L’altr* “altr*”

di Vinamarata “Winnie” Kaur, originale qui.

Le persone intorno a me

cercano di definire la razza in termini di bianco o nero,

mi guardo…

In agguato tra i codici colore di ciò che è considerato “normale”.

Mi rivolgo al femminismo,

E vedo il movimento femminista occidentale ancora pieno di razzismo e specismo.

Mi sento allo stesso tempo inclusa ed esclusa.

Mi chiedono “Che cosa sei?”

Sono bianca o sono nera?

“Forse nessuna delle due, o forse entrambe; non sono affari tuoi “, rispondo.

Chi sono io e a quale movimento di giustizia sociale dovrei rivolgermi?

Gli altri impareranno mai a guardare oltre la mia Carne Bruna

E incanalare i loro chakra lontano dalle mie apparenze esterne?

Vedo persone intorno a me

Fumarsi e bersi vita e salute.

Socializzano nell’estasi degli allucinogeni

E vanno fiere delle bistecche grigliate ai barbecue estivi, mentre si burlano di vegetarian*e vegan che non condividono i loro piaceri carnali.

E mi guardo… Una femminista decoloniale, astemia, grassa, pelosa, vegan, isolata ed esclusa da quei circoli,

Isolata in compagnia dei miei libri.

Mi rivolgo a TV e film,

che mi ridicolizzano un’altra volta, con il loro sguardo bianco e le pubblicità che fanno vergognare del proprio corpo…

Chi sono io, se non l’Altr* “Altr*” in questa terra delle opportunità, unita eppure divisa?

Chiusa nei pochi spazi liminali che posso chiamare “casa”

Continuo a essere oppressa

Dalle catene stratificate dei binarismi trincerati nell’eteropatriarcato cis-maschio bianco,

Senza un’identità riconoscibile…

E che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha chiamato, in un’occasione, straniera non residente

E ora chiama residente permanente,

Ancora spogliata del pieno riconoscimento assegnato alla sua “cittadinanza umana”.

Porto in me lo spirito dello schiavo nero,

E un corpo alimentato da piante,

E spargo la notizia che…

Sono diversa e senza un’identità,

Sono vegana e femminista non occidentale,

E va bene così.

Occupo i margini e le sfumature di questa società ossessionata dalla carne e dal colore,

Non solo a causa delle mie scelte alimentari o per l’invisibile purdah* che indosso sulla mia pelle,

Ma a causa della mia soggettività e delle esperienze vissute.

Chi dà a chicchessia il privilegio di escludermi dai limiti della “normalità”

E costringermi a classificarmi come bianca o nera / femminista o vegana?

Mi rifiuto di identificarmi come una o l’altra…

Perché #BlackLivesMatter, #BrownLivesMatter, #TransLivesMatter, #IntersexLivesMatter, #NativeLivesMatter e #NonHumanLivesMatter.

E non si dovrebbe più consentire a bianchezza, colonialismo e specismo di definire le nostre relazioni con i nostri corpi marginalizzati;

Sono una femminista vegana intersezionale, non bianca, asiatica del sud,

E queste sono parti irrinunciabili della mia identità multisfaccettata

Per le quali continuerò a lottare,

Fino al mio ultimo respiro.

* La purdah o pardaa è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme.

 

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La polizia di genere e la donna vegan

Disclaimer: Sebbene sia abbastanza critica rispetto ad alcune delle tesi proposte, ad esempio il supposto apporto “femminile” delle attiviste, questo articolo presenta spunti interessanti di una critica che si potrebbe estendere alla maggior parte dei movimenti sociali. Ho deciso dunque di proporne la traduzione (originale qui.)

Buona lettura!

***

Utilizzo da sempre il mio account Facebook come strumento utile per l’attivismo sociale. Aprirsi pubblicamente su Internet, uno spazio creato da uomini per uomini, può essere pericoloso per qualsiasi donna. La donna vegan, tuttavia, deve affrontare ulteriori sfide. La maggior parte dei miei post sull’antispecismo attira l’attenzione di amici e conoscenti uomini arrabbiati o paternalistici, determinati a spiegarmi dove sbaglio nei miei post e perché non avrei dovuto pubblicarli. Sono stata spesso accusata di esagerata ostilità (o malattia mentale), a causa della mia franchezza in merito all’oppressione degli Animali Non Umani. Ho notato che i miei post su cultura dello stupro e pornografia hanno incontrato reazioni simili da parte di utenti di sesso maschile. Stranamente, i post su razzismo, classismo e diritti dei lavoratori (probabilmente argomenti più neutri rispetto al genere) hanno ricevuto poca o nessuna attenzione. Era come trovarsi perennemente in conflitto con uomini determinati a insegnarmi come essere una vera attivista (o, piuttosto, una vera signora) riguardo a questioni che sfidavano il loro privilegio.

