Free Ink 2018 – Basta usare gli animali come metafore della miseria umana!

Vincent: Vuoi un po’ di pancetta?
Jules: No grazie, io non mangio maiale.
Vincent: Perché? Sei ebreo?
Jules: No, non sono ebreo, non mi va la carne suina, tutto qui.
Vincent: E perché no?
Jules: I maiali sono animali schifosi, io non mangio animali schifosi.
Vincent: Sì, ma la pancetta ha un buon sapore, le braciole hanno un buon sapore…
Jules: Ehi! Un topo avrà anche il sapore di torta alla zucca ma non lo saprò mai perché non lo mangio quel figlio di puttana. I maiali dormono e grufolano nella merda, perciò sono animali schifosi, e io non lo mangio un animale che si mangia le sue feci.
Vincent: E il cane allora? Il cane si mangia le sue feci.
Jules: E perché? Io mangio i cani?
Vincent: Sì, ma tu consideri il cane un animale schifoso?
Jules: Non arriverei al punto di definire un cane “schifoso”, è sicuramente sporco, ma un cane ha personalità, è la personalità che cambia le cose.
Vincent: In base a questa logica se un maiale avesse maggiore personalità non sarebbe più un animale schifoso, è così?
Jules: Be’, dovrebbe trattarsi di una maialina super affascinante! Insomma, dovrebbe essere dieci volte più affascinante della Piggy dei Muppets, mi sono spiegato?!

Vincent Vega e Jules Winnfield, Pulp Fiction

**

È prassi consolidata, nel linguaggio comune, utilizzare gli animali come metafore di ogni più laido, spregevole, ottuso vizio o inclinazione umana. Un’abitudine che si perde nella notte dei tempi e che rinsalda, attraverso il linguaggio, l’incolmabile distanza esistente tra “noi” e loro, sottolineando il confine che dovrebbe proteggerci da qualsiasi residuo di animalità e insufflare nei nostri polmoni lo spirito divino – null’altro che l’idealizzazione del nostro concetto di umanità, magistralmente sintetizzata dalla voce di Amleto, principe egocentrico e nichilista per antonomasia, quando afferma:

“Qual capolavoro è l’uomo! Come nobile nell’intelletto! Come infinito nelle sue facoltà! Quale espressione ammirabile e commovente nel suo volto, nel suo gesto! Un angelo allorchè opera! Un Dio quando pensa! Splendido ornamento del mondo! Re degli animali!”

L’Uomo, con la U maiuscola, non ha mai smesso di ergersi ad essere divino sopra la moltitudine degli altri animali, descritti perlopiù in termini dispregiativi e utilizzati come metafore delle peggiori caratteristiche umane: si può dunque essere stupidi come un allocco, un asino o un baccalà, vuote e insulse come un’oca o una gallina; indegni e spregevoli come un verme o una serpe, ignoranti come un asino o sgradevoli come una scimmia, promiscue come cagne, vacche e troie, sporchi e ingordi di cibo (e di sesso) come i maiali.

Di tutti gli animali vilipesi nelle proprie caleidoscopiche, articolatissime e spesso (per noi) misteriose esistenze, il maiale ha sempre rappresentato il più vituperato.

Che venga considerato un bene sfruttabile al 100% (“del maiale non si butta via niente”), o intoccabile (come uno degli esseri più impuri che abbiano calcato questa terra), il maiale è la rappresentazione e la quintessenza di tutto ciò che è laido, oltre ogni limite di accettabilità. Il maiale che vive nel fango, il maiale che nei propri escrementi si rotola e pure mangia tutto quello che gli capita a tiro… persino i cadaveri! Il maiale aggressivo, sessualmente ingordo, che pare incarnare col suo corpo grasso e la pelle rosata, così tremendamente simile alla nostra, tutto il male del mondo… del resto, non è forse scritto – nelle cosiddette sacre scritture – che dio mandò addirittura degli spiriti immondi in un branco di porci? E non è l’epiteto del porco che designa la bestemmia più intollerabile per chi crede in quel dio?

Dunque “porco” è diventato, suo malgrado, l’appellativo per designare un essere umano di sesso maschile dagli appetiti sessuali eccessivi e incontenibili, di cui farebbero le spese, in primis, le malcapitate donne che dovessero incontrarlo sulla propria strada. Immagino che sia questo il motivo per cui l’immagine del maiale è sembrata perfetta a chi ha realizzato le grafiche per la promozione del Free Ink 2018, festival itinerante che negli anni ha ospitato tatuatori, fumettisti, serigrafi e street artist. Un maiale sporco di sangue e sofferente (immagine per nulla lontana dalla realtà della morte nei mattatoi di miliardi di suoi simili) che porta sul corpo, ad onta, il nome delle “sue” colpe –  discriminazione, sessismo, patriarcato, omofobia –  ed è cavalcato, come in un rodeo, da una persona (di genere abbastanza indefinito ma nella quale sono comunque identificabili alcuni tratti femminili) che cerca di dominarlo e finirlo.

Molte femministe antispeciste sono rimaste inorridite di fronte a questa rappresentazione realistica e violenta: ennesimo esempio di come, nonostante il grande lavoro di decostruzione di simboli e delle parole messo in campo dal femminismo contro le discriminazioni di genere, appena si valica il confine di specie tale attenzione diventa nulla, inesistente.

A tale proposito è stata scritta una lettera dalle compagne, i compagni, lu compagnu, _ compagn_ del Tavolo interregionale TCTeSU nella quale si sottolinea come

“Tale immaginario utilizza una narrazione crudele non lontana dalla realtà di sofferenza a cui questi animali vengono sottoposti. I/le maial* sono infatti fra gli animali non umani i più vilipesi, soggetti di cui “non si butta nulla”, fatti nascere per diventare tutto (dal pennello, al prosciutto, dalla colla alla valvola cardiaca). Con l’uso di questa metafora non si fa che rimandare al maiale come animale sporco, viscido, cattivo, violento, quasi a giustificare la sua assoggettazione e conseguente eliminazione.

