Critica al femminismo universitario

Originale qui grazie a DjVorrej Yudora e Rachele Borghi per averlo condiviso.

Il Montreal Sisterhood è un collettivo di donne provenienti da contesti diversi, con percorsi ed esperienze molto diverse. Il nostro obiettivo è quello di politicizzare le donne nelle scene controculturali che attraversiamo, garantendo al tempo stesso una presenza femminista nell’ambiente antifascista e controculturale. Siamo femministe radicali, ma le nostre riflessioni politiche non sono tutte allo stesso livello e non siamo tutte d’accordo sui diversi argomenti. Tuttavia, abbiamo una cosa in comune: vogliamo attaccare le dimostrazioni concrete di sessismo nella nostra vita quotidiana, utilizzando differenti mezzi. Di fronte a realtà diverse, crediamo che la diversità sia la forza del nostro gruppo.

Quando abbiamo creato il collettivo cinque anni fa, ci siamo rapidamente rese conto che altri gruppi femministi stavano evolvendosi all’interno del mondo accademico. Anche se non proveniamo da quell’ambiente, abbiamo dedicato nottate intere al networking per connetterci l’una con l’altra. Ma abbiamo notato da subito che esisteva un divario evidente tra noi e le altre. Abbiamo modi diversi di combattere, esprimerci, pensare e persino fare attivismo. Le nostre strategie di lotta dovrebbero essere ispirate le une alle altre e complementari, non il contrario.

Questa riflessione è iniziata quando alcune del  gruppo, che sono anche studenti, hanno ammesso di non ritrovarsi nel femminismo accademico. In effetti, quest’ultimo non è molto accessibile, e trarrebbe beneficio dal restare maggiormente ancorato alla realtà piuttosto che alla teoria.

Per noi, essere femministe non significa necessariamente conoscere autor* o teorie, né laurearci in studi femministi, ma piuttosto riconoscere semplicemente l’oppressione patriarcale e il desiderio comune di abbatterla. Ormai da anni percepiamo l’esistenza di una lotta di potere tra le femministe che hanno profonde conoscenze teoriche e si organizzano intorno al mondo accademico da un lato, e tutte le altre. A volte ci sentiamo addosso una certa pressione: ci si aspetta che le femministe dominino concetti che non sono accessibili a tutte, che non commettano errori, e che corrispondano a uno specifico modello di femminismo. In caso contrario l’intero movimento femminista potrebbe darti addosso!

Volano critiche da ogni parte, la competizione è forte. Per avere alleate, alcune hanno l’impressione di dover diventare ciò che non sono, di dover sapere tutto per essere in grado di partecipare alle discussioni senza vergognarsi delle proprie opinioni o delle proprie idee. I rapporti di potere sono così radicati che alcune femministe non si sentono a proprio agio in determinati luoghi, attività, ecc.

D’altra parte, avere conoscenze teoriche e studiare all’università è di per sé una forma di privilegio. Le femministe accademiche dimenticano spesso che in questo senso sono privilegiate e che il loro linguaggio e le teorie che producono sono il risultato del loro posto nella società, e delle relazioni di classe che in essa sussistono. Le discussioni e l’attivismo che sostengono non sono accessibili a tutte, e le loro letture e i loro scritti sono riservati a persone della loro classe. Da questa prospettiva, riproducono una forma di elitismo all’interno delle cerchie femministe. Crediamo che sia importante diffondere la conoscenza e non stiamo mettendo in discussione la condivisione dei saperi, ma piuttosto i modi in cui questa si può realizzare. Questo elitismo di cui parliamo si riferisce all’intellettualizzazione di concetti ed esperienze.

La comunità universitaria è speciale. Donne prevalentemente bianche, economicamente benestanti, eterosessuali, lavorano su argomenti che riguardano donne immigrate, emarginate, in situazioni precarie e così via. Troppe poche vivono la realtà e le condizioni materiali dell’intersezione di oppressioni dei propri “oggetti di studio”. È facile dall’alto di questa posizione avvantaggiata, persino privilegiata, criticare le modalità delle altre. Oltre ad avere relazioni di potere forgiate dalle conoscenze, molte docenti hanno rapporti privilegiati con le/gli studenti e raramente riconoscono quel rapporto di potere, anche quando viene apertamente denunciato.

È importante riconoscere la differenza, è importante essere solidali. Anche se partiamo da  presupposti comuni, i nostri mezzi non sono gli stessi ed è importante rispettare questo aspetto. Dobbiamo eliminare i rapporti competitivi e smetterla di cercare difetti nelle compagne femministe che non appaiono “coese”. Ci siamo rese conto che per noi la cosa più importante non è poter enunciare perfettamente una teoria infallibile, ma essere in grado di applicare, nella nostra vita quotidiana, le azioni concrete che scaturiscono dalle teorie. Rimaniamo unite, abbracciamo la differenza, perché solo insieme potremo realizzare un vero equilibrio di potere.

Testo del Montreal Sisterhood dalla fanzine Casse Sociale (maggio 2015, edita da RASH-Montreal).

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Ma noi non ci saremo: riflessioni su estinzionismo e denatalità dal margine della nostra stirpe aliena

Qualche settimana fa Effimera pubblicava un articolo, a firma di Alice del Gobbo, dal titolo Un desiderio moralizzato, una vita contabilizzata: sull’ecologia vista dal punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement*.

Vorrei dunque prendere le mosse da questo pezzo (a cui sono seguite, sempre su Effimera, due riflessioni critiche a firma di Claudio Kulesko e Natan Feltrin), per proporre alcuni ulteriori ragionamenti su estinzionismo e denatalità – e loro eventuali conseguenze ecologiche – da un punto di vista transfemminista e antispecista. L’articolo originario di Del Gobbo è quello sul quale mi soffermerò in particolare, poiché a mio avviso viziato, fin dalle prime righe, da alcune imprecisioni che ne pregiudicano lo sviluppo successivo.

La riflessione proposta origina infatti da un mediocre e sensazionalistico articolo pubblicato sul Guardian dal titolo Would you give up having children to save the planet? Meet the couples who have, che ha immediatamente richiamato alla mia mente la copertina del numero 1255 di Internazionale, uscito a maggio, che recitava I vegani salveranno il mondo? (per chi se lo stesse chiedendo, anche in quel caso gli articoli erano di livello decisamente modesto): in tempi di crisi ecologica conclamata, cercasi volenterosi salvator* del mondo!

Del Gobbo rileva subito, sin dalle prime righe, il tono da tabloid dell’articolo originale, commettendo a mio avviso però un errore metodologico rilevante, ovvero partire da un testo palesemente inconsistente e pieno zeppo di imprecisioni (senza verificare se quello che viene affermato corrisponda o meno a realtà), per sviluppare la propria riflessione.

In particolare viene preso di mira il VHEMT, ovvero il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, al quale aderirebbero le/gli intervistat* del Guardian. A prescindere dall’irrilevanza sociale e politica di questo “movimento” (la pagina ufficiale del VHEMT su Facebook conta ad oggi poco più di 8000 membri – quella italiana circa 800 – mentre la pagina dei Flat Earthers, ovvero i famigerati Terrapiattisti, ha circa 4000 adesioni, e gruppi come Stop Scie Chimiche contano quasi 32000 membri!), visitando il sito omonimo appare chiaro che  le dichiarazioni delle/gli intervistati hanno ben poca attinenza con le proposte del VHEMT.

