Un posto a tavola: intervista a Syl Ko sul Veganismo Nero

Intervista originale qui.

Se vuoi sostenere il lavoro di traduzione di Afro-ismo in italiano, puoi acquistare il libro qui.

Il libro è disponibile anche in formato digitale sulle più note librerie online e sul sito di Vanda.

L’ingresso del mercato di Bonsecours si trova accoccolato su un angolo di acciottolato anonimo.

Guardandolo dall’esterno non l’avreste mai detto, ma all’interno di quelle mura la sala era animata da centinaia di persone giunte lì per il Montreal Vegan Festival. Una delle sedici relatrici ospiti, Syl Ko, coautrice insieme alla sorella Aph di Afro-ismo: Cultura pop, femminismo e veganismo nero (pubblicato il 27 maggio 2020 da Vanda edizioni), era lì per presentare uno dei suoi lavori, intitolato The Myth of the Animal Within.

Il libro affronta le implicazioni dell’invenzione coloniale dell'”animale”, categoria che è stata imposta sia agli esseri umani che agli animali, e la conseguente oppressione che coinvolge principalmente le minoranze umane e gli animali non umani. L’animalità è diventata l’arma razzializzata della supremazia bianca. Equiparare neri ed animali, mediante l’uso del linguaggio coloniale, ha consentito la loro disumanizzazione, e proprio come gli animali sono stati cacciati a forza nello spazio “subumano” dal patriarcato suprematista bianco, i popoli razzializzati hanno subito lo stesso destino. Per questo dobbiamo rivendicare l’animalità, e tenerla in considerazione nelle nostre analisi dell’oppressione. Syl riassume perfettamente questi concetti nel quarto capitolo del libro quando afferma: “Uno dei modi più semplici di fare violenza a una persona o a un gruppo di persone, è quello di paragonarle o ridurle ad ‘animali’. In una società in cui ‘umano’ è diventato sinonimo di bianchezza, chiunque non rientri nella cornice eurocentrica viene automaticamente animalizzato”.

Una breve introduzione al Veganismo Nero

Il veganismo nero differisce dal veganismo bianco tradizionale (il veganismo “solo per gli animali”), ma ciò non significa che un modo di affrontare l’argomento sia più corretto dell’altro. Affermare che esista un modo “giusto” di essere vegan implica privilegiare un particolare punto di vista rispetto a un altro, motivo per cui molte persone nere hanno difficoltà a sottoscrivere il veganismo tradizionale. Spesso chi si trova in posizioni di potere dimentica che non tutte le persone hanno lo stesso accesso alle risorse a loro disposizione. Quindi, se le persone che vivono nei cosiddetti deserti alimentari (di solito persone di colore) vengono rimproverate e marginalizzate per non aver adottato lo stile di vita vegano, si allontanano da un movimento che non tiene conto delle loro esperienze di vita reali. Sono persone che semplicemente non hanno le stesse possibilità di accesso ai generi alimentari; invece di trattarle con disgusto e disprezzo, la maggioranza vegana deve trovare modi per migliorare l’accessibilità all’interno di queste comunità. Inoltre, dal momento che i neri lottano letteralmente ogni giorno per i propri diritti, diventa difficile per loro – giustamente – porre i bisogni altrui di fronte ai propri.

Il tokenismo (pratica che consiste nel fare un gesto esclusivamente simbolico di inclusione di membri di gruppi minoritari per creare un’apparenza di inclusività e depotenziare le accuse di discriminazione) nella comunità vegana mainstream contribuisce alla mancanza di persone di colore nel movimento. Troppo spesso le voci nere vengono soffocate o sfruttate per soddisfare un’ideale di inclusività; spesso i bianchi hanno troppo spazio in questi movimenti, e non permettono ad altre persone di avere la propria voce. Raramente ai vegan di colore viene dato spazio nelle conferenze o sui più popolari blog vegani. Sono troppe le occasioni in cui ho visto gruppi vegani twittare frasi come: “Le vite nere contano più delle vite dei polli o delle mucche… a quanto pare”. Confrontare l’oppressione dei neri e la schiavitù con il trattamento e l’oppressione degli animali non è soltanto estremamente insensibile, razzista e disumanizzante nei confronti dei neri, ma crea anche un’atmosfera di sfiducia nei confronti della genuinità della lotta contro l’oppressione. Questi sono alcuni dei motivi per cui il veganismo tradizionale diventa inaccessibile alle persone di colore e in particolare ai neri, incoraggiando così la creazione del movimento del Veganismo Nero.

