Verso un femminismo antispecista

Articolo originale qui.

Tutt* uman*! Questo è, probabilmente, lo slogan più unificante della sinistra. Proprio ieri l’ho sentito ripetere diverse volte nel corso di una conferenza sull’intersezionalità. Nessuna meraviglia: riaffermando la nostra comune appartenenza alla specie umana ricordiamo collettivamente che ognun* di noi ha un valore intrinseco, inalienabile che deve essere riconosciuto e rispettato dalle/gli altr*. Al contrario, l’animalizzazione è percepita come uno dei più violenti processi di denigrazione; animalizzare è sminuire, disprezzare, minare la dignità. L’animalizzazione è sentita come la minaccia finale allo status sociale.

Questo totale disprezzo di ciò viene associato con “l’animale”, dovrebbe tuttavia farci riflettere sulla posizione materiale in cui sono stati collocati coloro che non hanno il lusso di essere nati dal lato fortunato del confine di specie. Nessun* vuole essere trattato come un pezzo di carne, come bestiame. No, davvero nessun*… Nemmeno il bestiame.

Quando esaltiamo la nostra umanità, poniamo gli altri animali in una posizione di contrasto morale: “Tutt* uman*” significa soprattutto “Non siamo animali”. Gli animali d’allevamento incarnano, senza dubbio, la versione più completa del processo di creazione dell’Altro. Sono radicalmente altri,  soggetti ad un appropriazione totale: non solo del loro tempo, del loro corpo, dei prodotti del loro corpo e dei loro piccoli, ma anche delle loro stesse vite. Li priviamo allo stesso tempo di agency e soggettività.

Nessun gruppo umano è oggetto di un simile grado di appropriazione; tuttavia, di fronte a situazioni in qualche modo paragonabili, si considera con sdegno che il gruppo in questione venga trattato “come bestiame”, il che la dice lunga su quello che subiscono di fatto gli animali sottoposti a situazioni di allevamento. Ciò che noi chiamiamo dignità umana – che si suppone rifletta l’essenza della specie superiore (la nostra, che fortuna!) – è in realtà uno strumento ideologico per prendere le distanze da coloro a cui viene negata qualsiasi considerazione morale: i non umani. Se si ritiene che gli altri animali non abbiano a che fare con le lotte per l’uguaglianza – in quanto molto differenti, naturalmente differenti, quindi legittimamente inferiori – il risultato è di naturalizzare un sistema arbitrario di dominio analogo al  sistema razzista  e patriarcale.

Eppure, sempre più femministe prendono le distanze dallo sciovinismo umano per abbracciare la solidarietà animale. Secondo la sociologa Emily Gaarder, tra il 68% e l’80% delle/gli attivist* per i diritti degli animali sono donne. A mio parere, esiste una sovra-rappresentazione di antispeciste tra le femministe. E secondo Christine Delphy: “E’ l’esistenza stessa dei macelli che bisogna, tutte insieme, avere il coraggio di mettere in discussione. […] La combinazione di queste due qualità, di essere viventi e sensibili, dovrebbe spingerci a rifiutare il principio stesso di macelli, dove gli animali muoiono nel terrore più agghiacciante, in cui gli agnelli in attesa di essere macellati piangono come bambini”.

Ogni lotta che non prenda in considerazione la prospettiva antispecista è destinata a riprodurre i meccanismi della dominazione, siano essi materiali o ideologici. Sì, la specie ha il suo posto a fianco della razza, del genere, della classe. Le nostre lotte non saranno veramente intersezionali fintantoché non prenderanno in considerazione i corpi e le lacrime di chi viene animalizzat*.

Umani o non umani, tutti ugualmente sensibili!

Non ti dirò

Non ti dirò cosa ho mangiato a Pasquetta.

Dal bosco ascoltavo i preparativi della festa: un uomo rideva e parlava a voce alta, una falciatrice si muoveva ritmicamente su e giù sul prato, i cani eccitati abbaiavano nei giardini.

