Mammina Cara

Mammina Cara

sono femminista perché tu non lo sei mai stata.

Perché attraverso di te ho conosciuto la norma eteropatriarcale in tutta la sua forza, e questo ha distrutto per sempre il nostro rapporto.

Oggi lo so, sei stata vittima anche tu: hai passato la vita a cercare di essere perfetta con tutta te stessa, e impersonare l’eterno femminino costa caro. Ma quel prezzo l’ho pagato anche io, perché il giorno in cui sono nata, dal momento che non eri riuscita ad essere davvero perfetta – nemmeno quella mattina, quando tua suocera ti ha chiesto, per prima cosa, “a quando un maschio?”  – hai pensato che forse saresti riuscita a realizzare quel sogno in me, e mi hai quasi ammazzata.

Eri una bimbetta paffuta, e questo deve esserti rimasto dentro, perché anche se poi sei stata magra tutta la vita, non hai mai smesso di vederti grassa. A 18 anni appena compiuti ti sei rifatta il naso. Eri quella meglio vestita delle tue amiche, quella che andava dal parrucchiere ogni sabato, con le unghie curate. A ginnastica due volte a settimana, perché bisogna tenersi in forma. Eri bella, e quanto ti è costato!

Dovevi anche essere l’angelo del focolare, nonostante tutti gli anni passati a studiare per  seguire le tue passioni; e quando mio padre si è trovato in difficoltà economiche, hai dovuto mantenerci tutti e tre per lungo tempo, perdendo quasi la salute e molta felicità – facendo attenzione a non scalfire l’immagine un tempo potente, ora incrinata e vacillante, di un uomo travolto dal fallimento lavorativo ed esistenziale (che in ogni caso, anche quando non aveva nulla di fare, non alzava un dito per aiutarti… il lavoro di cura giammai).

Sono femminista perché mi hai messo a dieta a 8 anni (la prima volta), e a 15, dopo aver provato insieme tutti i regimi più restrittivi al mondo (la dieta del fantino, quella del minestrone, la dieta dissociata, ecc.ecc.ecc.) mi hai dato le prime pillole, e quanto siamo dimagrite (anche se eravamo un pò nervose, bisogna ammetterlo!) … Non ho mai capito perché alla fine della dieta quelle pillole, bianche e blu e bianche e rosse, le abbiamo dovute scalare man mano; o forse sì, ma l’ho capito più tardi.

Sono femminista perché mi hai cresciuta per essere perfetta, come te. Ma io vedevo che non eri perfetta e non eri felice, vedevo la fatica quotidiana e la frustrazione, ma c’era una cosa che non capivo allora, ovvero perché tutta quella fatica fosse necessaria, a chi giovasse in realtà. Perché la tua felicità durava un soffio, l’attenzione ricevuta ad una cena in compagnia quando qualcuno – spesso un uomo ma anche molte donne – ti faceva i complimenti per il tuo aspetto.

Eppure nessuno vedeva quello che vedevo io. Nessuno ti vedeva alzarti alle 5,30 ogni mattina per preparare i pasti – visto che toccava a te farlo – poi passare mezz’ora a truccarti e pettinarti, poi vestirti e correre a lavoro; tornare a casa e mangiare (poco, per carità), ricominciare a lavorare fino a tarda sera, pulire tutta la casa e stramazzare a letto. E alzarti per struccarti solo dopo che mio padre era già andato a dormire. E il giorno dopo uguale. Per tutta la vita.

Sono femminista perché a 15 anni mi hai scoperta a leggere Porci con le Ali, che avevo scovato nella libreria erotica di mio padre (lui aveva una libreria erotica, peraltro ereditata da tuo padre, tu avevi solo gialli e libri di cucina) e mi hai sgridato indignata: io ribollivo di rabbia e non capivo che cavolo avessi fatto di male, se li leggeva mio padre perché io no?

Sono femminista perché lui diceva sempre (anche a me, con orgoglio) che tu non prendevi mai l’iniziativa a letto, ma non gli avevi mai detto di no, anche quando gli veniva voglia in mezzo alla notte, mentre tu esausta dormivi (questa cosa mi ha sempre turbata, anche se non te l’ho mai detto. Mi pareva, più che darsi piacere reciproco, una condanna ineluttabile).

