Tutto è in vendita, anche la maternità

Di tutti gli articoli scritti nell’ultimo periodo intorno al tema della gestazione per altr*, quello di Muraro intitolato “La maternità non è in vendita” rappresenta la summa delle contraddizioni espresse dagli argomenti di chi si definisce contrari* ad essa – a maggior ragione quando, come in questo caso, le critiche prendono le mosse da una posizione femminista.

L’articolo, partendo da premesse sbagliate, tenta di costruire una critica ad una pratica evidentemente invisa all’autrice, basandosi proprio su quelle incoerenze che la rendono nei fatti possibile. Diversi sono i ragionamenti ingannevoli esposti, a partire dall’idea della “madre naturale” e del “frutto del suo corpo fecondo” – intrisi di retorica biblica e avulsi dalla realtà – ad una chiusa che recita: “Quando una donna ha accettato di diventare madre, ha una libertà che va sommamente rispettata […] Ma nessuno interferisca in quel rapporto con autoritarismi” – che solleva domande cogenti, quali ad esempio: “Le donne non madri hanno diritto ad una libertà sommamente rispettata?” o anche “Imporre ad una donna in che modo vivere la propria gestazione e se riconoscerla come maternità, non è esso stesso un atto autoritario?” – e arrivando al punto di immaginare un figli* futur* che si ergerà, un domani, a giudice implacabile delle imperdonabili colpe di quella donna – privata della propria autodeterminazione attraverso un simile confuso argomentare – e che dovrà decidere se “perdonare la madre naturale e i due che, per chiamarsi padre e madre, hanno tolto a quella donna il titolo di madre […]”. Tra l’altro, dal momento che secondo quanto affermato, questa donna è sia colei che subisce quanto chi decide di privarsi di questo supremo – quanto non sempre agognato – titolo, chi assicura che un simile argomentare non verrà utilizzato anche in merito all’interruzione di gravidanza, da sempre fortemente sotto scacco (e oggi più che mai,  tra obbiettori di coscienza e nuove leggi punitive delle donne che vi ricorrono in clandestinità)?

Il punto cruciale però, è ancora un altro, ovvero l’idea che la maternità non sia in vendita, anzi di più, che la maternità sia “in un’altra sfera […] il non disponibile”. Nella pratica, non è quasi mai così. Come le donne stesse, da tempo immemore (e ancora oggi) oggetti disponibili di scambio ai fini del desiderio maschile, e massimamente del desiderio – altrimenti  non realizzabile – di una prole.

Prole che, anche senza scambio in denaro, ha sempre rappresentato il valore massimo di una donna – per la quale l’incapacità di generare “eredi” ha spesso significato il ripudio e la cacciata dal consesso “umano”, definito da Muraro “la sfera [… ] dove le cose prendono senso e valore”.

E’ proprio in questo passaggio fondamentale che crolla tutto il suo ragionamento, ovvero quando immagina che la distinzione tra umano e non umano costituisca un’“invisibile barriera” capace di preservare “il senso e il valore delle cose”. Perché dall’altra parte, ovvero nell’inferno non umano, le cose, a suo dire, “perdono senso e valore”. C’è più di un fondo di verità in questa affermazione: ne è testimonianza la “normale” pratica dell’allevamento di animali non umani a fini alimentari, nella quale ogni giorno miliardi di madri vengono private di quella prole che VORREBBERO proteggere e accudire, e attraverso l’uso sistematico e normalizzato della violenza, vengono RESE MADRI per essere poi depredate dei loro piccoli. Perché loro non sono “destinat* alla felicità”, perlomeno non alla propria.

In tutto questo, sfugge un punto importante, e ci si chiede davvero come ciò possa avvenire, dopo tanti anni e tanti ragionamenti: la fallacia logica che manda all’aria tutta l’argomentazione di Muraro  risiede nel fatto che quella stessa barriera che dovrebbe ergersi a protezione dell’umano, è una barriera permeabilissima: nulla ci assicura di ricadere dalla parte del senso e della felicità. Anzi, è l’idea stessa di una “zona sicura” al di là dell’incubo della perdita di senso, che instaura e alimenta questo movimento tra il fuori e il dentro, tra chi è salvo e ha diritto alla felicità e chi è condannato e può al massimo sperare in una fine rapida capace di interrompere un’esistenza di tormenti.

Dimostrazione ne è il fatto che da sempre, e ancora oggi, intere categorie “idealmente” tutelate in quanto “umane” – le donne ad esempio, le/i non bianch*, le/i non eterosessuali, le/i non abili, per citarne alcune –  scivolano fluidamente da un lato all’altro della barriera, senza poter in alcun modo opporsi a questo movimento.

L’illusione di Muraro – e non solo sua –  è quella di poter rendere salda la barriera, di poterla rendere inattraversabile a chi non è “umano”, a chi non è uguale a “noi”, a chi incarna l’alterità irredimibile. E ritorna dunque la mortifera illusione di un “noi” che si contrappone ad un “loro”, fondamento e strumento di ogni discriminazione, di ogni oppressione. Davvero la soluzione passa attraverso nuove barriere? Alzeremo ancora altro filo spinato contro il “nemico”, fino a ritrovarci più sol* di quando avevamo cominciato, e più sanguinari?

