Introduzione al seminario “Corpi che non contano, prospettive antispeciste e queer”

Introduzione al seminario “Corpi che non contano, prospettive antispeciste e queer” – Torino, 28 marzo 2017, Campus Luigi Einaudi. Interventi di Federico Zappino, Marco Reggio e Massimo Filippi.

Buonasera a tutte – sarebbe bello poter aggiungere “le specie”, ma in effetti questo spazio è precluso a tutte le specie animali, esclusa quella umana –  è un piacere e un onore essere qui con voi oggi per introdurre il seminario Corpi che non contano – prospettive antispeciste e queer.

Abbiamo scelto questo luogo – di produzione di sapere, ma anche e soprattutto, di riproduzione di poteri – per tentare di contaminare e hackerare con i nostri contenuti divergenti questa stessa produzione; per neutralizzare, seppure temporaneamente, la riproduzione di quei poteri.

Non è la nostra “prima volta”: questo seminario fa parte di un percorso volto ad approfondire tematiche specifiche e sperimentare la possibilità di una politica delle alleanze capace di superare le affinità basate sull’identità; una politica capace di estendere la propria rete di solidarietà al di là dei confini di ciò che, per ognuna di noi,  è la “comfort zone” della propria pratica politica.

Negli ultimi mesi ci siamo interrogate in particolare sulla questione antispecista e sugli eventuali punti di contatto esistenti tra quest’ultima e il queer: consapevoli che questo “contatto” non è solo luogo di incontro, ma anche di frizioni e di interrogativi sulla reale possibilità – direi con maggior convinzione, sulla volontà – di intraprendere un percorso capace di mettere in gioco ben più del nostro riconoscerci in quanto soggettività oppresse; convinte della necessità di metterci in discussione anche nella posizioni di privilegio che, consapevolmente o meno, abitiamo e che ci rendono di fatto oppressor* di altri soggetti resistenti.

La resistenza dei corpi che non contano – corpi che si vorrebbero passivi e docili, ma che spesso invece eccedono la norma; corpi che rifiutano con tutte le proprie forze la soggezione a cui sono sottomessi attraverso l’esercizio di un potere coercitivo, violento e istituzionalizzato e che spesso pagano con la vita la loro disobbedienza – è il primo indicatore del fatto che esistono soggettività viventi , umane e non umane, che possono incontrarsi sul terreno comune del desiderio. A partire innanzitutto dal desiderio di libertà e – consentitemi di usare un termine forse problematico – di autodeterminazione. Ma anche di un desiderio autentico di incontro.

Il desiderio si rivela però spesso, innegabilmente, il luogo del conflitto, nel momento in cui desideri opposti, antitetici, si trovano a scontrarsi. Senza nascondersi questo aspetto fondamentale, tocca affrontare le conseguenze di questa tensione e chiedersi come poter vivere liberamente i propri desideri rinunciando a dinamiche di privilegio e oppressione. “Vogliamo tutto”, dicevamo: ma possiamo “avere tutto” senza nuocere ad alcun*?

Le differenze, spesso definite retoricamente nei discorsi pubblici come “arricchenti”, sono nei fatti per lo più temute, marginalizzate e strumentali: utili a dividere le esistenze in degne, da preservare, e abiette, da sfruttare o da distruggere.  Dal nostro inedito punto di vista, le differenze non possono diventare opposizione gerarchica: in sé e per sé, non possono definire, se non strumentalmente, una scala di valori che incaselli il vivente in intoccabile e spendibile.

Siamo consapevoli che, sebbene i concetti scaturiti dalla teoria intersezionale siano ormai parte irrinunciabile della “cassetta degli attrezzi” transfemminista queer (e non solo), il salto che permette di affrontare la questione animale – o meglio, la questione del dominio e della presa del potere (presa ancor prima che concreta, ideologica) su chiunque sia percepito come “non umano” o “meno che umano”, e di questa categoria fanno parte anche innumerevoli umani – non è semplice.