Sono femminista perché tuo padre ti disse un giorno di scegliere, la carriera e la solitudine o la famiglia e un lavoro meno appassionante… e tu hai scelto la famiglia, ma poi eri infelice e hai passato la vita a cercare di recuperare la tua professione e lamentarti, ogni tre per due, che avevi rinunciato ai tuoi sogni e nessuno te ne dava merito.

Sono femminista perché per tutto il tempo che ho vissuto con te, tu sei stata per me la kapo del patriarcato: hai cercato in tutti i modi di piegarmi al suo volere, che era diventato il tuo, o forse la tua paura era tale da diventare aggressività, e bisogno di rivalsa verso una figlia che allora non sapeva difendersi.

Per anni non sono stata in contatto con me stessa e con i miei desideri, ero soltanto la tua bambola da perfezionare; le mie inclinazioni non contavano nulla, dovevo semplicemente diventare la versione deluxe di quello che eri stata tu. Dovevo essere magra, bella, curata – però dovevo studiare e farmi la carriera che avevi abbandonato – dovevo occuparmi dei lavori domestici, ma allo stesso tempo eccellere nei voti, dovevo essere quello che voleva il grande padre padrone, ma in fondo anche realizzare i tuoi sogni spezzati. Ovviamente, sentivo di essere esattamente tutto quello che tu non eri. I tuoi sogni non erano i miei, ma per un lunghissimo periodo della mia vita ho provato a realizzarli, per renderti felice. Ma non bastava mai, e anche io non ero mai brava abbastanza. Nemmeno quando ti portavo i fiori al posto di mio padre, che non si ricordava mai gli anniversari. O quando cercavo di esserti alleata, sopportando il tuo dolore di fronte al suo ennesimo tradimento, invitandoti a lasciarlo, per sentirmi dire che non era possibile, che non potevi restare sola alla tua età.

Ho sopportato tutto questo con grande dolore, solo per essere amata da te. Poi un giorno di 17 anni fa, per te ho abortito, ed allora ho detto basta. Non perché volessi diventare madre, non l’ho mai voluto né allora né oggi, ma perché in quelle settimane terribili da quando mi confidai con te (era marzo, proprio come oggi) non mi hai chiesto nemmeno una volta, una volta sola, cosa volessi io realmente. Perché io non esistevo!

Ti ho cancellata dalla mia vita, una volta per tutte. Tu non mi hai mai chiesto scusa. Del resto, ragazza madre mai, prima mi sarei dovuta sposare per diventare una donna rispettabile. Del resto, se volevo potevo averne altri. Del resto, lo avevi fatto per me, anche se nemmeno una volta mi avevi chiesto, né allora, né prima di allora… ma tu, chi sei? Tu cosa vuoi? Per salvarmi ho dovuto buttarti fuori a calci dalla mia vita, perché tu dicevi di amarmi, ma in realtà abusavi di me. E poi la Domenica, andavi in chiesa a pregare.

Il femminismo mi ha liberata, il femminismo mi ha salvata. Anche se i femminismi non sono perfetti – e ancor meno lo sono le femministe – mi hanno dato una voce. Mi hanno dato un esempio. Mi hanno dato sostegno. Mi hanno permesso di scoprire chi sono, anche se ancora oggi fatico a esserlo. Anche se ancora vivo di sensi di colpa, come te.

Negli ultimi due anni, nel mezzo di un cancro devastante, sei rimasta quella di sempre. Ti ha sconvolto di più perdere i capelli degli effetti atroci della chemio. Con grande fatica ho deciso di aiutarti, e sembravi quasi contenta che la malattia mi avesse riavvicinata a te.

Anche durante i ricoveri ospedalieri si verificava il solito copione: tutti erano stupiti della tua età, del tuo aspetto. Ad ogni ricovero inaspettato, la prima cosa che mi chiedevi erano i tuoi trucchi e quando, dopo l’embolia polmonare, ti abbiamo dovuto portare a casa in ambulanza i portantini, entrati nella stanza con la barella, hanno chiesto (guardandosi intorno smarriti): “ma la paziente dov’è?” Perché tu eri lì seduta di fianco al letto, vestita e truccata di tutto punto che li aspettavi.