Ci indigniamo sovente per certi stereotipi usati in senso spregiativo e denigratorio, ma, quando si tratta di animali non umani, alcuni pregiudizi riemergono anche laddove proclamiamo di volerli combattere per poi svanire in un piano astratto e strumentale in cui la sofferenza reale si perde.”

A fronte di un’argomentazione chiara ed esposta in maniera molto pacata e dialogante, ho personalmente trovato assai tiepida e politicamente neutra la risposta:

“Abbiamo letto con attenzione e interesse la vostra lettera che ci invita a una riflessione circa la locandina dell’evento Free Ink 2018. Pensiamo che le tematiche e la lettura della metafora che ci proponete sia molto stimolante rispetto a un dibattito spesso poco interiorizzato sullo sfruttamento degli animali non umani e sull’uso che ne facciamo, sia nel nostro linguaggio verbale che in quello grafico.

Accettiamo le critiche perché per tutt* noi sono state occasione di riflessione e crescita personale e collettiva che ci offrono nuove lenti con cui leggere la grafica e il messaggio che questa veicola.
Sappiamo quanto la decostruzione di stereotipi e, ancor di più, la costruzione di nuovi immaginari comporti un lavoro complesso, faticoso e sempre in divenire che ci riguarda tutt* e che dunque non può che vederci tutt* insieme camminare su nuovi percorsi in cui sia sempre più possibile praticare l’intersezionalità delle lotte.”

Insomma, “grazie per averci contattato, forse in futuro prenderemo in considerazione le vostre opinioni” (o più semplicemente, diamo una risposta funzionale a depotenziare la  protesta, e tutto finisce lì).

L’unico atto politicamente significativo sarebbe stato cambiare immagine, non citare a vanvera, come sempre, “l’intersezionalità” (tanto utile a farci sentire eroine senza macchia… e così multitasking!). Perchè se questa immagine doveva simboleggiare un evento che vuole andare “al di là degli stereotipi”, come recitano alcuni slogan utilizzati per promuoverlo… ebbene, l’obbiettivo è stato mancato del tutto!

Se non altro, questa immagine ci ha ricordato, se ve ne fosse ancora bisogno, che l’inclusione delle tematiche antispeciste nel movimento femminista – e nei movimenti umanisti in generale – è ancora ad uno stadio puramente nominale: infatti, basta grattare la superficie del “politicamente corretto” per vedere riaffiorare i soliti stereotipi, sempre pronti a sfidarci e sfidare il nostro desiderio di un mondo differente: un mondo più equo e più giusto, per tutti i generi e per tutte le specie, un mondo dove nessun* imbavaglia, domina e riduce al silenzio nessun*. Non certo un mondo dove la rivalsa di chi è oppress* passa attraverso la trasformazione in oppressor* di chi è più debole, come nell’immagine scelta per questa edizione del Free Ink 2018.

Peraltro, un’occasione persa di mostrare che un altro genere di comunicazione è davvero possibile, che dall’elaborazione politica dei movimenti possono scaturire nuovi e dirompenti immaginari capaci di scardinare vecchi e stantii luoghi comuni.

Immagini come questa, ad esempio:

machistas

**

Sullo stesso tema puoi leggere:

NUDM: Basta al linguaggio specista!

Verso un femminismo antispecista

Angela Davis è vegana, e fa il collegamento tra liberazione umana e animale

Intervista a Melanie Light, regista del film horror vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA)

 

Annunci

L’altr* “altr*”

di Vinamarata “Winnie” Kaur, originale qui.

Le persone intorno a me

cercano di definire la razza in termini di bianco o nero,

mi guardo…

In agguato tra i codici colore di ciò che è considerato “normale”.

Mi rivolgo al femminismo,

E vedo il movimento femminista occidentale ancora pieno di razzismo e specismo.

Mi sento allo stesso tempo inclusa ed esclusa.

Mi chiedono “Che cosa sei?”

Sono bianca o sono nera?

“Forse nessuna delle due, o forse entrambe; non sono affari tuoi “, rispondo.

Chi sono io e a quale movimento di giustizia sociale dovrei rivolgermi?

Gli altri impareranno mai a guardare oltre la mia Carne Bruna

E incanalare i loro chakra lontano dalle mie apparenze esterne?

Vedo persone intorno a me

Fumarsi e bersi vita e salute.

Socializzano nell’estasi degli allucinogeni

E vanno fiere delle bistecche grigliate ai barbecue estivi, mentre si burlano di vegetarian*e vegan che non condividono i loro piaceri carnali.

E mi guardo… Una femminista decoloniale, astemia, grassa, pelosa, vegan, isolata ed esclusa da quei circoli,

Isolata in compagnia dei miei libri.

Mi rivolgo a TV e film,

che mi ridicolizzano un’altra volta, con il loro sguardo bianco e le pubblicità che fanno vergognare del proprio corpo…

Chi sono io, se non l’Altr* “Altr*” in questa terra delle opportunità, unita eppure divisa?

Chiusa nei pochi spazi liminali che posso chiamare “casa”

Continuo a essere oppressa

Dalle catene stratificate dei binarismi trincerati nell’eteropatriarcato cis-maschio bianco,

Senza un’identità riconoscibile…

E che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha chiamato, in un’occasione, straniera non residente

E ora chiama residente permanente,

Ancora spogliata del pieno riconoscimento assegnato alla sua “cittadinanza umana”.

