Creare la rivoluzione: intervista ad Aph Ko

Intervista originale qui. 

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La genesi di questa intervista è lunga e tortuosa. Comincia qualche anno fa, quando un’amica racconta a me e a mia moglie di questa straordinaria studente vegana che si chiama Syl. Qualche anno dopo, Syl è diventata una cara amica e sua sorella Aph pubblica un articolo sul perché i diritti animali sono una questione femminista.

Piccoli tunnel spazio temporali come questi si aprono continuamente nel cyberspazio, e scoprire dove conducano è non solo interessante ma anche importante per il proprio percorso. Da scrittore e mediattivista, sono affascinato e al tempo stesso turbato da quanto ha luogo nel mondo virtuale. Dopo aver letto l’articolo di Aph e aver visto la prima stagione della webserie Black Feminist Blogger, sono sceso nella tana del Bianconiglio.

Aph possiede il dono di una voce critica articolata e cristallina, e la sua prospettiva sull’interconnessione delle oppressioni e sui movimenti che la contrastano nell’ambito dell’attivismo è notevole per intelligenza e precisione. Le ho posto queste domande per conoscere meglio il suo lavoro e alcune delle conclusioni che ha tratto dal tempo che ha passato nella blogosfera.

Puoi parlarci di come sei diventata vegan? Quando è successo, e quali fattori hanno influenzato la tua decisione di smettere di prendere parte allo sfruttamento degli animali?

Sono diventata vegetariana a 16 o 17 anni, al liceo, dopo che alcuni amici mi hanno mostrato degli opuscoli della PETA (allora non sapevo ancora delle loro campagne sessiste!). Ho poi lavorato in un ristorante vegano a Irvine, in California, il Veggie Grill (era il primo in assoluto; ora è una catena di successo). Però allora non sentivo una particolare connessione ideologica con il veganismo, non lo prendevo sul serio. È stata mia sorella Syl a farmi comprendere il veganismo come concetto politico, quando avevo 20 anni. Mi regalò il libro Sistah Vegan e leggendolo compresi immediatamente il collegamento tra razzismo, sessismo e specismo e la cosa mi appassionò da subito (sono ancora ossessionata da A. Breeze Harper!)

Per un po’ è stato difficile per me essere coerente con la dieta vegana, nonostante avessi colto la questione politica che quest’ultima sottendeva, perché ero dipendente dai corpi animali come beni di consumo da tantissimo tempo. Mi resi conto che decostruire le narrazioni relative alle abitudini alimentari è difficilissimo, ma allo stesso tempo possibile e necessario.

La tua serie Black Feminist Blogger è il racconto esilarante e allo stesso tempo inquietante della realtà affrontata da una scrittrice femminista nera nella blogosfera. Sono curioso di sapere quello che pensi dello stato attuale della critica femminista nel cyberspazio e nella società in generale. Ad esempio, mi ha colpito il personaggio dell’editrice immaginaria, Marie, in particolare quando afferma “Ho eliminato le parole razzismo e supremazia bianca, sono troppo problematiche… in questa rivista vogliamo parlare dei problemi delle donne”. Pensi che sia possibile ottenere cambiamenti reali (in termini di rivoluzione culturale e di connessione delle lotte) sulle questioni femministe più importanti grazie al web? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi che derivano dal coinvolgimento nel mediattivismo?

Che bella domanda! Sì, penso che si stiano facendo progressi attraverso il mediattivismo. Quest’ultimo consente a molte persone appartenenti alle minoranze oppresse di accedere a piattaforme alle quali non avrebbero probabilmente accesso, se non fosse per Internet. E, cosa ancora più importante, ci consente di connetterci tra noi. Inoltre, proprio in rete ho imparato molto sui movimenti di giustizia sociale. Perciò da una parte direi che sì, il web ha portato sicuramente ad alcuni progressi, perché Internet offre uno spazio unico di organizzazione e costruzione del movimento. D’altra parte però non credo che Internet di per sé basti a portare avanti le questioni politiche. Black Feminist Blogger mostra come il blogging sia un business, mi sono basata su alcune delle mie esperienze reali di blogging full-time. Poiché alcune persone fanno soldi con i siti Web (il che non è sempre un male, soprattutto quando ti dedichi a questioni importanti e interessanti), si vive sotto la pressione costante a pubblicare velocemente e rigurgitare gli stessi argomenti popolari più e più volte per ottenere clic. È per questo che puoi leggere 300.000 articoli su Iggy Azalea e della cellulite che ha sul culo… e se la sua accettazione della cellulite sia o meno una posizione femminista… ma chi se ne frega!

In effetti, attraverso il lavoro di scrittura freelance vedi il lato commerciale del blogging. Ho scritto per siti femministi che assoldano un gran numero di scrittrici pagate ad articolo. In realtà, alcuni di questi siti di successo inviano ogni settimana via mail alle loro scrittrici freelance spunti di argomenti popolari tra cui scegliere. A volte, devi scegliere un argomento dal loro elenco perché sanno che otterranno un maggior numero di clic sulla pagina (e i clic si traducono in denaro). Per questo motivo, l’attenzione si focalizza sulla PRODUZIONE di articoli, non necessariamente sulla scrittura di testi dai contenuti innovativi e necessari. Ho anche lavorato per siti che arruolano in particolare scrittrici di altri paesi perché le pagano meno.

È la parte peggiore del mondo online. La corporativizzazione del femminismo online sta silenziando le voci femministe radicali e indipendenti, che non possono competere con loro o con siti che guadagnano migliaia di dollari (alcune scrittrici femministe hanno persino agenti!). Per questo alcuni siti femministi hanno il monopolio del pensiero femminista, e questo mi fa davvero rabbia. Alla fine sai già che quegli stessi spazi femministi affronteranno continuamente gli stessi argomenti popolari, non perché aggiungano qualcosa di inedito alla conversazione, ma perché DEVONO scriverne per essere di tendenza, e questo alla fine è mero giornalismo. Penso che Internet aiuti le persone a diventare imprenditor* e giornalist* capaci, ma non necessariamente attivist* migliori. Si confonde l’attivismo con la capacità di promuovere se stess* e la propria scrittura.

In quanto femminista nera, quali sono i problemi principali che vorresti ricevessero più attenzione di quanto accade al momento? Quali problemi hai dovuto affrontare per portare alla ribalta certe tematiche invece delle narrazioni costruite dai media mainstream?

In generale, credo che attualmente ci troviamo di fronte una gigantesca falla a livello teorico. La maggior parte delle discussioni che hanno luogo nei canali mainstream si appropriano delle questioni critiche e le distillano. Non è possibile parlare di donne e sessualità in modo inedito per colpa dello SGUARDO MASCHILE e della CULTURA DELLO STUPRO. Le donne di colore, sia quelle con la pelle chiara che con la pelle scura, non possono parlare insieme per colpa del COLORISMO. Vengono pubblicati di continuo articoli sulle donne famose che “celebrano” le proprie curve, o che non hanno paura di mostrarsi senza trucco, ed ecco che i discorsi sono diventati inconsistenti. Sono stufa di quanto la maggior parte dei discorsi siano ormai acritici e noiosi. Le discussioni nei canali mainstream sono sempre “sicure” e igienizzate. Abbiamo bisogno di una nuova cornice entro la quale inquadrare i problemi, perché attualmente questi discorsi non servono a niente e l’unico risultato sono queste narrazioni sciatte, poco interessanti e prevedibili che non hanno alcun effetto.

Prima di tutto dovremmo smetterla di concentrarci così tanto sulle persone famose. La nostra cultura ha una fissazione malata con quello che fanno le celebrità. Forse il femminismo è stato sgradevole e scomodo  per così tanto tempo che ora cerchiamo di riabilitarlo rendendolo gradevole, e per fare questo lo stiamo distillando, schiaffando l’etichetta di femminista su qualsiasi celebrità che denuncia l’uso di Photoshop. L’enorme attenzione data alle persone famose nel femminismo deriva dal fatto che il femminismo online si sta trasformando in giornalismo di bassa lega. A causa di questa svolta giornalistica del femminismo, sempre più femministe “riportano” avvenimenti culturali e a partire da ciò fanno le proprie analisi.

Come femminista nera, vorrei parlare di più dei diritti animali e di veganismo all’interno degli ambiti femministi senza che questi ultimi vengano considerati un argomento separato. I movimenti per la giustizia sociale sono tremendamente compartimentati, sebbene la parola più alla moda della nostra generazione sia “intersezionalità”. Mi piacerebbe anche che le femministe si concentrassero maggiormente sui media digitali indipendenti, la musica indipendente, l’arte, ecc. Adoro la sensazione genuina degli spazi indipendenti e penso che questi luoghi sgangherati abbiano molte potenzialità. L’atto di creare è rivoluzionario, quindi dovremmo iniziare a parlarne un po’ di più. In generale sono convinta che abbiamo bisogno di nuove teorie capaci di tracciare il mutato panorama politico, razziale e sessuale di oggi.

In un recente articolo per Everyday Feminism spieghi perché i diritti animali sono una questione femminista. Secondo te, perché è ancora necessario affrontare questo argomento negli ambiti femministi (cosa si nasconde dietro alla disconnessione tra femministe e altri animali)?

Attualmente molti movimenti per la giustizia sociale prosperano utilizzando parole d’ordine e mantra vuoti, piuttosto che attraverso l’azione autentica. Per questo motivo, è più in voga imparare la lingua del movimento in modo da “apparire” in grado di comprenderlo, piuttosto che agire nella pratica. Quando si comprendono davvero le motivazioni alla base della politica cambia il modo di vivere, non solo le frasi che portiamo scritte sulle magliette.

Alcune persone gridano #blacklivesmatter per via dell’omicidio di Mike Brown, ma non sanno il nome di un autore nero, un filosofo nero, un prodotto multimediale indipendente nero, un artista nero, ecc. È uno slogan vuoto. Ironia della sorte, ci sono femministe che gridano “il personale è politico” ma non si rendono conto che il cibo che consumano è il prodotto di un sistema di oppressione gigantesco.

L’intersezionalità oggi si rivela un fiasco in molti ambienti perché resta collegata a una prassi inesistente. L’incapacità di alcune femministe di lottare per i diritti animali dimostra quanto siano radicate in noi gerarchie oppressive e problematiche, anche nella psiche dei soggetti oppressi. Alcune persone oppresse hanno difficoltà ad ammettere di essere agenti oppressivi di altri soggetti. Sfortunatamente, capita sovente che i gruppi oppressi siano incapaci di comprendere di non essere gli unici corpi ad essere oppressi, e qualsiasi stimolo a rivolgere l’attenzione su altri oppressi viene immediatamente accolto con rabbia e frustrazione. Questa reazione è la dimostrazione della mia affermazione che le persone non capiscono davvero l’intersezionalità… o forse non ci hanno riflettuto sopra abbastanza.