Sono passati 4 mesi da quando te ne sei andata. Ti sogno spesso, fatico a prendere in mano le tue cose. Evito la tua casa il più possibile, perché lì sei dappertutto e io mi sento soffocare, come tanti anni fa. Nelle foto. Negli oggetti che portano il tuo odore. I libri di cucina. I libri di inglese. Armadi stracolmi di vestiti, cassetti pieni zeppi di trucchi. Una statua di legno con il tuo bel corpo di profilo, che mio padre aveva fatto per te quando eri giovane. La tua bellezza è stata celebrata in ogni modo. Tu hai creduto a quella storia, e hai odiato invecchiare, ti sei impegnata fino all’ultimo a lottare contro quel destino ineluttabile.

Butto via man mano le tue cose. Alcune non riesco: ritagli di giornale di 50 anni fa, quando eri una giovane appena laureata e promettente. Le foto dei tuoi viaggi, in cui appari felice di essere sempre la ragazza più bella. Mi sento travolta dai tuoi rimpianti.

Le cartelle cliniche. La maggior parte degli ultimi due anni, perché prima sei stata sempre bene. Ma qualcosa di vecchio salta fuori, e sono le cartelle dei dietologi. Uno in particolare annota: “Peso ideale 48 chili. nell’ultimo periodo aumentato a 52 chili. Riferisce senso di colpa ai pasti”. Per 4 maledetti chili, per passare dalla taglia 38 alla 40, ti sentivi in colpa. Ricordo quando uscivi a cena: quasi sempre, tornata a casa, vomitavi. Io mi arrabbiavo, tu dicevi che il cibo del ristorante era pesante e che non riuscivi a digerirlo. Erano balle, lo sapevamo entrambe. Sei morta, ironia della sorte, senza più riuscire a mangiare nulla – passando gli ultimi due anni sopraffatta dalla nausea, a raccontarmi, quotidianamente, cosa desiderassi tanto mangiare.

Due settimane prima di morire sei andata dal parrucchiere e a farti le unghie, e 5 giorni prima, ormai agonizzante, mi hai chiesto di farti la doccia, di usare shampoo e balsamo, di metterti il pigiama pulito. Eri uno scheletro spaventato, ti ho appoggiato su uno sgabello, contavo non solo le tue ossa, ma i muscoli e le vene. Dopo la doccia ti ho rimesso a letto, e non ti sei alzata più.

Nel giro di qualche giorno sei morta. Soffocavi di un vomito nero, ma il tuo ombretto non aveva una sbavatura.

 

 

Critica al femminismo universitario

Originale qui grazie a DjVorrej Yudora e Rachele Borghi per averlo condiviso.

Il Montreal Sisterhood è un collettivo di donne provenienti da contesti diversi, con percorsi ed esperienze molto diverse. Il nostro obiettivo è quello di politicizzare le donne nelle scene controculturali che attraversiamo, garantendo al tempo stesso una presenza femminista nell’ambiente antifascista e controculturale. Siamo femministe radicali, ma le nostre riflessioni politiche non sono tutte allo stesso livello e non siamo tutte d’accordo sui diversi argomenti. Tuttavia, abbiamo una cosa in comune: vogliamo attaccare le dimostrazioni concrete di sessismo nella nostra vita quotidiana, utilizzando differenti mezzi. Di fronte a realtà diverse, crediamo che la diversità sia la forza del nostro gruppo.

Quando abbiamo creato il collettivo cinque anni fa, ci siamo rapidamente rese conto che altri gruppi femministi stavano evolvendosi all’interno del mondo accademico. Anche se non proveniamo da quell’ambiente, abbiamo dedicato nottate intere al networking per connetterci l’una con l’altra. Ma abbiamo notato da subito che esisteva un divario evidente tra noi e le altre. Abbiamo modi diversi di combattere, esprimerci, pensare e persino fare attivismo. Le nostre strategie di lotta dovrebbero essere ispirate le une alle altre e complementari, non il contrario.