Porto in me lo spirito dello schiavo nero,

E un corpo alimentato da piante,

E spargo la notizia che…

Sono diversa e senza un’identità,

Sono vegana e femminista non occidentale,

E va bene così.

Occupo i margini e le sfumature di questa società ossessionata dalla carne e dal colore,

Non solo a causa delle mie scelte alimentari o per l’invisibile purdah* che indosso sulla mia pelle,

Ma a causa della mia soggettività e delle esperienze vissute.

Chi dà a chicchessia il privilegio di escludermi dai limiti della “normalità”

E costringermi a classificarmi come bianca o nera / femminista o vegana?

Mi rifiuto di identificarmi come una o l’altra…

Perché #BlackLivesMatter, #BrownLivesMatter, #TransLivesMatter, #IntersexLivesMatter, #NativeLivesMatter e #NonHumanLivesMatter.

E non si dovrebbe più consentire a bianchezza, colonialismo e specismo di definire le nostre relazioni con i nostri corpi marginalizzati;

Sono una femminista vegana intersezionale, non bianca, asiatica del sud,

E queste sono parti irrinunciabili della mia identità multisfaccettata

Per le quali continuerò a lottare,

Fino al mio ultimo respiro.

* La purdah o pardaa è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme.

 

La polizia di genere e la donna vegan

Disclaimer: Sebbene sia abbastanza critica rispetto ad alcune delle tesi proposte, ad esempio il supposto apporto “femminile” delle attiviste, questo articolo presenta spunti interessanti di una critica che si potrebbe estendere alla maggior parte dei movimenti sociali. Ho deciso dunque di proporne la traduzione (originale qui.)

Buona lettura!

***

Utilizzo da sempre il mio account Facebook come strumento utile per l’attivismo sociale. Aprirsi pubblicamente su Internet, uno spazio creato da uomini per uomini, può essere pericoloso per qualsiasi donna. La donna vegan, tuttavia, deve affrontare ulteriori sfide. La maggior parte dei miei post sull’antispecismo attira l’attenzione di amici e conoscenti uomini arrabbiati o paternalistici, determinati a spiegarmi dove sbaglio nei miei post e perché non avrei dovuto pubblicarli. Sono stata spesso accusata di esagerata ostilità (o malattia mentale), a causa della mia franchezza in merito all’oppressione degli Animali Non Umani. Ho notato che i miei post su cultura dello stupro e pornografia hanno incontrato reazioni simili da parte di utenti di sesso maschile. Stranamente, i post su razzismo, classismo e diritti dei lavoratori (probabilmente argomenti più neutri rispetto al genere) hanno ricevuto poca o nessuna attenzione. Era come trovarsi perennemente in conflitto con uomini determinati a insegnarmi come essere una vera attivista (o, piuttosto, una vera signora) riguardo a questioni che sfidavano il loro privilegio.

Eppure, su Facebook ho trovato anche sostegno. Facebook mi ha aperto le porte di una più ampia comunità vegan. Mi ha permesso di fare rete e collaborare con attivist* di tutto il mondo. Ovviamente, come in qualsiasi spazio Internet, il trolling è stato spesso un problema, così come il feroce mantenimento dei confini “dentro al gruppo” / “fuori dal gruppo”. Quando infine sono diventata esplicita in merito alla mia intersezionalità e opposizione alle tattiche violente, ho iniziato a sospettare che le mie interazioni negative con i compagni attivisti riflettessero in realtà anche l’oppressione patriarcale.

All’inizio credevo si trattasse semplicemente di un conflitto a livello teorico. Avevo collaborato a lungo con un’organizzazione di base a maggioranza maschile, che si vantava del proprio approccio “razionale” all’antispecismo. Dopo circa un anno di interminabili dibattiti terminati con il mio venir bollata come “irrazionale”, ho tagliato i ponti con l’intero gruppo. Avevo osato suggerire che le esperienze delle donne sono fondamentali per qualsiasi campagna destinata a porre fine all’oppressione. Avevo osato sostenere che forse le donne stesse sarebbero le più adatte a condividere quelle esperienze e dare loro un senso. Il femminismo, avevano sentenziato, era un insulto al progetto razionale antispecista. Alcuni mesi dopo, scrissi un pezzo sul mio blog condannando l’appropriazione patriarcale del femminismo. Un teorico di spicco dichiarò in quell’occasione sulla sua pagina Facebook che

  1. Gli uomini possono essere femministi e suggerire altrimenti è sessista, e
  2. Solo i vegani possono essere femministi.

In altre parole, gli uomini stavano, ancora una volta, definendo il femminismo. La risposta al mio pezzo è stata assolutamente negativa… e maschile. Nell’affrontare la causa femminista, avevo oltrepassato i miei confini di donna in un movimento maschile.

Essere vegan presenta difficoltà e disagi per le donne. Strette tra l’incudine e il martello, le donne vegan – rifiutando il progetto patriarcale dello specismo – devono spesso fronteggiare la reazione maschile, ma allo stesso tempo lottare per ottenere rispetto nello spazio maschile dei movimenti sociali. Protestare contro lo sfruttamento degli altri animali (una relazione di potere e dominio) è, indipendentemente dal genere, un’azione femminista. D’altra parte, plasmare la cultura e sostenere il cambiamento sociale rimane un’attività molto maschile. La femminista vegana Carol J. Adams ha sottolineato come lo sfruttamento degli animali non umani rappresenti una forma di oppressione patriarcale. Sfruttare i corpi di gruppi vulnerabili per il proprio piacere o comodità, è un’estensione della violenza maschile sulle donne. La caccia, il mattatoio e la vivisezione, tre delle principali istituzioni dello sfruttamento di animali non umani, sono costituite principalmente da uomini.