Nelle stalle un silenzio assordante: solo il suono sommesso dei corpi, assenti i richiami dei piccoli. Le madri in fila, lo sguardo al muro e le mammelle gonfie: quanto tempo ci vorrà per scordare quei corpicini indifesi, il loro odore, i loro occhi? Riuscirete mai a dimenticare? Lo strappo brutale quando li hanno rapiti, un’altra volta ancora, dopo avervi stuprate, un’altra volta ancora? Finirà soltanto sulla strada per il macello: l’inferno in terra è la vita di chi è schiav*.

Almeno oggi il mattatoio tace: il sole pallido filtra attraverso i lucernari sul soffitto e fa brillare le piastrelle lucide dei muri, indifferenti al sangue che le macchia ogni giorno; gli strumenti di morte stanno immobili, ordinatamente riposti; uno sgocciolio ritmico rimbomba tra le macchine che, per un giorno soltanto, non stritolano vite. Eppure tutto quel sangue non si potrà cancellare mai del tutto.

Ah, saranno mai pulite queste mani?…

Mezzogiorno si avvicina, sento le voci aumentare di tono e intensità, con loro le risate e gli strilli acuti de* bambin*. Vedo le volute di fumo alzarsi dai prati, come falò su di uno sterminato campo di battaglia, una guerra al vivente che si ripete giorno dopo giorno, sempre uguale, seguendo lo stesso identico schema, al quale pare sia così difficile sottrarsi.

Saremo mai capaci di essere felici senza trucidare alcun*?

Rinunciare ai rassicuranti e sanguinosi rituali del patriarcato, all’incessante consumo del corpo dell’altro, reale e metaforico, che rinsalda ciclicamente la nostra presa sul vivente serrando gli artigli su vittime inermi, sgozzando maiali, stuprando e alzando barriere di filo spinato, stigmatizzando ogni differenza e allontanando tutto quello che aspira ad esistere nella frenesia di avere ogni cosa – e in un terrore ottuso di ciò che non si conosce?

Creare una nuova cosmogonia dove non c’è un dio, un uomo o un centro stesso dell’universo, ma miriadi di stelle che brillano all’unisono, ognuna diversa, ognuna ugualmente importante, ognuna necessaria?

Oggi la risposta gronda copiosa in una canalina di scolo puzzolente, giace in fondo al mare, è rinchiusa tra le sbarre e ci guarda fisso, anche quando non lo sappiamo o volutamente la ignoriamo.

La morte è inevitabile e persino necessaria, lo sterminio no.

In mezzo a tutto questo dolore, per un attimo soltanto, sono stata felice. Spirava un alito di vento fresco ma non fastidioso; gli alberi in fiore e i canti degli uccelli intorno allontanavano da me, una volta ancora, i rigori dell’inverno. Circondata dai miei affetti, di pelle e di pelo, assaporavo una bellezza che, per una volta, non aveva richiesto un tributo di morte.

Abbiamo troppo indugiato nelle stanze del mare
con le figlie del mare inghirlandate d’alghe rosse e brune
fin che voci umane ci svegliano, e affoghiamo.

 

Angela Davis è vegana, e fa il collegamento tra liberazione umana e animale

di JON HOCHSCHARTNER.

Angela Davis è molto nota per la sua prospettiva progressista su razza, genere e classe, ma è meno nota la sua posizione sull’oppressione di specie, che si rivela decisamente radicale. La nota studiosa socialista, e questo potrebbe sorprendere alcun*, non consuma prodotti di origine animale.

“Di solito non menziono il fatto di essere vegana, ma da questo punto di vista sono cambiata,” Davis ha affermato in occasione della ventisettesima edizione della Empowering Women of Color Conference, secondo la trascrizione disponibile su RadioProject.org. “Penso sia il momento giusto per parlarne, perché fa parte di una prospettiva rivoluzionaria – ci permette di sperimentare non soltanto relazioni più compassionevoli con gli esseri umani, ma anche di capire come possiamo sviluppare relazioni compassionevoli con le altre creature con cui condividiamo questo pianeta, e questo significherebbe sfidare l’intero complesso industriale capitalistico della produzione alimentare”.