Eppure, su Facebook ho trovato anche sostegno. Facebook mi ha aperto le porte di una più ampia comunità vegan. Mi ha permesso di fare rete e collaborare con attivist* di tutto il mondo. Ovviamente, come in qualsiasi spazio Internet, il trolling è stato spesso un problema, così come il feroce mantenimento dei confini “dentro al gruppo” / “fuori dal gruppo”. Quando infine sono diventata esplicita in merito alla mia intersezionalità e opposizione alle tattiche violente, ho iniziato a sospettare che le mie interazioni negative con i compagni attivisti riflettessero in realtà anche l’oppressione patriarcale.

All’inizio credevo si trattasse semplicemente di un conflitto a livello teorico. Avevo collaborato a lungo con un’organizzazione di base a maggioranza maschile, che si vantava del proprio approccio “razionale” all’antispecismo. Dopo circa un anno di interminabili dibattiti terminati con il mio venir bollata come “irrazionale”, ho tagliato i ponti con l’intero gruppo. Avevo osato suggerire che le esperienze delle donne sono fondamentali per qualsiasi campagna destinata a porre fine all’oppressione. Avevo osato sostenere che forse le donne stesse sarebbero le più adatte a condividere quelle esperienze e dare loro un senso. Il femminismo, avevano sentenziato, era un insulto al progetto razionale antispecista. Alcuni mesi dopo, scrissi un pezzo sul mio blog condannando l’appropriazione patriarcale del femminismo. Un teorico di spicco dichiarò in quell’occasione sulla sua pagina Facebook che

  1. Gli uomini possono essere femministi e suggerire altrimenti è sessista, e
  2. Solo i vegani possono essere femministi.

In altre parole, gli uomini stavano, ancora una volta, definendo il femminismo. La risposta al mio pezzo è stata assolutamente negativa… e maschile. Nell’affrontare la causa femminista, avevo oltrepassato i miei confini di donna in un movimento maschile.

Essere vegan presenta difficoltà e disagi per le donne. Strette tra l’incudine e il martello, le donne vegan – rifiutando il progetto patriarcale dello specismo – devono spesso fronteggiare la reazione maschile, ma allo stesso tempo lottare per ottenere rispetto nello spazio maschile dei movimenti sociali. Protestare contro lo sfruttamento degli altri animali (una relazione di potere e dominio) è, indipendentemente dal genere, un’azione femminista. D’altra parte, plasmare la cultura e sostenere il cambiamento sociale rimane un’attività molto maschile. La femminista vegana Carol J. Adams ha sottolineato come lo sfruttamento degli animali non umani rappresenti una forma di oppressione patriarcale. Sfruttare i corpi di gruppi vulnerabili per il proprio piacere o comodità, è un’estensione della violenza maschile sulle donne. La caccia, il mattatoio e la vivisezione, tre delle principali istituzioni dello sfruttamento di animali non umani, sono costituite principalmente da uomini.

L’ideologia che legittima il mangiare carne, indossare pelle, sperimentare su esseri senzienti non consenzienti e imprigionare o ferire esseri senzienti per divertimento è un’ideologia del dominio. Il ruolo delle donne in questa oppressione sistemica tende ad essere di aderenza ad un dogma e in gran parte il riflesso della propria oppressione. In Brutal: Manhood and the Exploitation of Animals, Brian Luke suggerisce che le donne abbiano storicamente preso parte al progetto specista, cucinando pasti carnei e assecondando il gusto del capofamiglia. La pletora di cosmetici e indumenti di pelle animale commercializzati per le donne, sono legati allo status privilegiato degli uomini. Le donne si adornano con prodotti di bellezza per interpretare il proprio ruolo di oggetti ad uso dello sguardo maschile. Le pellicce vengono spesso regalate dagli uomini alle donne come mezzo per dimostrare il proprio status.

Naturalmente, molte donne hanno ottenuto un certo potere in questo ruolo “sottomesso”. Le donne hanno reso popolare il movimento del biologico grazie alla loro posizione strategica come acquirenti e cuoche. Allo stesso modo, i prodotti femminili spesso non sono testati su animali. Se gli uomini storicamente sono stati coloro che “portavano a casa il pane”, le donne sono state spesso le principali consumatrici. I pubblicitari ne sono sempre stati consapevoli, e questo ha garantito alle donne una certa influenza. E mentre molte donne sono rimaste incastrate nel progetto patriarcale da potenti processi di socializzazione, altre hanno attinto agli stereotipi femminili per esprimere la propria preoccupazione per gli altri animali, ma in un modo che fosse comunque “socialmente accettabile”.

Le donne sono state da sempre ritenute maggiormente predisposte alla cura e affini al mondo naturale, e questo preconcetto ha permesso alle donne dell’era progressista di entrare nella sfera pubblica della difesa sociale come “governanti della natura”. Si ritiene che questa associazione tra donne e natura sia alla base dell’ampia partecipazione femminile (circa l’80%) al movimento animalista. Questi stereotipi sono certamente limitanti. Le attiviste donne sono spesso incoraggiate a dedicarsi ad un attivismo blando, ad esempio al volontariato nei rifugi. Molte si limitano a compiti banali dietro le quinte, e molte vengono ancora incoraggiate a spogliarsi durante le proteste pubbliche e nelle campagne pubblicitarie.