L’ideologia che legittima il mangiare carne, indossare pelle, sperimentare su esseri senzienti non consenzienti e imprigionare o ferire esseri senzienti per divertimento è un’ideologia del dominio. Il ruolo delle donne in questa oppressione sistemica tende ad essere di aderenza ad un dogma e in gran parte il riflesso della propria oppressione. In Brutal: Manhood and the Exploitation of Animals, Brian Luke suggerisce che le donne abbiano storicamente preso parte al progetto specista, cucinando pasti carnei e assecondando il gusto del capofamiglia. La pletora di cosmetici e indumenti di pelle animale commercializzati per le donne, sono legati allo status privilegiato degli uomini. Le donne si adornano con prodotti di bellezza per interpretare il proprio ruolo di oggetti ad uso dello sguardo maschile. Le pellicce vengono spesso regalate dagli uomini alle donne come mezzo per dimostrare il proprio status.

Naturalmente, molte donne hanno ottenuto un certo potere in questo ruolo “sottomesso”. Le donne hanno reso popolare il movimento del biologico grazie alla loro posizione strategica come acquirenti e cuoche. Allo stesso modo, i prodotti femminili spesso non sono testati su animali. Se gli uomini storicamente sono stati coloro che “portavano a casa il pane”, le donne sono state spesso le principali consumatrici. I pubblicitari ne sono sempre stati consapevoli, e questo ha garantito alle donne una certa influenza. E mentre molte donne sono rimaste incastrate nel progetto patriarcale da potenti processi di socializzazione, altre hanno attinto agli stereotipi femminili per esprimere la propria preoccupazione per gli altri animali, ma in un modo che fosse comunque “socialmente accettabile”.

Le donne sono state da sempre ritenute maggiormente predisposte alla cura e affini al mondo naturale, e questo preconcetto ha permesso alle donne dell’era progressista di entrare nella sfera pubblica della difesa sociale come “governanti della natura”. Si ritiene che questa associazione tra donne e natura sia alla base dell’ampia partecipazione femminile (circa l’80%) al movimento animalista. Questi stereotipi sono certamente limitanti. Le attiviste donne sono spesso incoraggiate a dedicarsi ad un attivismo blando, ad esempio al volontariato nei rifugi. Molte si limitano a compiti banali dietro le quinte, e molte vengono ancora incoraggiate a spogliarsi durante le proteste pubbliche e nelle campagne pubblicitarie.

Le donne che si spingono oltre ai confini dell’attivismo appropriato per il gentil sesso, spesso devono affrontare rappresaglie feroci. Le stesse qualità per cui gli uomini sono ammirati – schiettezza, leadership, spirito d’iniziativa, forza – sono considerate negativamente nelle attiviste più coraggiose. Queste donne vengono definite prepotenti, rumorose, odiose e pazze. In una parola, poco femminili. Il ruolo giocato dal genere nelle interazioni tra i sostenitori dei diritti degli animali non umani, il pubblico e gli altri movimenti non è passato inosservato. Studi sociologici hanno dimostrato che molte campagne falliscono in parte a causa degli stereotipi di genere che interpretano l’attivismo femminile come eccessivamente emotivo, irrazionale e inconsapevole della “necessità” dello sfruttamento.

Di conseguenza, il movimento animalista ha avuto la tendenza a glorificare le tattiche maschili (razionalità e azione diretta) e banalizzare quelle considerate femminili (intersezionalità e non violenza). Il professor Steve Best dell’Animal Liberation Front, ad esempio, è fortemente critico nei confronti degli approcci non violenti, o di quello che definisce “pacifismo”. La pacifica educazione vegana, avverte, aiuta gli sfruttatori e facilita le istituzioni oppressive. Nelle conferenze registrate in cui Best sostiene, a voce alta, i pregi di vandalismo, minacce e aggressioni fisiche (e lo fa in stanze piene di donne), non si può fare a meno di chiedersi se il suo vero problema non sia la preponderanza femminile nell’attivismo animalista.

L’attivismo animalista è una forma di protesta politica che spesso ha un’enorme influenza sull’identità di una donna. Ma sfidare l’istituzione dello sfruttamento animale significa sfidare l’istituzione del dominio maschile. Da una parte, le donne che assumono tratti considerati “maschili” nel proprio attivismo incontrano ostilità. Dall’altro, le donne che interpretano il loro genere “in maniera appropriata” non vengono prese sul serio a causa della loro femminilità.

Molt* studios* hanno criticato l’oggettivazione sessuale delle attiviste messe in atto dalle campagne PETA, ma solo una manciata ha problematizzato il sessismo che struttura il movimento nel suo complesso. E un numero ancora minore di attivist* si è espresso in merito alla discriminazione e alla polizia di genere.

L’esperienza femminile viene per lo più omessa dai discorsi relativi alla liberazione animale. Anche le politiche antirazziste tendono ad essere ignorate in ambito animalista. Un post del 6 giugno 2013 su un sito web antispecista, Free From Harm, invitava i lettori a “aiutare a fermare la pratica del “live sushi”, definita “barbara”, “volgare” e “una vergogna per il popolo giapponese”. Ho risposto suggerendo che una simile campagna può avere il risultato di rafforzare il razzismo strutturale. Sensazionalizzare atti di crudeltà specifici commessi da persone non bianche incoraggiano il pregiudizio e facilitano il senso di superiorità bianco. Ricevetti una risposta molto simile a quella che ebbi in occasione del mio post contro il sessismo. Molti attivisti, per lo più bianchi, mi attaccarono brutalmente, accusandomi di “giocare la carta della razza” per creare intenzionalmente problemi. Uno mi ha anche diagnosticato un disturbo mentale.

