Vizi di forma

Ogni volta che dal piano di realtà si passa a quello delle idee, si generano mostri. La polemica sulla maternità surrogata (o “gestazione per altri” o “utero in affitto”  – come è evidente, le parole scelte per definire tale pratica non sono mai neutre) è caratterizzata dalla polarizzazione estrema delle posizioni, in un senso o nell’altro, nel vano tentativo di riportare una questione complessa e intricata nel rassicurante alveo del binomio giusto/sbagliato, una semplificazione (o banalizzazione) tanto rassicurante quanto inutile.

La stessa dinamica sottende all’acceso dibattito che da anni infuria sul sex work, con il medesimo tragico risultato, ovvero quello di dividere le donne in “perbene” e “permale”, in sante e puttane, in salvatrici e vittime… in sostanza, creando divisioni e ulteriori discriminazioni invece di realizzare quella solidarietà necessaria al fine di scardinare un sistema che ci vede tutte, in maggiore o minore misura, oppresse in quanto donne.

La questione è complessa, e a voler scrutare la luna (e non il dito) riguarda non già – o non esclusivamente – lo sfruttamento delle capacità sessuali/riproduttive delle donne in quanto tali, ma tutto l’intricato, stratificato e capillare apparato di sfruttamento delle capacità dei corpi di produrre profitto.

Certo, la qualità dello sfruttamento non è sempre la stessa, passando da forme più blande e ambigue ad altre più evidenti e brutali, ma il dispositivo originario resta il medesimo. Mettere in discussione le singole manifestazioni di un potere così ramificato – e soprattutto radicato nella narrazione collettiva – in assenza di una critica radicale a questo sistema, risulta in una ipersemplificazione miope, che si illude di salvare le donne impedendo loro, in realtà, di utilizzare gli unici mezzi di sostentamento che attualmente hanno a disposizione – o gli unici che, in piena libertà e all’interno di un sistema di dominio che ci riguarda tutt*, sentono di eleggere a propria scelta autodeterminata – e dunque in sostanza, rendendole più povere e vulnerabili e privandole della libertà – che a questo mondo è soprattutto libertà economica – nell’illusione di averne preservato virtù e dignità.

D’altra parte, seppure sia comprensibile come un tale atteggiamento stimoli una reazione opposta e contraria, la difesa tout court della libertà di scelta e di autodeterminazione delle donne non deve far dimenticare la medesima criticità sistemica, ovvero che se è vero che le donne devono essere libere di scegliere per se stesse e le proprie vite – ed oggi è innegabile che tale scelta significhi libertà di decidere del proprio corpo a partire da quelle che sono le condizioni di libertà accessibili in questa epoca storica – sono comunque più che mai necessari ragionamenti che vadano oltre la liberalizzazione economica di qualsiasi utilizzo del corpo (umano e non umano).

Questi ragionamenti che devono destrutturare ed esplodere un sistema di dualismi e interessi patriarcali, dovranno avere la forza di smantellare topoi indistruttibili quali (per citarne solo alcuni) la famiglia nucleare, il lavoro come valore, lo scambio tra prestazione e denaro, l’inviolabilità della proprietà privata, la sacralità e la necessità della maternità, i dualismi di genere, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia, la zoofobia, ovvero tutti quei presupposti alla creazione di un sistema valoriale che, distruggendo qualsiasi forma di solidarietà,  ratifica la supremazia di alcun* e la liceità della violenza sui corpi sacrificabili di altr* a partire dal solco tracciato dai concetti di specie, razza e genere.

Se un altro mondo è possibile, e se per realizzarlo stiamo spendendo le nostre più preziose energie, allora la costruzione di questa nuova realtà dovrà avere il coraggio di affrontare l’immane compito che abbiamo di fronte senza cercare facili (quanto inefficaci) soluzioni, ma allo stesso tempo senza nascondere le contraddizioni sotto il tappeto di un’idea di libertà che è essa stessa viziata dal desiderio di non prestare il fianco a politiche miopi e reazionarie. Dobbiamo guardare il quadro generale e avere il coraggio di affrontare le incoerenze e le zone d’ombra del nostro pensiero e delle nostre pratiche, senza negarle ma inglobandole in un discorso necessariamente più ampio che metta realmente in discussione il nostro modo di stare al mondo.

 

 

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