Questa riflessione è iniziata quando alcune del  gruppo, che sono anche studenti, hanno ammesso di non ritrovarsi nel femminismo accademico. In effetti, quest’ultimo non è molto accessibile, e trarrebbe beneficio dal restare maggiormente ancorato alla realtà piuttosto che alla teoria.

Per noi, essere femministe non significa necessariamente conoscere autor* o teorie, né laurearci in studi femministi, ma piuttosto riconoscere semplicemente l’oppressione patriarcale e il desiderio comune di abbatterla. Ormai da anni percepiamo l’esistenza di una lotta di potere tra le femministe che hanno profonde conoscenze teoriche e si organizzano intorno al mondo accademico da un lato, e tutte le altre. A volte ci sentiamo addosso una certa pressione: ci si aspetta che le femministe dominino concetti che non sono accessibili a tutte, che non commettano errori, e che corrispondano a uno specifico modello di femminismo. In caso contrario l’intero movimento femminista potrebbe darti addosso!

Volano critiche da ogni parte, la competizione è forte. Per avere alleate, alcune hanno l’impressione di dover diventare ciò che non sono, di dover sapere tutto per essere in grado di partecipare alle discussioni senza vergognarsi delle proprie opinioni o delle proprie idee. I rapporti di potere sono così radicati che alcune femministe non si sentono a proprio agio in determinati luoghi, attività, ecc.

D’altra parte, avere conoscenze teoriche e studiare all’università è di per sé una forma di privilegio. Le femministe accademiche dimenticano spesso che in questo senso sono privilegiate e che il loro linguaggio e le teorie che producono sono il risultato del loro posto nella società, e delle relazioni di classe che in essa sussistono. Le discussioni e l’attivismo che sostengono non sono accessibili a tutte, e le loro letture e i loro scritti sono riservati a persone della loro classe. Da questa prospettiva, riproducono una forma di elitismo all’interno delle cerchie femministe. Crediamo che sia importante diffondere la conoscenza e non stiamo mettendo in discussione la condivisione dei saperi, ma piuttosto i modi in cui questa si può realizzare. Questo elitismo di cui parliamo si riferisce all’intellettualizzazione di concetti ed esperienze.

La comunità universitaria è speciale. Donne prevalentemente bianche, economicamente benestanti, eterosessuali, lavorano su argomenti che riguardano donne immigrate, emarginate, in situazioni precarie e così via. Troppe poche vivono la realtà e le condizioni materiali dell’intersezione di oppressioni dei propri “oggetti di studio”. È facile dall’alto di questa posizione avvantaggiata, persino privilegiata, criticare le modalità delle altre. Oltre ad avere relazioni di potere forgiate dalle conoscenze, molte docenti hanno rapporti privilegiati con le/gli studenti e raramente riconoscono quel rapporto di potere, anche quando viene apertamente denunciato.

È importante riconoscere la differenza, è importante essere solidali. Anche se partiamo da  presupposti comuni, i nostri mezzi non sono gli stessi ed è importante rispettare questo aspetto. Dobbiamo eliminare i rapporti competitivi e smetterla di cercare difetti nelle compagne femministe che non appaiono “coese”. Ci siamo rese conto che per noi la cosa più importante non è poter enunciare perfettamente una teoria infallibile, ma essere in grado di applicare, nella nostra vita quotidiana, le azioni concrete che scaturiscono dalle teorie. Rimaniamo unite, abbracciamo la differenza, perché solo insieme potremo realizzare un vero equilibrio di potere.

Testo del Montreal Sisterhood dalla fanzine Casse Sociale (maggio 2015, edita da RASH-Montreal).

Una di meno

Non riesco nemmeno a ricordare la prima volta che, esitante ma orgogliosa, mi sono definita femminista. Mi viene in mente un seminario all’università, nel corso del quale il mio mondo ha cambiato il proprio asse. La prima assemblea, l’emozione di trovarmi un stanza piena di donne, arrabbiate ma – ai miei occhi – bellissime. E mia madre, che mi apostrofava con malcelato disprezzo: “Non dirmi che sei diventata femminista!”.