Vorrei spendere dunque qualche parola sul VHEMT, poiché io stessa, pur non considerandomi un’estinzionista tout court, auspico una graduale ma rilevante diminuzione della popolazione.

In quanto transfemminista e antispecista, nonché childfree (o nullipara, per usare un’espressione assai meno accattivante!) già diversi anni fa sono venuta a conoscenza della supposta esistenza di un “movimento” per l’estinzione umana: visitandone il sito in lungo e in largo, ho all’epoca apprezzato il tono ironico e autoironico con il quale affronta il problema della sovrappopolazione, snocciolando al tempo stesso fatti, dati e statistiche abbastanza attendibili. Personalmente non ho mai conosciuto alcun membro del VHEMT, ma se l’adesione allo stesso ricalca le modalità spontaneiste dell’ALF – come in effetti sembrerebbe – allora potrei a buon diritto farne parte. Non perché io desideri ardentemente l’estinzione umana: semplicemente, l’ipotesi che possa avere luogo non mi turba particolarmente, ma mi pare anzi inscritta nella finitudine della nostra esistenza, che non può essere solo individuale.

L’estinzione propugnata dal VHEMT, in ogni caso, non è il risultato di un suicidio di massa o di un genocidio programmato; è, al contrario, un’estinzione “dolce” e, si badi bene, volontaria che passa semplicemente dalla scelta di non riprodursi: idea che è agli antipodi rispetto ad alcune proposte estinzioniste che immaginano invece stermini in qualche modo programmati (come viene esplicitato nell’articolo di Claudio Kulesko, che ravvisa delle somiglianze tra i diversi estinzionismi; dal mio punto di vista, la differenza è invece abissale). Inoltre, sempre sulle pagine del VHEMT si sottolinea come spesso siano proprio i sostenitori della natalità a tutti i costi a promulgare un’ideologia razzista, che contabilizza il bilancio delle nuove nascite non in senso assoluto (altrimenti non esisterebbe alcun rischio di “estinzione della specie”), ma relativo, auspicando la riproduzione solo di alcune popolazioni, addirittura allo scopo di “controbilanciare” il tasso di natalità di altre, ritenute meno degne. Su questo aspetto il VHEMT  è chiaro:

“Alcuni dicono: «Oggi sono le persone sbagliate quelle che hanno figli». Quante volte avete sentito questo ritornello? Possiamo essere certi che chi dice una cosa simile non sta parlando di se stesso: sta parlando di quelle altre persone sbagliate. Sta parlando di «quegli stupidi degenerati che non dovrebbero riprodursi, di quelli che sono troppo poveri per allevare dei figli, o di quelli che sono talmente depravati da non apprezzare neppure i bambini e che potrebbero arrivare a pensar d’abusare di loro». Quel che logicamente consegue in ragionamenti di questo tipo è che «chi ha dei geni scadenti non dovrebbe mai tramandare ad altri i propri difetti».

In chi sostiene le opinioni descritte, è implicita l’attitudine a pensare che esistano persone migliori, più adatte delle altre a trasmettere i propri geni. La gente intelligente, economicamente sicura, responsabile, socialmente consapevole e dotata del corredo genetico migliore dovrebbe darsi da fare per riprodursi. Dopo tutto, qualcuno dovrà pur farlo, no? […] Altri sostengono che la loro razza o il loro gruppo etnico sono una minoranza, o che lo saranno presto se non si danno da fare. Portare avanti il nome della famiglia ha costituito a lungo una giustificazione per la riproduzione, una giustificazione da non mettere neppure in discussione. Quando una coppia dice di volere “un figlio proprio” intende “un figlio con i nostri geni”. La mentalità che sta dietro a quest’ordine di idee fondato sul concetto di consanguineità è forte e radicata: “Noi” dobbiamo essere di più, “Loro” devono essere di meno. Vi sembra razzista? Be’, quando le coppie tentano di mettere al mondo un figlio specificamente maschio o femmina c’è anche un po’ di sessismo nell’aria. Ed è elitismo il voler creare delle repliche di noi stessi mentre decine di migliaia di figli degli “Altri” muoiono ogni giorno per mancanza d’attenzioni.”

Pertanto, anche in considerazione del fatto che, sulle stesse pagine, si riconosce che l’impronta ecologica dei bambini nati in Occidente non è paragonabile a quella di coloro che si trovano a venire al mondo nelle aree più povere, trovo abbastanza stiracchiata l’idea che suggerire a persone (occidentali) di scegliere di non procreare di fronte alla catastrofe ecologica in atto, possa avere un sottofondo colonialista (cito dall’articolo di Del Gobbo: “gli occidentali si ergono a paladini di una buona e razionale condotta di fronte all’irrazionalità dei popoli “altri” i quali, in preda a presunti arcaici sistemi di valori, “ancora” percepiscono la procreazione come valore o, peggio, non sono capaci di “proteggersi” dalle conseguenze dei propri atti sessuali.”).

Mi pare questa una conclusione arbitraria, che non si può ascrivere al punto di vista delle/gli estinzionist* che si riconoscono nel VHEMT: di più, dal mio punto di vista situato di transfemminista lunàdiga [1], che ha superato da qualche anno i quaranta, la scelta personale di non procreare, carica per me di significati personali ma anche politici, non ha mai avuto né mai avrà alcun risvolto “pedagogico” nei confronti di alcun*, perlomeno non in maniera diretta.

Altro discorso deriva dal constatare che lo stile di vita dell’Occidente, e dei paesi più ricchi in generale, viene preso a modello dai paesi in via di sviluppo in quanto espressione della condizione di massima desiderabilità del proprio stare al mondo: in questo senso, e considerato che – volenti o nolenti – il nostro stile di vita funge già da modello (perlopiù negativo e insostenibile da un punto di vista ambientale), perché guardare con sospetto a quegli stili di vita liberamente scelti, che potrebbero rivelarsi potenzialmente virtuosi e maggiormente sostenibili anche da un punto di vista ecologico? E superando la questione ecologica verso altri fertili orizzonti, perché rendere visibili modi altri di stare al mondo, che non seguono i percorsi prestabiliti dalla Natura, da divinità imperscrutabili o (più facilmente) dalle esortazioni di economisti e statisti, diverrebbe colonizzazione?

A questo proposito, ho letto in maniera molto critica il rimando alla presunta “naturalità” del desiderio di procreare, come espresso dalle intervistate dell’articolo del Guardian. Un discorso che ignora (volutamente o con ingenuità?) la questione della normatività sociale che sta alla base di molti dei nostri desideri, che di “naturale” hanno poco e nulla. La stessa norma (eterosessuale, spesso monogama e procreativa) sta, a mio avviso, alla base di tanti desideri di assimilazione che riscontriamo sempre più spesso nell’ambito omosessuale e queer, ambito originariamente caratterizzato da un contesto in cui le varie soggettività avevano (e hanno tuttora), vari strumenti di rottura per sovvertire la norma stessa.

In ogni caso, se anche vi fosse qualcosa di naturale (o meglio, biologico) nel desiderio di procreare, mi domando, nel solco tracciato dalle riflessioni del Manifesto Xenofemminista: se la “natura” – qualsiasi cosa questa parola significhi – ci portasse naturalmente verso il baratro, non sarebbe sensato cercare di porre un freno a questo destino apparentemente inesorabile?