Penso anche che per come è strutturato lo spazio online, in cui chiunque può aprire il proprio blog e scrivere quello che gli pare, tutt* si sentono espert* di femminismo. Molte persone criticano, poche sono inclini a imparare (anche io quando ho iniziato a bloggare ero una stronza testarda). Come ho affermato in un’intervista al Daily Beast, le persone amano criticare e sollevare problemi, ma non vogliono riflettere davvero sulle questioni perché questo potrebbe implicare un reale cambiamento, e poiché la nostra cultura prospera sulla “comodità”, “cambiamento” resta semplicemente la parola colorata su un poster di John Lennon appeso al muro, non la politica che costituisce il fondamento della tua vita.

Insieme al PERCHÉ, puoi parlare del COME? In che modo il femminismo può prendere più seriamente l’oppressione degli altri animali, creando una strategia globale e intersezionale per combattere l’oppressione?

Ironia della sorte, abbiamo già una teoria che sostiene i diritti animali e il veganismo, dobbiamo solo metterla in pratica. Tutte le femministe sanno cos’è “l’intersezionalità” ma devono essere in grado di applicarla a corpi il cui aspetto differisce dai propri. Si tratta solo di farlo. Sovente, nei movimenti di giustizia sociale, feticizziamo l’attivismo o pensiamo che si tratti di far cambiare le altre persone. Invece devi partire da te. Le femministe in generale hanno ormai ben chiaro che il corpo è un’entità politica, quindi non ci sono più  scuse.

Viviamo in una cultura in cui tutt* parlano di “body positivity”, ma le femministe sono disposte a parlare del proprio corpo fintantoché l’argomento trattato è una narrazione superficiale sul concetto di bellezza; quando invece si tratta di modificare la propria dieta per tenere conto dei corpi degli animali, sorgono mille problemi, saltano fuori frasi come “alcune persone non possono diventare vegane perché vivono in povertà o per motivi culturali”; e quando rispondo “Alcune persone non hanno la possibilità di diventare vegane… ma tu ce l’hai!”, scende il silenzio (per inciso, sono consapevole che non tutte le comunità hanno la possibilità di diventare vegan. Tuttavia, parlo principalmente delle migliaia di persone che possono diventare vegane, ma non lo fanno).

In seguito alla pubblicazione del mio articolo sui diritti animali su Everyday Feminism, tantissime femministe si sono incazzate con me e mi hanno inviato messaggi davvero cattivi, dicendomi che ero ridicola o che non ero una vera femminista perché le vite degli animali non sono importanti quanto quelle delle donne. Alcune erano così ostili che ho riletto il mio articolo più volte, per capire cosa avessi detto di così terribile. Non avevo idea che i diritti animali fossero un argomento tanto controverso nel contesto femminista. L’idea, mai messa in discussione, che i corpi animali “valgano meno” si basa sugli stessi sistemi gerarchici che le femministe combattono per ottenere i propri diritti. È la sintesi di quanto sia ironico tutto questo e, sebbene frustrante, un ottimo spunto per un’altra webserie! Questa risposta negativa rivela quanto siano maldestri e poco efficaci alcuni tentativi del femminismo di ottenere la “liberazione”.

Per essere un attivista devi AGIRE. È una lotta (anche con se stess*). Certo, rinunciare alla carne e al formaggio può sembrare la fine del mondo, ma quella sensazione di fatica personale è necessaria per il movimento. Tutt* sanno che gli animali vengono torturati e massacrati, ma molte persone non riescono a rinunciare alla carne perché “ha un buon sapore”; Quanto credi nella giustizia sociale se le tue papille gustative sono più importanti della vita di un altro essere?

L’attivismo non è comodo, e i movimenti per la giustizia sociale devono essere permeati da una maggiore empatia. Non ti senti ridicol* ad aspettarti che i gruppi dominanti comprendano la tua condizione oppressa, quando hai la carne di un altro essere incastrata tra i denti?!

Rivolgendo l’attenzione al veganismo e ai diritti degli animali, quali sono secondo te i fallimenti più evidenti del movimento nel tentativo di raggiungere individui non bianchi e non benestanti? Quali passi concreti devono essere fatti per rendere il veganismo più inclusivo, sia in termini di narrazione che di sensibilizzazione e sostegno?

La retorica dell’inclusività ci pone di fronte un problema fondamentale. Molte persone (me compresa) sostengono che la retorica della diversità e dell’inclusività serva a sostenere e rafforzare la supremazia bianca.

La tua domanda presuppone che non ci siano già persone di colore nel movimento e ci tengo a farti notare che, così posta, esclude le persone non bianche dal movimento a livello di narrazione. Di quale “movimento per i diritti animali” stai parlando? La tua domanda naturalizza la bianchezza come norma, ragion per cui la trovo problematica! Presumo che tu ti riferisca alle organizzazioni per i diritti animali prevalentemente costituite da bianchi, quelle la cui “bianchezza” è implicita, anche se raramente viene menzionata. Usando il termine ambiguo “movimento per i diritti animali” come se fosse incentrato sulla bianchezza, stai cancellando (e questo è ironico!) i non bianchi e il nostro attivismo, ma risponderò comunque alla domanda che penso tu volessi pormi.

Non mi sembra che il movimento bianco per i diritti animali bianchi abbia fallito nell’includere le persone non bianche perché ciò presupporrebbe che in primo luogo si prefiggesse di accoglierle, cosa che non ha fatto. Non vedo la mia esclusione dal movimento come accidentale. Possiamo prendere spunto dai modi in cui le femministe nere hanno focalizzato l’attenzione recentemente sul “femminismo bianco”, per tentare di risolvere questi problemi negli spazi tradizionalmente dedicati ai diritti animali, perché penso che si tratti di qualcosa di più di una questione retorica.

Per troppo tempo il “femminismo tradizionale” è sembrato focalizzarsi esclusivamente sulle donne bianche, ignorando completamente i modi in cui le donne di colore erano oppresse dal patriarcato in modo differente. Il femminismo in generale sembrava ignorare gli sforzi delle attiviste non bianche. Per questo, quando la femminista nera Mikki Kendall ha pubblicato l’hashtag #solidarityisforwhitewomen, ha sottolineato in maniera brillante i modi in i questi movimenti “tradizionali” riconoscono solo l’attivismo bianco, escludendo e ignorando le lotte e l’attivismo delle persone di colore. In altre parole, “mainstream” fa rima con “bianco”.

Brittney Cooper ha scritto un BRILLANTE articolo intitolato “Feminism’s Ugly Internal Clash: Why Its Future Isn’t Up to White Women” (“Il brutto scontro interno al femminismo: perché il futuro non dipende dalle donne bianche”) per tracciare chiaramente i confini esistenti tra femminismo bianco e nero, e sottolineare che le donne nere non hanno bisogno del femminismo bianco per considerare valido il proprio attivismo. In passato esisteva la percezione del femminismo “bianco”, ma in realtà non veniva mai esplicitamente chiamato in causa. A livello di narrazione, è stata una mossa significativa. Cooper ha osservato come il femminismo bianco (o femminismo tradizionale) sia incentrato sull’uguaglianza, e il femminismo nero sulla giustizia. Sono due progetti diversi e devono essere chiamati con nomi diversi, altrimenti tutto il lavoro svolto dalle femministe nere viene ingiustamente cancellato ed oscurato dagli sforzi organizzativi delle donne bianche.

Abbiamo bisogno di una simile strategia retorica all’interno dell’attuale movimento mainstream per i diritti animali, che è escludente verso le/gli attivist* non bianch*. Parte dell’attivismo considera l’attuale movimento per i diritti degli animali come un movimento bianco, e continua a dedicarsi al nostro attivismo senza lottare per un posto al tavolo bianco. Combattere per i diritti animali e lottare per sentirsi rappresentati in uno spazio bianco sono due progetti molto diversi.

Se persone appartenenti a categorie oppresse non si uniscono ai tuoi movimenti, forse fanno già parte di un movimento che non conosci, OPPURE il tuo spazio è escludente. L’attivismo non dovrebbe focalizzare la propria attenzione su come raggiungere le persone non bianche… dovrebbe usare quell’energia per fare autocritica del proprio movimento o progetto, perché le risposte potrebbero essere lì. Patologizziamo le persone appartenenti a minoranze oppresse, chiedendoci quali siano le loro motivazioni per non unirsi a movimenti e organizzazioni che in realtà le escludono intenzionalmente. Invece di sottolineare gli sforzi messi in campo da attivist* non bianch* (che sono molt*), l’attenzione è tutta rivolta al motivo per cui queste persone non si stiano unendo alle organizzazioni bianche.

Se i bianchi comprendessero profondamente le questioni per cui combattono così appassionatamente sarebbero già inclusivi, quindi sono escludenti in modo decisamente intenzionale. Solo perché il movimento per i diritti degli animali bianchi non ci riconosce, non significa che non esistiamo. È da un po’ che ci diamo da fare!

Molti vegani neri e non bianchi stanno realizzando progetti importanti, dobbiamo permettere a questi movimenti di base di prosperare così come sono. Le persone bianche possono aiutarci sostenendo economicamente e nelle necessità concrete i movimenti di attivist* vegan* appartenenti alle categorie oppresse che non hanno la stessa visibilità delle organizzazioni bianche, piuttosto che cercare di convincere queste persone a unirsi alle loro organizzazioni, un progetto completamente diverso di appropriazione culturale. Le persone vegan di colore che si danno da fare sono molte, e questo è il movimento per i diritti degli animali che io conosco e su cui mi concentro.

Grazie per aver volto al meglio la mia domanda formulata così maldestramente! A quali progetti lavorerai nel prossimo futuro, e quali questioni sono prioritarie per te?

Attualmente sto lavorando alla seconda stagione di Black Feminist Blogger e spero di poter filmare un altro episodio della mia webserie “Tales from the Kraka Tower”. Per me, in questo momento, la cura di sé è la cosa più importante. Per continuare a dedicarmi all’attivismo, devo ricaricarmi, ed è quello che sto facendo ora.

Continuerò a sostenere i media indipendenti e intelligenti e cercherò di finire un EP con la mia band!

Grazie mille per il tempo che ci hai dedicato!

Un posto a tavola: intervista a Syl Ko sul Veganismo Nero

Intervista originale qui.

Se vuoi sostenere il lavoro di traduzione di Afro-ismo in italiano, puoi acquistare il libro qui.

Il libro è disponibile anche in formato digitale sulle più note librerie online e sul sito di Vanda.

L’ingresso del mercato di Bonsecours si trova accoccolato su un angolo di acciottolato anonimo.

Guardandolo dall’esterno non l’avreste mai detto, ma all’interno di quelle mura la sala era animata da centinaia di persone giunte lì per il Montreal Vegan Festival. Una delle sedici relatrici ospiti, Syl Ko, coautrice insieme alla sorella Aph di Afro-ismo: Cultura pop, femminismo e veganismo nero (pubblicato il 27 maggio 2020 da Vanda edizioni), era lì per presentare uno dei suoi lavori, intitolato The Myth of the Animal Within.