Di converso, la razza gioca un ruolo fondamentale, e le persone di colore sono spesso strumentalizzate. Difatti, le più becere espressioni di razzismo (ad esempio la schiavitù) sono usate come termine di paragone dall’antispecismo. Tuttavia, come ha spiegato la studiosa vegan femminista Breeze Harper, le esperienze quotidiane di razzismo vissute dalle persone di colore vengono ignorate, o negate, negli sforzi di sensibilizzazione vegani. Le organizzazioni più importanti prestano poca o nessuna attenzione alla realtà del razzismo ambientale, ai deserti alimentari e alla lotta antirazzista. Mentre Harper e altre donne vegan di colore hanno parlato di questa marginalizzazione, il movimento animalista tende ad operare come se ci si trovasse in una società post-razzista dove la schiavitù e la discriminazione appartengono al passato. Questa posizione post-razzista presuppone che tutt* abbiano lo stesso accesso alle alternative vegan, e che le persone di colore di oggi siano disconnesse dalla propria storia di colonizzazione e razzismo.

La storia ci ha mostrato che le donne possono dimostrarsi una forza potente nell’attivismo per il cambiamento sociale. Eppure, nell’arena dei movimenti sociali, quali tattiche e strategie siano legittime e utili è ancora deciso dagli uomini (e dalle donne socializzate a sostenerli). Il movimento animalista presenta un ulteriore livello di complessità, in quanto lo specismo è una propaggine del patriarcato e il movimento stesso conserva una gerarchia di comando patriarcale. La polizia di genere e l’omissione della critica femminista ha la sfortunata conseguenza di rafforzare gli stereotipi sessisti e limitare i potenziali contributi delle donne. Questa omissione rende difficile costruire ponti verso gli altri movimenti sociali. In definitiva, la concezione del movimento rispetto all’oppressione è frammentaria, e l’antispecismo rischia di essere tutto fuorché inclusivo.

Desiderare corpi e movimenti rivoluzionari.

di Mia Mingus.

Articolo originale qui.

Sono convinta che le persone disabili abbiano davvero tanto da dare e da insegnare a partire dalla propria esperienza vissuta. Abbiamo così tanto da insegnare ai movimenti che attraversiamo. E abbiamo tanto da imparare, l’un* dalla disabilità dell’altr*. Credo che la giustizia disabile (1) possa essere in grado di modificare e cambiare il modo in cui ci è stato insegnato ad organizzarci; come ci è stato insegnato a muoverci. Esistono molti modi diversi di muoversi nel mondo. E più imparo, più commetto errori, più ottengo vittorie, più ho tempo per riflettere, focalizzare e ascoltare me stessa e le persone intorno a me, più torno all’idea della giustizia disabile.

Per così tanto tempo ho cercato di (sono stata costretta a) costringermi ad usare modalità abiliste di fare le cose. Il modo in cui pensavo l’attivismo e il corpo rivoluzionario non metteva mai al centro la disabilità. Ed ero così affamata di esperienze che mi corrispondessero, che mi accontentavo delle briciole: un po di queer qui, un po’ di antirazzismo là, un po’ asiatica qui, un po’ femminista là, una pò donna di colore lì.

In parte accadeva perché non ero stata cresciuta da genitori o familiari disabili, e la comunità in cui ero cresciuta, sebbene la disabilità fosse ovunque, non parlava mai di disabilità – e certamente non in modo politico. Ed ero così abituata a fare a meno e sentirmi separata da pezzetti di me – essere divisa a metà, dover sopravvivere nutrendomi di briciole, poiché figlia adottiva transrazziale e transnazionale di colore – che non ho chiesto. Non ho detto quello che sentivo dentro: qualcosa non va. E sono stata sedotta dall’abilismo, come tutti noi, mentre ancora lo combatto.

La seduzione dell’abilismo è così forte, così assolutamente desiderabile che non ci accorgiamo quando non ci sono persone disabili nelle nostre vite. Non ci accorgiamo di non dover mai pensare alla disabilità e all’abilismo. In realtà, preferiamo così. La seduzione dell’essere desiderabile – persino della possibilità di essere desiderabile – è sufficiente per tenerci avvinti. Mentre combatto contro l’abilismo interiorizzato, mi sento immediatamente costretta a cambiare e queerizzare il significato del desiderio. Mi costringe a cambiare e queerizzare le nozioni razziste, di genere e capitalistiche del desiderio; chi e cosa è desiderabile.

E in quanto rivoluzionari*, credo che dobbiamo cambiare e queerizzare i tipi di corpi, menti, pensieri e movimenti rivoluzionari che desideriamo.

La maggior parte di noi sta cercando di abbattere le barriere, di avere accesso alle capacità, alle conversazioni, alla strategia e alla conoscenza che è resa inaccessibile, vincolata alla lingua, bloccata dal ritmo. La maggior parte di noi desidera ardentemente un’analisi e un impegno anti-abilista che attraversi i movimenti e che includa (ma non si fermi alla) accessibilità; che comprenda l’accessibilità all’interno di una cornice politica.

Alcun* di noi hanno preso definitivamente le distanze – perché dovremmo combattere per far parte di qualcosa che non ci vuole nemmeno? Che neanche ci include? Che nemmeno ci desidera – non sa nemmeno da dove cominciare a desiderarci; o come vogliamo essere desiderat*. Alcun* di noi non possono o non vogliono voltare le spalle al movimento, perché sentono di appartenervi – noi siamo voi e voi siete noi – come possiamo essere divis*? Anche tu fai parte di me, io no?

Quindi abbiamo escogitato stratagemmi tramite i quali rimaniamo conness* in ogni modo possibile, chiedendo di più; lentamente e con fermezza. E molt* di noi hanno provato tutto questo, in un modo o nell’altro. E tutt* stiamo facendo il nostro meglio: sopravvivere, creare, organizzare, combattere, realizzare comunità, costruire movimenti e raccontare le nostre storie. Un giorno, tutt* ricorderemo l’emarginazione esistente all’interno delle nostre organizzazioni e dei nostri movimenti.