Le donne che si spingono oltre ai confini dell’attivismo appropriato per il gentil sesso, spesso devono affrontare rappresaglie feroci. Le stesse qualità per cui gli uomini sono ammirati – schiettezza, leadership, spirito d’iniziativa, forza – sono considerate negativamente nelle attiviste più coraggiose. Queste donne vengono definite prepotenti, rumorose, odiose e pazze. In una parola, poco femminili. Il ruolo giocato dal genere nelle interazioni tra i sostenitori dei diritti degli animali non umani, il pubblico e gli altri movimenti non è passato inosservato. Studi sociologici hanno dimostrato che molte campagne falliscono in parte a causa degli stereotipi di genere che interpretano l’attivismo femminile come eccessivamente emotivo, irrazionale e inconsapevole della “necessità” dello sfruttamento.

Di conseguenza, il movimento animalista ha avuto la tendenza a glorificare le tattiche maschili (razionalità e azione diretta) e banalizzare quelle considerate femminili (intersezionalità e non violenza). Il professor Steve Best dell’Animal Liberation Front, ad esempio, è fortemente critico nei confronti degli approcci non violenti, o di quello che definisce “pacifismo”. La pacifica educazione vegana, avverte, aiuta gli sfruttatori e facilita le istituzioni oppressive. Nelle conferenze registrate in cui Best sostiene, a voce alta, i pregi di vandalismo, minacce e aggressioni fisiche (e lo fa in stanze piene di donne), non si può fare a meno di chiedersi se il suo vero problema non sia la preponderanza femminile nell’attivismo animalista.

L’attivismo animalista è una forma di protesta politica che spesso ha un’enorme influenza sull’identità di una donna. Ma sfidare l’istituzione dello sfruttamento animale significa sfidare l’istituzione del dominio maschile. Da una parte, le donne che assumono tratti considerati “maschili” nel proprio attivismo incontrano ostilità. Dall’altro, le donne che interpretano il loro genere “in maniera appropriata” non vengono prese sul serio a causa della loro femminilità.

Molt* studios* hanno criticato l’oggettivazione sessuale delle attiviste messe in atto dalle campagne PETA, ma solo una manciata ha problematizzato il sessismo che struttura il movimento nel suo complesso. E un numero ancora minore di attivist* si è espresso in merito alla discriminazione e alla polizia di genere.

L’esperienza femminile viene per lo più omessa dai discorsi relativi alla liberazione animale. Anche le politiche antirazziste tendono ad essere ignorate in ambito animalista. Un post del 6 giugno 2013 su un sito web antispecista, Free From Harm, invitava i lettori a “aiutare a fermare la pratica del “live sushi”, definita “barbara”, “volgare” e “una vergogna per il popolo giapponese”. Ho risposto suggerendo che una simile campagna può avere il risultato di rafforzare il razzismo strutturale. Sensazionalizzare atti di crudeltà specifici commessi da persone non bianche incoraggiano il pregiudizio e facilitano il senso di superiorità bianco. Ricevetti una risposta molto simile a quella che ebbi in occasione del mio post contro il sessismo. Molti attivisti, per lo più bianchi, mi attaccarono brutalmente, accusandomi di “giocare la carta della razza” per creare intenzionalmente problemi. Uno mi ha anche diagnosticato un disturbo mentale.

Di converso, la razza gioca un ruolo fondamentale, e le persone di colore sono spesso strumentalizzate. Difatti, le più becere espressioni di razzismo (ad esempio la schiavitù) sono usate come termine di paragone dall’antispecismo. Tuttavia, come ha spiegato la studiosa vegan femminista Breeze Harper, le esperienze quotidiane di razzismo vissute dalle persone di colore vengono ignorate, o negate, negli sforzi di sensibilizzazione vegani. Le organizzazioni più importanti prestano poca o nessuna attenzione alla realtà del razzismo ambientale, ai deserti alimentari e alla lotta antirazzista. Mentre Harper e altre donne vegan di colore hanno parlato di questa marginalizzazione, il movimento animalista tende ad operare come se ci si trovasse in una società post-razzista dove la schiavitù e la discriminazione appartengono al passato. Questa posizione post-razzista presuppone che tutt* abbiano lo stesso accesso alle alternative vegan, e che le persone di colore di oggi siano disconnesse dalla propria storia di colonizzazione e razzismo.

La storia ci ha mostrato che le donne possono dimostrarsi una forza potente nell’attivismo per il cambiamento sociale. Eppure, nell’arena dei movimenti sociali, quali tattiche e strategie siano legittime e utili è ancora deciso dagli uomini (e dalle donne socializzate a sostenerli). Il movimento animalista presenta un ulteriore livello di complessità, in quanto lo specismo è una propaggine del patriarcato e il movimento stesso conserva una gerarchia di comando patriarcale. La polizia di genere e l’omissione della critica femminista ha la sfortunata conseguenza di rafforzare gli stereotipi sessisti e limitare i potenziali contributi delle donne. Questa omissione rende difficile costruire ponti verso gli altri movimenti sociali. In definitiva, la concezione del movimento rispetto all’oppressione è frammentaria, e l’antispecismo rischia di essere tutto fuorché inclusivo.