Anche le malattie fanno parte della vita su questo pianeta, eppure non solo non ci arrendiamo ad esse, ma la maggior parte di noi sostiene sia lecito torturare e uccidere altri esseri senzienti inseguendo la flebile speranza di una cura. Ma ecco che, quando si tratta di far figli* o del mangiar carne sentiamo nuovamente il richiamo alla “naturalità”:  eppure siamo oramai in grado, tramite i metodi anticoncezionali e l’aborto, di evitare le gravidanze indesiderate, e in quanto onnivori possiamo, a differenza dei carnivori obbligati, scegliere di cosa cibarci.

È la natura che lo ordina, baby!

“Se la Natura è ingiusta, cambiala!” Lo Xenofemminismo ci esorta ad abbandonare ogni dogma, ogni certezza apparentemente immutabile, ogni violenza attribuita di volta in volta all’assetto ormonale, alla tradizione, all’inevitabilità del biologicamente predeterminato, per plasmare in maniera inedita il nostro stare al mondo, fuggendo la facile lusinga e comodità del privilegio invisibilizzato e naturalizzato.

È qui necessario rilevare che anche io credo che, allo stato attuale delle cose, sia ben difficile che l’astensione dalla riproduzione possa avere un qualche effetto demografico reale: non perché io reputi del tutto inefficaci i comportamenti individuali (tendo a non dividere in maniera binaria e oppositiva comportamenti personali e politiche globali, mi pare sia non necessario e in qualche modo fallace da entrambe le parti),  bensì ritengo che i comportamenti individuali, che per di più al momento attuale sono praticati da una minoranza di individui e pertanto non potrebbero nemmeno ambire a raggiungere una ipotetica “massa critica”, debbano  comunque inscriversi in un cambiamento di paradigma totale, all’interno del quale la riduzione della popolazione sarebbe un solo, per quanto importante, aspetto.

E, in questo senso, proprio il quesito iniziale posto da Dal Gobbo mi pare rivelatore, quando afferma:

“Ho 26 anni, ma quando ero piccola si parlava soltanto di spegnere le lampadine e chiudere il rubinetto mentre ci si lavava i denti. Al massimo diminuire l’uso della macchina. Pian piano l’elenco dei “comportamenti” non sostenibili si è espanso e con esso la lista delle cose a cui rinunciare per salvare il pianeta: viaggiare in aereo, usare l’asciugatrice, andare al ristorante e al cinema, comprare prodotti non biologici, mangiare animali e i loro derivati. Pare che l’orizzonte si espanda di giorno in giorno, come se per quanto noi ci impegniamo quotidianamente, i nostri sforzi non fossero mai abbastanza. La nostra società è alla costante ricerca di una ‘giusta’ soluzione che tuttavia sembra non materializzarsi mai.”

Il problema si rende evidente proprio in questo passaggio: siamo indubbiamente tropp*, abbiamo uno stile di vita eccessivamente energivoro, e stiamo depauperando il pianeta oltre al punto nel quale i sistemi biologici (come correttamente evidenziato da Natan Feltrin) riescono a rigenerarsi  – peraltro causando sofferenza, morte ed estinzione di miliardi di altri esseri viventi, umani e non. Senza cambiare radicalmente paradigma, non saranno le/gli estinzionist* né le/i vegan* a salvare il mondo, ma l’estinzione involontaria di massa che in quanto specie stiamo causando, e di cui faranno le spese nuove generazioni innocenti (e sì, anche le/ i figli* dei vostri figli*).  E prima di quella violenta estinzione… probabilmente i sacrifici aumenteranno sempre di più, soprattutto in capo alle/i più deboli, ma non basteranno mai!

Non credo che l’estinzionismo, al pari del veganismo, sia la panacea di tutti i mali, ma al contempo non escludo che, se queste tendenze fossero maggioritarie, si potrebbero verificare risultati positivi al momento inimmaginabili, soprattutto perché se fossero maggioritarie significherebbe probabilmente che un altro paradigma, differente da quello capitalista che tutto riduce a merce sfruttabile, ha finalmente preso piede, che a lottare in piazza non sarebbero poche centinaia di persone, ma fiumi di migliaia e milioni di persone, davvero una marea!

Questo nuovo modo di stare al mondo potrebbe inoltre, come auspicato nell’articolo di Helen Hester (Ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva. Ecologie xenofemministe, riconfigurare e sviluppare la proposta di Haraway volta a Generare parentele, non bambini. Un’idea rivoluzionaria che potrebbe avere conseguenze positive inimmaginabili quali, per sommi capi:

– Nell’area dell’immigrazione – nuove opportunità di integrazione;

– Nell’area dello sviluppo tecnologico – nuove frontiere di sviluppo di tecnologie assistive;

– Nell’area del lavoro di rigenerazione – liberazione delle donne dal lavoro riproduttivo non retribuito;

E altri imprevedibili effetti di tipo emancipatorio.

Generare parentele diventa dunque un momento oppositivo – legato al rifiuto dell’ordine corrente – ma anche produttivo, e da un punto di vista transfemminista significa “ripensare le modalità con cui si articolano intimità, socialità e solidarietà al di là del nesso del nucleo familiare.”

In qualche modo, sono convinta che la proposta del VHEMT non sia così distante da quella di Haraway, ovvero promuovere un cambiamento ideologico capace di portare ad una rilevante riduzione della popolazione in tempi lunghi, e che non smette di curarsi e di mostrare solidarietà a chi già esiste, così come a chi decide consapevolmente di procreare e di curarsi delle/i nuov* nat*.

Non ho mai considerato questo tipo di estinzionismo nemmeno vagamente paragonabile a quello di matrice autoritaria: io stessa ho deciso di non riprodurmi, e alle considerazioni personali si sono aggiunte quelle etiche e politiche, che ricalcano molti dei temi del VHEMT. Non perché io reputi che la mia rinuncia – che non vivo come “sacrificio” – possa avere oggi una qualche rilevanza statistica, ma perché credo che l’etica e la politica che pratichiamo nel quotidiano abbiano ragioni che vanno al di là dell’efficacia contabile.

Sono ben consapevole che le scelte che informano il mio stare al mondo configurano al momento attuale un’utopia: ma un’utopia che prende forma apre già oggi spazi di possibilità a ciò che ancora deve venire – e se oggi il mio essere childfree e antispecista non va probabilmente a lenire che in minima parte le sofferenze delle/i più pover* e delle/gli ultim*, umani e non umani, cionondimeno materializza la tensione oppositiva che muovo contro l’ordine mondiale attuale, e concretizza una Zona Temporaneamente Autonoma e liberata nella quale confrontarsi attivamente con l’oppressione che viviamo sulla pelle, ma anche con quella che esercitiamo su altre esistenze, rinunciando al privilegio di specie e lottando al fianco delle altre soggettività oppresse.