E non lo è, prima di tutto, per un motivo abbastanza banale ma non sempre evidente, ovvero perché – parafrasando ai fini del nostro discorso un passaggio dell’articolo di Federico Zappino dal titolo “Fine della differenza sessuale” – “Lo specismo è già lì prima che ci rendiamo conto che ci sia piombato addosso, e che dobbiamo metterci a negoziare con esso.”

La nostra supposta “eccezionalità” in quanto esseri umani – eccezionalità rispetto a chi? A cosa? Chi definisce i parametri secondo cui qualcun* è eccezionale e qualcun altr* non lo è? – ci illude di poterci mettere al riparo dall’oppressione e ci fa credere di avere il diritto di poter disporre delle altre vite, quelle che per una forma di “innata mancanza” varrebbero meno delle nostre, sarebbero addirittura senza alcun valore.

Un’illusione fugace: il privilegio dell’uno si fonda sull’oppressione dell’altr*, i confini che dovrebbero “tenerci al sicuro” in realtà spesso ci marginalizzano indipendentemente dalla nostra volontà, dalle nostre proteste e tentativi di resistenza.

D’altro canto, è impossibile non notare come questa “eccezionalità”, se anche fosse in qualche modo reale, alla fine dei conti sia funzionale unicamente allo scopo di agire l’oppressione, mai a farsi responsabili del potere ad essa eventualmente connesso.

Sebbene io non creda che l’umano sia eccezionale, quanto piuttosto peculiare – come del resto, il vivente tutto – se anche così fosse, se fossimo davvero eccezionali… Questa eccezionalità non dovrebbe portare con sé una maggiore responsabilità verso chi si trova in posizione di fragilità, invece dell’uso della coercizione al fine di sfruttare ed impossessarsi delle altrui esistenze? Se, citando (non a caso) l’eroe transpecie dei fumetti L’Uomo Ragno, «da un grande potere derivano grandi responsabilità», non stiamo ignorando qualcosa di fondamentale?

La nostra incapacità di condurre un’esistenza al di là delle contrapposizioni gerarchiche,  della violenza e dello sfruttamento di chi si trova – o, più spesso, viene post* – in condizione di debolezza, umano o non umano, è la più evidente e fondamentale sconfitta della gloriosa architettura dell’umanesimo. Non c’è tappeto abbastanza grande sotto il quale nascondere la violenza del nostro privilegio e del nostro egoismo.

Perché dunque, la politica queer come chiave di lettura e, forse, di liberazione da questa ruota del Dominio apparentemente inesorabile, che continua a macinare corpi ed esistenze? Eteronormatività e specismo hanno moltissimi punti in comune: danno forma e riproducono incessantemente l’ordine simbolico che eleva alcune caratteristiche quali – tanto per citarne alcune – l’eterosessualità, la mascolinità, la bianchezza, l’abilità psichico/emotiva e fisica –  a parametro di valutazione di ogni processo di soggettivazione e di relazione, da cui dipende la morte sociale, ovvero la morte in vita, di chi ricade nella categoria dell’oppress*. Una violenza fondante – come è evidente nel caso di chi non fa parte del consesso umano, che prima di vedere il proprio corpo catturato, o peggio riprodotto, all’interno delle maglie dello sfruttamento e della distruzione, viene ridotto concettualmente ad una cosa, un numero, un’esistenza strumentale ai fini umani e priva di valore proprio.

Attraverso questa costruzione ideologica che precede e avalla il dominio, lo sfruttamento e la violenza di conseguenza agita su corpi vivi, sensuali e desideranti, siamo in grado di giustificare e “normalizzare” quello che, a ben vedere, non è nulla più che l’imposizione della forza brutale finalizzata al soddisfacimento dei più svariati interessi materiali. Una motivazione assai debole, per la verità; ma di fronte a questa gravissima rimozione collettiva, un appiglio flebile è quanto basta per evitare di portare questa riflessione alle sue logiche conseguenze.