Alleanze escludenti

Desideriamo i corpi animali. Usiamo i corpi animali.

Dai corpi animali ricaviamo un piacere estremo. Un piacere fisico e quotidiano.

Il piacere tattile.

Percepirne il calore del corpo, che deve piegarsi docilmente alle nostre esplorazioni e manipolazioni. Accarezzarne il pelo quando vogliamo, sia esso vivo, parte di un essere reso docile dall’addomesticazione e che definiamo “da compagnia” per l’uso esclusivo che vogliamo farne, o privato della corporeità alla quale apparteneva – in una lussuosa, calda e morbida pelliccia.

Il piacere visivo.

Bramiamo guardare gli animali, e da vicino. Per questo realizziamo prigioni povere di mondo, nelle quali osservare i loro corpi sinuosi quando più ci aggrada. La segregazione, il dispositivo di controllo totale su quei corpi, indocili ma resi vulnerabili dalla presa di un potere totale lo chiamiamo “amore per la natura, salvaguardia della biodiversità.” Ci piace immaginarci virtuos*, e siamo così brav* ad illuderci per non deluderci, pur di salvare la faccia. Così l’animale prigioniero sconta un’eterna pena per soddisfare il nostro gioco narcisista e pornopoietico. Il piacere di vedere anche chi non vuole essere vist*.

Il piacere gustativo.

Assaggiarne i corpi. Corpi oramai privi di vita, corpi morti di morte violenta, e spesso corpi morti già in vita. Ma la carne è tenera, finalmente docile. La carne che non prova più nulla, la carne strappata con violenza dalle ossa, tra i guizzi degli occhi e gli spasmi dei nervi, serve un più alto proposito. Serve ad amplificare il nostro piacere oltre i limiti. Piacere di gustare, piacere di possedere, piacere di distruggere per illudersi di non essere noi stess* parte di quel gioco al massacro che tritura corpi come ramoscelli spezzati.

Il piacere mimetico.

Indossarne la pelle morbida – calda e fredda allo stesso tempo – incapaci però di mettersi davvero nei panni altrui. Con la loro pelle addosso sentirsi selvatici, eccitabili, trasgressivi. Aderendo, in realtà, completamente alla norma sacrificale.

Il piacere uditivo. Ascoltarne le voci melodiose, ancora una volta segregandone i corpi in angusti spazi di prigionia, incapaci di distinguere un canto di gioia da un grido di disperazione.

C’é stato un tempo nel quale la vita e la morte erano patrimonio di ogni vivente. Un mondo fatto di piacere e violenza, un mondo di dolore ma anche di gioia. Vivere e morire non erano questione di simboli, di valori e plusvalori, ma nuda vita in movimento.

Lottare per gli altri animali, tutti gli animali “che dunque non sono” ha il senso irrinunciabile di ridare la vita a chi se l’è vista strappare. È imparare a godere dell’altrui gioia, non approfittare del dolore di chi è vulnerabile. È riconoscersi vulnerabili, e accettare di non essere il centro del mondo. È fare politica per tutti i corpi che non contano, non soltanto il proprio.

Se l'”alleanza dei corpi” ignora miliardi di oppress*, in cosa si differenzia dai patti utilitaristici degli oppressori?

 

Vegan, mostri e animali

di Sunaura Taylor

Vorrei prendere le mosse da questo dipinto, che ho realizzato un anno dopo essermi laureata in Belle Arti. E vorrei partire da qui, perché mi ha veramente aiutata a dare forma e sostanza a gran parte del mio lavoro, per quanto riguarda le intersezioni tra attivismo disabile, studi sulla disabilità ed etica animale. Questo dipinto è un autoritratto con altri tre animali che hanno la mia stessa disabilità. Ne darò una breve descrizione visiva: quattro figure stanno in piedi o stese su un pavimento grigio, con un muro bianco dietro di loro. Ci sono grandi frecce mediche gialle, che puntano alle parti anormali dei loro corpi. Sono in fila. Un maiale adulto in piedi, un vitello nero giace, crollato, sul pavimento; un essere umano – autoritratto – si erge nudo e reclinato a fissare lo spettatore. Un porcellino sta rannicchiato sul pavimento, fissando a sua volta chi lo guarda. In sostanza, più lo osservavo e più comprendevo che il corpo disabile è davvero ovunque nella zootecnia, e mi appariva chiaro come il corpo degli animali sia ovunque nella storia della disabilità, e nel mio lavoro negli studi sulla disabilità. Questo dipinto rappresenta visivamente alcuni dei temi che toccherò nel corso della mia presentazione. Leggerò un documento che ho scritto, che è anche un capitolo del mio libro, da poco pubblicato in un numero speciale di American Quarterly che Carla Fitzgerald e Clair Jean Kim hanno dedicato alle questioni relative a razza, specie e sesso.