Intervista a Syl Ko

Dopo aver pronunciato il proprio discorso sull’animalità in maniera calma e con parole illuminanti, Syl ha gentilmente accettato di sedersi e chiacchierare con noi. Nonostante l’argomento della conversazione non fosse dei più leggeri, l’atmosfera era lieve e invitante in quanto Syl, Andreann e io (Gemma), tre donne nere, ci confrontavamo e discutevamo senza filtri di situazioni ed esperienze che tutte e tre avevamo ben presenti.

Andreann Asibey (AA): Quando e perché sei diventata vegana?

Syl Ko (SK): Oh, wow… nessuno me lo ha chiesto. Sono diventata vegana circa sette anni fa. Ero vegetariana da molto tempo e non sapevo nemmeno cosa fosse il veganismo. Pensavo che la parola vegan fosse una roba da musica punk bianca. Non sapevo davvero cosa fosse, ma non appena ho cominciato a capirlo, ho pensato “Sono io!” Dirti perché, invece… è una domanda difficile. Non avevo davvero un motivo specifico. Immagino che il meglio che posso dire sia che sono diventata vegana perché non voglio essere il tipo di persona che non batte ciglio di fronte a quello che accade quotidianamente agli animali: a parte questo non ho alcun altro motivo.

AA: Quindi sei cresciuta in una famiglia vegetariana?

SK: No, anche se mio padre era molto sensibile nei confronti degli animali, ad esempio avevamo le galline. Era originario della Polonia e lì aveva una fattoria in cui mangiavano solo i propri animali. Voleva ricreare quella realtà qui, perché eravamo poveri ed era più facile fare così. E così ha ammazzato con un pollo, ma poi siamo diventati tutti tristi, quindi ha deciso che avremmo tenuto il resto delle galline come animali da compagnia: mio padre era così. Ricordo che una volta pensava di sparare a un falco o qualcosa del genere. C’era un animale che stava attaccando le nostre galline e voleva proteggerle, e accidentalmente sparò a un gufo. Abbiamo fatto un funerale per il gufo e ricordo che mio padre pianse per una settimana. Mio padre ha influenzato tantissimo la mia sensibilità morale nei confronti degli animali. E anche quando avevo circa sei o sette anni, quando ho scoperto per la prima volta che l’osso, in quanto osso… di pollo, era un osso all’interno del corpo di un animale, ricordo di aver passato una notte intera così arrabbiata con me stessa per non aver mai fatto la connessione. Poi ho iniziato a nascondere la carne dei nostri pasti nelle scarpe, e la buttavo nel gabinetto. E i miei genitori – perché eravamo davvero poveri – si chiedevano “Ma che cavolo butti il cibo in bagno!”. Pensavo che avrebbero fatto mille storie e invece mio padre mi ha dato un libro di Plutarco, un antico filosofo, e di Porfirio: era il suo strano modo di dire “ci sono persone che la pensano come te”. L’ossessione che ho da tutta la vita è cercare di capire quali sono i nostri obblighi nei confronti degli animali.

AA: È stato facile integrarti nella comunità vegana della tua università o ti sei trovata di fronte  degli ostacoli in quanto donna di colore?

SK: Le persone erano fantastiche, ma non ho mai sentito di far parte del movimento vegano. Anche adesso non mi considero parte del movimento vegano. Ci consideriamo in realtà pensatrici e attiviste antirazziste, e siamo convinte che antirazzismo significhi anche pensare agli animali non umani. Davvero, non mi sono mai sentita troppo coinvolta. Voglio dire, andavo ai cortei e cose del genere, ma ho sempre avuto la sensazione che forse mi volevano lì per avere la quota nera. Se sei una persona nera in uno spazio bianco è una cosa che ti affligge costantemente. Tipo: “Aspetta, lo fanno solo perché sono nera”, e già questa di per sé è una sensazione così disumanizzante che continui a metterti in discussione. Come se fossi qui solo come rappresentante di una razza o qualcosa del genere… Quindi per lo più non mi sono fatta coinvolgere, ma ho avuto la fortuna di frequentare il dipartimento di filosofia, nel quale molte persone sono vegane. In quell’ambito non andavamo ai cortei, in realtà ci confrontavamo sulle idee che avevano a che fare con gli animali. Per me è stato molto più divertente che uscire a distruggere tutto o dar fastidio alle persone nei Chipotle (nota catena di ristoranti messicani negli U.S.A., N.d.T.) e cose così. Alcuni di questi metodi non li capisco, nel senso che hanno per me poco a che fare con la liberazione degli animali. Quindi sì, ero decisamente poco coinvolta nel movimento vegano, ma mi sono sentita sempre molto coinvolta a livello intellettuale, per lo più parlando con le altre persone. Soprattutto perché non condivido un aspetto che noto in molti altri attivisti, che hanno questa visione granitica per cui “le cose devono andare così” e ”il modo di pensare agli animali è questo – e se la pensi diversamente, sei una persona orribile e non ti importa degli animali.” Non mi sento a mio agio a guardare qualcuno in faccia e dire: “No, devi fare così e così, ti dico io come devi pensare alle cose” perché io non lo so, davvero. E penso che in realtà sia una conseguenza dell’essere bianco questo atteggiamento del “Ne so più di te e ho le risposte”: io non ho le risposte, non conosco nemmeno le domande.