Al netto del fatto che la genitorialità, lungi dall’essere alla portata di tutt*, è anch’essa un lusso – in particolare per i soggetti marginalizzati, queer, infertili, e per gli animali non umani (che vengono sterilizzati arbitrariamente se domestici, o privati della prole alla nascita se allevati per profitto) – la scelta di non riprodursi stimola la costituzione di nuove relazioni, in cui le parentele sgorgano dalle affinità e non dalle linee di sangue, la tecnologia può farsi carico degli aspetti più intimi e a volte faticosi dello stare al mondo [2] e le alleanze intra e interspecifiche riconoscono le reciproche vulnerabilità e ne fanno terreno di incontro e non di sfruttamento e prevaricazione.

Che quel “vuoto” che dicono di sentire alcune donne senza figli* non sia in realtà il deserto delle relazioni umane, che si tenta di tacitare con il ripiegamento nella famiglia nucleare? L’incapacità, o quantomeno l’estrema difficoltà nella società attuale, di sentirsi vicin* e solidali con chi non ha il nostro stesso dna – e possibilmente estrazione sociale e imprinting culturale? L’inconsapevole ma dilaniante sensazione di non avere, o avere una fragilissima rete di supporto, al di fuori dei rispettivi alberi genealogici?

“Vogliamo tutto”, scriveva quarant’anni fa Nanni Balestrini, ma aggiungeva “Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare una lotta a fondo dura e violenta. […] Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale”.

Allora come oggi non possiamo “volere tutto” alla maniera del turbocapitalismo, che fagocita ogni cosa incurante non solo del futuro, ma anche del presente vivente e sofferente… dobbiamo volere tutto per tutt*, e questo implica la capacità di riorientare i nostri desideri e le nostre politiche, anche quelle legate alla sovrappopolazione. Cambiare costa fatica, lottare è sfiancante: ma senza la lotta e senza il cambiamento, cos’altro potrebbe distinguerci da coloro che ogni giorno ci opprimono e che, con tutte le nostre forze ci sforziamo di combattere?

[1] Lunàdiga è la pecora che, pur fertile, non si riproduce: singolare, strana, anticonformista, lunatica. Vi invito a conoscere il progetto Lunàdigas, film documentario realizzato da Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che ha al centro proprio le storie di donne senza figli, raccolte in quasi dieci anni di incontri e video-interviste: donne note e meno note, dai mondi dell’attivismo politico, culturale, sociale, della scienza, della scrittura e dell’associazionismo, varie per esperienza e provenienza geografica.

[2] Non c’è nulla di male a “farsi pulire il culo” da un altro essere umano, ma meglio sarebbe poter scegliere se si preferisce utilizzare tecnologie assistive che restituiscano l’intimità a chi la desidera, e liberino spazi di interazione tra le persone che vadano oltre alla “cura del corpo” per diventare cura dell’individuo, dei suoi bisogni emotivi e affettivi… anche per chi si dedica al lavoro di cura, spesso donne e soggetti marginali.

 

Free Ink 2018 – Basta usare gli animali come metafore della miseria umana!

Vincent: Vuoi un po’ di pancetta?
Jules: No grazie, io non mangio maiale.
Vincent: Perché? Sei ebreo?
Jules: No, non sono ebreo, non mi va la carne suina, tutto qui.
Vincent: E perché no?
Jules: I maiali sono animali schifosi, io non mangio animali schifosi.
Vincent: Sì, ma la pancetta ha un buon sapore, le braciole hanno un buon sapore…
Jules: Ehi! Un topo avrà anche il sapore di torta alla zucca ma non lo saprò mai perché non lo mangio quel figlio di puttana. I maiali dormono e grufolano nella merda, perciò sono animali schifosi, e io non lo mangio un animale che si mangia le sue feci.
Vincent: E il cane allora? Il cane si mangia le sue feci.
Jules: E perché? Io mangio i cani?
Vincent: Sì, ma tu consideri il cane un animale schifoso?
Jules: Non arriverei al punto di definire un cane “schifoso”, è sicuramente sporco, ma un cane ha personalità, è la personalità che cambia le cose.
Vincent: In base a questa logica se un maiale avesse maggiore personalità non sarebbe più un animale schifoso, è così?
Jules: Be’, dovrebbe trattarsi di una maialina super affascinante! Insomma, dovrebbe essere dieci volte più affascinante della Piggy dei Muppets, mi sono spiegato?!

Vincent Vega e Jules Winnfield, Pulp Fiction

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È prassi consolidata, nel linguaggio comune, utilizzare gli animali come metafore di ogni più laido, spregevole, ottuso vizio o inclinazione umana. Un’abitudine che si perde nella notte dei tempi e che rinsalda, attraverso il linguaggio, l’incolmabile distanza esistente tra “noi” e loro, sottolineando il confine che dovrebbe proteggerci da qualsiasi residuo di animalità e insufflare nei nostri polmoni lo spirito divino – null’altro che l’idealizzazione del nostro concetto di umanità, magistralmente sintetizzata dalla voce di Amleto, principe egocentrico e nichilista per antonomasia, quando afferma:

“Qual capolavoro è l’uomo! Come nobile nell’intelletto! Come infinito nelle sue facoltà! Quale espressione ammirabile e commovente nel suo volto, nel suo gesto! Un angelo allorchè opera! Un Dio quando pensa! Splendido ornamento del mondo! Re degli animali!”

L’Uomo, con la U maiuscola, non ha mai smesso di ergersi ad essere divino sopra la moltitudine degli altri animali, descritti perlopiù in termini dispregiativi e utilizzati come metafore delle peggiori caratteristiche umane: si può dunque essere stupidi come un allocco, un asino o un baccalà, vuote e insulse come un’oca o una gallina; indegni e spregevoli come un verme o una serpe, ignoranti come un asino o sgradevoli come una scimmia, promiscue come cagne, vacche e troie, sporchi e ingordi di cibo (e di sesso) come i maiali.

Di tutti gli animali vilipesi nelle proprie caleidoscopiche, articolatissime e spesso (per noi) misteriose esistenze, il maiale ha sempre rappresentato il più vituperato.

Che venga considerato un bene sfruttabile al 100% (“del maiale non si butta via niente”), o intoccabile (come uno degli esseri più impuri che abbiano calcato questa terra), il maiale è la rappresentazione e la quintessenza di tutto ciò che è laido, oltre ogni limite di accettabilità. Il maiale che vive nel fango, il maiale che nei propri escrementi si rotola e pure mangia tutto quello che gli capita a tiro… persino i cadaveri! Il maiale aggressivo, sessualmente ingordo, che pare incarnare col suo corpo grasso e la pelle rosata, così tremendamente simile alla nostra, tutto il male del mondo… del resto, non è forse scritto – nelle cosiddette sacre scritture – che dio mandò addirittura degli spiriti immondi in un branco di porci? E non è l’epiteto del porco che designa la bestemmia più intollerabile per chi crede in quel dio?

Dunque “porco” è diventato, suo malgrado, l’appellativo per designare un essere umano di sesso maschile dagli appetiti sessuali eccessivi e incontenibili, di cui farebbero le spese, in primis, le malcapitate donne che dovessero incontrarlo sulla propria strada. Immagino che sia questo il motivo per cui l’immagine del maiale è sembrata perfetta a chi ha realizzato le grafiche per la promozione del Free Ink 2018, festival itinerante che negli anni ha ospitato tatuatori, fumettisti, serigrafi e street artist. Un maiale sporco di sangue e sofferente (immagine per nulla lontana dalla realtà della morte nei mattatoi di miliardi di suoi simili) che porta sul corpo, ad onta, il nome delle “sue” colpe –  discriminazione, sessismo, patriarcato, omofobia –  ed è cavalcato, come in un rodeo, da una persona (di genere abbastanza indefinito ma nella quale sono comunque identificabili alcuni tratti femminili) che cerca di dominarlo e finirlo.