Nel settembre 2010 ho accettato di partecipare ad un evento artistico presso l’Headlands Center for the Arts a Marin County, California. Il Feral Share, così si chiamava l’evento, era in parte fiera del locale e biologico, in parte raccolta di fondi destinati a finanziare progetti artistici, e in parte esercizio filosofico. Venni invitata a far parte dell’intrattenimento filosofico della serata: il mio ruolo era quello della vegana in un dibattito sull’etica del mangiare carne. Avrei dovuto parlarne con Nicolette Hahn Niman, avvocato ambientalista, allevatrice di bestiame e autrice di “Righteous Porkchop: Finding a Life and Good Food beyond Factory Farms”. Il mio compagno David e io arrivammo all’appuntamento in orario, ma passammo all’incirca i primi quaranta minuti seduti da soli al piano di sotto, mentre tutt* le/gli altr* prendevano parte alla manifestazione artistica, che si stava svolgendo su un piano inaccessibile dell’edificio. A farci compagnia, solo un paio di chef alacremente impegnati negli ultimi ritocchi al pasto a scelta della serata – manzo biologico o ravioli al formaggio. Io e David eravamo stati avvertiti in anticipo del problema di accessibilità, ma trovandoci lì seduti in attesa, cominciammo a provare sempre più disagio. L’attivista disabile in me si sentiva in colpa di aver accettato di partecipare ad un evento al quale non avrei potuto prendere parte appieno. La mia presenza innocua, seduta tranquilla in attesa nella mia sedia a rotelle, in qualche modo mi faceva sentire come se stessi giustificando la discriminazione intorno alla quale era stato pensato l’evento e persino l’edificio. Come se la mia stessa presenza affermasse, “Va bene così, non ho bisogno di essere messa a mio agio – dopo tutto, essere disabile è la mia lotta personale.” L’alienazione di David e la mia si intensificarono subito dopo, quando ci venne allungato il nostro piatto – in quanto unici due vegan in sala, gli chef ci prepararono un piatto speciale (alcuni di loro venivano dal famoso ristorante di Alice Waters a Berkeley, Chez Panisse). Il piatto era composto perlopiù di verdure grigliate. A momenti mi sarei trovata a spiegare, ad una stanza piena di onnivori, quali fossero i motivi per scegliere il veganismo, e mi sentii profondamente consapevole di come questo cibo sarebbe stato letto – come motivo di isolamento e diversità, impegno ulteriore per gli chef, e poco sostanzioso in confronto con gli altri piatti. Presi parte al dibattito con un acuto senso di solitudine, non solo perché ero l’unico individuo visibilmente disabile, ma anche perché, a parte David, sapevo che ero l’unica a non avere prodotti animali nel mio piatto. Michael Pollan scrive ne “Il dilemma dell’onnivoro” che la cosa che lo turbava di più dell’essere vegetariano era “il modo sottile in cui (mi) alienava dalle altre persone.” Le persone che scrivono di cibo, spesso utilizzano una quantità di energia sorprendente per decifrare quanto sentimento di alienazione sociale sono disposte ad affrontare per le loro convinzioni etiche. Innumerevoli articoli su riviste e giornali popolari, riguardanti le “sfide” di diventare vegetarian* o vegan, puntano l’attenzione sullo stigma sociale che si dovrà affrontare se si “diventa veg” – le occhiate, le prese in giro, gli sguardi perplessi. Jonathan Safran Foer scrive che abbiamo “un forte impulso a comportarci come chi ci sta intorno, soprattutto quando si tratta di cibo.” E’ difficile stabilire quale ruolo giochino questi stessi articoli nel marginalizzare l’esperienza vegetariana. Sono molte le questioni pressanti che si trovano ad affrontare gli individui che, potendo, vorrebbero provare a diventare vegetariani o vegani, come ad esempio la realtà dei deserti alimentari nei quartieri poveri, spesso abitati in gran parte da persone di colore, e un governo che sovvenziona e promuove diete ricche di grassi animali rispetto a quelle che si basano su frutta e verdura. Tuttavia, invece che concentrarsi su queste gravi barriere strutturali, molti articoli spesso presentano la sfida posta dall’evitare carne e prodotti animali come una sfida al senso, molto personale, di normalità e accettabilità. Coloro che hanno a cuore gli animali sono spesso rappresentati come anormali nella cultura americana contemporanea. Gli attivisti animalisti sono rappresentati come eccessivamente zelanti, nemici degli umani, persino terroristi, mentre i vegetariani e vegan sono spesso presentati come storditi, isterici, sentimentali, e nevrotici nei confronti del cibo. Anche gli alimenti vegetariani diventano “mostruosi” e le alternative alla carne sono spesso descritte come esperimenti scientifici o di laboratorio. Dal momento che molte alternative alle proteine animali non sono tradizionalmente americane, la marginalizzazione di questi alimenti – come si trattasse di qualcosa di strano o innaturale – è funzionale al consolidamento di una identità americana (quello che gli americani “veri” mangiano: vera carne) e al rendere l’altro “esotico”. Tuttavia, l’anormalità di chi non mangia animali è probabilmente ben esemplificata dal nome di un popolare podcast e libro vegan: “Mostri Vegan”. Il titolo si riferisce a come molt* vegan sentono di essere percepiti dalla cultura dominante. Non voglio dire che non vi siano sfide nel diventare vegetarian* o vegan, ma piuttosto sottolineare che i mezzi di comunicazione, e molti autori, contribuiscono