AA: Perché pensi che la comunità nera sia così lontana dal veganismo?

SK: Penso che il veganismo mainstream abbia un’esperienza molto diversa delle parole umano e animale. Se non sei animalizzato o non vivi in una posizione emarginata, umano e animale sono concetti molto semplici. Invece quando ti hanno già chiamato “animale”, o qualcuno un giorno ti ha detto che non sei davvero umano, che sei una scimmia o cose simili, hai vissuto sulla tua pelle questa idea coloniale dell’animale. La senti dentro di te. Quindi non dici di ‘vivere la stessa oppressione’ o di ‘avere la medesima esperienza’, ma semplicemente: “Oh cavolo, siamo tutti oppressi dallo stesso progetto [coloniale] che ci influenza in modo molto diverso”.

AA: Hai lavorato con tua sorella sul libro Afro-ismo, cultura pop, femminismo e veganismo nero. Com’è stato lavorare con tua sorella? È il primo progetto importante su cui avete lavorato insieme?

SK: Aph e io siamo migliori amiche. Negli ultimi dieci anni ci siamo sentite al telefono, via Skype e mail, confrontandoci costantemente su articoli, libri, film. La nostra amicizia si è cementata nel nostro interesse per il femminismo, il razzismo e tutto ciò che riguarda gli animali. Afro-ismo è stato prima di tutto un blog, non abbiamo scritto il libro di proposito… erano cose di cui parlavamo da un decennio, quindi questo libro è una sorta di riassunto. Lo consideriamo un diario intellettuale tra di noi; parlavamo già di queste cose prima di decidere di scriverle su un blog. Non ci aspettavamo che qualcuno se ne interessasse, ma quando è successo abbiamo deciso di trasformarlo in un libro. Lei è davvero brillante. Ho imparato di più parlando con lei che in un corso di dottorato.

AA: Come è nata l’idea? Qual era lo scopo?

SK: Ci siamo accorte dell’assenza di questa narrazione fondamentale non solo nel movimento vegan ma anche nell’antirazzismo. Voglio dire, quando prendi in considerazioni le organizzazioni nere. Abbiamo iniziato a confrontarci su Black Lives Matter chiedendoci perché ci fosse questa ossessione di parlare di razza come se riguardasse il colore della pelle, mentre non si parla mai di cosa sia veramente il razzismo, ovvero un progetto per mettere le persone le une contro le altre. Come si può parlare di razzismo o eliminare il razzismo senza parlare del dualismo umano-animale, che è il costrutto sociale che mantiene vivo il pensiero razzista? Come si fa a non accorgersi che umano e animale sono termini razzializzati? È a questo punto che abbiamo capito che gli argomenti che affrontiamo sono davvero importanti. Il libro è nato perché la risposta [al blog] è stata travolgente. A quel punto abbiamo deciso di scrivere il libro, perché tante persone volevano un libro. Non puoi elaborare un’idea come questa, che prende letteralmente in considerazione tutta la tua esperienza di persona razzializzata, non puoi comprenderne la forza dirompente leggendo dei post su un blog. Devi averlo con te di notte, devi leggerlo, rileggerlo e rifletterci su. I libri aiutano a rallentare, e a prestare attenzione. Vogliamo che le persone prestino attenzione a queste idee. Non solo per gli animali, ma perché ci teniamo davvero a liberarci dallo schifo con cui abbiamo a che fare.