Il libro affronta le implicazioni dell’invenzione coloniale dell'”animale”, categoria che è stata imposta sia agli esseri umani che agli animali, e la conseguente oppressione che coinvolge principalmente le minoranze umane e gli animali non umani. L’animalità è diventata l’arma razzializzata della supremazia bianca. Equiparare neri ed animali, mediante l’uso del linguaggio coloniale, ha consentito la loro disumanizzazione, e proprio come gli animali sono stati cacciati a forza nello spazio “subumano” dal patriarcato suprematista bianco, i popoli razzializzati hanno subito lo stesso destino. Per questo dobbiamo rivendicare l’animalità, e tenerla in considerazione nelle nostre analisi dell’oppressione. Syl riassume perfettamente questi concetti nel quarto capitolo del libro quando afferma: “Uno dei modi più semplici di fare violenza a una persona o a un gruppo di persone, è quello di paragonarle o ridurle ad ‘animali’. In una società in cui ‘umano’ è diventato sinonimo di bianchezza, chiunque non rientri nella cornice eurocentrica viene automaticamente animalizzato”.

Una breve introduzione al Veganismo Nero

Il veganismo nero differisce dal veganismo bianco tradizionale (il veganismo “solo per gli animali”), ma ciò non significa che un modo di affrontare l’argomento sia più corretto dell’altro. Affermare che esista un modo “giusto” di essere vegan implica privilegiare un particolare punto di vista rispetto a un altro, motivo per cui molte persone nere hanno difficoltà a sottoscrivere il veganismo tradizionale. Spesso chi si trova in posizioni di potere dimentica che non tutte le persone hanno lo stesso accesso alle risorse a loro disposizione. Quindi, se le persone che vivono nei cosiddetti deserti alimentari (di solito persone di colore) vengono rimproverate e marginalizzate per non aver adottato lo stile di vita vegano, si allontanano da un movimento che non tiene conto delle loro esperienze di vita reali. Sono persone che semplicemente non hanno le stesse possibilità di accesso ai generi alimentari; invece di trattarle con disgusto e disprezzo, la maggioranza vegana deve trovare modi per migliorare l’accessibilità all’interno di queste comunità. Inoltre, dal momento che i neri lottano letteralmente ogni giorno per i propri diritti, diventa difficile per loro – giustamente – porre i bisogni altrui di fronte ai propri.

Il tokenismo (pratica che consiste nel fare un gesto esclusivamente simbolico di inclusione di membri di gruppi minoritari per creare un’apparenza di inclusività e depotenziare le accuse di discriminazione) nella comunità vegana mainstream contribuisce alla mancanza di persone di colore nel movimento. Troppo spesso le voci nere vengono soffocate o sfruttate per soddisfare un’ideale di inclusività; spesso i bianchi hanno troppo spazio in questi movimenti, e non permettono ad altre persone di avere la propria voce. Raramente ai vegan di colore viene dato spazio nelle conferenze o sui più popolari blog vegani. Sono troppe le occasioni in cui ho visto gruppi vegani twittare frasi come: “Le vite nere contano più delle vite dei polli o delle mucche… a quanto pare”. Confrontare l’oppressione dei neri e la schiavitù con il trattamento e l’oppressione degli animali non è soltanto estremamente insensibile, razzista e disumanizzante nei confronti dei neri, ma crea anche un’atmosfera di sfiducia nei confronti della genuinità della lotta contro l’oppressione. Questi sono alcuni dei motivi per cui il veganismo tradizionale diventa inaccessibile alle persone di colore e in particolare ai neri, incoraggiando così la creazione del movimento del Veganismo Nero.

Intervista a Syl Ko

Dopo aver pronunciato il proprio discorso sull’animalità in maniera calma e con parole illuminanti, Syl ha gentilmente accettato di sedersi e chiacchierare con noi. Nonostante l’argomento della conversazione non fosse dei più leggeri, l’atmosfera era lieve e invitante in quanto Syl, Andreann e io (Gemma), tre donne nere, ci confrontavamo e discutevamo senza filtri di situazioni ed esperienze che tutte e tre avevamo ben presenti.

Andreann Asibey (AA): Quando e perché sei diventata vegana?

Syl Ko (SK): Oh, wow… nessuno me lo ha chiesto. Sono diventata vegana circa sette anni fa. Ero vegetariana da molto tempo e non sapevo nemmeno cosa fosse il veganismo. Pensavo che la parola vegan fosse una roba da musica punk bianca. Non sapevo davvero cosa fosse, ma non appena ho cominciato a capirlo, ho pensato “Sono io!” Dirti perché, invece… è una domanda difficile. Non avevo davvero un motivo specifico. Immagino che il meglio che posso dire sia che sono diventata vegana perché non voglio essere il tipo di persona che non batte ciglio di fronte a quello che accade quotidianamente agli animali: a parte questo non ho alcun altro motivo.

AA: Quindi sei cresciuta in una famiglia vegetariana?

SK: No, anche se mio padre era molto sensibile nei confronti degli animali, ad esempio avevamo le galline. Era originario della Polonia e lì aveva una fattoria in cui mangiavano solo i propri animali. Voleva ricreare quella realtà qui, perché eravamo poveri ed era più facile fare così. E così ha ammazzato con un pollo, ma poi siamo diventati tutti tristi, quindi ha deciso che avremmo tenuto il resto delle galline come animali da compagnia: mio padre era così. Ricordo che una volta pensava di sparare a un falco o qualcosa del genere. C’era un animale che stava attaccando le nostre galline e voleva proteggerle, e accidentalmente sparò a un gufo. Abbiamo fatto un funerale per il gufo e ricordo che mio padre pianse per una settimana. Mio padre ha influenzato tantissimo la mia sensibilità morale nei confronti degli animali. E anche quando avevo circa sei o sette anni, quando ho scoperto per la prima volta che l’osso, in quanto osso… di pollo, era un osso all’interno del corpo di un animale, ricordo di aver passato una notte intera così arrabbiata con me stessa per non aver mai fatto la connessione. Poi ho iniziato a nascondere la carne dei nostri pasti nelle scarpe, e la buttavo nel gabinetto. E i miei genitori – perché eravamo davvero poveri – si chiedevano “Ma che cavolo butti il cibo in bagno!”. Pensavo che avrebbero fatto mille storie e invece mio padre mi ha dato un libro di Plutarco, un antico filosofo, e di Porfirio: era il suo strano modo di dire “ci sono persone che la pensano come te”. L’ossessione che ho da tutta la vita è cercare di capire quali sono i nostri obblighi nei confronti degli animali.

AA: È stato facile integrarti nella comunità vegana della tua università o ti sei trovata di fronte  degli ostacoli in quanto donna di colore?

SK: Le persone erano fantastiche, ma non ho mai sentito di far parte del movimento vegano. Anche adesso non mi considero parte del movimento vegano. Ci consideriamo in realtà pensatrici e attiviste antirazziste, e siamo convinte che antirazzismo significhi anche pensare agli animali non umani. Davvero, non mi sono mai sentita troppo coinvolta. Voglio dire, andavo ai cortei e cose del genere, ma ho sempre avuto la sensazione che forse mi volevano lì per avere la quota nera. Se sei una persona nera in uno spazio bianco è una cosa che ti affligge costantemente. Tipo: “Aspetta, lo fanno solo perché sono nera”, e già questa di per sé è una sensazione così disumanizzante che continui a metterti in discussione. Come se fossi qui solo come rappresentante di una razza o qualcosa del genere… Quindi per lo più non mi sono fatta coinvolgere, ma ho avuto la fortuna di frequentare il dipartimento di filosofia, nel quale molte persone sono vegane. In quell’ambito non andavamo ai cortei, in realtà ci confrontavamo sulle idee che avevano a che fare con gli animali. Per me è stato molto più divertente che uscire a distruggere tutto o dar fastidio alle persone nei Chipotle (nota catena di ristoranti messicani negli U.S.A., N.d.T.) e cose così. Alcuni di questi metodi non li capisco, nel senso che hanno per me poco a che fare con la liberazione degli animali. Quindi sì, ero decisamente poco coinvolta nel movimento vegano, ma mi sono sentita sempre molto coinvolta a livello intellettuale, per lo più parlando con le altre persone. Soprattutto perché non condivido un aspetto che noto in molti altri attivisti, che hanno questa visione granitica per cui “le cose devono andare così” e ”il modo di pensare agli animali è questo – e se la pensi diversamente, sei una persona orribile e non ti importa degli animali.” Non mi sento a mio agio a guardare qualcuno in faccia e dire: “No, devi fare così e così, ti dico io come devi pensare alle cose” perché io non lo so, davvero. E penso che in realtà sia una conseguenza dell’essere bianco questo atteggiamento del “Ne so più di te e ho le risposte”: io non ho le risposte, non conosco nemmeno le domande.

AA: Perché pensi che la comunità nera sia così lontana dal veganismo?

SK: Penso che il veganismo mainstream abbia un’esperienza molto diversa delle parole umano e animale. Se non sei animalizzato o non vivi in una posizione emarginata, umano e animale sono concetti molto semplici. Invece quando ti hanno già chiamato “animale”, o qualcuno un giorno ti ha detto che non sei davvero umano, che sei una scimmia o cose simili, hai vissuto sulla tua pelle questa idea coloniale dell’animale. La senti dentro di te. Quindi non dici di ‘vivere la stessa oppressione’ o di ‘avere la medesima esperienza’, ma semplicemente: “Oh cavolo, siamo tutti oppressi dallo stesso progetto [coloniale] che ci influenza in modo molto diverso”.

AA: Hai lavorato con tua sorella sul libro Afro-ismo, cultura pop, femminismo e veganismo nero. Com’è stato lavorare con tua sorella? È il primo progetto importante su cui avete lavorato insieme?

SK: Aph e io siamo migliori amiche. Negli ultimi dieci anni ci siamo sentite al telefono, via Skype e mail, confrontandoci costantemente su articoli, libri, film. La nostra amicizia si è cementata nel nostro interesse per il femminismo, il razzismo e tutto ciò che riguarda gli animali. Afro-ismo è stato prima di tutto un blog, non abbiamo scritto il libro di proposito… erano cose di cui parlavamo da un decennio, quindi questo libro è una sorta di riassunto. Lo consideriamo un diario intellettuale tra di noi; parlavamo già di queste cose prima di decidere di scriverle su un blog. Non ci aspettavamo che qualcuno se ne interessasse, ma quando è successo abbiamo deciso di trasformarlo in un libro. Lei è davvero brillante. Ho imparato di più parlando con lei che in un corso di dottorato.

AA: Come è nata l’idea? Qual era lo scopo?

SK: Ci siamo accorte dell’assenza di questa narrazione fondamentale non solo nel movimento vegan ma anche nell’antirazzismo. Voglio dire, quando prendi in considerazioni le organizzazioni nere. Abbiamo iniziato a confrontarci su Black Lives Matter chiedendoci perché ci fosse questa ossessione di parlare di razza come se riguardasse il colore della pelle, mentre non si parla mai di cosa sia veramente il razzismo, ovvero un progetto per mettere le persone le une contro le altre. Come si può parlare di razzismo o eliminare il razzismo senza parlare del dualismo umano-animale, che è il costrutto sociale che mantiene vivo il pensiero razzista? Come si fa a non accorgersi che umano e animale sono termini razzializzati? È a questo punto che abbiamo capito che gli argomenti che affrontiamo sono davvero importanti. Il libro è nato perché la risposta [al blog] è stata travolgente. A quel punto abbiamo deciso di scrivere il libro, perché tante persone volevano un libro. Non puoi elaborare un’idea come questa, che prende letteralmente in considerazione tutta la tua esperienza di persona razzializzata, non puoi comprenderne la forza dirompente leggendo dei post su un blog. Devi averlo con te di notte, devi leggerlo, rileggerlo e rifletterci su. I libri aiutano a rallentare, e a prestare attenzione. Vogliamo che le persone prestino attenzione a queste idee. Non solo per gli animali, ma perché ci teniamo davvero a liberarci dallo schifo con cui abbiamo a che fare.