alla “mostruosità” di ciò che così spesso, e con condiscendenza, viene indicato come lo “stile di vita” vegan o vegetariano. Naturalmente l’emarginazione di coloro che hanno a cuore gli animali non è una novità. Diane Beers scrive nel suo libro “For the Prevention of Cruelty: The History and Legacy of Animal Rights Activism in the United States” che “diversi medici, verso la fine del XIX secolo, inventarono una malattia mentale diagnosticabile per spiegare tale comportamento bizzarro. Purtroppo, sentenziarono, queste anime disorientate soffrivano di ‘zoofilpsicosi.'” Secondo la descrizione di Beers, la zoofilpsicosi (una preoccupazione eccessiva per gli animali), era più facile che venisse utilizzata come categoria diagnostica femminile, dal momento che le donne erano ritenute “particolarmente suscettibili alla malattia.” Dal momento che i primi movimenti in difesa degli animali nel Regno Unito e negli Stati Uniti erano in gran parte costituiti da donne, tali accuse sono state funzionali al mantenimento della sottomissione sia delle donne che degli animali non umani. Come suggerisce questa storia, non molto tempo fa, Niman e io non saremmo state invitate a parlare e investite di alcun tipo di autorità rispetto a questi argomenti, perché siamo donne. Tuttavia, Niman e io siamo anche entrambi bianche, il che riflette la realtà del fatto che il razzismo è ancora in gran parte un problema poco trattato all’interno dei discorsi relativi all’etica animale. Sebbene, storicamente, le donne bianche di classe medio-alta rappresentassero la maggioranza del movimento per la difesa degli animali, solo verso la metà degli anni ’40 cominciarono a raggiungere posizioni al vertice. Le persone di colore vennero incluse in maniera ancora più marginale in questi discorsi, per non parlare del ricoprire ruoli di leadership all’interno dei movimenti tradizionali di difesa degli animali. Purtroppo non sorprende che tale patrimonio di patriarcato e razzismo colpisca ancora profondamente i discorsi relativi all’etica animale, alla sostenibilità, alla giustizia alimentare. Proprio l’anno scorso, le studiose Carol J. Adams, Lori Gruen, e A. Breeze Harper hanno scritto una lettera di protesta al New York Times che aveva invitato un tavolo consistente unicamente di cinque uomini bianchi, investiti del ruolo di giudici in un concorso alla ricerca dei migliori argomenti per difendere il consumo di carne. Succede di continuo: coloro a cui viene concesso spazio alle conferenze, opportunità di pubblicazione, e l’attenzione dei media su questi argomenti sono maschi di colore bianco. Adams, Gruen, e Harper scrivono, “Il fatto è che le discussioni etiche sul mangiare animali sono permeate di prospettive sessiste e razziste che operano in maniera normativa.” Anche la disabilità e le persone con disabilità sono state a loro volta perlopiù lasciate fuori da questi discorsi, e l’abilismo è stato similmente reso normativo e naturalizzato. La comunità disabile ha un rapporto difficile con la comunità per i diritti animali, come esemplificato dai continui dibattiti che coinvolgono filosofi come Peter Singer, il cui lavoro ha negato la personalità di alcuni gruppi di individui intellettualmente disabili. Ma anche in modi meno estremi, le persone disabili e le varie questioni che ci riguardano sono state in gran parte lasciate fuori dai movimenti per il benessere degli animali e per la sostenibilità, sia a causa dell’ossessione di questi movimenti per la salute e la forma fisica, che per una mancanza di attenzione verso chi ha accesso a diversi tipi di eventi formativi e di attivismo. Mentre me ne stavo seduta in quello spazio inaccessibile all’Headlands, aspettando, al piano di sotto, che il dibattito cominciasse, sentendomi mostruosa sia nel corpo che nelle scelte alimentari, ho pensato a Michael Pollan e numerosi altri scrittori che parlano di “comunione a tavola”, e della connessione e dei legami che si creano intorno al cibo. Pollan sostiene che questo senso di comunione è minacciato dall’essere vegetarian*. Mi sarei forse sentita più accolta se avessi mangiato un po’ del manzo servito agli ospiti quella notte? Rispetto al suo tentativo di diventare vegetariano, Pollan scrive: “Altre persone ora si devono occupare di me, e questo mi mette a disagio: le mie nuove restrizioni dietetiche rappresentano un sabotaggio della relazione di base esistente tra ospite e ospitante”. Pollan si sente “a disagio”, sente che ora deve essere “sistemato”. E’ un privilegio affermare che questa sia una nuova esperienza per lui. L’interruzione del benessere sociale e la richiesta di “accomodamenti” sono realtà che le persone disabili affrontano tutto il tempo. Andremo al ristorante che i nostri amici vogliono provare, anche se ha degli scalini e dovremo farci trasportare? Mangeremo con la forchetta in mano, con la forchetta in bocca o senza forchetta del tutto, per renderci più accettabili a tavola – per evitare di mangiare “come un animale”? Dovremo richiamare l’attenzione sul fatto che lo spazio nel quale siamo stati invitati a discutere è fatto di privilegi non riconosciuti e abilismo? Per molte persone disabili, l’importanza di tenere una certa compostezza a tavola è di gran lunga oscurata da qualcos’altro – ovvero sostenere il nostro diritto di essere a tavola, anche se facciamo sentire gli altri a disagio. Pollan presuppone che si possa stare a tavola, in