Mettere in discussione questa modalità di produzione alimentare, ha detto Davis, comporterebbe farsi testimoni dello sfruttamento animale in prima persona. “Vorrebbe dire essere consapevoli – guidando sulle interstatali o lungo l’autostrada 5 verso Los Angeles – vedere realmente tutte le mucche negli allevamenti,” ha dichiarato. “La maggior parte delle persone non pensa al fatto che sta mangiando animali. Quando mangiano una bistecca o del pollo, nessun* pensa alla sofferenza tremenda vissuta da quegli animali al solo scopo di diventare prodotti alimentari consumati dagli esseri umani.”

Per Davis, questa cecità è collegata al fenomeno della commodificazione: “Ritengo che la mancanza di atteggiamento critico nei confronti del cibo che mangiamo mostri chiaramente la misura in cui la riduzione a merce è diventata la modalità principale attraverso la quale percepiamo il mondo,”, ha affermato. “Non andiamo oltre quello che Marx chiama il valore di scambio della merce – non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto racchiude in sé, e sono state importanti per la produzione di quell’oggetto, che si tratti del nostro cibo o dei vestiti o degli iPad, o tutti gli oggetti che utilizziamo per formarci presso un’istituzione come questa. Sviluppare l’abitudine di immaginare le relazioni umane e non umane nascoste dietro tutti gli oggetti che costituiscono il nostro ambiente sarebbe davvero rivoluzionario.”

Davis si è espressa allo stesso modo in una registrazione video caricata sul blog Vegans of Color.
“Non ne parlo spesso, ma oggi ho intenzione di farlo perché credo si tratti di qualcosa di assai importante,” ha detto. “Il cibo che mangiamo nasconde tanta crudeltà. Il fatto che siamo in grado di sederci e mangiare un pezzo di pollo senza pensare alle condizioni orrende in cui i polli sono allevati industrialmente in questo paese è un indicatore dei pericoli del capitalismo, di come il capitalismo ha colonizzato le nostre menti. Il fatto che non guardiamo oltre il prodotto in sé, che rifiutiamo di comprendere le relazioni che sottostanno alle merci che usiamo quotidianamente. E così anche per il cibo.”

Davis ha suggerito al pubblico di guardare il film ‘Food, Inc.’ “E poi chiedetevi, che cosa si prova a sedersi e mangiare quel cibo generato solo a fini di profitto e che crea tanta sofferenza?”
Davis ha concluso il suo intervento facendo un collegamento esplicito tra il trattamento degli esseri umani e degli animali. “Penso che esista una connessione, sulla quale ora non mi dilungherò, tra il modo in cui trattiamo gli animali e il modo in cui trattiamo le persone che sono più in basso nella scala sociale”, ha detto. “Così come le persone che commettono violenza su altri esseri umani hanno spesso imparato a goderne partendo dalla violenza sugli animali. E’ evidente che ci sono molti modi in cui possiamo affrontare la questione”.

Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di michela.

Ogni alba ha i suoi dubbi.

Il sole splende stamattina, nonostante  la morsa del gelo e il prato di fronte a casa completamente brinato.

Secondo i miei (imperfetti) calcoli, questa dovrebbe essere, all’incirca, la quindicimillesima alba che posso ammirare. Prova che ci sono delle cose che non stancano mai.

Eppure, qualcosa è cambiato. Non è la luce, o il punto  di azzurro del cielo. E’ qualcosa dentro di me, ed è un sentimento difficile da spiegare. Guardando la luce filtrare dalle finestre, percepisco chiaramente il mio privilegio… a tropp* non è concesso di godere di uno spettacolo così apparentemente semplice, ma in realtà prezioso, per così a lungo.

Il privilegio, quando non è meritato – ovvero mai – alla lunga stanca. O perlomeno, ha stancato me.Mi sono stancata di dire. E anche scrivere mi pare, sempre più spesso, ridondante.

Rimbaud ha smesso di farlo intorno ai 20 anni, ovvero dopo solo 7000 albe. E sue erano le parole: “A volte ho visto ciò che la gente crede di aver visto, ho pianto fin troppe lacrime, ho visto albe strazianti”.

Anche io sento di aver visto, troppo; e per quello che ho visto non esistono parole, o meglio, quelle poche che si potrebbero ancora dire, sono già state dette.  Davvero c’è bisogno di milioni di parole, ragionamenti tanto elevati e contorti da diventare  a volte fin quasi irraggiungibili, per rinunciare alla sopraffazione, per smetterla di essere violent* e autoritar*?

Quante volte dovremo guardare nell’abisso di noi stess* per dire basta?

L’“umanità”… non è un valore a cui aggrapparsi, ma un pozzo nero dall’orlo sdrucciolevole che tutto inghiotte in nome di un’autoproclamata superiorità – fondata sulla forza brutale e sull’esercizio violento del potere. Dunque r-esistere?

Eppure dubito anche di tanto attivismo politico: mi appare troppo spesso uno sterile esercizio narcisistico funzionale al rimirarsi l’ombelico e creare nuovi ghetti in cui sentirsi “migliori”… ma di chi?

Non conosco essere migliore del selvatico, del cinghiale celato nel profondo del bosco, della volpe che salta fuori dai cespugli all’imbrunire, dell’airone che solca il cielo emettendo il suo verso antico.

Noi animali umani siamo quelli più addomesticat* ovvero… le/i più fottut* di tutt*: anche quando pensiamo di non esserlo. Fin da bambin*, ci hanno socializzato nella menzogna, hanno normalizzato la violenza ai nostri occhi, tanto che non la vediamo più; e se la vediamo, non la riconosciamo come tale, a meno che non ci tocchi direttamente – e a volte, nemmeno in quel caso!

Ci hanno insegnato che ci sono cose “normali”, per quanto assurde e violente possano apparire ad uno sguardo non inquinato dalle bugie, e cose che, per quanto sensate ad una riflessione minimamente onesta, sono derubricate a stranezze, scelte personali (ovvero ininfluenti a livello politico).

Per quanto tempo il denunciare la violenza dovrà essere accolto con imbarazzato silenzio quando non aperto dileggio? Per quanto tempo una donna (o qualsiasi altro animale, per quanto è dato vedere) dovrà essere tenuta in considerazione solamente per la sua funzione potenziale (di madre, di compagna, di lavoratrice, di produttrice) e non per la sua stessa, infinitamente preziosa esistenza?

E per quanto ancora ci si illuderà di poter scardinare un sistema senza voler accettare il pesante fardello della consapevolezza di esserne parte, e di non poter sperare di riuscire nel proprio intento senza smettere di sottostimare il proprio ruolo di oppressor*?

Nessuna lotta, e nessun attivismo, può credere di aver ottenuto qualcosa se le basi dell’oppressione sono sempre lì, a volte più evidenti altre meno – come braci sotto alla cenere – ma mai del tutto spente, né sconfitte. Nessuna lotta, e nessun attivismo, può chiudersi al mondo e alle sue contraddizioni, illudendosi di realizzare spazi liberati ma nella realtà incapaci di includere l’alterità… non si tratterebbe più di spazi liberati, ma di spazi “diversamente normati”.

Rinunciare a tenere in scacco l’altro da sé, restituirgli la libertà di essere e tentare la coesistenza nella differenza o a volte la necessaria distanza… è l’esercizio più duro, ma forse l’unico che vale la pena di tentare. Questo obbiettivo non si potrà realizzare al di fuori di un’ottica di liberazione totale.

E  se non si ha il coraggio – o più spesso la voglia – di decostruirsi e di affrontare la fatica di ricostruirsi, si può continuare indefinitamente a fissare il proprio ombelico, ma con una consapevolezza in più: che nulla cambierà davvero.

La lotta più dura resta quella con se stess*, la continua immane fatica di rinunciare al proprio privilegio e fare spazio all’altr* da sé, a ciò che ai nostri occhi è irrimediabilmente alieno… a noi, ai nostri interessi, alle nostre motivazioni.

Per scoprire quanto in realtà spesso sia tutto l’opposto di quanto pensavamo, e fino a che punto quell’incontro possa ampliare gli angusti confini della nostra e altrui liberazione: in maniera del tutto inaspettata.