AA: Puoi dirci qualcosa in più sulla tua ricerca attuale?

SK: Il modo più semplice di descriverla è che sto cercando il modo di rendere applicabile il veganismo nero, e per farlo sto affrontando altre questioni riguardanti l’oppressione degli animali. Il Veganismo Nero è una bella mossa teorica, ma ci sono molte questioni diverse a cui sono interessata. Uno degli argomenti che più mi interessa è il problema del parlare per gli animali. Molti dei gruppi oppressi parlano per sé stessi perché parlano il linguaggio di cui si ha bisogno per essere politicamente coinvolti nella società umana, e gli animali ovviamente non possono farlo. Certamente possono comunicare con noi, ma non parlano un linguaggio politico, e da questa evidenza scaturisce la domanda: è giusto parlare per gli animali? Chi parla per gli animali? E così via. Il veganismo nero fornisce gli strumenti per evitare questo problema del tutto perché non parla per conto degli animali, parla di animalità. Poi sto lavorando all’articolo di cui parlavo oggi, che riguarda le ipotesi che facciamo sul legame che dovremmo sentire con gli animali. Questo articolo ha a che fare con l’animale interiore, e utilizza il veganismo nero come modo per far emergere il modo in cui, nel momento stesso in cui parliamo di animali, non cogliamo il punto. Fondamentalmente uso il veganismo nero e lo applico alle questioni esistenti. Penso che possa rispondere a domande anche banali, per poi passare ad altro.

AA: Nella tua presentazione hai fornito tre concetti diversi in relazione alla parola “animale”. “Tutti gli umani sono animali”, “Nessun umano è animale” e “Alcuni esseri umani sono animali” – puoi spiegarci quest’ultimo?

SK: Metto insieme queste frasi, in modo che appaia ovvio come [la parola] “animale” viene usata  in modo diverso a seconda del contesto.  La stessa parola esprime diversi significati. Un esempio curioso è la parola inglese “can”. “Can” può significare capacità, può identificare una lattina e può anche essere il termine gergale per prigione. La stessa parola significa cose diverse. Con “animale” è più difficile da capire, perché la definizione e i concetti che definisce sono molto sopravvalutati. L’ho fatto apposta in modo che si veda chiaramente, senza ombra di dubbio, che esistono almeno tre significati diversi, altrimenti sarebbe semplicemente “Tutti gli umani sono animali”. Cercavo di dimostrare che [nell’ambito antispecista] ne parliamo in un modo solo, il primo, come se fossimo tutti animali. Invece la parola “animali” può essere usata per riferirsi ad esseri che non sono membri della specie Homo sapiens, o in modo “sociale”, ovvero non riferendosi all’appartenenza biologica, ma indicando qualcosa del tuo status. Il modo in cui Trump si è espresso sui Latinxs (l’appello alla polizia di liberare il paese dagli “animali” che danneggiano la comunità), non era da biologo, stava dicendo qualcosa di sociale su di loro. Se parliamo di esseri umani è facile capire cosa intendo, ma se affermo che “gli animali sono animalizzati” si crea una certa confusione. In verità sto dicendo la stessa cosa, ovvero che il modo in cui applichiamo tale categoria sociale ad alcuni umani per opprimerli, è lo stesso che utilizziamo per opprimere gli animali non umani. L’unica fonte di confusione è l’uso completamente diverso che si fa della parola “animali”.

AA: Come si può rendere meno pervasiva la narrazione bianca all’interno del movimento vegano? Chi ha la responsabilità di ridimensionare quella narrazione?

SK: Penso che sia nostra! Questa preoccupazione per ciò che i bianchi fanno e per i loro errori mi lascia sempre perplessa. Aph e io siamo infastidite dalla tendenza alla “Dear White People”; sprechiamo così tante energie per sottolineare dove i bianchi stanno sbagliando, ed è come se tutto riguardasse loro.  Lasciamo che si mettano nei nostri panni, mentre potremmo fare le cose da noi. Cerchiamo di sbarazzarci di questa narrazione coloniale secondo cui dobbiamo aspettare che i bianchi arrivino a proporre teorie al nostro posto o che i bianchi capiscano che possiamo unirci al movimento. Possiamo semplicemente fare le nostre cose, e non perché ci odiamo a vicenda o perché loro le stiano facendo male. Quello che intendo è che ci sono molti modi diversi di affrontare un problema e dovremmo poter avere la libertà di farlo da soli.

AA: In che modo il veganismo nero sfida la supremazia bianca?

SK: Il veganismo nero è una strategia antirazzista. Ecco cos’è. Se vuoi smantellare il razzismo, devi andare alla radice del razzismo, e la radice del razzismo è questa distinzione ‘sociale’ tra uomo e animale. Quindi, se vogliamo distruggere il razzismo, non possiamo farlo mantenendo lo status quo. Il veganismo nero sfida la supremazia bianca, ed è una delle poche proposte vegane esistenti che smaschera per davvero la supremazia bianca. La supremazia bianca non discrimina semplicemente le persone in base al colore della pelle. La supremazia bianca è radicata in un progetto peculiare per cui solo alcuni esseri umani sono “persone”, e tutti gli altri esseri viventi non valgono nulla, ed esistono per servire le “persone”. Il  veganismo nero si oppone in modo deciso  alla supremazia bianca perché fa qualcosa di radicale, supera le categorie razziali e va alla vera fonte del problema. Ovvero che alcune persone hanno deciso di identificarsi come “i veri esseri umani”, serviti da tutti gli altri.

AA: Un’ultima domanda: qual è il tuo posto vegano preferito?

SK: Ahh, oh wow. . . Probabilmente Veggie Grill in California. È una catena… un ottimo fast food vegano. Ho fatto uno stage a Cali solo per poter mangiare Veggie Grill per due mesi!

Il veganismo nero per le autrici dell’intervista

Vogliamo ringraziare in maniera speciale Syl Ko per il tempo che ci ha dedicato, e per aver chiacchierato in modo così aperto e onesto sul Veganismo Nero e su come significhi molto più che essere semplicemente nere e vegane. Vogliamo ringraziare Syl e Aph per aver messo per iscritto pensieri e i sentimenti che le persone marginalizzate hanno avuto per anni ma non avevano le parole per esprimere.

Per me (Gemma), nera e vegana, la proposta del veganismo nero è inedita e illuminante. Ho seguito a lungo il veganismo mainstream e concentrato il mio attivismo esclusivamente sugli animali. Parlando con Syl e leggendo Afro-ismo, ho potuto utilizzare le mie esperienze di donna nera per modellare e rivedere la mia comprensione e il mio approccio all’animalismo. L’animalizzazione e la disumanizzazione hanno un ruolo importante nella giustificazione della violenza perpetrata contro i corpi neri e vengono abitualmente ignorate dal veganismo bianco mainstream. Il veganismo focalizzato esclusivamente sugli animali non basta, se le persone non si preoccupano dell’applicazione dell’animalizzazione ai gruppi emarginati. Essere nera ha plasmato la mia prospettiva in ogni aspetto della mia vita, quindi perché non dovrebbe anche modellare il mio approccio al veganismo?

Per quanto mi riguarda (Andreann), sono una persona non vegana che sta pensando di diventarlo. Sono molto incuriosita dalle proposte del veganismo nero perché tiene conto delle mie esperienze con la supremazia bianca. Ho sempre pensato tra me e me: “Come posso fare la mia parte per un movimento che afferma di prendersi cura degli animali ma che mostra platealmente di non avere nessuna cura o amore per me?” Come persona che conosce molti casi in cui i vegani bianchi e non bianchi (ma non neri) minimizzano, ignorano e negano in maniera palese la difficile situazione delle vite nere, sostenendo al contempo “l’uguaglianza di tutte le forme di vita”, il veganismo nero fornisce un approccio veramente intersezionale al movimento. Un’affermazione di Heather Barrett nell’ articolo intitolato “White veganism doesn’t care about Black lives”, sintetizza i miei pensieri sul veganismo tradizionale: “I vegani bianchi spesso sostengono l’importanza della vita degli animali, ma le loro voci restano mute quando si parla delle vite di altri umani che non hanno il loro stesso colore della pelle”. Il veganismo nero crea uno spazio sicuro per una categoria di persone costantemente spinta ai margini della società, consentendo loro di essere per una volta al centro dell’attenzione.

Afro-ismo, attraverso l’esplorazione coraggiosa del dualismo uomo-animale e del posto che questo dualismo occupa nella retorica razzista e nella supremazia bianca, è stato fondamentale nello sviluppo della nostra comprensione dell’attivismo antirazzista e dei diritti degli animali.

Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

Immagina di essere un antirazzista in un mondo dominato dalla supremazia bianca, una femminista in un mondo di MRA, un omosessuale in un mondo di omofobi. Ovvero di vivere in una società che non soltanto collude, più o meno consapevolmente, con un sistema di potere che si impossessa dei corpi rendendoli merci, ma che addirittura se ne fa vanto, ergendo la propria iniquità a motivo di orgoglio. Immagina di voler bene a persone quasi sempre meravigliose, tranne quando picchiano un non bianco, una donna, un disabile. E lo fanno con il benestare della società tutta, che lo inscrive nell’ordine naturale delle cose. Immagina di viaggiare, e mentre il tuo compagno di viaggio ammira le vigne e le dolci colline digradanti nella vallata, tu vedi solo grigi capannoni senza finestre dove migliaia di vite languiscono e muoiono. O camion pieni di occhi terrorizzati, che quando incroci quegli sguardi capisci l’orrore.

In fondo pensi che non è difficile arrivarci, non serve una laurea in metafisica del potere per capire che non c’è nulla di naturale in questo, anzi: non siamo indiani d’America che ergono totem dalle sembianze animali e ringraziano gli animali uccisi, o inuit in perenne simbiosi dalla nascita alla morte con le renne… ma siamo proprio l’opposto, primati drogati e schiavi del potere, che nel corso dei secoli null’altro hanno fatto se non tracciare solchi sempre più profondi dall’altro da sé: a partire proprio dall’animale, concetto creato ad arte che rappresenta il paradigma stesso dell’oppressione, la vita reificata e trasformata in risorsa a perenne disposizione. E blateriamo della nostra eccezionalità, quando l’unica specialità che abbiamo coltivato con cura è approfittare dell’altrui debolezza e vulnerabilità, per il nostro tornaconto.

