblico dovrà per forza fare i conti.

THE HERD sarà, ci auguriamo, il trampolino di lancio di una carriera fiorente per la regista britannica. In venti brevi minuti, Light sviluppa una storia straziante  abilmente condotta dal suo forte senso visivo. L’intenzione della stessa Light, la quale ha affermato di aver “trattato il film come un lungometraggio”, è evidente: non c’è un briciolo di trascuratezza. Grazie agli studi in scenografia, il film beneficia di un’ambientazione volutamente squallida. Le immagini sono profondamente efficaci e aiutano a sottolineare il concetto centrale del film. Se non altro, THE HERD vi costringerà a pensare, cosa che non avviene di frequente nel cinema moderno.

In seguito alle numerose proiezioni accolte con estremo favore nel circuito dei festival, SHOCK ha incontrato Melanie per parlare del film, delle sue istanze politiche  e delle ragioni per cui a volte può essere difficile anche solo cercare di spiegare a qualcuno il veganismo.

SHOCK: Quindi, qual è stato il tuo percorso? Sei sempre stata attratta dal cinema?

LIGHT: Mah, ho studiato scultura in modo molto approssimativo – all’Università di Brighton, in Inghilterra. Sai, sono sempre stata attratta dalle arti – pittura, disegno, fotografia. Verso la fine del mio percorso universitario ho cominciato ad appassionarsi seriamente al campo cinematografico, ai film horror per lo più. Ero anche ossessionata da rotten.com e della rivista Bizarre, da tutte queste cose strane e assurde, e il mio lavoro le rispecchiava. Alla fine, sono dovuta tornare a casa e trovare un noiosissimo lavoro di merda, in un ufficio, per pagare una parte dei dei miei debiti mentre realizzavo protesi e oggetti di scena horror nel tempo libero. Non sapevo cosa fare di me stessa.

SHOCK: Quando hai cominciato a lavorare davvero sui film, quindi?

LIGHT: Alla fine, mi sono ritrovata ad una convention horror alla quale erano presenti solo 50 persone. Si trattava della Chiller Fest Convention. In realtà è li che ho incontrato Ed [Pope], lo sceneggiatore di THE HERD. C’erano anche alcune persone che avevano lavorato in Harry Potter e parlavano di cercare lavoro in campo artistico; io non riuscivo a far altro che pensare “Com’è possibile?” A quei tempi credevo che fosse possibile lavorare nel cinema solo attraverso le grandi produzioni cinematografiche. Pensavo, ”Come cavolo faccio, non conosco nessuno”. Così ho iniziato a realizzare dei diabolici coniglietti zombie e ho cazzeggiato un po’ con vari progettini. Alla fine ho trovato questo sito, mandy.com, che offriva l’opportunità di lavorare a un film horror chiamato “La sedia del diavolo”, come assistente nel dipartimento direzione artistica. Si è trattato di tre settimane di riprese notturne passate a dipingere pareti, coprire le mura di sangue finto, senza chiudere occhio. Ho pensato che fosse la cosa più bella del mondo. Mi ricordo che, verso la fine – ci si scopre molto emotivi al termine di un lavoro impegnativo, perché si diventa come una piccola famiglia – erano le quattro del mattino e ho pensato, ”Credo di aver trovato la mia strada”.

SHOCK: Qual è stato il passo successivo?

LIGHT: Mi sono trasferita a Londra e ho fatto un sacco di roba a basso costo. Sono stata responsabile di produzione e direttrice artistica di film horror dal budget ridicolo, serie web e roba così. Dopo aver lavorato ad alcuni progetti con un budget quasi inesistente, ho pensato che se questi ragazzi ci riuscivano, allora onestamente ero convinta di poterlo fare anche io. Così ho realizzato il mio primo cortometraggio con un gruppo di amici, una sciocchezza della durata di cinque minuti. Poi, ho fatto un paio di piccoli video musicali, chiedendo a tutti i miei amici musicisti di farmi fare video per loro. Mi sono fatta più ambiziosa e ho girato il corto successivo in Nevada, perché volevo dimostrare che potevo essere una regista. Dopo quell’esperienza ho capito che dovevo fare un altro cortometraggio, ed è stato a quel punto che Ed mi ha proposto la sceneggiatura di THE HERD.