Molte femministe antispeciste sono rimaste inorridite di fronte a questa rappresentazione realistica e violenta: ennesimo esempio di come, nonostante il grande lavoro di decostruzione di simboli e delle parole messo in campo dal femminismo contro le discriminazioni di genere, appena si valica il confine di specie tale attenzione diventa nulla, inesistente.

A tale proposito è stata scritta una lettera dalle compagne, i compagni, lu compagnu, _ compagn_ del Tavolo interregionale TCTeSU nella quale si sottolinea come

“Tale immaginario utilizza una narrazione crudele non lontana dalla realtà di sofferenza a cui questi animali vengono sottoposti. I/le maial* sono infatti fra gli animali non umani i più vilipesi, soggetti di cui “non si butta nulla”, fatti nascere per diventare tutto (dal pennello, al prosciutto, dalla colla alla valvola cardiaca). Con l’uso di questa metafora non si fa che rimandare al maiale come animale sporco, viscido, cattivo, violento, quasi a giustificare la sua assoggettazione e conseguente eliminazione.

Ci indigniamo sovente per certi stereotipi usati in senso spregiativo e denigratorio, ma, quando si tratta di animali non umani, alcuni pregiudizi riemergono anche laddove proclamiamo di volerli combattere per poi svanire in un piano astratto e strumentale in cui la sofferenza reale si perde.”

A fronte di un’argomentazione chiara ed esposta in maniera molto pacata e dialogante, ho personalmente trovato assai tiepida e politicamente neutra la risposta:

“Abbiamo letto con attenzione e interesse la vostra lettera che ci invita a una riflessione circa la locandina dell’evento Free Ink 2018. Pensiamo che le tematiche e la lettura della metafora che ci proponete sia molto stimolante rispetto a un dibattito spesso poco interiorizzato sullo sfruttamento degli animali non umani e sull’uso che ne facciamo, sia nel nostro linguaggio verbale che in quello grafico.

Accettiamo le critiche perché per tutt* noi sono state occasione di riflessione e crescita personale e collettiva che ci offrono nuove lenti con cui leggere la grafica e il messaggio che questa veicola.
Sappiamo quanto la decostruzione di stereotipi e, ancor di più, la costruzione di nuovi immaginari comporti un lavoro complesso, faticoso e sempre in divenire che ci riguarda tutt* e che dunque non può che vederci tutt* insieme camminare su nuovi percorsi in cui sia sempre più possibile praticare l’intersezionalità delle lotte.”

Insomma, “grazie per averci contattato, forse in futuro prenderemo in considerazione le vostre opinioni” (o più semplicemente, diamo una risposta funzionale a depotenziare la  protesta, e tutto finisce lì).

L’unico atto politicamente significativo sarebbe stato cambiare immagine, non citare a vanvera, come sempre, “l’intersezionalità” (tanto utile a farci sentire eroine senza macchia… e così multitasking!). Perchè se questa immagine doveva simboleggiare un evento che vuole andare “al di là degli stereotipi”, come recitano alcuni slogan utilizzati per promuoverlo… ebbene, l’obbiettivo è stato mancato del tutto!

Se non altro, questa immagine ci ha ricordato, se ve ne fosse ancora bisogno, che l’inclusione delle tematiche antispeciste nel movimento femminista – e nei movimenti umanisti in generale – è ancora ad uno stadio puramente nominale: infatti, basta grattare la superficie del “politicamente corretto” per vedere riaffiorare i soliti stereotipi, sempre pronti a sfidarci e sfidare il nostro desiderio di un mondo differente: un mondo più equo e più giusto, per tutti i generi e per tutte le specie, un mondo dove nessun* imbavaglia, domina e riduce al silenzio nessun*. Non certo un mondo dove la rivalsa di chi è oppress* passa attraverso la trasformazione in oppressor* di chi è più debole, come nell’immagine scelta per questa edizione del Free Ink 2018.

Peraltro, un’occasione persa di mostrare che un altro genere di comunicazione è davvero possibile, che dall’elaborazione politica dei movimenti possono scaturire nuovi e dirompenti immaginari capaci di scardinare vecchi e stantii luoghi comuni.

Immagini come questa, ad esempio:

machistas

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Sullo stesso tema puoi leggere:

NUDM: Basta al linguaggio specista!

Verso un femminismo antispecista

Angela Davis è vegana, e fa il collegamento tra liberazione umana e animale

Intervista a Melanie Light, regista del film horror vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA)

 

La polizia di genere e la donna vegan

Disclaimer: Sebbene sia abbastanza critica rispetto ad alcune delle tesi proposte, ad esempio il supposto apporto “femminile” delle attiviste, questo articolo presenta spunti interessanti di una critica che si potrebbe estendere alla maggior parte dei movimenti sociali. Ho deciso dunque di proporne la traduzione (originale qui.)

Buona lettura!

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Utilizzo da sempre il mio account Facebook come strumento utile per l’attivismo sociale. Aprirsi pubblicamente su Internet, uno spazio creato da uomini per uomini, può essere pericoloso per qualsiasi donna. La donna vegan, tuttavia, deve affrontare ulteriori sfide. La maggior parte dei miei post sull’antispecismo attira l’attenzione di amici e conoscenti uomini arrabbiati o paternalistici, determinati a spiegarmi dove sbaglio nei miei post e perché non avrei dovuto pubblicarli. Sono stata spesso accusata di esagerata ostilità (o malattia mentale), a causa della mia franchezza in merito all’oppressione degli Animali Non Umani. Ho notato che i miei post su cultura dello stupro e pornografia hanno incontrato reazioni simili da parte di utenti di sesso maschile. Stranamente, i post su razzismo, classismo e diritti dei lavoratori (probabilmente argomenti più neutri rispetto al genere) hanno ricevuto poca o nessuna attenzione. Era come trovarsi perennemente in conflitto con uomini determinati a insegnarmi come essere una vera attivista (o, piuttosto, una vera signora) riguardo a questioni che sfidavano il loro privilegio.

Eppure, su Facebook ho trovato anche sostegno. Facebook mi ha aperto le porte di una più ampia comunità vegan. Mi ha permesso di fare rete e collaborare con attivist* di tutto il mondo. Ovviamente, come in qualsiasi spazio Internet, il trolling è stato spesso un problema, così come il feroce mantenimento dei confini “dentro al gruppo” / “fuori dal gruppo”. Quando infine sono diventata esplicita in merito alla mia intersezionalità e opposizione alle tattiche violente, ho iniziato a sospettare che le mie interazioni negative con i compagni attivisti riflettessero in realtà anche l’oppressione patriarcale.

All’inizio credevo si trattasse semplicemente di un conflitto a livello teorico. Avevo collaborato a lungo con un’organizzazione di base a maggioranza maschile, che si vantava del proprio approccio “razionale” all’antispecismo. Dopo circa un anno di interminabili dibattiti terminati con il mio venir bollata come “irrazionale”, ho tagliato i ponti con l’intero gruppo. Avevo osato suggerire che le esperienze delle donne sono fondamentali per qualsiasi campagna destinata a porre fine all’oppressione. Avevo osato sostenere che forse le donne stesse sarebbero le più adatte a condividere quelle esperienze e dare loro un senso. Il femminismo, avevano sentenziato, era un insulto al progetto razionale antispecista. Alcuni mesi dopo, scrissi un pezzo sul mio blog condannando l’appropriazione patriarcale del femminismo. Un teorico di spicco dichiarò in quell’occasione sulla sua pagina Facebook che

  1. Gli uomini possono essere femministi e suggerire altrimenti è sessista, e
  2. Solo i vegani possono essere femministi.

In altre parole, gli uomini stavano, ancora una volta, definendo il femminismo. La risposta al mio pezzo è stata assolutamente negativa… e maschile. Nell’affrontare la causa femminista, avevo oltrepassato i miei confini di donna in un movimento maschile.

Essere vegan presenta difficoltà e disagi per le donne. Strette tra l’incudine e il martello, le donne vegan – rifiutando il progetto patriarcale dello specismo – devono spesso fronteggiare la reazione maschile, ma allo stesso tempo lottare per ottenere rispetto nello spazio maschile dei movimenti sociali. Protestare contro lo sfruttamento degli altri animali (una relazione di potere e dominio) è, indipendentemente dal genere, un’azione femminista. D’altra parte, plasmare la cultura e sostenere il cambiamento sociale rimane un’attività molto maschile. La femminista vegana Carol J. Adams ha sottolineato come lo sfruttamento degli animali non umani rappresenti una forma di oppressione patriarcale. Sfruttare i corpi di gruppi vulnerabili per il proprio piacere o comodità, è un’estensione della violenza maschile sulle donne. La caccia, il mattatoio e la vivisezione, tre delle principali istituzioni dello sfruttamento di animali non umani, sono costituite principalmente da uomini.

L’ideologia che legittima il mangiare carne, indossare pelle, sperimentare su esseri senzienti non consenzienti e imprigionare o ferire esseri senzienti per divertimento è un’ideologia del dominio. Il ruolo delle donne in questa oppressione sistemica tende ad essere di aderenza ad un dogma e in gran parte il riflesso della propria oppressione. In Brutal: Manhood and the Exploitation of Animals, Brian Luke suggerisce che le donne abbiano storicamente preso parte al progetto specista, cucinando pasti carnei e assecondando il gusto del capofamiglia. La pletora di cosmetici e indumenti di pelle animale commercializzati per le donne, sono legati allo status privilegiato degli uomini. Le donne si adornano con prodotti di bellezza per interpretare il proprio ruolo di oggetti ad uso dello sguardo maschile. Le pellicce vengono spesso regalate dagli uomini alle donne come mezzo per dimostrare il proprio status.

Naturalmente, molte donne hanno ottenuto un certo potere in questo ruolo “sottomesso”. Le donne hanno reso popolare il movimento del biologico grazie alla loro posizione strategica come acquirenti e cuoche. Allo stesso modo, i prodotti femminili spesso non sono testati su animali. Se gli uomini storicamente sono stati coloro che “portavano a casa il pane”, le donne sono state spesso le principali consumatrici. I pubblicitari ne sono sempre stati consapevoli, e questo ha garantito alle donne una certa influenza. E mentre molte donne sono rimaste incastrate nel progetto patriarcale da potenti processi di socializzazione, altre hanno attinto agli stereotipi femminili per esprimere la propria preoccupazione per gli altri animali, ma in un modo che fosse comunque “socialmente accettabile”.

Le donne sono state da sempre ritenute maggiormente predisposte alla cura e affini al mondo naturale, e questo preconcetto ha permesso alle donne dell’era progressista di entrare nella sfera pubblica della difesa sociale come “governanti della natura”. Si ritiene che questa associazione tra donne e natura sia alla base dell’ampia partecipazione femminile (circa l’80%) al movimento animalista. Questi stereotipi sono certamente limitanti. Le attiviste donne sono spesso incoraggiate a dedicarsi ad un attivismo blando, ad esempio al volontariato nei rifugi. Molte si limitano a compiti banali dietro le quinte, e molte vengono ancora incoraggiate a spogliarsi durante le proteste pubbliche e nelle campagne pubblicitarie.

Le donne che si spingono oltre ai confini dell’attivismo appropriato per il gentil sesso, spesso devono affrontare rappresaglie feroci. Le stesse qualità per cui gli uomini sono ammirati – schiettezza, leadership, spirito d’iniziativa, forza – sono considerate negativamente nelle attiviste più coraggiose. Queste donne vengono definite prepotenti, rumorose, odiose e pazze. In una parola, poco femminili. Il ruolo giocato dal genere nelle interazioni tra i sostenitori dei diritti degli animali non umani, il pubblico e gli altri movimenti non è passato inosservato. Studi sociologici hanno dimostrato che molte campagne falliscono in parte a causa degli stereotipi di genere che interpretano l’attivismo femminile come eccessivamente emotivo, irrazionale e inconsapevole della “necessità” dello sfruttamento.

Di conseguenza, il movimento animalista ha avuto la tendenza a glorificare le tattiche maschili (razionalità e azione diretta) e banalizzare quelle considerate femminili (intersezionalità e non violenza). Il professor Steve Best dell’Animal Liberation Front, ad esempio, è fortemente critico nei confronti degli approcci non violenti, o di quello che definisce “pacifismo”. La pacifica educazione vegana, avverte, aiuta gli sfruttatori e facilita le istituzioni oppressive. Nelle conferenze registrate in cui Best sostiene, a voce alta, i pregi di vandalismo, minacce e aggressioni fisiche (e lo fa in stanze piene di donne), non si può fare a meno di chiedersi se il suo vero problema non sia la preponderanza femminile nell’attivismo animalista.

L’attivismo animalista è una forma di protesta politica che spesso ha un’enorme influenza sull’identità di una donna. Ma sfidare l’istituzione dello sfruttamento animale significa sfidare l’istituzione del dominio maschile. Da una parte, le donne che assumono tratti considerati “maschili” nel proprio attivismo incontrano ostilità. Dall’altro, le donne che interpretano il loro genere “in maniera appropriata” non vengono prese sul serio a causa della loro femminilità.

Molt* studios* hanno criticato l’oggettivazione sessuale delle attiviste messe in atto dalle campagne PETA, ma solo una manciata ha problematizzato il sessismo che struttura il movimento nel suo complesso. E un numero ancora minore di attivist* si è espresso in merito alla discriminazione e alla polizia di genere.

L’esperienza femminile viene per lo più omessa dai discorsi relativi alla liberazione animale. Anche le politiche antirazziste tendono ad essere ignorate in ambito animalista. Un post del 6 giugno 2013 su un sito web antispecista, Free From Harm, invitava i lettori a “aiutare a fermare la pratica del “live sushi”, definita “barbara”, “volgare” e “una vergogna per il popolo giapponese”. Ho risposto suggerendo che una simile campagna può avere il risultato di rafforzare il razzismo strutturale. Sensazionalizzare atti di crudeltà specifici commessi da persone non bianche incoraggiano il pregiudizio e facilitano il senso di superiorità bianco. Ricevetti una risposta molto simile a quella che ebbi in occasione del mio post contro il sessismo. Molti attivisti, per lo più bianchi, mi attaccarono brutalmente, accusandomi di “giocare la carta della razza” per creare intenzionalmente problemi. Uno mi ha anche diagnosticato un disturbo mentale.