Ogni giorno vengono confezionate ad arte guerre tra pover*, guerre tra oppress*, tanto utili a camuffare l’origine delle ingiustizie. E nel vile tranello ci cadiamo tutt*, anche chi è vittima o chi è solidale nel lottare contro l’oppressione, e cominciano le olimpiadi: ogni esistenza indegna si posiziona ai blocchi di partenza, chi vincerà? La donna maltrattata, il migrante incarcerato, il disabile invisibilizzato, l’omosessuale bruciato vivo, l’animale sgozzato, ecc.ecc.ecc.? Sugli spalti, i soliti noti si godono lo spettacolo, intoccabili e compiaciuti.

Ma quando cerchi la solidarietà tra oppress*, raramente riesci a scardinare quella stessa dinamica che ti ha piazzato a correre a perdifiato su quella pista che è la tua vita di merda, o la vita di merda che ad altr* è stata destinata…perché in fondo, simpatie ed empatie a parte, pare proprio che alla maggior parte di noi ciò che sta più a cuore sia salire sul podio e trovare la via di uscita dalla propria oppressione: e se è difficile, ma non impossibile, concepire un’alleanza tra “umani” ecco che questa stessa alleanza si basa, quasi sempre, sulla comune distanza dall’animale. Distanza ideologica e miope, poiché quando diventiamo spendibili, siamo già, nei fatti, animalizzati: e dunque fintantoché esisterà l’Animale come vivente appropriabile, nessun* sarà realmente al sicuro nel proprio corpo e nella propria vita.

Eppure, per quanto si tenti, quantomeno nelle intenzioni e nei proclami, di creare alleanze tra differenti soggettività oppresse, è quasi impossibile includere l’animale nel conteggio delle vittime, quasi che fosse impensabile, per l’umano, vivere senza dominare, senza opprimere.

Essere antispecista è emotivamente estenuante perché, spesso, proprio le persone che ami, anche quelle che lottano al tuo fianco, sono le stesse che non capiscono che invitarti ad una grigliata “tanto ci sono le verdure” non è una cosa bella. Tu rifletti, giustifichi, razionalizzi, ti dici che è normale, la società tutta è specista, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma che pazienza si può avere di fronte alla puzza di carne bruciata?

Allora ti viene naturale cercare conforto in chi è più simile a te, ma poi scopri che forse anche questa volta ti eri sbagliata: perché mentre la maggior parte del movimento scrutina minuziosamente le etichette a caccia dello 0,1% di lana o di tracce di uova e latte, là fuori le vite massacrate raggiungono cifre a 10 zeri: e allora ti chiedi se davvero ne valga la pena, se davvero abbia senso tutto questo dolore e questa impotenza, se in fondo non sarebbe più facile chiudere la porta di casa, rifugiarsi nelle piccole cose, illudersi che vada tutto bene, perché se ne ha la possibilità e raramente si comprende l’enormità di questo privilegio, il privilegio dell’indifferenza.

Ma come puoi dimenticare quegli occhi una volta che li hai incrociati? E non solo quelli disperati, ma anche quelli felici che per un caso fortuito hanno riassaporato la libertà. Le emozioni che ti trasmettono le conosci bene, perché sei un essere sensibile tra esseri sensibili, e sai che non esiste nulla di più prezioso della libertà, della possibilità di autodeterminare, nei limiti posti da un’esistenza finita, la propria vita. E sai che gli altri animali la cercano incessantemente, quanto te, ed è quello di cui hanno bisogno. Non di protettori, di rifugi, di custodi, ma di libertà: solo nella libertà esiste l’incontro, l’elezione, l’affinità. Nella libertà di essere e di esistere, il privilegio più importante e rischioso di tutti.

Anche se la violenza è parte ineludibile di questo mondo, così come la sofferenza e la morte, non lo è il dominio. Il dominio è un’invenzione umana, il dominio è l’annichilimento della vita, il dominio è l’inferno sulla terra. Noi vogliamo rendere visibili i meccanismi del dominio, vogliamo sfilarci da essi il più possibile, anche quando non li agiamo direttamente ma ne siamo in ogni caso collusi. Per questo non possiamo gioire alle grigliate, e non siamo capaci di sorridere mentre coi denti staccate brandelli di muscoli dalle ossa: e finché la carne del mondo non smetterà di bruciare sugli altari del potere, non avremo altro destino che continuare a lottare.

L’altr* “altr*”

di Vinamarata “Winnie” Kaur, originale qui.

Le persone intorno a me

cercano di definire la razza in termini di bianco o nero,

mi guardo…

In agguato tra i codici colore di ciò che è considerato “normale”.

Mi rivolgo al femminismo,

E vedo il movimento femminista occidentale ancora pieno di razzismo e specismo.

Mi sento allo stesso tempo inclusa ed esclusa.

Mi chiedono “Che cosa sei?”

Sono bianca o sono nera?

“Forse nessuna delle due, o forse entrambe; non sono affari tuoi “, rispondo.

Chi sono io e a quale movimento di giustizia sociale dovrei rivolgermi?

Gli altri impareranno mai a guardare oltre la mia Carne Bruna

E incanalare i loro chakra lontano dalle mie apparenze esterne?

Vedo persone intorno a me

Fumarsi e bersi vita e salute.

Socializzano nell’estasi degli allucinogeni

E vanno fiere delle bistecche grigliate ai barbecue estivi, mentre si burlano di vegetarian*e vegan che non condividono i loro piaceri carnali.

E mi guardo… Una femminista decoloniale, astemia, grassa, pelosa, vegan, isolata ed esclusa da quei circoli,

Isolata in compagnia dei miei libri.

Mi rivolgo a TV e film,

che mi ridicolizzano un’altra volta, con il loro sguardo bianco e le pubblicità che fanno vergognare del proprio corpo…

Chi sono io, se non l’Altr* “Altr*” in questa terra delle opportunità, unita eppure divisa?

Chiusa nei pochi spazi liminali che posso chiamare “casa”

Continuo a essere oppressa

Dalle catene stratificate dei binarismi trincerati nell’eteropatriarcato cis-maschio bianco,

Senza un’identità riconoscibile…

E che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha chiamato, in un’occasione, straniera non residente

E ora chiama residente permanente,

Ancora spogliata del pieno riconoscimento assegnato alla sua “cittadinanza umana”.

Porto in me lo spirito dello schiavo nero,

E un corpo alimentato da piante,

E spargo la notizia che…

Sono diversa e senza un’identità,

Sono vegana e femminista non occidentale,

E va bene così.

Occupo i margini e le sfumature di questa società ossessionata dalla carne e dal colore,

Non solo a causa delle mie scelte alimentari o per l’invisibile purdah* che indosso sulla mia pelle,

Ma a causa della mia soggettività e delle esperienze vissute.

Chi dà a chicchessia il privilegio di escludermi dai limiti della “normalità”

E costringermi a classificarmi come bianca o nera / femminista o vegana?

Mi rifiuto di identificarmi come una o l’altra…

Perché #BlackLivesMatter, #BrownLivesMatter, #TransLivesMatter, #IntersexLivesMatter, #NativeLivesMatter e #NonHumanLivesMatter.

E non si dovrebbe più consentire a bianchezza, colonialismo e specismo di definire le nostre relazioni con i nostri corpi marginalizzati;

Sono una femminista vegana intersezionale, non bianca, asiatica del sud,

E queste sono parti irrinunciabili della mia identità multisfaccettata

Per le quali continuerò a lottare,

Fino al mio ultimo respiro.

* La purdah o pardaa è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme.

 

La polizia di genere e la donna vegan

Disclaimer: Sebbene sia abbastanza critica rispetto ad alcune delle tesi proposte, ad esempio il supposto apporto “femminile” delle attiviste, questo articolo presenta spunti interessanti di una critica che si potrebbe estendere alla maggior parte dei movimenti sociali. Ho deciso dunque di proporne la traduzione (originale qui.)

Buona lettura!

***

Utilizzo da sempre il mio account Facebook come strumento utile per l’attivismo sociale. Aprirsi pubblicamente su Internet, uno spazio creato da uomini per uomini, può essere pericoloso per qualsiasi donna. La donna vegan, tuttavia, deve affrontare ulteriori sfide. La maggior parte dei miei post sull’antispecismo attira l’attenzione di amici e conoscenti uomini arrabbiati o paternalistici, determinati a spiegarmi dove sbaglio nei miei post e perché non avrei dovuto pubblicarli. Sono stata spesso accusata di esagerata ostilità (o malattia mentale), a causa della mia franchezza in merito all’oppressione degli Animali Non Umani. Ho notato che i miei post su cultura dello stupro e pornografia hanno incontrato reazioni simili da parte di utenti di sesso maschile. Stranamente, i post su razzismo, classismo e diritti dei lavoratori (probabilmente argomenti più neutri rispetto al genere) hanno ricevuto poca o nessuna attenzione. Era come trovarsi perennemente in conflitto con uomini determinati a insegnarmi come essere una vera attivista (o, piuttosto, una vera signora) riguardo a questioni che sfidavano il loro privilegio.

Eppure, su Facebook ho trovato anche sostegno. Facebook mi ha aperto le porte di una più ampia comunità vegan. Mi ha permesso di fare rete e collaborare con attivist* di tutto il mondo. Ovviamente, come in qualsiasi spazio Internet, il trolling è stato spesso un problema, così come il feroce mantenimento dei confini “dentro al gruppo” / “fuori dal gruppo”. Quando infine sono diventata esplicita in merito alla mia intersezionalità e opposizione alle tattiche violente, ho iniziato a sospettare che le mie interazioni negative con i compagni attivisti riflettessero in realtà anche l’oppressione patriarcale.

All’inizio credevo si trattasse semplicemente di un conflitto a livello teorico. Avevo collaborato a lungo con un’organizzazione di base a maggioranza maschile, che si vantava del proprio approccio “razionale” all’antispecismo. Dopo circa un anno di interminabili dibattiti terminati con il mio venir bollata come “irrazionale”, ho tagliato i ponti con l’intero gruppo. Avevo osato suggerire che le esperienze delle donne sono fondamentali per qualsiasi campagna destinata a porre fine all’oppressione. Avevo osato sostenere che forse le donne stesse sarebbero le più adatte a condividere quelle esperienze e dare loro un senso. Il femminismo, avevano sentenziato, era un insulto al progetto razionale antispecista. Alcuni mesi dopo, scrissi un pezzo sul mio blog condannando l’appropriazione patriarcale del femminismo. Un teorico di spicco dichiarò in quell’occasione sulla sua pagina Facebook che

  1. Gli uomini possono essere femministi e suggerire altrimenti è sessista, e
  2. Solo i vegani possono essere femministi.

In altre parole, gli uomini stavano, ancora una volta, definendo il femminismo. La risposta al mio pezzo è stata assolutamente negativa… e maschile. Nell’affrontare la causa femminista, avevo oltrepassato i miei confini di donna in un movimento maschile.