Il femminismo mi ha salvato la vita, e ha liberato energie che nemmeno sapevo di avere. L’energia derivante dalla rabbia per le ingiustizie, l’energia di chi si riconosce in quanto oppressa e vuole liberarsi, e liberare, dall’oppressione; quella che sgorga dal non sentirsi più sola, ma unita ad altre compagne in lotta.

I momenti collettivi, l’autocoscienza, gli eventi pensati e organizzati assieme; gli articoli letti, scritti e tradotti, le reti di relazioni virtuali (spesso poi diventate legami reali). Il femminismo ha rappresentato per me, in quanto marginalità oppressa dal patriarcato, la corazza invisibile capace di mettermi quotidianamente al riparo dalle discriminazioni, dagli attacchi, dalle violenze di un sistema ingiusto, che si alimenta e si rigenera proprio a partire dall’ineguale distribuzione di opportunità e poteri (non in senso negativo, ma proprio in quanto possibilità di autodeterminazione e autorealizzazione).

Eppure oggi il femminismo non mi basta più.

Dirlo mi causa una fitta di nostalgia dolorosa; ricordo del tempo in cui la “donnità” era il minimo denominatore comune necessario per sentirsi compagne. Rimpianto di una visione del mondo assai meno complessa, molto più rassicurante. Un mondo nel quale le “donne” – esseri viventi definiti in base alla propria differenza sessuale dall’uomo vitruviano – erano le uniche vittime del patriarcato, e gli “uomini” erano gli oppressori… di tutto il resto del mondo. Gli uomini erano i “cattivi”, assetati di potere e di dominio, quelli che assoggettavano tutto il resto del vivente (già in questa mia interpretazione dovevo percepire il venir meno del mio” centro di gravità permanente femminista”) ai propri egoistici e bulimici desideri di autoaffermazione. Quasi che il fascismo, il razzismo, lo specismo e pure il sessismo non potessero essere agiti e perpetuati da chi si identificava nella categoria del “femminile”.

Una perfetta femminista della differenza! Mancava solo che venerassi la maternità in quanto massima espressione di realizzazione della Donna con la d maiuscola (mai successo, fortunatamente). Quanta strada ho fatto da allora, e dove mi ha portato!

Anche questo lo devo al femminismo… anzi, ad alcuni femminismi. In parte per gli ulteriori impulsi positivi, come ad esempio l’incontro con la teoria intersezionale e queer. Eppure molto lo devo agli stimoli negativi: lo scontro, all’interno del movimento femminista, con l’indifferenza, lo scherno e l’aperta opposizione nei confronti di altre marginalità oppresse (possibili alleanze non riconosciute come tali): lavoratrici del sesso, femministe non bianche e musulmane, soggettività omo/trans/queer/genderfluid, disertori del patriarcato, diversamente abili e, ovviamente, altri animali.

Questo elenco delle vittime di oppressione, mai completo e in continua espansione, descrive, in maniera approssimativa, la composizione di quella galassia di marginalità della quale sento di far parte, come una minuscola stella in una costellazione di lotte per la libertà e l’autodeterminazione.

E man mano che il mio universo politico allargava i propri orizzonti, sempre più mi trovavo a scontrarmi con chi, a partire da quella differenza sessuale, non metteva in discussione il perdurante sistema di oppressione, ma tentava semplicemente – e semplicisticamente – di tirarsene fuori per poter sopravvivere: femministe che, lasciando il mondo come lo avevano trovato, ovvero dualisticamente dilaniato in oppressori e oppressi,  desideravano in fin dei conti passare dal lato di chi ha in mano il potere, non certo mettere in discussione il meccanismo dell’oppressione in sé. Incapaci persino di riconoscersi in quanto agenti di oppressione.

Il personale è politico? Sì, ma anche no.

Quando il personale non riesce ad allargare i propri orizzonti, ad abbracciare – seppure tra mille dubbi e angosce – la complessità delle relazioni di dominio tra viventi; quando la visione resta unidimensionale e non caleidoscopica; quando non si è in grado di guardarsi allo specchio e riconoscere la propria agentività nella messa in atto di meccanismi che opprimono e dilaniano altre vite, alle quali evidentemente non assegniamo lo stesso valore della nostra; quando siamo dolorosamente consapevoli delle limitazioni che ci vengono imposte, ma sdegnosamente indifferenti a chi ci fa notare come anche noi facciamo la nostra parte nel perpetuare dualismi e gerarchie di valori, stiamo di fatto dissolvendo il politico nel personale… interesse.