Quanti movimenti intersezionali, di giustizia sociale, organizzazioni multisfaccettate, gruppi, collettivi che si spendono per la liberazione oseranno andare avanti composti esclusivamente di uomini o di bianchi? Un giorno ricorderemo i giorni non così lontani quando le persone non disabili non includevano mai le persone disabili, la loro politica e le loro storie e lasciti, nell’ambito del proprio attivismo. Perchè questo è il nostro compito, ci apparteniamo in così tanti modi.

 

(1) L’idea alla base della giustizia disabile mette in discussione il postulato secondo il quale il nostro valore di individui abbia a che fare con la capacità di performare in quanto membri produttivi della società. Insiste che il nostro valore è intrinseco e legato all’idea di liberazione del vivente. Come i concetti di giustizia trasformativa, riproduttiva e ambientale, prevede una strategia di costruzione di alleanze e la critica anticapitalista.

Le regole del gioco

La malattia cambia la percezione del tempo.

Le giornate rallentano, la fatica si posa apparentemente lieve sulle spalle al mattino, per trasformarsi nel giro di poche ore in un macigno insostenibile, da trascinare minuto dopo minuto. Arrivare alla sera si fa fatica epica, ma – se si è abbastanza fortunat* – il buio porta in dono il tanto sospirato oblio di sé e della propria condizione.

La malattia è attesa.

Di guarire, certamente. Ma anche solo di migliorare, se possibile. E, prima ancora, di visite, prelievi, esami, altre visite. Attesa di risposte che tardano ad arrivare, mentre i sintomi non hanno alcuna fretta di svanire. E lei, la malattia, gioca a nascondino coi tuoi nervi… cu-cù, dove sei? Cosa sei? E perché hai deciso di rendermi la vita così difficile?

La malattia è un posto in prima fila per lo spettacolo della vita.

Della quale però ti ritrovi spettatore, non più protagonista. Vedi il mondo da una prospettiva sospesa, le persone – vicine e sconosciute – impegnate in un affaccendarsi quotidiano che riconosci, ma che non ti appartiene più. Non ti appartiene nemmeno quando sei in quella ingrata condizione per la quale stai male ma non abbastanza per esimerti dal cercare di funzionare, di performare.

Magari riesci a lavorare. O ti sforzi di portare avanti quelle che erano le tue occupazioni quotidiane, pulisci casa, passeggi con i cani, poti una rosa. Ma una volta eri lì con i tuoi cani, sentivi la vita pulsare in te e in loro all’unisono, e potare la rosa o riordinare il tuo spazio intimo era un compito rasserenante. Ora tutto è cambiato,  sei in una bolla e vedi il mondo vivere, ma tu non sei lì. Le attività consuete sono diventate un fardello, al quale ti dedichi con la malcelata speranza che in fondo questo ti possa far sentire un poco più “normale”. Strana parola questa, aborrita anche, ma quando la malattia ti si fa compagna, diventa una delle parole più care. Vuoi tornare normale, qualsiasi significato avesse questa parola per te.

A volte, in questo tempo sospeso e insopportabile, vuoi che tutto precipiti. Desideri che alla fine lei mostri la sua faccia, quella che ti fa tanto paura – ma che almeno ti darebbe la possibilità di lottare ad armi pari, o di lasciarti andare una volta per tutte. E invece no, lei ama prendersi gioco di te, suonare i tuoi nervi come corde di violino.

Da maggio non mi conosco più. Non mi riconosco più. Quello che ero, è da qualche parte, distante. Non so quanto di me sia rimasto, non so come raggiungermi. Mi manco da morire. E mi rendo conto che questo mio scrivere, che vorrei politico, in realtà è un rantolo personale. Di rabbia, di paura, di angoscia.

Io spero che tu mi mostri la tua faccia, stronza. Perché mi stai avvelenando a poco a poco, e quello che resta di me è esausto. Perché ho ancora tanto da fare in questo mondo. Perché sei egoista, mi vuoi tutta per te e non mi lasci nemmeno un briciolo di me, per amare, per lottare, per sperare.

Voglio combattere ad armi pari, e tu non lo stai facendo. Mi stai rosicchiando pezzettino per pezzettino. Lo sai tu e lo so io, lo sappiamo tutt* dalla più tenera età: così non vale.

 

Senza amore, con rabbia

Una delle meraviglie meno tenute da conto dalla maggior parte delle persone è quella di avere un corpo integro. Me ne accorgo quando esco di casa, lo vedo nella noncuranza con la quale chiunque, intorno a me, ne dispone – in modi che mi sono da molto tempo preclusi, e che trovo a volte insensatamente rischiosi.

Dall’inizio di maggio il mio corpo ha smesso di nuovo di funzionare, disabilitando una parte essenziale del nostro stare al mondo, quella del nutrirsi, e procurandomi dolori intensi mai provati prima. Ovviamente, come sempre succede quando si parla di me, non si è trattato di un episodio acuto e facilmente diagnosticabile, qualcosa da affrontare tramite un’operazione o una terapia pesante ma relativamente breve e soprattutto collaudata… ancora oggi, dopo tre mesi, non ho una risposta certa a quello che sto vivendo.