SHOCK: Sono molte le tematiche affrontate dal film, a partire dalla premessa centrale. Quando Ed ti ha proposto l’idea di THE HERD, fino a che punto era già definita?

LIGHT: C’erano un sacco di bozze. Dopo avermi proposto il film, è rimasto nel dimenticatoio per un po’, finché ad un certo punto ci siamo concentrati e abbiamo lavorato insieme con grande impegno per dare forma allo script. Doveva essere semplice da girare ed era molto importante che fosse chiaro il motivo per il quale queste cose accadevano; era un punto fondamentale per assicurarsi che non si trattasse esclusivamente di una storia di oppressione animale, ma fosse allo stesso tempo una storia horror. Avevamo bisogno di qualcosa che potesse soddisfare chiunque e in ogni caso trasmettere il messaggio.

SHOCK: Dunque, dall’inizio, il punto essenziale era rendere evidente il collegamento tra la condizione umana e il trattamento degli animali?

LIGHT: Sì, sicuramente. Questo è stato lo scopo della storia fin dal primo giorno. Ed ha tirato fuori la frustrazione che prova quando è costretto a spiegare alla gente perché non beve latte, perché non mangia formaggio. Lo scopo era proprio quello di mostrare le donne in gabbia mentre venivano munte e ingravidate, per rappresentare le vacche da latte e l’industria lattiero-casearia.

SHOCK: E gli spettatori spesso vedono la connessione tra il femminismo e il veganismo, anche se è innegabile che esista uno scollamento tra i movimenti.

LIGHT: È davvero frustrante, una volta che si comprende il legame esistente tra il femminismo e il veganismo. Non molto tempo fa ho inviato una mail al Vegan Feminist Network sul tema, e mi è stato risposto che “purtroppo molte femministe non vogliono vedere questo collegamento”. È deprimente imbattersi in persone che sono convintamente femministe, che mangiano carne o sono ancora vegetariane, e cercare di spiegar loro il nesso esistente, che questa è una questione che riguarda tutte noi. E quando si prova a spiegarlo, si ricevono sguardi straniti o bisogna fare attenzione a non trovarsi coinvolt* in interminabili discussioni, perché sono sempre le/i tu* amic* e in fondo le/i rispetti comunque (anche se una parte di te è morta dentro) [ride]. Un sacco di gente non vuole affrontare il semplice fatto che essere femmina non è una caratteristica esclusiva degli esseri umani, e che queste mucche, scrofe e pecore sono sfruttate per via e attraverso i propri apparati riproduttivi. Non umani e umani: per la gente non siamo uguali, no? Di recente ci hanno accusato di aver realizzato un film misogino e bacchettone, cosa che per noi è stata molto difficile da capire, perché la persona che lo ha definito così, ovviamente, non ha colto il punto centrale del film. Gli esseri umani pensano di essere al di sopra di altre specie. È così demoralizzante.

SHOCK: È davvero strano sentir definire il film misogino, perché anche tenendo separate le questioni relative ai diritti animali (cosa assolutamente possibile, almeno fino ai titoli di coda), in ogni caso mette in scena una rappresentazione del trattamento che molte donne subiscono nella società. Le immagini presenti sullo schermo non possono provocare alcun piacere.

LIGHT: Ti imbatti continuamente in persone che, il minuto che scoprono che sei vegan, ti buttano addosso il proprio senso di colpa e iniziano ad attaccarti per il solo fatto di esserlo. È per questo che ho scelto di mettere il montaggio [dell’industria lattiero-casearia e del macello] alla fine, perché, se si fosse trattato del solo film senza titoli di coda, la gente non avrebbe capito il messaggio preciso. E quando cominciano a capire, stanno tutt* zitt* – a volte senti risatine nervose – ma poi cominciano a fare i collegamenti. Sono così assorbita dal tentativo di spiegare il punto principale del film, l’analogia con l’oppressione animale, che rischio facilmente di trascurare le analogie con il trattamento delle donne nella società, le pressioni che subisce chi è di sesso femminile, chi vive l’oppressione religiosa, o come cittadina di seconda classe nelle comunità, nei luoghi di lavoro. Nessuna parità di retribuzione, l’obbligo di apparire in un determinato modo, di raggiungere questi ideali impossibili. In molti casi, non poter essere null’altro che madri. Non c’è uguaglianza all’interno della nostra stessa specie, figuriamoci con le altre.