Essere vegan presenta difficoltà e disagi per le donne. Strette tra l’incudine e il martello, le donne vegan – rifiutando il progetto patriarcale dello specismo – devono spesso fronteggiare la reazione maschile, ma allo stesso tempo lottare per ottenere rispetto nello spazio maschile dei movimenti sociali. Protestare contro lo sfruttamento degli altri animali (una relazione di potere e dominio) è, indipendentemente dal genere, un’azione femminista. D’altra parte, plasmare la cultura e sostenere il cambiamento sociale rimane un’attività molto maschile. La femminista vegana Carol J. Adams ha sottolineato come lo sfruttamento degli animali non umani rappresenti una forma di oppressione patriarcale. Sfruttare i corpi di gruppi vulnerabili per il proprio piacere o comodità, è un’estensione della violenza maschile sulle donne. La caccia, il mattatoio e la vivisezione, tre delle principali istituzioni dello sfruttamento di animali non umani, sono costituite principalmente da uomini.

L’ideologia che legittima il mangiare carne, indossare pelle, sperimentare su esseri senzienti non consenzienti e imprigionare o ferire esseri senzienti per divertimento è un’ideologia del dominio. Il ruolo delle donne in questa oppressione sistemica tende ad essere di aderenza ad un dogma e in gran parte il riflesso della propria oppressione. In Brutal: Manhood and the Exploitation of Animals, Brian Luke suggerisce che le donne abbiano storicamente preso parte al progetto specista, cucinando pasti carnei e assecondando il gusto del capofamiglia. La pletora di cosmetici e indumenti di pelle animale commercializzati per le donne, sono legati allo status privilegiato degli uomini. Le donne si adornano con prodotti di bellezza per interpretare il proprio ruolo di oggetti ad uso dello sguardo maschile. Le pellicce vengono spesso regalate dagli uomini alle donne come mezzo per dimostrare il proprio status.

Naturalmente, molte donne hanno ottenuto un certo potere in questo ruolo “sottomesso”. Le donne hanno reso popolare il movimento del biologico grazie alla loro posizione strategica come acquirenti e cuoche. Allo stesso modo, i prodotti femminili spesso non sono testati su animali. Se gli uomini storicamente sono stati coloro che “portavano a casa il pane”, le donne sono state spesso le principali consumatrici. I pubblicitari ne sono sempre stati consapevoli, e questo ha garantito alle donne una certa influenza. E mentre molte donne sono rimaste incastrate nel progetto patriarcale da potenti processi di socializzazione, altre hanno attinto agli stereotipi femminili per esprimere la propria preoccupazione per gli altri animali, ma in un modo che fosse comunque “socialmente accettabile”.

Le donne sono state da sempre ritenute maggiormente predisposte alla cura e affini al mondo naturale, e questo preconcetto ha permesso alle donne dell’era progressista di entrare nella sfera pubblica della difesa sociale come “governanti della natura”. Si ritiene che questa associazione tra donne e natura sia alla base dell’ampia partecipazione femminile (circa l’80%) al movimento animalista. Questi stereotipi sono certamente limitanti. Le attiviste donne sono spesso incoraggiate a dedicarsi ad un attivismo blando, ad esempio al volontariato nei rifugi. Molte si limitano a compiti banali dietro le quinte, e molte vengono ancora incoraggiate a spogliarsi durante le proteste pubbliche e nelle campagne pubblicitarie.

Le donne che si spingono oltre ai confini dell’attivismo appropriato per il gentil sesso, spesso devono affrontare rappresaglie feroci. Le stesse qualità per cui gli uomini sono ammirati – schiettezza, leadership, spirito d’iniziativa, forza – sono considerate negativamente nelle attiviste più coraggiose. Queste donne vengono definite prepotenti, rumorose, odiose e pazze. In una parola, poco femminili. Il ruolo giocato dal genere nelle interazioni tra i sostenitori dei diritti degli animali non umani, il pubblico e gli altri movimenti non è passato inosservato. Studi sociologici hanno dimostrato che molte campagne falliscono in parte a causa degli stereotipi di genere che interpretano l’attivismo femminile come eccessivamente emotivo, irrazionale e inconsapevole della “necessità” dello sfruttamento.

Di conseguenza, il movimento animalista ha avuto la tendenza a glorificare le tattiche maschili (razionalità e azione diretta) e banalizzare quelle considerate femminili (intersezionalità e non violenza). Il professor Steve Best dell’Animal Liberation Front, ad esempio, è fortemente critico nei confronti degli approcci non violenti, o di quello che definisce “pacifismo”. La pacifica educazione vegana, avverte, aiuta gli sfruttatori e facilita le istituzioni oppressive. Nelle conferenze registrate in cui Best sostiene, a voce alta, i pregi di vandalismo, minacce e aggressioni fisiche (e lo fa in stanze piene di donne), non si può fare a meno di chiedersi se il suo vero problema non sia la preponderanza femminile nell’attivismo animalista.

L’attivismo animalista è una forma di protesta politica che spesso ha un’enorme influenza sull’identità di una donna. Ma sfidare l’istituzione dello sfruttamento animale significa sfidare l’istituzione del dominio maschile. Da una parte, le donne che assumono tratti considerati “maschili” nel proprio attivismo incontrano ostilità. Dall’altro, le donne che interpretano il loro genere “in maniera appropriata” non vengono prese sul serio a causa della loro femminilità.

Molt* studios* hanno criticato l’oggettivazione sessuale delle attiviste messe in atto dalle campagne PETA, ma solo una manciata ha problematizzato il sessismo che struttura il movimento nel suo complesso. E un numero ancora minore di attivist* si è espresso in merito alla discriminazione e alla polizia di genere.

L’esperienza femminile viene per lo più omessa dai discorsi relativi alla liberazione animale. Anche le politiche antirazziste tendono ad essere ignorate in ambito animalista. Un post del 6 giugno 2013 su un sito web antispecista, Free From Harm, invitava i lettori a “aiutare a fermare la pratica del “live sushi”, definita “barbara”, “volgare” e “una vergogna per il popolo giapponese”. Ho risposto suggerendo che una simile campagna può avere il risultato di rafforzare il razzismo strutturale. Sensazionalizzare atti di crudeltà specifici commessi da persone non bianche incoraggiano il pregiudizio e facilitano il senso di superiorità bianco. Ricevetti una risposta molto simile a quella che ebbi in occasione del mio post contro il sessismo. Molti attivisti, per lo più bianchi, mi attaccarono brutalmente, accusandomi di “giocare la carta della razza” per creare intenzionalmente problemi. Uno mi ha anche diagnosticato un disturbo mentale.

Di converso, la razza gioca un ruolo fondamentale, e le persone di colore sono spesso strumentalizzate. Difatti, le più becere espressioni di razzismo (ad esempio la schiavitù) sono usate come termine di paragone dall’antispecismo. Tuttavia, come ha spiegato la studiosa vegan femminista Breeze Harper, le esperienze quotidiane di razzismo vissute dalle persone di colore vengono ignorate, o negate, negli sforzi di sensibilizzazione vegani. Le organizzazioni più importanti prestano poca o nessuna attenzione alla realtà del razzismo ambientale, ai deserti alimentari e alla lotta antirazzista. Mentre Harper e altre donne vegan di colore hanno parlato di questa marginalizzazione, il movimento animalista tende ad operare come se ci si trovasse in una società post-razzista dove la schiavitù e la discriminazione appartengono al passato. Questa posizione post-razzista presuppone che tutt* abbiano lo stesso accesso alle alternative vegan, e che le persone di colore di oggi siano disconnesse dalla propria storia di colonizzazione e razzismo.

La storia ci ha mostrato che le donne possono dimostrarsi una forza potente nell’attivismo per il cambiamento sociale. Eppure, nell’arena dei movimenti sociali, quali tattiche e strategie siano legittime e utili è ancora deciso dagli uomini (e dalle donne socializzate a sostenerli). Il movimento animalista presenta un ulteriore livello di complessità, in quanto lo specismo è una propaggine del patriarcato e il movimento stesso conserva una gerarchia di comando patriarcale. La polizia di genere e l’omissione della critica femminista ha la sfortunata conseguenza di rafforzare gli stereotipi sessisti e limitare i potenziali contributi delle donne. Questa omissione rende difficile costruire ponti verso gli altri movimenti sociali. In definitiva, la concezione del movimento rispetto all’oppressione è frammentaria, e l’antispecismo rischia di essere tutto fuorché inclusivo.

Alleanze escludenti

Desideriamo i corpi animali. Usiamo i corpi animali.

Dai corpi animali ricaviamo un piacere estremo. Un piacere fisico e quotidiano.

Il piacere tattile.

Percepirne il calore del corpo, che deve piegarsi docilmente alle nostre esplorazioni e manipolazioni. Accarezzarne il pelo quando vogliamo, sia esso vivo, parte di un essere reso docile dall’addomesticazione e che definiamo “da compagnia” per l’uso esclusivo che vogliamo farne, o privato della corporeità alla quale apparteneva – in una lussuosa, calda e morbida pelliccia.

Il piacere visivo.

Bramiamo guardare gli animali, e da vicino. Per questo realizziamo prigioni povere di mondo, nelle quali osservare i loro corpi sinuosi quando più ci aggrada. La segregazione, il dispositivo di controllo totale su quei corpi, indocili ma resi vulnerabili dalla presa di un potere totale lo chiamiamo “amore per la natura, salvaguardia della biodiversità.” Ci piace immaginarci virtuos*, e siamo così brav* ad illuderci per non deluderci, pur di salvare la faccia. Così l’animale prigioniero sconta un’eterna pena per soddisfare il nostro gioco narcisista e pornopoietico. Il piacere di vedere anche chi non vuole essere vist*.

Il piacere gustativo.

Assaggiarne i corpi. Corpi oramai privi di vita, corpi morti di morte violenta, e spesso corpi morti già in vita. Ma la carne è tenera, finalmente docile. La carne che non prova più nulla, la carne strappata con violenza dalle ossa, tra i guizzi degli occhi e gli spasmi dei nervi, serve un più alto proposito. Serve ad amplificare il nostro piacere oltre i limiti. Piacere di gustare, piacere di possedere, piacere di distruggere per illudersi di non essere noi stess* parte di quel gioco al massacro che tritura corpi come ramoscelli spezzati.

Il piacere mimetico.

Indossarne la pelle morbida – calda e fredda allo stesso tempo – incapaci però di mettersi davvero nei panni altrui. Con la loro pelle addosso sentirsi selvatici, eccitabili, trasgressivi. Aderendo, in realtà, completamente alla norma sacrificale.

Il piacere uditivo. Ascoltarne le voci melodiose, ancora una volta segregandone i corpi in angusti spazi di prigionia, incapaci di distinguere un canto di gioia da un grido di disperazione.

C’é stato un tempo nel quale la vita e la morte erano patrimonio di ogni vivente. Un mondo fatto di piacere e violenza, un mondo di dolore ma anche di gioia. Vivere e morire non erano questione di simboli, di valori e plusvalori, ma nuda vita in movimento.

Lottare per gli altri animali, tutti gli animali “che dunque non sono” ha il senso irrinunciabile di ridare la vita a chi se l’è vista strappare. È imparare a godere dell’altrui gioia, non approfittare del dolore di chi è vulnerabile. È riconoscersi vulnerabili, e accettare di non essere il centro del mondo. È fare politica per tutti i corpi che non contano, non soltanto il proprio.