Di converso, la razza gioca un ruolo fondamentale, e le persone di colore sono spesso strumentalizzate. Difatti, le più becere espressioni di razzismo (ad esempio la schiavitù) sono usate come termine di paragone dall’antispecismo. Tuttavia, come ha spiegato la studiosa vegan femminista Breeze Harper, le esperienze quotidiane di razzismo vissute dalle persone di colore vengono ignorate, o negate, negli sforzi di sensibilizzazione vegani. Le organizzazioni più importanti prestano poca o nessuna attenzione alla realtà del razzismo ambientale, ai deserti alimentari e alla lotta antirazzista. Mentre Harper e altre donne vegan di colore hanno parlato di questa marginalizzazione, il movimento animalista tende ad operare come se ci si trovasse in una società post-razzista dove la schiavitù e la discriminazione appartengono al passato. Questa posizione post-razzista presuppone che tutt* abbiano lo stesso accesso alle alternative vegan, e che le persone di colore di oggi siano disconnesse dalla propria storia di colonizzazione e razzismo.

La storia ci ha mostrato che le donne possono dimostrarsi una forza potente nell’attivismo per il cambiamento sociale. Eppure, nell’arena dei movimenti sociali, quali tattiche e strategie siano legittime e utili è ancora deciso dagli uomini (e dalle donne socializzate a sostenerli). Il movimento animalista presenta un ulteriore livello di complessità, in quanto lo specismo è una propaggine del patriarcato e il movimento stesso conserva una gerarchia di comando patriarcale. La polizia di genere e l’omissione della critica femminista ha la sfortunata conseguenza di rafforzare gli stereotipi sessisti e limitare i potenziali contributi delle donne. Questa omissione rende difficile costruire ponti verso gli altri movimenti sociali. In definitiva, la concezione del movimento rispetto all’oppressione è frammentaria, e l’antispecismo rischia di essere tutto fuorché inclusivo.

Desiderare corpi e movimenti rivoluzionari.

di Mia Mingus.

Articolo originale qui.

Sono convinta che le persone disabili abbiano davvero tanto da dare e da insegnare a partire dalla propria esperienza vissuta. Abbiamo così tanto da insegnare ai movimenti che attraversiamo. E abbiamo tanto da imparare, l’un* dalla disabilità dell’altr*. Credo che la giustizia disabile (1) possa essere in grado di modificare e cambiare il modo in cui ci è stato insegnato ad organizzarci; come ci è stato insegnato a muoverci. Esistono molti modi diversi di muoversi nel mondo. E più imparo, più commetto errori, più ottengo vittorie, più ho tempo per riflettere, focalizzare e ascoltare me stessa e le persone intorno a me, più torno all’idea della giustizia disabile.

Per così tanto tempo ho cercato di (sono stata costretta a) costringermi ad usare modalità abiliste di fare le cose. Il modo in cui pensavo l’attivismo e il corpo rivoluzionario non metteva mai al centro la disabilità. Ed ero così affamata di esperienze che mi corrispondessero, che mi accontentavo delle briciole: un po di queer qui, un po’ di antirazzismo là, un po’ asiatica qui, un po’ femminista là, una pò donna di colore lì.

In parte accadeva perché non ero stata cresciuta da genitori o familiari disabili, e la comunità in cui ero cresciuta, sebbene la disabilità fosse ovunque, non parlava mai di disabilità – e certamente non in modo politico. Ed ero così abituata a fare a meno e sentirmi separata da pezzetti di me – essere divisa a metà, dover sopravvivere nutrendomi di briciole, poiché figlia adottiva transrazziale e transnazionale di colore – che non ho chiesto. Non ho detto quello che sentivo dentro: qualcosa non va. E sono stata sedotta dall’abilismo, come tutti noi, mentre ancora lo combatto.

La seduzione dell’abilismo è così forte, così assolutamente desiderabile che non ci accorgiamo quando non ci sono persone disabili nelle nostre vite. Non ci accorgiamo di non dover mai pensare alla disabilità e all’abilismo. In realtà, preferiamo così. La seduzione dell’essere desiderabile – persino della possibilità di essere desiderabile – è sufficiente per tenerci avvinti. Mentre combatto contro l’abilismo interiorizzato, mi sento immediatamente costretta a cambiare e queerizzare il significato del desiderio. Mi costringe a cambiare e queerizzare le nozioni razziste, di genere e capitalistiche del desiderio; chi e cosa è desiderabile.

E in quanto rivoluzionari*, credo che dobbiamo cambiare e queerizzare i tipi di corpi, menti, pensieri e movimenti rivoluzionari che desideriamo.

La maggior parte di noi sta cercando di abbattere le barriere, di avere accesso alle capacità, alle conversazioni, alla strategia e alla conoscenza che è resa inaccessibile, vincolata alla lingua, bloccata dal ritmo. La maggior parte di noi desidera ardentemente un’analisi e un impegno anti-abilista che attraversi i movimenti e che includa (ma non si fermi alla) accessibilità; che comprenda l’accessibilità all’interno di una cornice politica.

Alcun* di noi hanno preso definitivamente le distanze – perché dovremmo combattere per far parte di qualcosa che non ci vuole nemmeno? Che neanche ci include? Che nemmeno ci desidera – non sa nemmeno da dove cominciare a desiderarci; o come vogliamo essere desiderat*. Alcun* di noi non possono o non vogliono voltare le spalle al movimento, perché sentono di appartenervi – noi siamo voi e voi siete noi – come possiamo essere divis*? Anche tu fai parte di me, io no?

Quindi abbiamo escogitato stratagemmi tramite i quali rimaniamo conness* in ogni modo possibile, chiedendo di più; lentamente e con fermezza. E molt* di noi hanno provato tutto questo, in un modo o nell’altro. E tutt* stiamo facendo il nostro meglio: sopravvivere, creare, organizzare, combattere, realizzare comunità, costruire movimenti e raccontare le nostre storie. Un giorno, tutt* ricorderemo l’emarginazione esistente all’interno delle nostre organizzazioni e dei nostri movimenti.

Quanti movimenti intersezionali, di giustizia sociale, organizzazioni multisfaccettate, gruppi, collettivi che si spendono per la liberazione oseranno andare avanti composti esclusivamente di uomini o di bianchi? Un giorno ricorderemo i giorni non così lontani quando le persone non disabili non includevano mai le persone disabili, la loro politica e le loro storie e lasciti, nell’ambito del proprio attivismo. Perchè questo è il nostro compito, ci apparteniamo in così tanti modi.

 

(1) L’idea alla base della giustizia disabile mette in discussione il postulato secondo il quale il nostro valore di individui abbia a che fare con la capacità di performare in quanto membri produttivi della società. Insiste che il nostro valore è intrinseco e legato all’idea di liberazione del vivente. Come i concetti di giustizia trasformativa, riproduttiva e ambientale, prevede una strategia di costruzione di alleanze e la critica anticapitalista.