E’ cominciato in sordina, per diventare nel giro di qualche settimana un’ordalia che mi ha travolta e contro la quale non sono riuscita ad opporre alcuna resistenza. E mentre l’equilibrio che ero (faticosamente) riuscita a costruirmi intorno cadeva a pezzi, mentre guardavo infrangersi la normalità rassicurante delle piccole cose che mi rendevano felice nel quotidiano e assistevo impotente al mio corpo che, un’altra volta, dichiarava guerra contro se stesso – subendo la nausea, le coliche, l’impossibilità a mangiare quasi ogni alimento, la debolezza ingravescente, l’ago della bilancia scendere in picchiata come mai prima di ora; mentre cercavo un appiglio qualsiasi che mi tenesse a galla, tra l’ennesimo prelievo di sangue e la breve passeggiata vicino a casa – fatta più per mantenere una parvenza di normalità che altro, che mi costava (e mi costa) una fatica immensa – vi guardavo. Vi guardavo ridere, correre, mangiare un trancio di pizza per strada; vi guardavo vestit* bene per una serata o caricare le valigie in macchina per le vacanze. Vi guardavo e vi invidiavo, invidiavo tutto di voi.

Nella mia esperienza di malata cronica, benché “invisibile”, i confini del mio benessere sono sempre stati assai ristretti; qualcosa di cui sono sempre stata dolorosamente consapevole, sebbene negli anni sia riuscita a tenere a bada la situazione, a volte così bene da sentirmi relativamente normale. Non mai del tutto, questo no; però alla fin fine se questo dannato corpo disfunzionale che ti è toccato in sorte non fa troppo i capricci, tutto sommato ce la fai… ad essere almeno un pò felice. Ed illuderti che forse, se ti impegni, potrai andare avanti così per sempre, o quasi.

Ma quando, nel giro di qualche settimana, la tua quotidianità si trasforma da ciò che ti definiva come persona – la politica, le persone e i pelosi amati, le passioni piccole e grandi… e pure, incredibile a dirsi, il lavoro – ad una girandola orrenda fatta di dolori, mutua, paura, esami, visite, altri esami, poche inconcludenti risposte, incertezza, pianti, sguardo perso al soffitto per un numero imprecisato di ore e la sensazione sempre più violenta di perdere qualsiasi controllo su di te, di non riuscire a frenare questa caduta in picchiata verticale, della quale non comprendi la genesi e temi l’epilogo… in quei momenti vi immagino e sì, vi invidio con tutto il mio cuore.

Non mi sento una guerriera, come alcun* malat* cronic* si definiscono. La maggior parte delle guerre non si scelgono, si subiscono; e l’eroismo non dovrebbe esistere, perché nessun* dovrebbe trovarsi a vivere determinate esperienze – ed è sottile la distinzione tra eroismo e disperazione. Quello che desidero, ancora oggi che il mio corpo non smette di aggredire se stesso, è quello che avete voi; anche solo una parte, quella piccola parte che fino a pochi mesi fa mi sembrava di aver conquistato e dava un senso alla mia vita, permettendomi di essere qualcuno… non solo carne sofferente.

Quel benessere minimo che non mi permetteva di sentirmi mai “normale” – se normale significa qualcosa, e soprattutto se significa qualcosa per me, cosa di cui dubito – ma di mettere tutte le mie energie nel cercare di immaginare e lottare per un mondo assai diverso da quello in cui viviamo; e anche, in fondo, di trovare una precaria quanto preziosa dimensione di felicità.

Oggi scrivo per me e per chi, come me, si trova a vivere in un corpo disabile, nel senso più ampio possibile che si possa dare a questo termine – disabilità fisiche e psichiche, visibili e invisibili. Oggi scrivo per dare voce alla rabbia, alla disperazione, alla vulnerabilità, all’amarezza. Alla voglia di mollare tutto, alla voglia di strapparmi di dosso questo involucro difettoso che non ho scelto.

In un mondo che glorifica le/i martiri quando le/i martiri sono altr*, completamente incapace di vedere i propri privilegi; in un mondo nel quale devi sempre performare, anche nel dolore: devi essere eroic*, forte, indomit* e coraggios*. Dove devi guardare in faccia le difficoltà e superarle, costi quello che costi, devi essere un esempio, un faro nel buio della notte.

In un mondo come questo io rivendico il mio diritto ad essere fragile, ad essere stanca, ad essere arrabbiata. Rivendico l’invidia che provo per voi, per i vostri corpi così funzionanti da farvi pensare che sia qualcosa di normale poter fare quello che si vuole quando lo si vuole… da farvi credere che la vita sia questione di volontà, e non di possibilità, e che le possibilità non sono per tutt* le stesse.

Lo faccio per me, ma non solo per me. Perché so che siete lì fuori, compagn* di sventure, di corpi sofferenti senza colpa alcuna (e che abbiate pelle o penne o setole o squame, per me non fa differenza). So che come me, conoscete bene quei momenti in cui la vita è la fuori, e voi siete intrappolati in questa bolla che annienta ogni cosa, a cercare di sopravvivere. E trovo ingiusto che vi si chieda, che ci si chieda, di essere sorridenti, coraggios*, indomit*. Come se proprio noi, all’apice della nostra vulnerabilità, dovessimo dimostrare a chi sta bene che l’afflizione, in fondo, non fa poi così paura.

Invece è così, piaccia o meno: sofferenza, angoscia e perdita di sé fanno tremendamente paura, dovreste temerle anche voi che ancora non le avete nemmeno viste in faccia. Noi siamo qui, e le fissiamo negli occhi: e anche se ognun* non può che affrontare da sol* i propri demoni, forse se ci prendeste per mano qualcosa cambierebbe.

Leggi anche:

Vivere in un corpo disabile: riflessioni sull’abilismo

Vegan, mostri e animali

 

NUDM: Basta al linguaggio specista!