Se l'”alleanza dei corpi” ignora miliardi di oppress*, in cosa si differenzia dai patti utilitaristici degli oppressori?

 

Vegan, mostri e animali

di Sunaura Taylor

Vorrei prendere le mosse da questo dipinto, che ho realizzato un anno dopo essermi laureata in Belle Arti. E vorrei partire da qui, perché mi ha veramente aiutata a dare forma e sostanza a gran parte del mio lavoro, per quanto riguarda le intersezioni tra attivismo disabile, studi sulla disabilità ed etica animale. Questo dipinto è un autoritratto con altri tre animali che hanno la mia stessa disabilità. Ne darò una breve descrizione visiva: quattro figure stanno in piedi o stese su un pavimento grigio, con un muro bianco dietro di loro. Ci sono grandi frecce mediche gialle, che puntano alle parti anormali dei loro corpi. Sono in fila. Un maiale adulto in piedi, un vitello nero giace, crollato, sul pavimento; un essere umano – autoritratto – si erge nudo e reclinato a fissare lo spettatore. Un porcellino sta rannicchiato sul pavimento, fissando a sua volta chi lo guarda. In sostanza, più lo osservavo e più comprendevo che il corpo disabile è davvero ovunque nella zootecnia, e mi appariva chiaro come il corpo degli animali sia ovunque nella storia della disabilità, e nel mio lavoro negli studi sulla disabilità. Questo dipinto rappresenta visivamente alcuni dei temi che toccherò nel corso della mia presentazione. Leggerò un documento che ho scritto, che è anche un capitolo del mio libro, da poco pubblicato in un numero speciale di American Quarterly che Carla Fitzgerald e Clair Jean Kim hanno dedicato alle questioni relative a razza, specie e sesso.

Nel settembre 2010 ho accettato di partecipare ad un evento artistico presso l’Headlands Center for the Arts a Marin County, California. Il Feral Share, così si chiamava l’evento, era in parte fiera del locale e biologico, in parte raccolta di fondi destinati a finanziare progetti artistici, e in parte esercizio filosofico. Venni invitata a far parte dell’intrattenimento filosofico della serata: il mio ruolo era quello della vegana in un dibattito sull’etica del mangiare carne. Avrei dovuto parlarne con Nicolette Hahn Niman, avvocato ambientalista, allevatrice di bestiame e autrice di “Righteous Porkchop: Finding a Life and Good Food beyond Factory Farms”. Il mio compagno David e io arrivammo all’appuntamento in orario, ma passammo all’incirca i primi quaranta minuti seduti da soli al piano di sotto, mentre tutt* le/gli altr* prendevano parte alla manifestazione artistica, che si stava svolgendo su un piano inaccessibile dell’edificio. A farci compagnia, solo un paio di chef alacremente impegnati negli ultimi ritocchi al pasto a scelta della serata – manzo biologico o ravioli al formaggio. Io e David eravamo stati avvertiti in anticipo del problema di accessibilità, ma trovandoci lì seduti in attesa, cominciammo a provare sempre più disagio. L’attivista disabile in me si sentiva in colpa di aver accettato di partecipare ad un evento al quale non avrei potuto prendere parte appieno. La mia presenza innocua, seduta tranquilla in attesa nella mia sedia a rotelle, in qualche modo mi faceva sentire come se stessi giustificando la discriminazione intorno alla quale era stato pensato l’evento e persino l’edificio. Come se la mia stessa presenza affermasse, “Va bene così, non ho bisogno di essere messa a mio agio – dopo tutto, essere disabile è la mia lotta personale.” L’alienazione di David e la mia si intensificarono subito dopo, quando ci venne allungato il nostro piatto – in quanto unici due vegan in sala, gli chef ci prepararono un piatto speciale (alcuni di loro venivano dal famoso ristorante di Alice Waters a Berkeley, Chez Panisse). Il piatto era composto perlopiù di verdure grigliate. A momenti mi sarei trovata a spiegare, ad una stanza piena di onnivori, quali fossero i motivi per scegliere il veganismo, e mi sentii profondamente consapevole di come questo cibo sarebbe stato letto – come motivo di isolamento e diversità, impegno ulteriore per gli chef, e poco sostanzioso in confronto con gli altri piatti. Presi parte al dibattito con un acuto senso di solitudine, non solo perché ero l’unico individuo visibilmente disabile, ma anche perché, a parte David, sapevo che ero l’unica a non avere prodotti animali nel mio piatto. Michael Pollan scrive ne “Il dilemma dell’onnivoro” che la cosa che lo turbava di più dell’essere vegetariano era “il modo sottile in cui (mi) alienava dalle altre persone.” Le persone che scrivono di cibo, spesso utilizzano una quantità di energia sorprendente per decifrare quanto sentimento di alienazione sociale sono disposte ad affrontare per le loro convinzioni etiche. Innumerevoli articoli su riviste e giornali popolari, riguardanti le “sfide” di diventare vegetarian* o vegan, puntano l’attenzione sullo stigma sociale che si dovrà affrontare se si “diventa veg” – le occhiate, le prese in giro, gli sguardi perplessi. Jonathan Safran Foer scrive che abbiamo “un forte impulso a comportarci come chi ci sta intorno, soprattutto quando si tratta di cibo.” E’ difficile stabilire quale ruolo giochino questi stessi articoli nel marginalizzare l’esperienza vegetariana. Sono molte le questioni pressanti che si trovano ad affrontare gli individui che, potendo, vorrebbero provare a diventare vegetariani o vegani, come ad esempio la realtà dei deserti alimentari nei quartieri poveri, spesso abitati in gran parte da persone di colore, e un governo che sovvenziona e promuove diete ricche di grassi animali rispetto a quelle che si basano su frutta e verdura. Tuttavia, invece che concentrarsi su queste gravi barriere strutturali, molti articoli spesso presentano la sfida posta dall’evitare carne e prodotti animali come una sfida al senso, molto personale, di normalità e accettabilità. Coloro che hanno a cuore gli animali sono spesso rappresentati come anormali nella cultura americana contemporanea. Gli attivisti animalisti sono rappresentati come eccessivamente zelanti, nemici degli umani, persino terroristi, mentre i vegetariani e vegan sono spesso presentati come storditi, isterici, sentimentali, e nevrotici nei confronti del cibo. Anche gli alimenti vegetariani diventano “mostruosi” e le alternative alla carne sono spesso descritte come esperimenti scientifici o di laboratorio. Dal momento che molte alternative alle proteine animali non sono tradizionalmente americane, la marginalizzazione di questi alimenti – come si trattasse di qualcosa di strano o innaturale – è funzionale al consolidamento di una identità americana (quello che gli americani “veri” mangiano: vera carne) e al rendere l’altro “esotico”. Tuttavia, l’anormalità di chi non mangia animali è probabilmente ben esemplificata dal nome di un popolare podcast e libro vegan: “Mostri Vegan”. Il titolo si riferisce a come molt* vegan sentono di essere percepiti dalla cultura dominante. Non voglio dire che non vi siano sfide nel diventare vegetarian* o vegan, ma piuttosto sottolineare che i mezzi di comunicazione, e molti autori, contribuiscono alla “mostruosità” di ciò che così spesso, e con condiscendenza, viene indicato come lo “stile di vita” vegan o vegetariano. Naturalmente l’emarginazione di coloro che hanno a cuore gli animali non è una novità. Diane Beers scrive nel suo libro “For the Prevention of Cruelty: The History and Legacy of Animal Rights Activism in the United States” che “diversi medici, verso la fine del XIX secolo, inventarono una malattia mentale diagnosticabile per spiegare tale comportamento bizzarro. Purtroppo, sentenziarono, queste anime disorientate soffrivano di ‘zoofilpsicosi.'” Secondo la descrizione di Beers, la zoofilpsicosi (una preoccupazione eccessiva per gli animali), era più facile che venisse utilizzata come categoria diagnostica femminile, dal momento che le donne erano ritenute “particolarmente suscettibili alla malattia.” Dal momento che i primi movimenti in difesa degli animali nel Regno Unito e negli Stati Uniti erano in gran parte costituiti da donne, tali accuse sono state funzionali al mantenimento della sottomissione sia delle donne che degli animali non umani. Come suggerisce questa storia, non molto tempo fa, Niman e io non saremmo state invitate a parlare e investite di alcun tipo di autorità rispetto a questi argomenti, perché siamo donne. Tuttavia, Niman e io siamo anche entrambi bianche, il che riflette la realtà del fatto che il razzismo è ancora in gran parte un problema poco trattato all’interno dei discorsi relativi all’etica animale. Sebbene, storicamente, le donne bianche di classe medio-alta rappresentassero la maggioranza del movimento per la difesa degli animali, solo verso la metà degli anni ’40 cominciarono a raggiungere posizioni al vertice. Le persone di colore vennero incluse in maniera ancora più marginale in questi discorsi, per non parlare del ricoprire ruoli di leadership all’interno dei movimenti tradizionali di difesa degli animali. Purtroppo non sorprende che tale patrimonio di patriarcato e razzismo colpisca ancora profondamente i discorsi relativi all’etica animale, alla sostenibilità, alla giustizia alimentare. Proprio l’anno scorso, le studiose Carol J. Adams, Lori Gruen, e A. Breeze Harper hanno scritto una lettera di protesta al New York Times che aveva invitato un tavolo consistente unicamente di cinque uomini bianchi, investiti del ruolo di giudici in un concorso alla ricerca dei migliori argomenti per difendere il consumo di carne. Succede di continuo: coloro a cui viene concesso spazio alle conferenze, opportunità di pubblicazione, e l’attenzione dei media su questi argomenti sono maschi di colore bianco. Adams, Gruen, e Harper scrivono, “Il fatto è che le discussioni etiche sul mangiare animali sono permeate di prospettive sessiste e razziste che operano in maniera normativa.” Anche la disabilità e le persone con disabilità sono state a loro volta perlopiù lasciate fuori da questi discorsi, e l’abilismo è stato similmente reso normativo e naturalizzato. La comunità disabile ha un rapporto difficile con la comunità per i diritti animali, come esemplificato dai continui dibattiti che coinvolgono filosofi come Peter Singer, il cui lavoro ha negato la personalità di alcuni gruppi di individui intellettualmente disabili. Ma anche in modi meno estremi, le persone disabili e le varie questioni che ci riguardano sono state in gran parte lasciate fuori dai movimenti per il benessere degli animali e per la sostenibilità, sia a causa dell’ossessione di questi movimenti per la salute e la forma fisica, che per una mancanza di attenzione verso chi ha accesso a diversi tipi di eventi formativi e di attivismo. Mentre me ne stavo seduta in quello spazio inaccessibile all’Headlands, aspettando, al piano di sotto, che il dibattito cominciasse, sentendomi mostruosa sia nel corpo che nelle scelte alimentari, ho pensato a Michael Pollan e numerosi altri scrittori che parlano di “comunione a tavola”, e della connessione e dei legami che si creano intorno al cibo. Pollan sostiene che questo senso di comunione è minacciato dall’essere vegetarian*. Mi sarei forse sentita più accolta se avessi mangiato un po’ del manzo servito agli ospiti quella notte? Rispetto al suo tentativo di diventare vegetariano, Pollan scrive: “Altre persone ora si devono occupare di me, e questo mi mette a disagio: le mie nuove restrizioni dietetiche rappresentano un sabotaggio della relazione di base esistente tra ospite e ospitante”. Pollan si sente “a disagio”, sente che ora deve essere “sistemato”. E’ un privilegio affermare che questa sia una nuova esperienza per lui. L’interruzione del benessere sociale e la richiesta di “accomodamenti” sono realtà che le persone disabili affrontano tutto il tempo. Andremo al ristorante che i nostri amici vogliono provare, anche se ha degli scalini e dovremo farci trasportare? Mangeremo con la forchetta in mano, con la forchetta in bocca o senza forchetta del tutto, per renderci più accettabili a tavola – per evitare di mangiare “come un animale”? Dovremo richiamare l’attenzione sul fatto che lo spazio nel quale siamo stati invitati a discutere è fatto di privilegi non riconosciuti e abilismo? Per molte persone disabili, l’importanza di tenere una certa compostezza a tavola è di gran lunga oscurata da qualcos’altro – ovvero sostenere il nostro diritto di essere a tavola, anche se facciamo sentire gli altri a disagio. Pollan presuppone che si possa stare a tavola, in primo luogo. Guardando il pubblico al quale stavo per parlare, ho pensato a coloro che non erano al tavolo. Le persone la cui disabilità, razza, sesso o reddito troppo spesso rendono invisibili in conversazioni sull’etica animale e sulla sostenibilità. Safran Foer pone una semplice domanda nel suo libro “Se niente importa”: “Quanta importanza diamo al creare una situazione socialmente accettabile, e quanta invece ad agire in maniera socialmente responsabile?” Sotto molti punti di vista, il mio dibattito con Niman era simile a molte altre conversazioni tra vegan e coloro che sostengono la “carne felice”: abbiamo discusso delle conseguenze ambientali di veganismo e onnivorismo sostenibile, se il veganismo sia una dieta “sana”, e abbiamo passato molto tempo ad analizzare perché gli animali possano o non possano avere il diritto di vivere la loro vita senza essere macellati dagli esseri umani. Io e Niman eravamo appassionatamente d’accordo rispetto alle atrocità degli allevamenti intensivi, ed entrambi sostenevamo che gli animali sono esseri senzienti, pensanti, capaci di sentimenti e che vivono emozioni complesse, abilità, e relazioni. Tuttavia, quando Niman ha sostenuto che è possibile uccidere e mangiare animali in maniera compassionevole, ho affermato che nella quasi totalità dei casi non lo è, e che le motivazioni alla base di tale posizione non sono solo speciste ma anche abiliste. Dal momento che il dibattito sarebbe durato solo un’ora, avevo già deciso che tentare di parlare di disabilità in quanto riferibile alla questione animale non sarebbe stato possibile. Ma dopo essere stata in quello spazio inaccessibile, mi sono sentita in dovere di discuterne. Sentivo la responsabilità di rappresentare le questioni della disabilità e degli animali al meglio delle mie capacità – di rappresentare un modello di disabilità con il quale mi trovavo politicamente in accordo, nella speranza che almeno parte dell’emarginazione che avevo sperimentato venisse presa in considerazione. Nel corso del dibattito ho cercato di spiegare come il mio punto di vista di persona disabile e di studiosa della disabilità influenzava le mie opinioni sugli animali. Ho descritto come il campo degli studi sulla disabilità solleva questioni che sono importanti per discutere di etica animale. Questioni relative a normalità e natura, valore ed efficienza, interdipendenza e vulnerabilità, così come preoccupazioni più specifiche su diritti e autonomia, sono al centro di questo campo di studi. Qual è il modo migliore per proteggere i diritti di coloro che non possono essere fisicamente autonomi, ma sono vulnerabili e interdipendenti? Come possono essere protetti i diritti di coloro che non riescono a proteggersi da soli, o di coloro che non possono capire il concetto di diritto?  Ho descritto in che modo le attuali interpretazioni limitate di ciò che è naturale e normale porti alla continua oppressione sia delle persone disabili che degli animali. Delle decine di miliardi di animali uccisi ogni anno per uso umano, molti sono letteralmente costruiti per essere disabili. Gli animali degli allevamenti intensivi non solo vivono in condizioni talmente anguste, sporche e innaturali che le disabilità diventano comuni, ma vengono anche letteralmente allevati e violentemente modificati allo scopo di ottenere estremi fisici molto dannosi, ad esempio mammelle che producono troppo latte rispetto a quello che il corpo di una mucca può fisicamente sostenere, o tacchini non in grado di sopportare il peso dei propri petti giganti, e polli debeccati che non riescono a nutrirsi normalmente. Anche la mia disabilità, l’artrogriposi, si rileva abbastanza spesso negli allevamenti intensivi tanto da essere stata il tema del numero di dicembre del Beef Magazine nel 2008. Ho anche parlato di come gli animali siano continuamente giudicati a partire da tratti umani e capacità abiliste. Di come percepiamo gli animali in quanto esseri inferiori e di nessun valore, per molte delle ragioni per le quali anche le persone disabili sono viste in questo modo – come incapaci, mancanti e diverse. Gli animali subiscono chiaramente il privilegio dell’ideale umano normodotato, che viene costantemente presentato come lo standard rispetto al quale essi vengono giudicati, a giustificazione della crudeltà che così spesso infliggiamo loro. Il corpo abile perpetuato e privilegiato dall’abilismo è sempre non solo non disabile, ma anche non animale. Alla fine del mio intervento ho cercato di condividere ciò che potevo sugli studi della disabilità, che offrono nuovi modi di valorizzare la vita umana non limitati da capacità fisiche o mentali specifiche. Gli studiosi che si dedicano agli studi della disabilità sostengono che non è specificamente la nostra intelligenza, la nostra razionalità, la nostra agilità, la nostra indipendenza fisica, o la nostra postura bipede che ci danno dignità e valore. Noi sosteniamo che la vita è, e si deve presumere sia, degna di essere vissuta, sia che si sia una persona con sindrome di Down, paralisi cerebrale, tetraplegia, autismo, o come nel mio caso, artrogriposi. Ma, ho domandato, se le/gli attivist* disabili chiedono la tutela dei diritti di quelli di noi che sono disabili e non possiedono capacità assai valorizzate come ad esempio la razionalità e l’indipendenza fisica, allora quali sono le conseguenze di questi argomenti in materia di animali non umani?