AA: Puoi dirci qualcosa in più sulla tua ricerca attuale?

SK: Il modo più semplice di descriverla è che sto cercando il modo di rendere applicabile il veganismo nero, e per farlo sto affrontando altre questioni riguardanti l’oppressione degli animali. Il Veganismo Nero è una bella mossa teorica, ma ci sono molte questioni diverse a cui sono interessata. Uno degli argomenti che più mi interessa è il problema del parlare per gli animali. Molti dei gruppi oppressi parlano per sé stessi perché parlano il linguaggio di cui si ha bisogno per essere politicamente coinvolti nella società umana, e gli animali ovviamente non possono farlo. Certamente possono comunicare con noi, ma non parlano un linguaggio politico, e da questa evidenza scaturisce la domanda: è giusto parlare per gli animali? Chi parla per gli animali? E così via. Il veganismo nero fornisce gli strumenti per evitare questo problema del tutto perché non parla per conto degli animali, parla di animalità. Poi sto lavorando all’articolo di cui parlavo oggi, che riguarda le ipotesi che facciamo sul legame che dovremmo sentire con gli animali. Questo articolo ha a che fare con l’animale interiore, e utilizza il veganismo nero come modo per far emergere il modo in cui, nel momento stesso in cui parliamo di animali, non cogliamo il punto. Fondamentalmente uso il veganismo nero e lo applico alle questioni esistenti. Penso che possa rispondere a domande anche banali, per poi passare ad altro.

AA: Nella tua presentazione hai fornito tre concetti diversi in relazione alla parola “animale”. “Tutti gli umani sono animali”, “Nessun umano è animale” e “Alcuni esseri umani sono animali” – puoi spiegarci quest’ultimo?

SK: Metto insieme queste frasi, in modo che appaia ovvio come [la parola] “animale” viene usata  in modo diverso a seconda del contesto.  La stessa parola esprime diversi significati. Un esempio curioso è la parola inglese “can”. “Can” può significare capacità, può identificare una lattina e può anche essere il termine gergale per prigione. La stessa parola significa cose diverse. Con “animale” è più difficile da capire, perché la definizione e i concetti che definisce sono molto sopravvalutati. L’ho fatto apposta in modo che si veda chiaramente, senza ombra di dubbio, che esistono almeno tre significati diversi, altrimenti sarebbe semplicemente “Tutti gli umani sono animali”. Cercavo di dimostrare che [nell’ambito antispecista] ne parliamo in un modo solo, il primo, come se fossimo tutti animali. Invece la parola “animali” può essere usata per riferirsi ad esseri che non sono membri della specie Homo sapiens, o in modo “sociale”, ovvero non riferendosi all’appartenenza biologica, ma indicando qualcosa del tuo status. Il modo in cui Trump si è espresso sui Latinxs (l’appello alla polizia di liberare il paese dagli “animali” che danneggiano la comunità), non era da biologo, stava dicendo qualcosa di sociale su di loro. Se parliamo di esseri umani è facile capire cosa intendo, ma se affermo che “gli animali sono animalizzati” si crea una certa confusione. In verità sto dicendo la stessa cosa, ovvero che il modo in cui applichiamo tale categoria sociale ad alcuni umani per opprimerli, è lo stesso che utilizziamo per opprimere gli animali non umani. L’unica fonte di confusione è l’uso completamente diverso che si fa della parola “animali”.

AA: Come si può rendere meno pervasiva la narrazione bianca all’interno del movimento vegano? Chi ha la responsabilità di ridimensionare quella narrazione?

SK: Penso che sia nostra! Questa preoccupazione per ciò che i bianchi fanno e per i loro errori mi lascia sempre perplessa. Aph e io siamo infastidite dalla tendenza alla “Dear White People”; sprechiamo così tante energie per sottolineare dove i bianchi stanno sbagliando, ed è come se tutto riguardasse loro.  Lasciamo che si mettano nei nostri panni, mentre potremmo fare le cose da noi. Cerchiamo di sbarazzarci di questa narrazione coloniale secondo cui dobbiamo aspettare che i bianchi arrivino a proporre teorie al nostro posto o che i bianchi capiscano che possiamo unirci al movimento. Possiamo semplicemente fare le nostre cose, e non perché ci odiamo a vicenda o perché loro le stiano facendo male. Quello che intendo è che ci sono molti modi diversi di affrontare un problema e dovremmo poter avere la libertà di farlo da soli.

