Il macello di Vigan, o l’industrializzazione dell'”assassinio alimentare”

Articolo originale apparso su Libération  il 23 marzo.

scritto da “un collettivo”

Il processo per “atti di crudeltà” e “gravi sevizie su animali” contro il mattatoio intercomunale è cominciato giovedì 23 marzo presso il tribunale di Alès. Un sistema di produzione da ripensare, secondo un gruppo di intellettuali.

L’associazione L214 ha diffuso alcune immagini scattate all’interno del macello intercomunale di Vigan nel dipartimento di Gard (1). Questo mattatoio, uno dei più piccoli di Francia, era certificato come “biologico” al momento dei fatti. Eppure il video girato da L214 mostra animali non debitamente storditi, nonché pecore gettate violentemente contro le paratie, perché rifiutavano di avanzare verso il luogo della loro uccisione. In seguito alla diffusione di queste scene insopportabili, il macello è stato chiuso per precauzione, per riprendere parzialmente la propria attività il 21 marzo 2016.

Come succede ogni volta, l’associazione L214 ha riscontrato gravi violazioni alla legge e maltrattamenti degli animali, e ha pertanto presentato una denuncia; in seguito a ciò, tre dipendenti e i comuni del dipartimento di Vigan sono stati convocati di fronte al tribunale penale di Ales per “crudeltà” e “gravi sevizie sugli animali”, “abusi sugli animali” e diversi illeciti rispetto alle norme che presiedono alla macellazione.

Così, il 23 e 24 marzo comincerà un processo molto atteso da coloro le/i quali, sempre più numerosi, si sentono sconvolte/i da quello che accade dietro le mura dei mattatoi. Un apparato eccezionale è stato messo in piedi per accogliere il vasto pubblico all’udienza (2).

Già centosettant’anni fa, Flaubert, nel suo diario di viaggio Attraverso i campi e lungo i greti, visitando un macello del dipartimento di Quimper, annotava: “I macellai lavoravano, le braccia all’insù. Sospeso a testa in giù e con i tendini delle zampe attraversati da un gancio che scendeva dal soffitto, un bue, sbuffante e gonfio come un otre, aveva la pelle del ventre divisa in due metà. […]. Le interiora fumavano; la vita fuggiva in un alito caldo e puzzolente. Nelle vicinanze, un vitello disteso a terra fissava il rivolo di sangue attraverso i suoi grandi occhi rotondi e spaventati, tremando convulsamente nonostante i lacci che gli immobilizzavano le zampe”.

In queste poche righe l’autore di Madame Bovary caratterizza perfettamente l’essenza stessa dei macelli, il confronto tra la violenza umana, essenziale per la produzione di prodotti a base di carne, e la disperata resistenza degli animali, vittime designate che combattono per la propria vita. A prescindere dall’epoca, dalla dimensione della struttura, dal sistema di macellazione o dalle leggi applicate, i macelli sono luoghi dove il sangue deve scorrere senza tregua.

E’ l’esistenza stessa dei macelli che bisogna perciò, tutte insieme, avere il coraggio di mettere in discussione. Dal 2015, il codice civile stabilisce che “gli animali sono esseri viventi dotati di sensibilità”; il codice rurale si limitava a riconoscerli come esseri senzienti, anche se il codice penale puniva, allo stesso tempo, alcuni atti di violenza ai danni degli animali. La combinazione di queste due qualità, di essere viventi e sensibili, dovrebbe spingerci a rifiutare il principio stesso di macelli, dove gli animali muoiono nel terrore più agghiacciante, in cui gli agnelli in attesa di essere macellati piangono come bambini (3).

 Tre operai appariranno di fronte al giudice per aver violato le norme tecniche relative ai macelli. In realtà, verranno giudicati per essere stati gli ingranaggi di un sistema in cui l’assassinio è organizzato attraverso una modalità industriale nel terrore e di sangue, un sistema che uccide legalmente degli esseri sensibili alla catena di smontaggio, in nome di pratiche, sapori e tradizioni culinarie; un sistema che, per questo motivo, ci rifiutiamo di riconoscere, dal momento che le nostre cucine sono i ricettacoli dei prodotti di questi barbari crimini.

L'”assassinio alimentare”, come lo chiamavano Pitagora e Porfirio, è istituzionalizzato e, tuttavia, non è necessario per la nostra sopravvivenza. Attendiamo il giorno in cui sarà l’intero sistema a trovarsi al banco degli accusati.

 (1) https://www.l214.com/enquetes/2016/abattoir-made-in-france/le-vigan/

(2) http://www.midilibre.fr/2017/02/28/un-dispositif-special-pour-le-proces-de-l-abattoir-du-vigan,1472304.php

(3) http://www.liberation.fr/futurs/2016/05/16/souffrance-animale-l-objectif-n-est-pas-d-eviter-de-la-douleur-a-l-animal-mais-de-securiser-le-trava_1453032

Firmatari: Yann Arthus-Bertrand, fotografo; Jean-Baptiste Del Amo, scrittore; Christine Delphy, sociologa, direttora del centro emerito di ricerca del CNRS, co-fondatrice di Nouvelles Questions féministes; Virginie Despentes, scrittrice; Jacques-Antoine Granjon, CEO di Vente-privee.com; Nili Hadida, cantante del gruppo Lilly Wood and the Prick; Stephànie Hochet, scrittrice; Amélie Nothomb, scrittrice; Martin Page, scrittore; Philippe Reigné, avvocato, professore al Conservatoire National des Arts et Métiers (CNAM); Matthieu Ricard, biologo, fondatore di Karuna-Shechen; Véronique Sanson, cantante; Mathieu Vidard, giornalista de la Tête au carré.

un collettivo

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