Allora forse la nostra “politica” è in realtà una lotta per la sopravvivenza, un tentativo di trasformarsi da “prede” in “predatori” senza realmente tirarsi fuori, una volta per tutte, dal meccanismo di predazione del vivente.

Volere una fetta della torta non è la stessa cosa che tirarla in faccia all’oppressore.

Ed è questo uno dei tanti motivi per i quali non riesco a stare nel percorso di Non Una di Meno; un percorso che solo qualche tempo fa, quando mi sentivo “orfana di femminismo”, avrei abbracciato con gioia e speranza.

L’intersezionalità, il queer, il transfemminismo e l’antispecismo hanno operato in me l’ennesima rivoluzione, e io “voglio tutto”, per dirla vecchio stile, ma voglio tutto per davvero. La libertà dalla mia personale oppressione non mi basta più, e finché il movimento femminista resterà sordo a tutte le istanze portate avanti dalle altre marginalità oppresse, per me non sarà un movimento accogliente.

Alcune compagne, molto più affini al mio percorso politico, stanno sforzandosi di stare all’interno di NUDM, per “hackerarlo” e infettarlo di contenuti transfemministi e queer. Apprezzo il loro impegno e, se riusciranno nel loro intento, sarò la persona più felice del mondo. Ma quando mi domando se non potrei anche io fare lo stesso, sento addosso l’infinita stanchezza di vedere le lotte in cui credo derubricate – anche all’interno del movimento di cui credevo di far parte. Sono sinceramente esausta di rappresentare la marginalità della marginalità.

L’otto marzo sarò quell’una di meno.

Leggi anche: Non una di meno… alle loro condizioni!

Antimaterna

Scomodi pensieri si annidano da tempo nella mente, giocando a nascondino tra le circonvoluzioni cerebrali. Scoppiettano come legna da ardere resinosa al minimo contatto con la sostanza infiammabile. Madre, materna, maternità. Sento il liquido amniotico dell’umanità occludere senza pietà le mie vie aeree. Retorica di un evento biologico, iniettata di anabolizzanti conformisti e resa mostruosa, un progetto Akira che si ripete all’infinito.

Necessità sociale, quella di riprodursi, più che naturale. E peggio, di riprodurre un desiderio, di creare e ricreare incessantemente un discorso che ruota senza posa intorno al pianeta unico e irripetibile che siamo, alla stregua di un invadente satellite artificiale blaterante pseudo-verità come fossero evidenze divine.

Se sei donna la maternità ti appartiene, che tu lo voglia o no. Devi pensarci, devi considerarla, non puoi esimerti dal dare un senso a quel rilascio mensile di ovuli. Come se avere le gambe implicasse per forza diventare calciatori. Come se essere calciatori fosse un destino ineluttabile, e non realizzare tale sorte fosse equiparabile ad una blasfemia. Rivendico la serenità del mio utero silenzioso, al riparo dalla retorica che lo vuole strumento di magnifiche sorti e umanità a venire.

Sarà perché umanità è un termine oscuro e ambiguo, che si esalta per schiacciare. Sarà perché in un mondo del genere, troppo umano e di conseguenza violento, cinico e crudele io un’altra creatura non ce la vorrei traghettare. Sarà perché non riconosco maggior valore al mio utero rispetto a quello di una vacca, di una cavalla o di una scrofa, eppure troppo poche ancora alzano la voce per quelle maternità inflitte e poi distrutte, quelle che stanno dietro ai cartoni del latte, alle creme agli estrogeni per l’atrofia vaginale e ai panini al prosciutto.

Sarà perché madre è un termine ancora più spaventoso, Maman: ragno enorme dalle esili zampe proterve e l’opistosoma sempre gonfio, che avvolge nella sua invisibile ma soffocante tela qualunque essere vivente che osi attraversare la sua orbita.