SHOCK: Se avessi messo quelle immagini all’inizio del film, la gente sarebbe scappata via prima ancora di sentirsi emotivamente coinvolta. Era questa l’idea, ovvero prendersi gioco de* spettator* facendo loro capire qualcosa che, altrimenti, potrebbe essere spiacevole da affrontare?

LIGHT: Sì, ma era più una strategia per mostrare agli spettatori il vero significato del film, perché ho l’impressione che forse, se non ci fossero state, molte persone non avrebbero capito il senso di tutto questo. Infatti, nonostante qualche critico ci abbia accusato di voler imporre la nostra agenda, altri sono ancora completamente fuori strada. Si tratta di un film politico, alcuni possono non essere d’accordo o sentirsi offesi, ma sono convinta che quando si ha l’intenzione di fare un film capace di trasmettere un messaggio, sia meglio che questo messaggio sia chiaro.

SHOCK: Qual’ è stata la reazione del pubblico?

LIGHT: Molte persone ci hanno inviato messaggi molto positivi sulla pagina Facebook, del tipo: “Sono così felice che abbiate realizzato questo film”, o ”Ho sempre pensato che questo argomento dovesse diventare un film”. Dal punto di vista dei diritti animali, i risultati positivi che abbiamo testimoniato sono stati davvero travolgenti. Uno degli attori, Dylan [Barnes] – che interpreta il personaggio più cattivo – era carnivoro e, dal momento in cui ha cominciato a lavorare al film, ha imboccato a poco a poco la strada del veganismo. E uno dei nostri produttori è diventato vegano subito dopo aver visto il film. Dunque funziona, ed era appunto questo che stavamo cercando di fare. È snervante, perché sai che la maggior parte del pubblico non investirà così tanto delle loro convinzioni personali nella storia, come abbiamo fatto noi. Quindi è bello costringere “con l’inganno” queste persone a fare i conti con cose alle quali non hanno mai nemmeno pensato. Per via di una scarsa informazione, le persone non pensano mai veramente a queste cose, come al fatto che le mucche debbano essere incinte per produrre latte – esattamente come le donne devono partorire per allattare; è proprio la stessa cosa. Quando potremo finalmente mettere il film online, dopo tutti i vari festival, sarà grandioso. Soprattutto con quello che sta succedendo al settore lattiero-caseario nel Regno Unito. E’ di questo periodo la notizia di come le aziende lattiero-casearie si sentano messe sotto pressione. Ovviamente, la gente è spesso egoista e pensa “ho intenzione di smettere di bere il latte, perché ho sentito che contiene sostanze chimiche e che mi fa male“ il che, se non altro, è un cambiamento. Ma penso che la gente abbia ulteriormente bisogno di rendersi conto che, in realtà, è diverso dal pensare “Aspetta un secondo, guarda come le mucche sono state ridotte in schiavitù, per tutta la vita” e che non dovremmo controllarle e trattarle come se fossero solo beni e prodotti.

SHOCK: Quali sono i tuoi progetti futuri? Arriverai a realizzare un lungometraggio?

LIGHT: Stiamo facendo uscire una musicassetta in edizione limitata della musica del film, quindi ora sono in attesa di finire questo. Credo che la musica sia in sé davvero eccezionale, e amo i brani di genere punk rock: abbiamo realizzato una cassetta in edizione limitata come se fosse realizzata da un gruppo punk o simili [ride]. Ho scritto un lungometraggio ma essendo il primo, ovviamente, nessuno vuole investirci molti soldi. Così ho pensato ad un film a budget bassissimo che voglio girare nella mia città natale. A meno che qualcuno non mi proponga una buona sceneggiatura, disponga di tutti i soldi necessari e faccia anche da produttore, dicendomi: “Voglio che sia tu a dirigere questo cortometraggio”! Allora lo farei [ride], ma in questo momento è tutto molto difficile e impegnativo. Ho investito così tanto denaro e impegno nel realizzare THE HERD, perché l’ho trattato come se fosse un lungometraggio. Ad un anno da oggi, vorrei davvero essere occupata nella realizzazione di un film. Al momento, non vedo l’ora di pubblicare THE HERD online [il film è oggi disponibile online su vimeo, n.d.t.]. Sto cercando una piattaforma dove metterlo in rete e sulla quale la gente possa pagare tipo due sterline, una per coprire i costi della piattaforma, l’altra da donare ad un rifugio per animali situato da qualche parte nel Regno Unito…

Agility Girl

Power is being told you are not loved
and not being destroyed by it.