E’ di qualche giorno fa la notizia, apparsa sull’edizione locale di un giornale, della richiesta di alcuni residenti vicino ad un macello di spostare l’impianto lontano, in modo da non essere più “infastiditi” dai lamenti degli animali terrorizzati e morenti… di fronte a questa dissonanza cognitiva e totale assenza di empatia, è lecito domandarsi se la famosa frase attribuita a Tolstoj che afferma: “se i mattatoi avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani” possa davvero considerarsi valida. Con questo esempio, voglio rendere evidente in tutta la sua forza l’efficacia del dispositivo che separa i corpi che contano da quelli che non contano, la cui sofferenza è percepita solo come “fastidio” ai danni di chi si vede assicurato il diritto a vivere una buona vita.

Eppure, i corpi che non contano non si arrendono: fino all’ultimo respiro gridano, scalciano e si dibattono di fronte al dominio e alla violenza; tentano disperatamente di difendersi, da soli o in gruppo, di sfuggire alla mutilazione, alle percosse, alle separazioni, alla violenza che ne trafigge le carni e gli orifizi, per riconquistare, anche solo per qualche istante, la possibilità di decidere del proprio qui ed ora, la libertà di sentire il sole sulla pelle e non gelide sbarre, l’aria fresca al posto di fetidi miasmi, lo sfioramento di epidermidi  sensibili e non le scariche elettriche dei pungoli; perché, se anche – come è stato detto – il maiale non fa la rivoluzione, il maiale (e non solo lui) esiste nel suo resistere, con ogni mezzo a propria disposizione, a quei dispositivi di dominio che lo trasformano da vivente sensuale in carne macellabile. Addirittura quella resistenza, spesso disperata e inevitabilmente seguita dalla morte, diventa l’unica possibilità di sfuggire alla morte in vita a cui è ingiustamente e fin dalla nascita condannato; rendendol*, anche solo per qualche istante, soggetto di una vita, e non merce.

Del resto, quando la sproporzione di forze in gioco si fa troppo grande, nemmeno l’umano è più in grado di fare la rivoluzione, come è dolorosamente evidente nell’epoca in cui viviamo.

Vorrei anche sottolineare un aspetto spesso ignorato, ovvero le implicazioni di cosa significhi definire gli attributi del privilegio – descritto come maschio, bianco, eterosessuale, abile, benestante, proprietario – elidendo la categorizzazione di specie, ovvero non segnando l’attribuzione dell’“umanità” – di conseguenza, naturalizzandola. E’ qualcosa che, ancora oggi, poche persone sono disposte a fare, ignorando l’esortazione esistenziale a “conoscere (e, direi, riconoscere) se stess*”. Se l’«umanità» è il marcatore che «definisce la titolarità della sovranità e i confini della cittadinanza», la lotta per salvare l’animale non può che divenire rivoluzionaria per l’intero sistema. I corpi che non contano saranno il campo di battaglia, il «desiderio» lo strumento di liberazione.

La prospettiva queer assume un ulteriore, inedito significato. Sovvertire la norma non ha più soltanto il senso implicito di sovvertire la norma eterosessuale, ma in primis, rovesciare la norma sacrificale, a essa sovraordinata, che presiede alla naturalizzazione dell’uccisione di vite non umane o rese tali. Il queer, lontano dall’esaltazione della mascolinità – ma anche dell’identità – egemonica può, in questo senso, rivelarsi un’apertura verso il mondo e verso una collettività radicalmente egualitaria, una comunità transpecie definita come infinità unità di bisogni reciproci.

Decostruire definitivamente l’Uomo significa riconoscere e considerare reciprocamente bisogni e vulnerabilità. Possiamo ancora dire “Vogliamo tutto”? Forse sì, aggiungendo però “per tutt*”. Scoprendo così di poter avere abbastanza da dare ad ognun* per vivere una buona vita… non una vita perfetta, ma una vita buona.

Che cosa accadrebbe al mondo per come lo conosciamo, se non accettassimo più l’inevitabilità del sacrificio dell’Altr* e scegliessimo consapevolmente di sovvertire la norma, qualunque essa sia? Non ho la risposta a questa domanda, solo un’esortazione mutuata da Fanon che vorrei rivolgervi a conclusione di questa introduzione: “O mio corpo, fa di me sempre qualcuno che pone domande!”

 

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