Rivendico il mio essere mosca, il desiderio di sfuggire da quell’abbraccio mortifero. Il voler volare oltre i confini di genere, in un cielo sgombro da test di gravidanza, forcipi ed episiotomie, ossessioni peso/altezza, medaglie di merda e rigurgiti, e l’idiota senso di trionfo per l’evento, assieme alla morte, più comune che esista su questo pianeta.

Le estasi orgasmiche si possono ottenere anche scevre da dolori lancinanti e soprattutto libere da responsabilità decennali. O anche no, che nemmeno il piacere, clitorideo o vaginale, è un destino obbligato.

E no, non mi sento egoista per questo. Non mi sento vuota, anzi mi sento stracolma, anche se non sempre di ciò che vorrei. Delle retoriche ad esempio, ne farei volentieri a meno. Delle aspettative. Dell’idea che in quanto donna, io possa/voglia/debba dire la mia su tutto quanto riguarda ogni utero dotato di corpo che attraversi la mia strada. Che in quanto donna e femminista, debba sicuramente pensare qualcosa di forte, intenso, insopprimibile per tutto ciò che concerne l’apparato riproduttivo. Per lo più di quello. Perché lì risiederebbe la mia oppressione. Ah.

Non so perché ma ho come l’impressione che il discorso sia più complesso di così,  e sinceramente di questo utero – che si è rivelato come la cucina portatile in cui rinchiudere ogni donna – mi sono stufata. E’ un luogo opprimente nel quale non voglio stare. Ma “le madri, le madri”.

La retorica della madre mi sorprende nei luoghi più inaspettati. In una sera di novembre mentre parlo di cagne, uno di questi uteri corpo-dotati mi riporta al Tema, unico degno di nota, della potenza materna, della potenza creatrice, quella che ti fa e ti disfa, quella che dovrebbe ordinare il mondo, ripararne i torti, proteggerne le vulnerabilità e aprire vasti e inesplorati orizzonti di pace, amore ed empatia universale.

E nemmeno il minimo dubbio rispetto alla banale evidenza che numeri infiniti di nascite condite da urla, pianti, risate salate di lacrime e picchi di ormoni capaci di sconvolgere ogni senso critico ci abbiano condotto, in tutta la loro gloriosa magnificenza, al mattatoio animale e sociale nel quale più o meno spensieratamente viviamo?

La potenza del legame supremo che ottenebra la mente, non la vuoi provare? Forse no.

Non ti vuoi beare di piedini unici, come miliardi di piedini unici che hanno già calcato questo pianeta, e faccette buffe ma buffe in un modo che nessun’altra mai, e sguardi complici perché sono cose che solo le madri possono capire… E finché non lo sei non lo saprai mai, e finché non lo sarai non scoprirai quello che ti perdi, e se poi scoprissi che forse in realtà ad esserlo ti sei persa qualcosa di importante – e ora è fatta, perché la maternità è una strada senza ritorno – a quel punto tutto quello che senti, quell’ansia o quella depressione o quell’insofferenza per quei piedini che scopri essere meno speciali di quanto ti avessero detto,  o di quanto pensassi anche tu senza nemmeno sapere perché, ecco cosa ne farai di quella madre infelice di cui nessuno parla mai?

Di quella madre che a forza di rimirare piedini, anzi meglio, a forza di anelare piedini ha eretto il martirio a valore supremo, l’oblio di sé a somma abilità, e ha smesso di desiderare ogni altra cosa, la libertà di essere chi già era, la possibilità di realizzare appieno se stessa in qualunque modo che non passi attraverso un altro individuo, la capacità di generare altre vite, altri futuri che non per forza passino attraverso i lombi, ma che nati dai desideri e dai pensieri come novelle Minerva siano capaci di dare forma a mondi assai più accoglienti di questo. Anche – ma non solo – per i piedini che verranno.

Come l’aliena che sono, ritorno a guardare il mondo da un oblò. Lascio un messaggio a vagare sperduto nell’etere, come un codice tra mille, che raggiunga chi ne ha bisogno, chi lo stava aspettando e lo sente necessario… So che mi state ascoltando, tirate un sospiro di sollievo: c’è vita oltre la sala parto.