AA: In che modo il veganismo nero sfida la supremazia bianca?

SK: Il veganismo nero è una strategia antirazzista. Ecco cos’è. Se vuoi smantellare il razzismo, devi andare alla radice del razzismo, e la radice del razzismo è questa distinzione ‘sociale’ tra uomo e animale. Quindi, se vogliamo distruggere il razzismo, non possiamo farlo mantenendo lo status quo. Il veganismo nero sfida la supremazia bianca, ed è una delle poche proposte vegane esistenti che smaschera per davvero la supremazia bianca. La supremazia bianca non discrimina semplicemente le persone in base al colore della pelle. La supremazia bianca è radicata in un progetto peculiare per cui solo alcuni esseri umani sono “persone”, e tutti gli altri esseri viventi non valgono nulla, ed esistono per servire le “persone”. Il  veganismo nero si oppone in modo deciso  alla supremazia bianca perché fa qualcosa di radicale, supera le categorie razziali e va alla vera fonte del problema. Ovvero che alcune persone hanno deciso di identificarsi come “i veri esseri umani”, serviti da tutti gli altri.

AA: Un’ultima domanda: qual è il tuo posto vegano preferito?

SK: Ahh, oh wow. . . Probabilmente Veggie Grill in California. È una catena… un ottimo fast food vegano. Ho fatto uno stage a Cali solo per poter mangiare Veggie Grill per due mesi!

Il veganismo nero per le autrici dell’intervista

Vogliamo ringraziare in maniera speciale Syl Ko per il tempo che ci ha dedicato, e per aver chiacchierato in modo così aperto e onesto sul Veganismo Nero e su come significhi molto più che essere semplicemente nere e vegane. Vogliamo ringraziare Syl e Aph per aver messo per iscritto pensieri e i sentimenti che le persone marginalizzate hanno avuto per anni ma non avevano le parole per esprimere.

Per me (Gemma), nera e vegana, la proposta del veganismo nero è inedita e illuminante. Ho seguito a lungo il veganismo mainstream e concentrato il mio attivismo esclusivamente sugli animali. Parlando con Syl e leggendo Afro-ismo, ho potuto utilizzare le mie esperienze di donna nera per modellare e rivedere la mia comprensione e il mio approccio all’animalismo. L’animalizzazione e la disumanizzazione hanno un ruolo importante nella giustificazione della violenza perpetrata contro i corpi neri e vengono abitualmente ignorate dal veganismo bianco mainstream. Il veganismo focalizzato esclusivamente sugli animali non basta, se le persone non si preoccupano dell’applicazione dell’animalizzazione ai gruppi emarginati. Essere nera ha plasmato la mia prospettiva in ogni aspetto della mia vita, quindi perché non dovrebbe anche modellare il mio approccio al veganismo?

Per quanto mi riguarda (Andreann), sono una persona non vegana che sta pensando di diventarlo. Sono molto incuriosita dalle proposte del veganismo nero perché tiene conto delle mie esperienze con la supremazia bianca. Ho sempre pensato tra me e me: “Come posso fare la mia parte per un movimento che afferma di prendersi cura degli animali ma che mostra platealmente di non avere nessuna cura o amore per me?” Come persona che conosce molti casi in cui i vegani bianchi e non bianchi (ma non neri) minimizzano, ignorano e negano in maniera palese la difficile situazione delle vite nere, sostenendo al contempo “l’uguaglianza di tutte le forme di vita”, il veganismo nero fornisce un approccio veramente intersezionale al movimento. Un’affermazione di Heather Barrett nell’ articolo intitolato “White veganism doesn’t care about Black lives”, sintetizza i miei pensieri sul veganismo tradizionale: “I vegani bianchi spesso sostengono l’importanza della vita degli animali, ma le loro voci restano mute quando si parla delle vite di altri umani che non hanno il loro stesso colore della pelle”. Il veganismo nero crea uno spazio sicuro per una categoria di persone costantemente spinta ai margini della società, consentendo loro di essere per una volta al centro dell’attenzione.

Afro-ismo, attraverso l’esplorazione coraggiosa del dualismo uomo-animale e del posto che questo dualismo occupa nella retorica razzista e nella supremazia bianca, è stato fondamentale nello sviluppo della nostra comprensione dell’attivismo antirazzista e dei diritti degli animali.

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