Cosa è successo alla ragazza che un tempo ero? Alla scimmietta selvaggia che si arrampicava sugli alberi e vinceva alle gare dello schizzo più lungo, inarcando la schiena per ovviare all’anatomia svantaggiosa? Il patriarcato ha chiesto il suo tributo. A volte violenza non è un bastone sulla schiena, ma una frase sussurrata, ancora e ancora, che ripete incessantemente “comportati come una femmina”. Hai imparato presto a travestirti come richiesto, portavi i capelli lunghi, trucchi e gonne, hai fatto tua la sublime arte della depilazione, ripetendo ad ogni strappo “la bellezza passa attraverso il dolore”. Ma quello sarebbe stato soltanto l’inizio. Per ogni impresa, per ogni aspirazione, c’era sempre un modo giusto per poterla realizzare. Ed era uno solo, quello della subordinazione. Essere intelligente, sì, ma con modestia, testarda non va bene, avventurosa nemmeno – c’è un mondo di pericoli pronti a farti a pezzettini, meglio uno studio un po’ ottuso che lasci spazio a ciò che conta veramente. Il primo comandamento è mettere gli altri prima di te stessa, il secondo dice la batteria non è uno strumento da donna, “perché non una chitarra classica?” ripetevano sconsolati. La chitarra l’hai provata, una noia mortale. Non volevi un ripiego, e hai rinunciato al sogno originale.
Hai imparato la docilità dell’animale addomesticato. È facile da ottenere, è una ricetta infallibile. Passa attraverso le privazioni, l’amore che ottieni solo a costo di esercizi di abilità, agility girl, e ogni volta che compi l’esercizio correttamente, ogni volta che fai le acrobazie e riesci a dimostrare la tua obbedienza, ti lanciano un biscottino d’approvazione, un biscottino a forma di cuore per un animaletto educato.
Quando però cerchi di essere chi sei veramente, quando soltanto ci provi, le onde della riprovazione si alzano come tsunami inarrestabili e vieni scaraventata in un pozzo profondo, la scaletta viene ritirata: ti lasciano sola a meditare sul tuo peccato originale. Così perdi te stessa, pezzettino dopo pezzettino, e ogni volta che ritorni in superficie sei più pallida, più trasparente, e il vestito che ti cuciono addosso aderisce così perfettamente al fantasma che sei ora, che alla fine non ti riconosci più, e i confini tra ciò che sei e ciò che devi essere si confondono.
Eppure non basta mai – oramai lo sai – ma hai così poche forze residue che lasci che ti vestano come una bambola, che ti indichino la strada da percorrere, sempre sulle punte per non disturbare – e vederti volteggiare è uno spettacolo di grazia, i tuoi piedi insanguinati li vedi solo tu. Li lasci frugare in te, demolire speranze e progetti, come una piuma nel vento leggera, ma col cuore pesante come piombo.
Il femminismo ti ha salvata? Duro a dirsi, chissà. Di sicuro ti ha fatto l’elettroshock, ti ha spalancato gli occhi come un’iniezione di adrenalina nel cuore. Hai scoperto di essere in guerra, hai guardato i nemici in faccia, e con orrore, li hai riconosciuti: erano proprio coloro che bisbigliavano di “farlo per il tuo bene”, chi diceva di amarti, ma sempre sotto condizione.
Ora passi il tempo a ripetere alle tue sorelle che non è colpa loro, non è colpa loro. Che questo non è un mondo per donne, e ogni piccolo passo in avanti è costato sudore e sangue – il mondo è pieno di ribelli coraggiose che hanno pagato con la vita, o con la propria lucidità mentale, il loro non volersi far domare. Ti sei tagliata i capelli, hai smesso di conformarti al loro ideale. Hai alzato la testa, hai cominciato a dire la tua e non ti sei più fermata. Forse, come ti hanno detto, hai scopato di meno, ma di sicuro hai goduto di più.
Hai alzato la voce, hai iniziato a gridare, la rabbia ti ha pervaso in ogni cellula. Quegli altri, intorno, non hanno smesso di blaterare. Li senti anche oggi, hanno mille volti e nomi… a volte credono di esserti alleati. A volte lo pensi anche tu. Pure loro a volte, “senza cattiveria”, ti dicono che in fondo forse la colpa è anche un po’ tua. Non sei abbastanza forte, non sei rediviva, se solo lo avessi voluto davvero nulla avrebbe potuto ostacolarti. Credono alle frottole che altri hanno inventato, quelle stesse che poi dicono di voler scardinare… scardina il tuo paternalismo, dolcezza, perché altrimenti anche tu sei schiavo del patriarcato.
È una colpa nascere con un pene? Certo che no. Ma un pene in un mondo che idolatra escrescenze è una grossa responsabilità, e questo non si può ignorare. “No! Io non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo; io sono un cortigiano, sono uno utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due, ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo, deferente, felice di mostrarsi utile, prudente, cauto, meticoloso; pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso; talvolta, in verità, quasi ridicolo – e quasi, a volte, il buffone.”
Anche un buffone è un privilegiato mentre Ofelia giace annegata nella corrente.