Ciò che ci rende “uman*” non è una qualità riconoscibile, ma un’ideologia. Un’ideologia di potere e privilegio, una definizione creata ad uso e consumo di chi, in un dato momento storico, incarna quel privilegio, ed è proprio quella definizione a dover crollare se vogliamo avere qualche speranza di liberare noi stess* e tutt* coloro che sono oppress* dal giogo del dominio.

“Non meno, ma più alienazione”, afferma il manifesto xenofemminista, ci libererà dalle maglie del sistema che ci tiene avvinti come farfalle spillate dentro una teca. Quella barriera escludente, che ha condannato e quotidianamente condanna miliardi di esistenze a sofferenza, brutalità e morte dobbiamo raderla al suolo, pezzo per pezzo.

Perché se è vero che esiste un nucleo indisponibile al capitale e al mercato, esso non è definibile in termini di “umanità”, ma si manifesta nella faglia impersonale della vita sensuale alla quale, volenti o nolenti, apparteniamo.

Se la ‘Natura’ è ingiusta, cambiala!

Vizi di forma

Ogni volta che dal piano di realtà si passa a quello delle idee, si generano mostri. La polemica sulla maternità surrogata (o “gestazione per altri” o “utero in affitto”  – come è evidente, le parole scelte per definire tale pratica non sono mai neutre) è caratterizzata dalla polarizzazione estrema delle posizioni, in un senso o nell’altro, nel vano tentativo di riportare una questione complessa e intricata nel rassicurante alveo del binomio giusto/sbagliato, una semplificazione (o banalizzazione) tanto rassicurante quanto inutile.

La stessa dinamica sottende all’acceso dibattito che da anni infuria sul sex work, con il medesimo tragico risultato, ovvero quello di dividere le donne in “perbene” e “permale”, in sante e puttane, in salvatrici e vittime… in sostanza, creando divisioni e ulteriori discriminazioni invece di realizzare quella solidarietà necessaria al fine di scardinare un sistema che ci vede tutte, in maggiore o minore misura, oppresse in quanto donne.

La questione è complessa, e a voler scrutare la luna (e non il dito) riguarda non già – o non esclusivamente – lo sfruttamento delle capacità sessuali/riproduttive delle donne in quanto tali, ma tutto l’intricato, stratificato e capillare apparato di sfruttamento delle capacità dei corpi di produrre profitto.

Certo, la qualità dello sfruttamento non è sempre la stessa, passando da forme più blande e ambigue ad altre più evidenti e brutali, ma il dispositivo originario resta il medesimo. Mettere in discussione le singole manifestazioni di un potere così ramificato – e soprattutto radicato nella narrazione collettiva – in assenza di una critica radicale a questo sistema, risulta in una ipersemplificazione miope, che si illude di salvare le donne impedendo loro, in realtà, di utilizzare gli unici mezzi di sostentamento che attualmente hanno a disposizione – o gli unici che, in piena libertà e all’interno di un sistema di dominio che ci riguarda tutt*, sentono di eleggere a propria scelta autodeterminata – e dunque in sostanza, rendendole più povere e vulnerabili e privandole della libertà – che a questo mondo è soprattutto libertà economica – nell’illusione di averne preservato virtù e dignità.

D’altra parte, seppure sia comprensibile come un tale atteggiamento stimoli una reazione opposta e contraria, la difesa tout court della libertà di scelta e di autodeterminazione delle donne non deve far dimenticare la medesima criticità sistemica, ovvero che se è vero che le donne devono essere libere di scegliere per se stesse e le proprie vite – ed oggi è innegabile che tale scelta significhi libertà di decidere del proprio corpo a partire da quelle che sono le condizioni di libertà accessibili in questa epoca storica – sono comunque più che mai necessari ragionamenti che vadano oltre la liberalizzazione economica di qualsiasi utilizzo del corpo (umano e non umano).

Questi ragionamenti che devono destrutturare ed esplodere un sistema di dualismi e interessi patriarcali, dovranno avere la forza di smantellare topoi indistruttibili quali (per citarne solo alcuni) la famiglia nucleare, il lavoro come valore, lo scambio tra prestazione e denaro, l’inviolabilità della proprietà privata, la sacralità e la necessità della maternità, i dualismi di genere, l’omofobia, la transfobia, la xenofobia, la zoofobia, ovvero tutti quei presupposti alla creazione di un sistema valoriale che, distruggendo qualsiasi forma di solidarietà,  ratifica la supremazia di alcun* e la liceità della violenza sui corpi sacrificabili di altr* a partire dal solco tracciato dai concetti di specie, razza e genere.

Se un altro mondo è possibile, e se per realizzarlo stiamo spendendo le nostre più preziose energie, allora la costruzione di questa nuova realtà dovrà avere il coraggio di affrontare l’immane compito che abbiamo di fronte senza cercare facili (quanto inefficaci) soluzioni, ma allo stesso tempo senza nascondere le contraddizioni sotto il tappeto di un’idea di libertà che è essa stessa viziata dal desiderio di non prestare il fianco a politiche miopi e reazionarie. Dobbiamo guardare il quadro generale e avere il coraggio di affrontare le incoerenze e le zone d’ombra del nostro pensiero e delle nostre pratiche, senza negarle ma inglobandole in un discorso necessariamente più ampio che metta realmente in discussione il nostro modo di stare al mondo.