Care compagne di Non Una Di Meno,
siamo qui a scrivervi oggi come singolarità femministe antispeciste.
Nella nostra pratica politica rivendichiamo un approccio intersezionale che tenga in considerazione non soltanto l’oppressione patriarcale e sessista, ma che includa nelle proprie riflessioni, con pari dignità, le questioni relative a classe, razza e specie; con particolare riferimento a quest’ultima categoria, sentiamo viva la necessità di lottare al fianco delle singolarità non umane che, da sole o in gruppo e in maniera incessante, si ribellano allo sfruttamento e all’oppressione estrema di cui sono oggetto da tempo immemore.
Non è un mistero che i movimenti per la liberazione umana siano sempre stati miopi (per non dire completamente indifferenti) rispetto alla questione animale, rivelando in questo ambito un’adesione totale alla prassi di dominio del sistema – aspetto che, al contrario, in campo umano si ritiene inaccettabile ed è giustamente sottoposto a feroce critica.
I riferimenti ingiuriosi ai non umani – le “pecorelle”, i cani, i maiali, le oche e le galline, gli asini, le serpi, gli sciacalli, e potremmo continuare all’infinito – hanno caratterizzato da sempre il linguaggio militante, intriso di un approccio umanista mai messo in discussione: la retorica dell’umanità come valore supremo indiscutibile e l’incapacità di cogliere l’ambiguità di una categoria labile e costantemente modulabile (a seconda, ça va sans dire, degli interessi dell’oppressore) sono state le costanti della fede cieca riposta in tale concetto, quanto mai sfuggente e nebuloso. L'”umanità” infatti, il più delle volte, si è mostrata una categoria escludente – non soltanto per i “non umani”, ma per chiunque, anche umano, si trovasse in posizione di debolezza e fragilità; un utile strumento di dominio che, attraverso il “divide et impera”, ha difeso gli interessi delle/i più forti a scapito delle/i più deboli.
È per questo che non stupisce leggere, anche nei comunicati di Non Una di Meno, continui riferimenti ai non umani come termine di paragone negativo dal quale prendere le distanze. Nonostante ci si trovi, quindi, di fronte ad una consuetudine consolidata – per quanto ai nostri occhi riprovevole, oltre che spia di povertà concettuale e incapacità di formulare critiche senza chiamare in causa ipotetici termini di paragone peggiorativi – l’ennesima peculiare espressione di questa retorica specista ci ha spinte a voler affrontare in maniera collettiva questo argomento. 
Nella vostra lettera alla Direttora dell’Huffington Post Lucia Annunziata, relativa ad un pessimo articolo a firma Deborah Dirani su di un recente caso di infanticidio, ci ha colpite particolarmente (oltre ai soliti riferimenti specisti generici, quali definire “canea” lo scatenarsi delle polemiche intorno al caso da cui l’articolo prende le mosse) l’utilizzo delle “mucche” come termine di paragone, ovviamente negativo, del determinismo  biologico del materno. 
Un esempio che colpisce perché assurdo (anche dal citato punto di vista biologico, basti pensare che l’infanticidio è comunissimo a molte specie animali), gratuito (per ribellarsi all’innatismo della maternità non è necessario tirare in causa altri soggetti, quando basterebbe rivolgere l’attenzione al concetto di autodeterminazione; che peraltro, dal nostro punto di vista, si rivela allo stesso modo prezioso per descrivere l’incessante ricerca della libertà dei non umani, intrappolati all’interno delle fitte maglie dello sfruttamento umano) e, tutto sommato, inefficace.
Per questo abbiamo deciso di indirizzarvi queste poche righe, auspicando che vengano considerate con la dovuta attenzione – aspetto, quest’ultimo, del quale non siamo assolutamente certe: non ci è sfuggito infatti come, all’interno di questa rinnovata esperienza di “femminismi”, l’agibilità del discorso antispecista sia seriamente minato, e anzi derubricato a scelta personale (l’antispecismo non equivale alla pratica vegan, seppure in qualche modo la presupponga, ma rappresenta una critica allo specismo che, in maniera analoga ma ancor più pervasiva del sessismo, caratterizza l’oppressione di alcuni soggetti da parte di una supposta categoria autodefinitasi “superiore”, ovviamente umana). 
La nostra critica dunque non può essere tacitata ricorrendo al contentino dei pasti “vegan friendly”, poiché l’antispecismo non è una pratica alimentare assimilabile ad altre derivanti da motivi religiosi, medici o alla moda (non seguiamo precetti kosher, e non siamo celiache o né paleo, tanto per intenderci), ma una critica sistemica che prende in considerazione tutti gli aspetti di produzione e riproduzione degli animali non umani ai fini dello sfruttamento dei loro corpi e delle loro vite da parte di una società specista che si fonda proprio su miliardi di corpi non umani massacrati : in questo senso, anche la critica al linguaggio – come del resto avviene in ambito femminista – ha un ruolo fondamentale. 
Auspichiamo dunque di non dover leggere più simili documenti, e di sentire riconosciuta la nostra lotta – che non è marginale, se non per chi continua a ritenere l’umanità un valore (quando si è sempre rivelato perlopiù un utile strumento, funzionale alla creazione di infinite marginalità oppresse tra le quali ci riconosciamo, seppure in svariate forme) – all’interno di un movimento che, non dissimilmente dalla società liberale nella quale viviamo,  ha mostrato finora un approccio “intersezionale” soltanto con quelle lotte che non mettono in discussione il proprio posizionamento dal “lato giusto” del sistema di dominio.
Nei confronti degli animali non umani, che ci piaccia o meno, siamo tutt* oppressor*: tocca fare i conti con questo aspetto e chiedersi con onestà come si possa voler “distruggere la casa del padrone” senza mettersi in discussione quando si è il padrone.
Vi ringraziamo di averci dedicato il vostro tempo.
Vuoi leggere di più sull’argomento?
Ecco qualche link: