Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero nero nel discorso femminista bianco

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Il termine intersezionalità venne coniato dalla giurista nera femminista Kimberlé Crenshaw nel saggio del 1989 “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, e le radici storiche di questa teoria risalgono alle problematiche evidenziate dall’abolizionista Sojourner Truth e dalla studiosa di liberazione nera Anna J. Cooper nel XIX secolo. In breve, l’intersezionalità teorizza che le identità di gruppi distinti (razza, genere, classe, ecc.) convergano a formare nuove e uniche categorie di oppressione. Ad esempio, l’intersezionalità afferma che l’esperienza dell’oppressione sistemica vissuta da una donna nera non è in alcun modo uguale a quella vissuta da un uomo nero sommata a quella di una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha saturato il discorso femminista bianco, ma l’uso del termine è diventato vago, al limite dell’insignificante. Di fronte a questa evidenza, prima di esplorare la teoria dell’intersezionalità di Crenshaw, credo che, in quanto donna bianca, debba iniziare il mio discorso identificando chiaramente cosa non sia e non possa essere per me l’intersezionalità. Intersezionale non equivale a universale, e non tutte le intersezioni di identità sono identiche, specialmente quando un’intersezione include la bianchezza. Indipendentemente dagli altri assi di discriminazione in gioco, la bianchezza conferisce un tale sostegno agli individui, che essi non possono sperimentare il pieno impatto dell’oppressione e della invisibilizzazione messi in luce dalla teoria intersezionale.

L’intersezionalità non è un’etichetta o un’identità, è una pratica istituzionale. Un individuo o un’istituzione non può semplicemente essere intersezionale, gli individui e le istituzioni devono mettere in atto l’intersezionalità nell’azione diretta, nella politica e nell’attivismo femminista, concentrando e amplificando in modo mirato le voci emarginate in primo luogo nello sviluppo delle stesse pratiche. Oltre alla disonestà intellettuale nei confronti di Crenshaw e del pensiero e l’attivismo femminista nero, il danno maggiore compiuto dall’esproprio liberale bianco dell’intersezionalità verso una semplice “teoria dell’esperienza” consiste nel rifiuto di interrogare il potere istituzionale. Ignorando che l’intersezionalità è soprattutto una teoria dell’oppressione, le istituzioni autoproclamatesi “intersezionali” non riescono a riconoscere, impegnarsi e cambiare la propria posizione all’interno dei sistemi di potere. In quanto tale, la violenza strutturale ne risulta rinforzata e ricreata, ma viene espressa nel linguaggio dell’inclusività e dell’intersezionalità. L’intersezionalità come retorica femminista bianca, quindi, diventa uno scudo dietro il quale le organizzazioni progressiste elidono di nascosto la radicalità e alla fine confermano lo status quo.

L’incapacità dell’intersezionalità di essere significativa nel discorso femminista liberale bianco non è quindi, come alcune donne bianche hanno erroneamente suggerito, un risultato dei limiti del termine stesso. In effetti, l’indeterminatezza dell’intersezionalità consente a tale idea una rara ampiezza di potere analitico, rendendolo uno degli strumenti più preziosi per analizzare le operazioni del potere e di oppressione rispetto ai vari assi di identità. La teoria di Crenshaw è particolarmente utile per analizzare come il razzismo e il sessismo interagiscano nell’oppressione specificamente vissuta dalle donne nere, e la conseguente cancellazione di questa oppressione dall’antirazzismo e dall’attivismo femminista maggioritario. Infatti, la vacuità del discorso bianco maggioritario sull’intersezionalità deriva dal fatto che le organizzazioni, le pubblicazioni e gli individui che si intuiscono come intersezionali non mettono in pratica tale teoria. Il discorso liberale sanifica il linguaggio intersezionale utilizzandolo in maniera vaga per affermare che persone diverse hanno identità diverse, che le portano a vivere esperienze diverse. Sebbene ciò risponda a verità, l’intersezionalità non è semplicemente un modo colto di dire “Prima di giudicare qualcuno, mettiti nei suoi panni”, ma una teoria del potere sistemico e dell’oppressione. Inoltre, le/gli esponenti liberali della teoria intersezionale l’hanno separata dalla sua storia nel pensiero femminista nero e nell’attivismo di base. Questa appropriazione del linguaggio intersezionale da parte della retorica femminista bianca è stata definita come violenza anti-nera e colonizzazione

Teoria dell’intersezionalità di Crenshaw

Voglio contrastare questo discorso bianco maggioritario che circonda l’intersezionalità focalizzandomi sulla teoria di Crenshaw come è stata sviluppata nel saggio summenzionato del 1989 e nel suo follow-up del 1991, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”. In poche parole, l’intersezionalità si domanda se un individuo sia visibile all’interno di un particolare sistema legale. In altre parole, l’intersezionalità si chiede se tutti gli individui possa trarre potere dalle garanzie legali e dal servizio pubblico che dovrebbe proteggerli e sostenerli.

Ad esempio, in “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, Crenshaw richiama l’attenzione sul modo in cui le donne nere siano inesistenti nelle politiche contro la discriminazione nel diritto del lavoro. Nello specifico, esamina un caso giudiziario in cui cinque donne nere intentarono una causa contro General Motors (GM) per  discriminazione sessista e razzista sul lavoro: GM “semplicemente non ha assunto donne nere prima del 1964 e tutte […] le donne nere assunte dopo il 1970 hanno perso il lavoro in un sistema di licenziamento basato sull’anzianità “(“Demarginalizing“, pagina 141). Alla fine il tribunale respinse il caso delle donne: da un lato, la compagnia aveva assunto donne bianche prima del 1964, quindi la corte decise che non esisteva alcuna discriminazione basata sul sesso; d’altra parte, la corte ha raccomandato che il caso delle donne nere venisse presentato nuovamente assieme a un’altra causa di discriminazione razziale contro GM,  guidata da uomini di colore.

Partendo da questo caso come esempio, Crenshaw sostiene che l’esperienza delle donne nere non era contemplata dalla legge, e che la loro particolare intersezione di identità era visibile agli occhi della corte solamente in maniera distorta e letta attraverso le esperienze di donne bianche o uomini neri. Crenshaw conclude che mentre l’intersezione dell’identità delle donne nere combina il sessismo e il razzismo, le donne nere sono protette dalla legge solo quando la discriminazione nei loro confronti coincide con la discriminazione nei confronti delle donne bianche o dei neri. La teoria dell’intersezionalità di Crenshaw mostra che le donne nere, nonostante siano discriminate, non sono contemplate dalla legge anti-discriminazione.

Crenshaw si preoccupa, quindi, del fatto che la pratica femminista e la pratica antirazzista spesso procedono come se il gruppo di identità che rappresentano fosse monolitico e che la classe più privilegiata, ad esempio le persone che subiscono il sessismo ma mantengono privilegi bianchi o le vittime di razzismo che però mantengono il privilegio maschile, è considerato lo standard. Nella sua analisi del 1991 sull’intersezionalità, afferma sinteticamente che la legge inquadra le identità “donna” o “persona di colore” come una proposizione disgiuntiva che invisibilizza le persone la cui esperienza si situa in entrambi gli ambiti (” Mapping“, 1242). Questo significa che se una teoria emancipatoria femminista o antirazzista non riesce a riconoscere i modi in cui il razzismo e il sessismo spesso si intersecano e si mescolano nella vita quotidiana di quelle persone che la loro teoria pretende di rappresentare, le persone doppiamente (o più) marginalizzate finiscono escluse sia dalla società tradizionale che dai tentativi di riformarla.

In “Mapping the Margins”, Crenshaw sviluppa ulteriormente le idee di intersezionalità strutturale e intersezionalità politica. L’intersezionalità strutturale si riferisce a una differenza nella qualità esperienziale della riforma legale tra donne bianche e donne di colore. Ad esempio, le disposizioni sulla frode coniugale contenute nella Immigration and Nationality Act richiedevano che una persona immigrata negli Stati Uniti per ricongiungersi con un coniuge “rimanesse ‘correttamente’ sposata per due anni prima di richiedere lo status di residente permanente” (“Mapping”, pagina 1247). In base a tale disposizione, le donne maltrattate erano costrette a scegliere tra il loro benessere psicologico e fisico o la deportazione. Le disposizioni sulle frodi coniugali, quindi, hanno danneggiato ulteriormente queste donne già emarginate non riuscendo a rendere conto della loro vulnerabilità agli abusi coniugali.

Inoltre, quando il Congresso ha emendato la legge nel 1990 nel tentativo di proteggere le donne immigrate maltrattate, ha incluso una clausola di prova in cui una donna maltrattata ha bisogno di “rapporti e dichiarazioni giurate da parte di polizia, personale medico, psicologi, funzionari scolastici e servizi sociali” (“Mapping”, pagina 1248). Tali risorse, tuttavia, sono irraggiungibili per coloro la cui lingua, identità culturale e classe impediscono di accedere a polizia, medicina, istruzione o altri enti istituzionali. Quindi, l’emendamento alla disposizione per le frodi coniugali aiutava nuovamente solo le donne con il privilegio sociale, culturale ed economico necessario ad accedere alle prove ed escludeva le donne socialmente ed economicamente emarginate, “molto probabilmente donne di colore” (“Mapping”, pag.1250). L’intersezionalità strutturale, dunque, rivela che solo le donne bianche, non le donne di colore, avranno l’occasione di sperimentare l’utilità di questo tipo di riforma legale.

L’intersezionalità politica si riferisce al modo in cui la politica femminista e antirazzista non intersezionale cancella le donne di colore per promuovere le rispettive agende politiche. Da un lato, l’attivismo femminista spesso rifiuta di riconoscere il privilegio bianca, e quindi riproduce l’oppressione delle persone di colore nelle azioni e soluzioni proposte. Ad esempio, le donne bianche ottennero il diritto di voto nel 1920, prendendo attivamente e deliberatamente le distanze dalle donne razzializzate, specialmente le donne nere. Le persone di colore, incluse le donne, si videro garantito tale diritto con la legge sui diritti di voto del 1965 e le disposizioni successive furono approvate per le persone native americane, incluse le donne, nel 1970, 1975, 1982. D’altra parte, l’attivismo antirazzista spesso rifiuta di riconoscere la violenza patriarcale e può riprodurre l’oppressione delle donne nelle sue azioni e soluzioni proposte. In entrambi i casi, l’intersezionalità politica rivela che l’energia attivista delle donne di colore è spesso divisa tra due strategie politiche, quella femminista o quella antirazzista, e che entrambe le strategie, nonostante i loro sforzi, rischiano di emarginarle ulteriormente anziché liberarle.

Considerazioni conclusive

La traiettoria di Crenshaw ci ha portato lontano dal discorso maggioritario sull’intersezionalità, e la citerò estesamente piuttosto che tentare di parlare per lei. Scrive Crenshaw:

È davvero ironico che coloro che si occupano di alleviare i mali del razzismo e del sessismo adottino un approccio così gerarchico alla discriminazione. Se invece i loro sforzi iniziassero ad affrontare i bisogni e i problemi di coloro che sono più svantaggiati, ripensando il mondo dove necessario, anche chi subisce singole discriminazioni ne trarrebbe beneficio. Inoltre, mettere coloro che attualmente sono emarginati al centro è il modo più efficace per resistere agli sforzi per compartimentare le esperienze e minare la potenziale azione collettiva. (“Demarginalizing“, pagina 167)

Per affrontare adeguatamente l’intersezionalità strutturale e politica, il femminismo deve opporsi alla violenza sistemica che serve a emarginare, criminalizzare e soggiogare corpi non bianchi, disabili, grassi, trans, poveri, omosessuali,  dotati di uteri, e specialmente ogni corpo che si trova all’incrocio di queste identità. Concretamente, una pratica di intersezionalità si asterrà dal prendere decisioni strutturali nella speranza di aiutare le persone emarginate, e cercherà invece prima di tutto di integrare pienamente e porre al centro le voci emarginate nello sviluppo di tale politica, convertendo in tal modo la teoria e l’identità intersezionale in una pratica quotidiana di marginalizzazione delle voci di privilegio. Un femminismo intersezionale, in pratica, è necessariamente favorevole all’aborto, anti-carcerario, trans-inclusivo, e sostiene il lavoro sessuale, ed è tutte queste cose mettendo al centro la voce delle donne trans, delle prostitute, delle donne che hanno avuto o hanno bisogno di aborti, delle donne che sono o sono state incarcerate.

Uno dei problemi alla base della cancellazione delle donne di colore nel discorso femminista bianco è che si presume che la bianchezza sia neutra e sia la norma. Femminismo intersezionale, quindi, significa nominare la bianchezza per contrastare questa assunzione di neutralità, che l’intersezionalità rivela come dannosa. Scrive Crenshaw:

Il valore della teoria femminista per le donne nere è inferiore perché affonda le radici in un contesto razziale bianco che raramente viene riconosciuto. Non solo le donne di colore sono trascurate, ma la loro esclusione è rafforzata quando le donne bianche parlano per e in quanto donne. L’autorevole voce universale – solitamente la soggettività maschile bianca mascherata da oggettività non razziale e  non di genere -  è semplicemente trasferita a coloro che, ad esclusione del genere, condividono molte delle stesse caratteristiche culturali, economiche e sociali. Quando la teoria femminista tenta di descrivere le esperienze delle donne attraverso l’analisi dell’ideologia del patriarcato, della sessualità o delle sfere separate, spesso trascura il ruolo della razza. Le femministe ignorano quindi come la loro razza le sostenga mitigando alcuni aspetti del sessismo e, inoltre, come ciò spesso rappresenti un privilegio che contribuisce al dominio di altre donne. Di conseguenza, la teoria femminista rimane bianca, e il suo potenziale di ampliare e approfondire la sua analisi rivolgendosi a donne non privilegiate rimane irrealizzato (“Demarginalizing”, pagina 154).

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersezionalità strutturale e si sforza di comprendere in che modo l’oppressione sistemica operi in modo nascosto attraverso invisibilizzazioni e pregiudizi; significa riconoscere l’intersezionalità politica mettendo criticamente in discussione come le azioni individuali e collettive possano rinforzare l’oppressione sistemica; e significa ascoltare e riflettere sulle voci delle/gli altr* quando sottolineano comportamenti che convalidano e riproducono l’oppressione sistemica, anche se questi comportamenti sono stati involontari. Se vogliamo ottenere la liberazione di tutte le donne, dobbiamo ripensare i nostri gruppi femministi non come monolitici, ma come coalizione di identità, e nel formare questa coalizione dobbiamo astenerci attivamente dal mettere al centro il privilegio. Un femminismo intersezionale non solo mirerà a scoprire e smantellare le modalità di potere che servono a denigrare tutte le donne, ma anche quelle che creano ulteriormente gerarchie tra le donne in modo tale che le sole beneficiarie della liberazione femminista non siano solo le donne bianche, abili, etero, cis, ricche, ecc. Un gruppo femminista che sostiene l’intersezionalità deve integrarla  nelle sue pratiche, non solo nel suo linguaggio. Una liberazione solo per alcun* non è affatto la liberazione.

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Il mondo dell’attivismo fa schifo

Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!

 Carla Lonzi

Inizialmente avevo intitolato questo pezzo: “Il mondo dell’attivismo è diverso dal mondo reale?” La risposta breve è no.

Questa evidenza, per una persona che ci si dedica da una vita – e lo fa con tanta fatica, mettendoci testa, cuore e corpo –  è un pugno diretto nello stomaco, senza sconti. Dunque ecco motivato il cambio di titolo, che esprime assai meglio il mio stato d’animo attuale.

Da quando, molti anni fa, ho cominciato a dedicarmi alla politica e a spendere tanto tempo ed energie per cercare di contribuire a costruire, attraverso i miei pensieri (e la traduzione di pensieri altri in italiano), un mondo differente, mi sono accorta che in realtà il mondo dell’attivismo militante – sia quello di base che quello “culturale” – non si discosta che nella forma da quello reale.

Il machismo imperversa, e la voce più forte è quasi sempre quella dei maschi cis.

Anche se, a onor del vero, devo ammettere che in ambito femminista le cose non sono andate meglio, purtroppo. Se così fosse, potrei pensare di chiudermi nel ghetto delle vulvodotate, ma in realtà anche lì, dove non può l’assenza di pene, possono i differenziali di potere.

L’impegno di tanti anni è stato invisibilizzato costantemente, e a livello umano e personale sono stata trattata davvero di merda. Se penso alle cose che ho visto e vissuto sulla mia pelle, mi chiedo che cavolo ci sto a fare ancora qua a scrivere, piena di rancore, queste righe rabbiose. Ed è per questo che oggi voglio togliermi qualche macigno dalla scarpa.

In ambito femminista, l’impegno antispecista è sempre stato causa di ostracismo totale: ed è uno dei motivi per cui, pur avendo dato vita insieme ad altre meravigliose persone ad Intersezioni, il primo blog dedicato al tema dell’intersezionalità, nessun* (se non pochissim*) ci ha mai veramente dato il minimo credito per aver traghettato in Italia un concetto che oggi ammanta l’intero universo femminista, spesso a sproposito – e la maggior parte delle femministe ancora resistono con accanimento all’idea di comprendere l’animalità nei ragionamenti intersezionali!

Quando con altre compagne abbiamo creato Les Bitches, che ha l’ambizione di essere un contenitore di traduzioni di testi innovativi e potenti a tematica transfemminista queer e antispecista, non so dire quante volte i testi pubblicati sono stati citati senza fonte! Come se ciò non bastasse, qualche anno fa, invitate ad un seminario femminista di una certa rilevanza, quando abbiamo espresso la ferma intenzione di includere l’antispecismo nei nostri ragionamenti, siamo state senza alcun riguardo messe da parte, perché l’antispecismo non faceva parte degli interessi della “autorevole femminista di turno” che organizzava il seminario.

Non che in ambito antispecista le cose siano andate meglio: all’interno di questo contesto, che al pari dei movimenti sociali umani (eccezion fatta per il movimento femminista) resta dominato dagli uomini, anzi, forse ancor peggio, dai filosofi (peccato che in ambito antispecista tutti siano filosofi,  spesso autoproclamatisi tali)  le donne sono utili ancelle: vanno bene per spalare la merda degli altri animali, per supportare le imprese maschili, ma le loro voci contano solo quando sono funzionali a lustrare la patina invecchiata (per età o forma mentis) dell’intellettuale di turno, che sgomita coi suoi pari per un posto al sole, e si fa bello di essere “molto intersezionale”.

Parassitizzare la militanza altrui è molto utile per il proprio tornaconto: siamo la quota politically correct della militanza blasonata, le nostre parole vengono costantemente riappropriate e ripetute acefale, voci più autorevoli (e molto più autoritarie) si fanno portavoce delle future sorti e progressive, mentre chi cerca, legge, scrive, traduce, spende tempo ed energie (e spala merda, ça va sans dire) resta nella cantina del famoso Grattacielo, a sudare nell’ombra.

Quelle più precarie di noi, ovviamente, le badanti dell’attivismo che vale: quelle che nella vita reale perdono il lavoro, la salute, le possibilità. Quelle che nulla contano e nulla mai conteranno, mentre le/i militanti con il bollino non fanno che parlare, pubblicare,  presenziare, guadagnare vita, notorietà  e opportunità sulle spalle di chi non solo non ha mai visto un euro (e dio sa se avrebbe fatto comodo a chi quotidianamente naviga nell’incertezza e nella precarietà!) ma peggio, non ha nemmeno avuto la possibilità di trasmettere davvero quello che le sta a cuore, quello per cui, in primis, ha cominciato a lottare.

Perché comunque le nostre parole vengono filtrate e non ci appartengono più, nè ci rappresentano. Ci siamo consolate troppo a lungo pensando che ciò non fosse importante, ci siamo dette “quello che importa è che il messaggio passi comunque”.

Ma il messaggio è passato davvero, se continuiamo a crepare ai margini? O meglio, se qualcun* di “noi” (cosa questo noi significhi mi è ancora oscuro) continua a restare aggrappato al centro? Credo sia giunto il momento di rendersi conto che tutto questo fa schifo, e lo fa ancor di più che nel mondo reale, che almeno non millanta nobili propositi.

Se “alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile”, di fronte a noi si para un futuro anche peggiore: e ormai che anche le femministe sono andate a scuola da chi da millenni detiene il potere, a quale speranza ci aggrapperemo stavolta?

P.s.: Voglio comunque ringraziare le poche, pochissime persone realmente militanti che ho conosciuto in questi lunghi anni, e che spesso sono diventate care amiche e preziose compagne di lotta, la luce di troppi giorni bui: sapete chi siete, vi voglio bene.

 

 

L’altr* “altr*”

di Vinamarata “Winnie” Kaur, originale qui.

Le persone intorno a me

cercano di definire la razza in termini di bianco o nero,

mi guardo…

In agguato tra i codici colore di ciò che è considerato “normale”.

Mi rivolgo al femminismo,

E vedo il movimento femminista occidentale ancora pieno di razzismo e specismo.

Mi sento allo stesso tempo inclusa ed esclusa.

Mi chiedono “Che cosa sei?”

Sono bianca o sono nera?

“Forse nessuna delle due, o forse entrambe; non sono affari tuoi “, rispondo.

Chi sono io e a quale movimento di giustizia sociale dovrei rivolgermi?

Gli altri impareranno mai a guardare oltre la mia Carne Bruna

E incanalare i loro chakra lontano dalle mie apparenze esterne?

Vedo persone intorno a me

Fumarsi e bersi vita e salute.

Socializzano nell’estasi degli allucinogeni

E vanno fiere delle bistecche grigliate ai barbecue estivi, mentre si burlano di vegetarian*e vegan che non condividono i loro piaceri carnali.

E mi guardo… Una femminista decoloniale, astemia, grassa, pelosa, vegan, isolata ed esclusa da quei circoli,

Isolata in compagnia dei miei libri.

Mi rivolgo a TV e film,

che mi ridicolizzano un’altra volta, con il loro sguardo bianco e le pubblicità che fanno vergognare del proprio corpo…

Chi sono io, se non l’Altr* “Altr*” in questa terra delle opportunità, unita eppure divisa?

Chiusa nei pochi spazi liminali che posso chiamare “casa”

Continuo a essere oppressa

Dalle catene stratificate dei binarismi trincerati nell’eteropatriarcato cis-maschio bianco,

Senza un’identità riconoscibile…

E che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha chiamato, in un’occasione, straniera non residente

E ora chiama residente permanente,

Ancora spogliata del pieno riconoscimento assegnato alla sua “cittadinanza umana”.

Porto in me lo spirito dello schiavo nero,

E un corpo alimentato da piante,

E spargo la notizia che…

Sono diversa e senza un’identità,

Sono vegana e femminista non occidentale,

E va bene così.

Occupo i margini e le sfumature di questa società ossessionata dalla carne e dal colore,

Non solo a causa delle mie scelte alimentari o per l’invisibile purdah* che indosso sulla mia pelle,

Ma a causa della mia soggettività e delle esperienze vissute.

Chi dà a chicchessia il privilegio di escludermi dai limiti della “normalità”

E costringermi a classificarmi come bianca o nera / femminista o vegana?

Mi rifiuto di identificarmi come una o l’altra…

Perché #BlackLivesMatter, #BrownLivesMatter, #TransLivesMatter, #IntersexLivesMatter, #NativeLivesMatter e #NonHumanLivesMatter.

E non si dovrebbe più consentire a bianchezza, colonialismo e specismo di definire le nostre relazioni con i nostri corpi marginalizzati;

Sono una femminista vegana intersezionale, non bianca, asiatica del sud,

E queste sono parti irrinunciabili della mia identità multisfaccettata

Per le quali continuerò a lottare,

Fino al mio ultimo respiro.

* La purdah o pardaa è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme.

 

La polizia di genere e la donna vegan

Disclaimer: Sebbene sia abbastanza critica rispetto ad alcune delle tesi proposte, ad esempio il supposto apporto “femminile” delle attiviste, questo articolo presenta spunti interessanti di una critica che si potrebbe estendere alla maggior parte dei movimenti sociali. Ho deciso dunque di proporne la traduzione (originale qui.)

Buona lettura!

***

Utilizzo da sempre il mio account Facebook come strumento utile per l’attivismo sociale. Aprirsi pubblicamente su Internet, uno spazio creato da uomini per uomini, può essere pericoloso per qualsiasi donna. La donna vegan, tuttavia, deve affrontare ulteriori sfide. La maggior parte dei miei post sull’antispecismo attira l’attenzione di amici e conoscenti uomini arrabbiati o paternalistici, determinati a spiegarmi dove sbaglio nei miei post e perché non avrei dovuto pubblicarli. Sono stata spesso accusata di esagerata ostilità (o malattia mentale), a causa della mia franchezza in merito all’oppressione degli Animali Non Umani. Ho notato che i miei post su cultura dello stupro e pornografia hanno incontrato reazioni simili da parte di utenti di sesso maschile. Stranamente, i post su razzismo, classismo e diritti dei lavoratori (probabilmente argomenti più neutri rispetto al genere) hanno ricevuto poca o nessuna attenzione. Era come trovarsi perennemente in conflitto con uomini determinati a insegnarmi come essere una vera attivista (o, piuttosto, una vera signora) riguardo a questioni che sfidavano il loro privilegio.

Eppure, su Facebook ho trovato anche sostegno. Facebook mi ha aperto le porte di una più ampia comunità vegan. Mi ha permesso di fare rete e collaborare con attivist* di tutto il mondo. Ovviamente, come in qualsiasi spazio Internet, il trolling è stato spesso un problema, così come il feroce mantenimento dei confini “dentro al gruppo” / “fuori dal gruppo”. Quando infine sono diventata esplicita in merito alla mia intersezionalità e opposizione alle tattiche violente, ho iniziato a sospettare che le mie interazioni negative con i compagni attivisti riflettessero in realtà anche l’oppressione patriarcale.

All’inizio credevo si trattasse semplicemente di un conflitto a livello teorico. Avevo collaborato a lungo con un’organizzazione di base a maggioranza maschile, che si vantava del proprio approccio “razionale” all’antispecismo. Dopo circa un anno di interminabili dibattiti terminati con il mio venir bollata come “irrazionale”, ho tagliato i ponti con l’intero gruppo. Avevo osato suggerire che le esperienze delle donne sono fondamentali per qualsiasi campagna destinata a porre fine all’oppressione. Avevo osato sostenere che forse le donne stesse sarebbero le più adatte a condividere quelle esperienze e dare loro un senso. Il femminismo, avevano sentenziato, era un insulto al progetto razionale antispecista. Alcuni mesi dopo, scrissi un pezzo sul mio blog condannando l’appropriazione patriarcale del femminismo. Un teorico di spicco dichiarò in quell’occasione sulla sua pagina Facebook che

  1. Gli uomini possono essere femministi e suggerire altrimenti è sessista, e
  2. Solo i vegani possono essere femministi.

In altre parole, gli uomini stavano, ancora una volta, definendo il femminismo. La risposta al mio pezzo è stata assolutamente negativa… e maschile. Nell’affrontare la causa femminista, avevo oltrepassato i miei confini di donna in un movimento maschile.

Essere vegan presenta difficoltà e disagi per le donne. Strette tra l’incudine e il martello, le donne vegan – rifiutando il progetto patriarcale dello specismo – devono spesso fronteggiare la reazione maschile, ma allo stesso tempo lottare per ottenere rispetto nello spazio maschile dei movimenti sociali. Protestare contro lo sfruttamento degli altri animali (una relazione di potere e dominio) è, indipendentemente dal genere, un’azione femminista. D’altra parte, plasmare la cultura e sostenere il cambiamento sociale rimane un’attività molto maschile. La femminista vegana Carol J. Adams ha sottolineato come lo sfruttamento degli animali non umani rappresenti una forma di oppressione patriarcale. Sfruttare i corpi di gruppi vulnerabili per il proprio piacere o comodità, è un’estensione della violenza maschile sulle donne. La caccia, il mattatoio e la vivisezione, tre delle principali istituzioni dello sfruttamento di animali non umani, sono costituite principalmente da uomini.

L’ideologia che legittima il mangiare carne, indossare pelle, sperimentare su esseri senzienti non consenzienti e imprigionare o ferire esseri senzienti per divertimento è un’ideologia del dominio. Il ruolo delle donne in questa oppressione sistemica tende ad essere di aderenza ad un dogma e in gran parte il riflesso della propria oppressione. In Brutal: Manhood and the Exploitation of Animals, Brian Luke suggerisce che le donne abbiano storicamente preso parte al progetto specista, cucinando pasti carnei e assecondando il gusto del capofamiglia. La pletora di cosmetici e indumenti di pelle animale commercializzati per le donne, sono legati allo status privilegiato degli uomini. Le donne si adornano con prodotti di bellezza per interpretare il proprio ruolo di oggetti ad uso dello sguardo maschile. Le pellicce vengono spesso regalate dagli uomini alle donne come mezzo per dimostrare il proprio status.

Naturalmente, molte donne hanno ottenuto un certo potere in questo ruolo “sottomesso”. Le donne hanno reso popolare il movimento del biologico grazie alla loro posizione strategica come acquirenti e cuoche. Allo stesso modo, i prodotti femminili spesso non sono testati su animali. Se gli uomini storicamente sono stati coloro che “portavano a casa il pane”, le donne sono state spesso le principali consumatrici. I pubblicitari ne sono sempre stati consapevoli, e questo ha garantito alle donne una certa influenza. E mentre molte donne sono rimaste incastrate nel progetto patriarcale da potenti processi di socializzazione, altre hanno attinto agli stereotipi femminili per esprimere la propria preoccupazione per gli altri animali, ma in un modo che fosse comunque “socialmente accettabile”.

Le donne sono state da sempre ritenute maggiormente predisposte alla cura e affini al mondo naturale, e questo preconcetto ha permesso alle donne dell’era progressista di entrare nella sfera pubblica della difesa sociale come “governanti della natura”. Si ritiene che questa associazione tra donne e natura sia alla base dell’ampia partecipazione femminile (circa l’80%) al movimento animalista. Questi stereotipi sono certamente limitanti. Le attiviste donne sono spesso incoraggiate a dedicarsi ad un attivismo blando, ad esempio al volontariato nei rifugi. Molte si limitano a compiti banali dietro le quinte, e molte vengono ancora incoraggiate a spogliarsi durante le proteste pubbliche e nelle campagne pubblicitarie.

Le donne che si spingono oltre ai confini dell’attivismo appropriato per il gentil sesso, spesso devono affrontare rappresaglie feroci. Le stesse qualità per cui gli uomini sono ammirati – schiettezza, leadership, spirito d’iniziativa, forza – sono considerate negativamente nelle attiviste più coraggiose. Queste donne vengono definite prepotenti, rumorose, odiose e pazze. In una parola, poco femminili. Il ruolo giocato dal genere nelle interazioni tra i sostenitori dei diritti degli animali non umani, il pubblico e gli altri movimenti non è passato inosservato. Studi sociologici hanno dimostrato che molte campagne falliscono in parte a causa degli stereotipi di genere che interpretano l’attivismo femminile come eccessivamente emotivo, irrazionale e inconsapevole della “necessità” dello sfruttamento.

Di conseguenza, il movimento animalista ha avuto la tendenza a glorificare le tattiche maschili (razionalità e azione diretta) e banalizzare quelle considerate femminili (intersezionalità e non violenza). Il professor Steve Best dell’Animal Liberation Front, ad esempio, è fortemente critico nei confronti degli approcci non violenti, o di quello che definisce “pacifismo”. La pacifica educazione vegana, avverte, aiuta gli sfruttatori e facilita le istituzioni oppressive. Nelle conferenze registrate in cui Best sostiene, a voce alta, i pregi di vandalismo, minacce e aggressioni fisiche (e lo fa in stanze piene di donne), non si può fare a meno di chiedersi se il suo vero problema non sia la preponderanza femminile nell’attivismo animalista.

L’attivismo animalista è una forma di protesta politica che spesso ha un’enorme influenza sull’identità di una donna. Ma sfidare l’istituzione dello sfruttamento animale significa sfidare l’istituzione del dominio maschile. Da una parte, le donne che assumono tratti considerati “maschili” nel proprio attivismo incontrano ostilità. Dall’altro, le donne che interpretano il loro genere “in maniera appropriata” non vengono prese sul serio a causa della loro femminilità.

Molt* studios* hanno criticato l’oggettivazione sessuale delle attiviste messe in atto dalle campagne PETA, ma solo una manciata ha problematizzato il sessismo che struttura il movimento nel suo complesso. E un numero ancora minore di attivist* si è espresso in merito alla discriminazione e alla polizia di genere.

L’esperienza femminile viene per lo più omessa dai discorsi relativi alla liberazione animale. Anche le politiche antirazziste tendono ad essere ignorate in ambito animalista. Un post del 6 giugno 2013 su un sito web antispecista, Free From Harm, invitava i lettori a “aiutare a fermare la pratica del “live sushi”, definita “barbara”, “volgare” e “una vergogna per il popolo giapponese”. Ho risposto suggerendo che una simile campagna può avere il risultato di rafforzare il razzismo strutturale. Sensazionalizzare atti di crudeltà specifici commessi da persone non bianche incoraggiano il pregiudizio e facilitano il senso di superiorità bianco. Ricevetti una risposta molto simile a quella che ebbi in occasione del mio post contro il sessismo. Molti attivisti, per lo più bianchi, mi attaccarono brutalmente, accusandomi di “giocare la carta della razza” per creare intenzionalmente problemi. Uno mi ha anche diagnosticato un disturbo mentale.

Di converso, la razza gioca un ruolo fondamentale, e le persone di colore sono spesso strumentalizzate. Difatti, le più becere espressioni di razzismo (ad esempio la schiavitù) sono usate come termine di paragone dall’antispecismo. Tuttavia, come ha spiegato la studiosa vegan femminista Breeze Harper, le esperienze quotidiane di razzismo vissute dalle persone di colore vengono ignorate, o negate, negli sforzi di sensibilizzazione vegani. Le organizzazioni più importanti prestano poca o nessuna attenzione alla realtà del razzismo ambientale, ai deserti alimentari e alla lotta antirazzista. Mentre Harper e altre donne vegan di colore hanno parlato di questa marginalizzazione, il movimento animalista tende ad operare come se ci si trovasse in una società post-razzista dove la schiavitù e la discriminazione appartengono al passato. Questa posizione post-razzista presuppone che tutt* abbiano lo stesso accesso alle alternative vegan, e che le persone di colore di oggi siano disconnesse dalla propria storia di colonizzazione e razzismo.