primo luogo. Guardando il pubblico al quale stavo per parlare, ho pensato a coloro che non erano al tavolo. Le persone la cui disabilità, razza, sesso o reddito troppo spesso rendono invisibili in conversazioni sull’etica animale e sulla sostenibilità. Safran Foer pone una semplice domanda nel suo libro “Se niente importa”: “Quanta importanza diamo al creare una situazione socialmente accettabile, e quanta invece ad agire in maniera socialmente responsabile?” Sotto molti punti di vista, il mio dibattito con Niman era simile a molte altre conversazioni tra vegan e coloro che sostengono la “carne felice”: abbiamo discusso delle conseguenze ambientali di veganismo e onnivorismo sostenibile, se il veganismo sia una dieta “sana”, e abbiamo passato molto tempo ad analizzare perché gli animali possano o non possano avere il diritto di vivere la loro vita senza essere macellati dagli esseri umani. Io e Niman eravamo appassionatamente d’accordo rispetto alle atrocità degli allevamenti intensivi, ed entrambi sostenevamo che gli animali sono esseri senzienti, pensanti, capaci di sentimenti e che vivono emozioni complesse, abilità, e relazioni. Tuttavia, quando Niman ha sostenuto che è possibile uccidere e mangiare animali in maniera compassionevole, ho affermato che nella quasi totalità dei casi non lo è, e che le motivazioni alla base di tale posizione non sono solo speciste ma anche abiliste. Dal momento che il dibattito sarebbe durato solo un’ora, avevo già deciso che tentare di parlare di disabilità in quanto riferibile alla questione animale non sarebbe stato possibile. Ma dopo essere stata in quello spazio inaccessibile, mi sono sentita in dovere di discuterne. Sentivo la responsabilità di rappresentare le questioni della disabilità e degli animali al meglio delle mie capacità – di rappresentare un modello di disabilità con il quale mi trovavo politicamente in accordo, nella speranza che almeno parte dell’emarginazione che avevo sperimentato venisse presa in considerazione. Nel corso del dibattito ho cercato di spiegare come il mio punto di vista di persona disabile e di studiosa della disabilità influenzava le mie opinioni sugli animali. Ho descritto come il campo degli studi sulla disabilità solleva questioni che sono importanti per discutere di etica animale. Questioni relative a normalità e natura, valore ed efficienza, interdipendenza e vulnerabilità, così come preoccupazioni più specifiche su diritti e autonomia, sono al centro di questo campo di studi. Qual è il modo migliore per proteggere i diritti di coloro che non possono essere fisicamente autonomi, ma sono vulnerabili e interdipendenti? Come possono essere protetti i diritti di coloro che non riescono a proteggersi da soli, o di coloro che non possono capire il concetto di diritto?  Ho descritto in che modo le attuali interpretazioni limitate di ciò che è naturale e normale porti alla continua oppressione sia delle persone disabili che degli animali. Delle decine di miliardi di animali uccisi ogni anno per uso umano, molti sono letteralmente costruiti per essere disabili. Gli animali degli allevamenti intensivi non solo vivono in condizioni talmente anguste, sporche e innaturali che le disabilità diventano comuni, ma vengono anche letteralmente allevati e violentemente modificati allo scopo di ottenere estremi fisici molto dannosi, ad esempio mammelle che producono troppo latte rispetto a quello che il corpo di una mucca può fisicamente sostenere, o tacchini non in grado di sopportare il peso dei propri petti giganti, e polli debeccati che non riescono a nutrirsi normalmente. Anche la mia disabilità, l’artrogriposi, si rileva abbastanza spesso negli allevamenti intensivi tanto da essere stata il tema del numero di dicembre del Beef Magazine nel 2008. Ho anche parlato di come gli animali siano continuamente giudicati a partire da tratti umani e capacità abiliste. Di come percepiamo gli animali in quanto esseri inferiori e di nessun valore, per molte delle ragioni per le quali anche le persone disabili sono viste in questo modo – come incapaci, mancanti e diverse. Gli animali subiscono chiaramente il privilegio dell’ideale umano normodotato, che viene costantemente presentato come lo standard rispetto al quale essi vengono giudicati, a giustificazione della crudeltà che così spesso infliggiamo loro. Il corpo abile perpetuato e privilegiato dall’abilismo è sempre non solo non disabile, ma anche non animale. Alla fine del mio intervento ho cercato di condividere ciò che potevo sugli studi della disabilità, che offrono nuovi modi di valorizzare la vita umana non limitati da capacità fisiche o mentali specifiche. Gli studiosi che si dedicano agli studi della disabilità sostengono che non è specificamente la nostra intelligenza, la nostra razionalità, la nostra agilità, la nostra indipendenza fisica, o la nostra postura bipede che ci danno dignità e valore. Noi sosteniamo che la vita è, e si deve presumere sia, degna di essere vissuta, sia che si sia una persona con sindrome di Down, paralisi cerebrale, tetraplegia, autismo, o come nel mio caso, artrogriposi. Ma, ho domandato, se le/gli attivist* disabili chiedono la tutela dei diritti di quelli di noi che sono disabili e non possiedono capacità assai valorizzate come ad esempio la razionalità e l’indipendenza fisica, allora quali sono le conseguenze di questi argomenti in materia di animali non umani?