Lettera d’amore a Louise Bourgeois, icona femminista (che le piaccia o meno)

Articolo originale di Katherine Brooks qui. Traduzione di feminoska, revisione di michela.

Louise Bourgeois è un’icona dell’arte femminista, anche se lei – da qualche aldilà mitico popolato di ragni giganti e figure aliene contorte – odierebbe questa etichetta. Quando era viva, affrontava l’argomento in maniera vaga. “Alcuni dei miei lavori sono, o cercano di essere femministi, e altri non lo sono”, dichiarò in un’intervista rilasciata al San Francisco Museum of Art.

“Ho la fortuna di essere stata allevata da una madre femminista e di aver avuto un marito femminista, e ho cresciuto due figli femministi”, Germaine Greer così la cita su The Guardian, non molto dopo la sua morte, avvenuta nel 2010. L’artista, famosa per le sue sculture gigantesche di ragni, si tiene volutamente fuori dal movimento, non necessariamente per insinuare un rifiuto dell’- ismo, ma più probabilmente per una certa condiscendenza verso i critici, svelti ad associarla con quel termine, indipendentemente dal suo parere.

Bourgeois deve effettivamente molto al movimento femminista. Nata a Parigi nel 1911, fu nota per molti anni esclusivamente come la moglie di Robert Goldwater, lo storico dell’arte americano con il quale si trasferisce a New York alla fine degli anni ‘30. Anche se disegnò, dipinse, scolpì e stampò per tutti gli anni ‘40 e ’50, Bourgeois non ricevette seriamente l’attenzione del mondo dell’arte fino ai 50 anni. Dovette aspettare non pochi anni prima di lasciare la periferia delle menti dei critici d’arte, per conquistare un posto più vicino al centro. In quel periodo, il movimento femminista stava sbocciando.Continua a leggere…

Una rivalutazione di Alien: la sessualità e le angosce degli uomini

Articolo di Jason Häggström, in originale qui. Traduzione di feminoska.

Nei trent’anni successivi alla sua uscita, Alien ha scatenato un acceso dibattito tra i teorici del cinema. Le analisi accademiche del film hanno puntato l’attenzione su molti temi differenti, risultati in letture femministe, marxiste, psicoanalitiche, e molte altre. Ma queste teorie, in un gioco di rimandi alle speculazioni preferite di ciascun autore,  sono decontestualizzate rispetto ad un analisi della pellicola da un punto vista filmico ma non solo. La maggior parte delle critiche, accademiche e non, giungono in ultima analisi alla conclusione che Alien sia un film femminista per via della rappresentazione del luogo di lavoro come territorio di uguaglianza nel quale i tradizionali ruoli di genere sono aboliti. Ma un altro aspetto si cela sotto la superficie: la paura. Non la paura dell’alieno divorante, ma la paura e l’ansia di un futuro nel quale l’uguaglianza dei sessi potrebbe anche portare alla (con)fusione della biologia sessuale. Ciò che viene dunque rivelato in Alien è l’ansia provata dagli uomini nel corso della seconda ondata del femminismo, durante la quale il film è stato prodotto.Continua a leggere…