La storia ci ha mostrato che le donne possono dimostrarsi una forza potente nell’attivismo per il cambiamento sociale. Eppure, nell’arena dei movimenti sociali, quali tattiche e strategie siano legittime e utili è ancora deciso dagli uomini (e dalle donne socializzate a sostenerli). Il movimento animalista presenta un ulteriore livello di complessità, in quanto lo specismo è una propaggine del patriarcato e il movimento stesso conserva una gerarchia di comando patriarcale. La polizia di genere e l’omissione della critica femminista ha la sfortunata conseguenza di rafforzare gli stereotipi sessisti e limitare i potenziali contributi delle donne. Questa omissione rende difficile costruire ponti verso gli altri movimenti sociali. In definitiva, la concezione del movimento rispetto all’oppressione è frammentaria, e l’antispecismo rischia di essere tutto fuorché inclusivo.

Verso un femminismo antispecista

Articolo originale qui.

Tutt* uman*! Questo è, probabilmente, lo slogan più unificante della sinistra. Proprio ieri l’ho sentito ripetere diverse volte nel corso di una conferenza sull’intersezionalità. Nessuna meraviglia: riaffermando la nostra comune appartenenza alla specie umana ricordiamo collettivamente che ognun* di noi ha un valore intrinseco, inalienabile che deve essere riconosciuto e rispettato dalle/gli altr*. Al contrario, l’animalizzazione è percepita come uno dei più violenti processi di denigrazione; animalizzare è sminuire, disprezzare, minare la dignità. L’animalizzazione è sentita come la minaccia finale allo status sociale.

Questo totale disprezzo di ciò viene associato con “l’animale”, dovrebbe tuttavia farci riflettere sulla posizione materiale in cui sono stati collocati coloro che non hanno il lusso di essere nati dal lato fortunato del confine di specie. Nessun* vuole essere trattato come un pezzo di carne, come bestiame. No, davvero nessun*… Nemmeno il bestiame.

Quando esaltiamo la nostra umanità, poniamo gli altri animali in una posizione di contrasto morale: “Tutt* uman*” significa soprattutto “Non siamo animali”. Gli animali d’allevamento incarnano, senza dubbio, la versione più completa del processo di creazione dell’Altro. Sono radicalmente altri,  soggetti ad un appropriazione totale: non solo del loro tempo, del loro corpo, dei prodotti del loro corpo e dei loro piccoli, ma anche delle loro stesse vite. Li priviamo allo stesso tempo di agency e soggettività.

Nessun gruppo umano è oggetto di un simile grado di appropriazione; tuttavia, di fronte a situazioni in qualche modo paragonabili, si considera con sdegno che il gruppo in questione venga trattato “come bestiame”, il che la dice lunga su quello che subiscono di fatto gli animali sottoposti a situazioni di allevamento. Ciò che noi chiamiamo dignità umana – che si suppone rifletta l’essenza della specie superiore (la nostra, che fortuna!) – è in realtà uno strumento ideologico per prendere le distanze da coloro a cui viene negata qualsiasi considerazione morale: i non umani. Se si ritiene che gli altri animali non abbiano a che fare con le lotte per l’uguaglianza – in quanto molto differenti, naturalmente differenti, quindi legittimamente inferiori – il risultato è di naturalizzare un sistema arbitrario di dominio analogo al  sistema razzista  e patriarcale.

Eppure, sempre più femministe prendono le distanze dallo sciovinismo umano per abbracciare la solidarietà animale. Secondo la sociologa Emily Gaarder, tra il 68% e l’80% delle/gli attivist* per i diritti degli animali sono donne. A mio parere, esiste una sovra-rappresentazione di antispeciste tra le femministe. E secondo Christine Delphy: “E’ l’esistenza stessa dei macelli che bisogna, tutte insieme, avere il coraggio di mettere in discussione. […] La combinazione di queste due qualità, di essere viventi e sensibili, dovrebbe spingerci a rifiutare il principio stesso di macelli, dove gli animali muoiono nel terrore più agghiacciante, in cui gli agnelli in attesa di essere macellati piangono come bambini”.

Ogni lotta che non prenda in considerazione la prospettiva antispecista è destinata a riprodurre i meccanismi della dominazione, siano essi materiali o ideologici. Sì, la specie ha il suo posto a fianco della razza, del genere, della classe. Le nostre lotte non saranno veramente intersezionali fintantoché non prenderanno in considerazione i corpi e le lacrime di chi viene animalizzat*.

Umani o non umani, tutti ugualmente sensibili!

Non ti dirò

Non ti dirò cosa ho mangiato a Pasquetta.

Dal bosco ascoltavo i preparativi della festa: un uomo rideva e parlava a voce alta, una falciatrice si muoveva ritmicamente su e giù sul prato, i cani eccitati abbaiavano nei giardini.

Nelle stalle un silenzio assordante: solo il suono sommesso dei corpi, assenti i richiami dei piccoli. Le madri in fila, lo sguardo al muro e le mammelle gonfie: quanto tempo ci vorrà per scordare quei corpicini indifesi, il loro odore, i loro occhi? Riuscirete mai a dimenticare? Lo strappo brutale quando li hanno rapiti, un’altra volta ancora, dopo avervi stuprate, un’altra volta ancora? Finirà soltanto sulla strada per il macello: l’inferno in terra è la vita di chi è schiav*.

Almeno oggi il mattatoio tace: il sole pallido filtra attraverso i lucernari sul soffitto e fa brillare le piastrelle lucide dei muri, indifferenti al sangue che le macchia ogni giorno; gli strumenti di morte stanno immobili, ordinatamente riposti; uno sgocciolio ritmico rimbomba tra le macchine che, per un giorno soltanto, non stritolano vite. Eppure tutto quel sangue non si potrà cancellare mai del tutto.

Ah, saranno mai pulite queste mani?…

Mezzogiorno si avvicina, sento le voci aumentare di tono e intensità, con loro le risate e gli strilli acuti de* bambin*. Vedo le volute di fumo alzarsi dai prati, come falò su di uno sterminato campo di battaglia, una guerra al vivente che si ripete giorno dopo giorno, sempre uguale, seguendo lo stesso identico schema, al quale pare sia così difficile sottrarsi.

Saremo mai capaci di essere felici senza trucidare alcun*?

Rinunciare ai rassicuranti e sanguinosi rituali del patriarcato, all’incessante consumo del corpo dell’altro, reale e metaforico, che rinsalda ciclicamente la nostra presa sul vivente serrando gli artigli su vittime inermi, sgozzando maiali, stuprando e alzando barriere di filo spinato, stigmatizzando ogni differenza e allontanando tutto quello che aspira ad esistere nella frenesia di avere ogni cosa – e in un terrore ottuso di ciò che non si conosce?

Creare una nuova cosmogonia dove non c’è un dio, un uomo o un centro stesso dell’universo, ma miriadi di stelle che brillano all’unisono, ognuna diversa, ognuna ugualmente importante, ognuna necessaria?

Oggi la risposta gronda copiosa in una canalina di scolo puzzolente, giace in fondo al mare, è rinchiusa tra le sbarre e ci guarda fisso, anche quando non lo sappiamo o volutamente la ignoriamo.

La morte è inevitabile e persino necessaria, lo sterminio no.

In mezzo a tutto questo dolore, per un attimo soltanto, sono stata felice. Spirava un alito di vento fresco ma non fastidioso; gli alberi in fiore e i canti degli uccelli intorno allontanavano da me, una volta ancora, i rigori dell’inverno. Circondata dai miei affetti, di pelle e di pelo, assaporavo una bellezza che, per una volta, non aveva richiesto un tributo di morte.

Abbiamo troppo indugiato nelle stanze del mare
con le figlie del mare inghirlandate d’alghe rosse e brune
fin che voci umane ci svegliano, e affoghiamo.

 

Angela Davis è vegana, e fa il collegamento tra liberazione umana e animale

di JON HOCHSCHARTNER.

Angela Davis è molto nota per la sua prospettiva progressista su razza, genere e classe, ma è meno nota la sua posizione sull’oppressione di specie, che si rivela decisamente radicale. La nota studiosa socialista, e questo potrebbe sorprendere alcun*, non consuma prodotti di origine animale.

“Di solito non menziono il fatto di essere vegana, ma da questo punto di vista sono cambiata,” Davis ha affermato in occasione della ventisettesima edizione della Empowering Women of Color Conference, secondo la trascrizione disponibile su RadioProject.org. “Penso sia il momento giusto per parlarne, perché fa parte di una prospettiva rivoluzionaria – ci permette di sperimentare non soltanto relazioni più compassionevoli con gli esseri umani, ma anche di capire come possiamo sviluppare relazioni compassionevoli con le altre creature con cui condividiamo questo pianeta, e questo significherebbe sfidare l’intero complesso industriale capitalistico della produzione alimentare”.

Mettere in discussione questa modalità di produzione alimentare, ha detto Davis, comporterebbe farsi testimoni dello sfruttamento animale in prima persona. “Vorrebbe dire essere consapevoli – guidando sulle interstatali o lungo l’autostrada 5 verso Los Angeles – vedere realmente tutte le mucche negli allevamenti,” ha dichiarato. “La maggior parte delle persone non pensa al fatto che sta mangiando animali. Quando mangiano una bistecca o del pollo, nessun* pensa alla sofferenza tremenda vissuta da quegli animali al solo scopo di diventare prodotti alimentari consumati dagli esseri umani.”

Per Davis, questa cecità è collegata al fenomeno della commodificazione: “Ritengo che la mancanza di atteggiamento critico nei confronti del cibo che mangiamo mostri chiaramente la misura in cui la riduzione a merce è diventata la modalità principale attraverso la quale percepiamo il mondo,”, ha affermato. “Non andiamo oltre quello che Marx chiama il valore di scambio della merce – non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto racchiude in sé, e sono state importanti per la produzione di quell’oggetto, che si tratti del nostro cibo o dei vestiti o degli iPad, o tutti gli oggetti che utilizziamo per formarci presso un’istituzione come questa. Sviluppare l’abitudine di immaginare le relazioni umane e non umane nascoste dietro tutti gli oggetti che costituiscono il nostro ambiente sarebbe davvero rivoluzionario.”

Davis si è espressa allo stesso modo in una registrazione video caricata sul blog Vegans of Color.
“Non ne parlo spesso, ma oggi ho intenzione di farlo perché credo si tratti di qualcosa di assai importante,” ha detto. “Il cibo che mangiamo nasconde tanta crudeltà. Il fatto che siamo in grado di sederci e mangiare un pezzo di pollo senza pensare alle condizioni orrende in cui i polli sono allevati industrialmente in questo paese è un indicatore dei pericoli del capitalismo, di come il capitalismo ha colonizzato le nostre menti. Il fatto che non guardiamo oltre il prodotto in sé, che rifiutiamo di comprendere le relazioni che sottostanno alle merci che usiamo quotidianamente. E così anche per il cibo.”

Davis ha suggerito al pubblico di guardare il film ‘Food, Inc.’ “E poi chiedetevi, che cosa si prova a sedersi e mangiare quel cibo generato solo a fini di profitto e che crea tanta sofferenza?”
Davis ha concluso il suo intervento facendo un collegamento esplicito tra il trattamento degli esseri umani e degli animali. “Penso che esista una connessione, sulla quale ora non mi dilungherò, tra il modo in cui trattiamo gli animali e il modo in cui trattiamo le persone che sono più in basso nella scala sociale”, ha detto. “Così come le persone che commettono violenza su altri esseri umani hanno spesso imparato a goderne partendo dalla violenza sugli animali. E’ evidente che ci sono molti modi in cui possiamo affrontare la questione”.

Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di michela.