Mentre la discussione giungeva al termine, avvertivo un senso di sconfitta strisciante – non in merito alle questioni relative agli animali, ma a quelle legate alla disabilità. Avevo la netta sensazione che la politica della disabilità che rappresentavo sarebbe stata fraintesa: invece di far considerare alle persone il proprio privilegio umano e normoabile, avrebbero interpretato il mio intervento come se avessi usato la mia disabilità per amplificare la questione animale. La prima persona che mi si avvicinò per parlare era la madre di un bambino intellettualmente disabile. Da un lato l’avevo impressionata (mi vedeva come una sorta di super-storpia) e dall’altro preoccupata – come se volesse salvarmi l’anima. “Questo non aiuta la tua causa.” Continuava a dire: “Non c’è bisogno di paragonarti ad un animale.” In un certo senso ho capito quello che intendeva. Gli individui con disabilità intellettive non sono stati trattati bene da quella frangia di attivisti animalisti che segue il pensiero di persone come Singer. Come scrive Licia Carlson: “Se riflettiamo con serietà sul potenziale di sfruttamento concettuale e sull’attuale emarginazione delle disabilità intellettive in filosofia, dobbiamo considerare criticamente i ruoli assegnati ai disabili psichici in questo discorso”. Ho cercato di spiegare che non era esattamente mia intenzione paragonarmi a un animale, ma piuttosto confrontavo le nostre comuni oppressioni. Le persone disabili e gli animali non umani, le ho detto, sono spesso oppressi da forze simili. Ho aggiunto, in ogni caso, che per me essere paragonata a un animale non ha nulla di negativo – dopo tutto, siamo tutt* animali. Mi ha risposto che non intendeva confrontare la situazione del suo bambino disabile alla situazione di un animale, che non vedeva alcun collegamento. Il suo bambino non era un animale. Stavo rendendo un cattivo servizio a me stessa e agli altri, facendo queste connessioni. Quella donna non si è mai arrabbiata con me, come io suppongo avrebbe fatto con una persona normo-abile che avesse detto quello che stavo dicendo. Al contrario sembrava triste per me, come se mi mancasse l’orgoglio della disabilità e la fiducia per pensare a me stessa come qualcosa di più che un animale. Se avessi chiesto comprensione, invece di seguire le norme sociali con delicatezza per far sentire le altre persone a proprio agio, la mia stima di me in quanto essere umano disabile ne sarebbe venuta fuori in maniera diversa? Mi chiedo, se fossi arrivata all’evento insistendo sul diritto del mio corpo ad accedervi, la fiducia che ho nella mia incarnazione corporea sarebbe stata così inconfondibile che persino discutere il mio rapporto con gli animali sarebbe stato riconosciuto come un gesto d’amore per la mia disabilità? Forse il mio comportamento sarebbe stato vissuto come esagerato, forse avrebbe fatto sentire gli altri a disagio, ma nel domandare comprensione avrei insistito per un diverso tipo di “comunione a tavola”. L’inaccessibilità dello spazio ha dato forma alle mie parole quella notte e mi ha portato a concentrarmi sui modi in cui l’oppressione degli animali e l’oppressione della disabilità vengono rese invisibili per essere presentate semplicemente come naturali: i manzi sono serviti per cena e le persone disabili aspettano al piano di sotto.

(L’argomento di questo capitolo del libro non è in realtà che il veganismo sia una disabilità, piuttosto sostengo che il veganismo è reso mostruoso. Che, in linea di massima, le persone vegan sono rappresentate come mostri nei media).

[…]

Sunaura Taylor è artista, scrittrice e attivista.

Le opere di Taylor sono state esposte nei musei di tutto il paese (CUE Art Foundation, Smithsonian Institution e Berkeley Art Museum per citarne alcuni). Ha ricevuto numerosi premi, una borsa di studio in Belle  Arti della Joan Mitchell Foundation e una borsa di studio in  Animali e Cultura. I suoi scritti sono stati pubblicati in varie collane editoriali e in pubblicazioni quali Monthly Review, Yes! Magazine, American Quarterly e Qui Parle. Taylor ha lavorato insieme alla filosofa Judith Butler al film di Astra Taylor * Examined Life * (Zeitgeist 2008). Ha conseguito la Laurea in Belle Arti presso l’Università della California, Berkeley. Il suo libro “Beasts of Burden”, che esplora le intersezioni di etica animale e studi della disabilità, verrà pubblicato a breve da Feminist Press. Attualmente è dottoranda in Studi Americani presso il Dipartimento di Analisi Sociali e Culturali della New York University.