Mentre la discussione giungeva al termine, avvertivo un senso di sconfitta strisciante – non in merito alle questioni relative agli animali, ma a quelle legate alla disabilità. Avevo la netta sensazione che la politica della disabilità che rappresentavo sarebbe stata fraintesa: invece di far considerare alle persone il proprio privilegio umano e normoabile, avrebbero interpretato il mio intervento come se avessi usato la mia disabilità per amplificare la questione animale. La prima persona che mi si avvicinò per parlare era la madre di un bambino intellettualmente disabile. Da un lato l’avevo impressionata (mi vedeva come una sorta di super-storpia) e dall’altro preoccupata – come se volesse salvarmi l’anima. “Questo non aiuta la tua causa.” Continuava a dire: “Non c’è bisogno di paragonarti ad un animale.” In un certo senso ho capito quello che intendeva. Gli individui con disabilità intellettive non sono stati trattati bene da quella frangia di attivisti animalisti che segue il pensiero di persone come Singer. Come scrive Licia Carlson: “Se riflettiamo con serietà sul potenziale di sfruttamento concettuale e sull’attuale emarginazione delle disabilità intellettive in filosofia, dobbiamo considerare criticamente i ruoli assegnati ai disabili psichici in questo discorso”. Ho cercato di spiegare che non era esattamente mia intenzione paragonarmi a un animale, ma piuttosto confrontavo le nostre comuni oppressioni. Le persone disabili e gli animali non umani, le ho detto, sono spesso oppressi da forze simili. Ho aggiunto, in ogni caso, che per me essere paragonata a un animale non ha nulla di negativo – dopo tutto, siamo tutt* animali. Mi ha risposto che non intendeva confrontare la situazione del suo bambino disabile alla situazione di un animale, che non vedeva alcun collegamento. Il suo bambino non era un animale. Stavo rendendo un cattivo servizio a me stessa e agli altri, facendo queste connessioni. Quella donna non si è mai arrabbiata con me, come io suppongo avrebbe fatto con una persona normo-abile che avesse detto quello che stavo dicendo. Al contrario sembrava triste per me, come se mi mancasse l’orgoglio della disabilità e la fiducia per pensare a me stessa come qualcosa di più che un animale. Se avessi chiesto comprensione, invece di seguire le norme sociali con delicatezza per far sentire le altre persone a proprio agio, la mia stima di me in quanto essere umano disabile ne sarebbe venuta fuori in maniera diversa? Mi chiedo, se fossi arrivata all’evento insistendo sul diritto del mio corpo ad accedervi, la fiducia che ho nella mia incarnazione corporea sarebbe stata così inconfondibile che persino discutere il mio rapporto con gli animali sarebbe stato riconosciuto come un gesto d’amore per la mia disabilità? Forse il mio comportamento sarebbe stato vissuto come esagerato, forse avrebbe fatto sentire gli altri a disagio, ma nel domandare comprensione avrei insistito per un diverso tipo di “comunione a tavola”. L’inaccessibilità dello spazio ha dato forma alle mie parole quella notte e mi ha portato a concentrarmi sui modi in cui l’oppressione degli animali e l’oppressione della disabilità vengono rese invisibili per essere presentate semplicemente come naturali: i manzi sono serviti per cena e le persone disabili aspettano al piano di sotto.

(L’argomento di questo capitolo del libro non è in realtà che il veganismo sia una disabilità, piuttosto sostengo che il veganismo è reso mostruoso. Che, in linea di massima, le persone vegan sono rappresentate come mostri nei media).

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Sunaura Taylor è artista, scrittrice e attivista.

Le opere di Taylor sono state esposte nei musei di tutto il paese (CUE Art Foundation, Smithsonian Institution e Berkeley Art Museum per citarne alcuni). Ha ricevuto numerosi premi, una borsa di studio in Belle  Arti della Joan Mitchell Foundation e una borsa di studio in  Animali e Cultura. I suoi scritti sono stati pubblicati in varie collane editoriali e in pubblicazioni quali Monthly Review, Yes! Magazine, American Quarterly e Qui Parle. Taylor ha lavorato insieme alla filosofa Judith Butler al film di Astra Taylor * Examined Life * (Zeitgeist 2008). Ha conseguito la Laurea in Belle Arti presso l’Università della California, Berkeley. Il suo libro “Beasts of Burden”, che esplora le intersezioni di etica animale e studi della disabilità, verrà pubblicato a breve da Feminist Press. Attualmente è dottoranda in Studi Americani presso il Dipartimento di Analisi Sociali e Culturali della New York University.