La riproduzione artificiale dell’umano, ovvero la pappa pseudoprimitivista di Alexis Escudero – prima puntata

In un primo momento, avevo deciso di non proferire verbo a riguardo del libro di Alexis Escudero “La riproduzione artificiale dell’umano”: se diamo credito all’aforisma che sostiene “bene o male, l’importante è che se ne parli”, far passare sotto silenzio la traduzione e pubblicazione in Italia di questo delirio antitecnologico – ma soprattutto omofobo, razzista e sessista – si rivelava, strategicamente, la migliore scelta politica.

Purtroppo però, alcune realtà di movimento hanno deciso di dare spazio alla presentazione di questo testo, del quale immagino che – ad esclusione de* ferventi sostenitor* (e, dunque, di chi l’ha proposto) – non abbiano letto nemmeno l’estratto pubblicato su web: in caso contrario, mi sento di suggerire una seria autocoscienza sulle motivazioni alla base della scelta di  dare agibilità politica a simili obbrobri.

Eppure, così è. In questi giorni il libro in questione verrà portato in giro per l’Italia, stasera a Torino, domani a Milano e poi a seguire (se volete sapere dove/come/quando… cercatevelo, non intendo fare ulteriore pubblicità a questo “evento”).  Ho deciso dunque di rompere gli indugi, e di scrivere poche (spero) righe di commento, auspicando che altr* prendano parola in merito.

Per cominciare, voglio condividere con chi legge un’idea che mi perseguita da giorni e giorni, ovvero la convinzione che questo libro parli solo marginalmente (e molto male) di GPA; eppure (…eppure!) ha ricevuto l’endorsement di quella frangia di femministe che si oppongono a tale pratica senza se e senza ma – il cui giudizio deve essere così annebbiato dalla crociata nella quale si spendono anima e cuore, da aver permesso loro di passare sopra ad alcune delle affermazioni più sessiste mai proferite da un supposto “compagno anarchico”.

Evidentemente, la strategia usata da Escudero – ovvero scegliere un argomento controverso come la GPA e la PMA in un momento storico ben preciso – si è rivelata vincente, dando al suo libro una eco che altrimenti difficilmente avrebbe avuto. Come direbbero le/i francofon*: “Bravo, Escudero!”

Ma entriamo nel merito del testo, che ho potuto leggere soltanto nella versione ridotta pubblicata online (mi è comunque bastata, grazie).

Se rimettiamo la PMA al posto (marginale) che ha in questo scritto, diventa assai più semplice evidenziare quello che il libro (o pamphlet, come è stato variamente definito, quasi a garantire la totale libertà dell’autore di esprimere qualsiasi vaneggiamento gli attraversi il cervello) rivela di essere: parafrasando l’autore, niente più che pappa pseudoprimitivista.

Ora: qualcun* potrebbe insinuare che la mia posizione non sia “neutra”, e a ragione: in quanto mediattivista, transfemminista e traduttrice del Manifesto Xenofemminista, probabilmente nessun* è più di me lontan* dalla posizione di Escudero. Sicuramente considero chi ha un progetto politico assimilabile al primitivismo alla stregua dei quaccheri, i quali, di fronte alla crescente complessità del mondo nel quale viviamo, invece di cercare i modi di (scusate il termine, che farà rabbrividire alcun*) hackerare il sistema per scardinarlo, scelgono di rifugiarsi nella loro personale illusione di un eden pre-civilizzato (ricreato ad arte come nei migliori parchi a tema, giacché tale eden non può esistere allo stato attuale, se mai è esistito);  folkloristici, persino tollerabili, a patto che mettano in pratica quest’idea a livello personale.

L’idea in sé può essere – forse – interessante, quando resta a livello di critica teorica degli aspetti più deleteri della civiltà – che indubitabilmente esistono – ma nel momento in cui cerca di raggiungere il piano di realtà, diventa generatrice di orrori.

Senza voler qui affrontare in maniera esaustiva le tematiche care al primitivismo (chi fosse interessat* può trovare numerose fonti critiche a riguardo, anche in ambito anarchico), e dal momento che neppure Escudero si definisce primitivista tout-court, ma volendo toccare quegli aspetti relativi al movimento di critica alle tecnologie e le idee (indifendibili) che porta avanti, sottolineo soltanto ciò che reputo fondamentale per inquadrare la questione:

1- L’auspicata abolizione della tecnologia avrebbe, allo stato attuale, conseguenze devastanti sul genere umano. Si pensi non soltanto alla “qualità della vita” che piomberebbe a livelli impensabili, ma alle persone disabili o malate – che non potendo più accedere alle tecnologie che rendono la loro vita non solo dignitosa, ma possibile, perirebbero in numeri enormi e tra indicibili sofferenze. Per un libro che si scaglia contro l’eugenetica, non è paradossale essere così favorevoli alla selezione naturale – il survival of the fittest, versione di eugenetica naturale non meno spietata?

2- Quale livello di “civilizzazione” è considerato accettabile? Se l’ideale è quello pre-rivoluzione agricola, bye bye antispecismo… i pochi esseri umani capaci di sopravvivere anche senza le comodità moderne e vivendo solo dei “frutti della terra”, se non coltivassero non riuscirebbero a sopravvivere solo di raccolta (come è ampiamente dimostrato dalle residue popolazioni di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti). Ergo, dieta PALEO per tutt*… Ma c’è un altro problema, oltre a quello etico (che comunque evidenzio come aspetto non marginale, visto il posizionamento apparentemente antispecista di Escudero) ovvero che, sebbene “pochi”, gli esseri umani sopravvissuti all’ecatombe sarebbero comunque troppi per non rischiare di depauperare completamente le fonti di cibo (animali e vegetali). Dunque come arrivare al numero massimo di persone sostenibile dal pianeta? Questione senza risposta, a meno di non contemplare (come alcune correnti del primitivismo fanno) soluzioni a dir poco cruente.

3- Anche se, come sostengono alcun*, questo avvenisse a causa delle devastazioni causate dal genere umano, sicuramente i primi a morire sarebbero le/i più deboli/pover*/svantaggiat*. Le classi benestanti che tengono in mano le redini della macchina capitalista non rinuncerebbero ai loro privilegi, e anzi, potrebbero persino approfittare delle catastrofi per arricchirsi maggiormente (come già fanno). La società resterebbe divisa in classi, e chi sta peggio sparirebbe dal pianeta… non così chi già adesso sta più che bene, che probabilmente starebbe anche meglio.

4- La tecnologia non è il Male. E’ uno strumento, e come ogni strumento può rivelarsi buono o terribile, a seconda di chi lo utilizza e di come viene utilizzato. Di conseguenza, seppure non “neutra” non ha connotazioni morali (non è né buona né cattiva). Abbiamo bisogno non di meno, ma di più tecnologia, utilizzata però a fini di liberazione e non di messa a profitto. Questo richiede un cambiamento in seno alla società, non la rinuncia alla civilizzazione per rifugiarsi nel (bel?) tempo che fu.

O meglio, nella Natura.

Perché da questo testo traspare quell’idea di Natura buona che si contrappone alla tecnologia malvagia. Una Natura con la “N” maiuscola, che alla stregua del Dio con la D maiuscola, vede e provvede (e forse anche prevede, come frate Indovino).

Una Natura che, innanzitutto, “maschio e femmina li creò”: il libro è completamente permeato da una sorta di paranoia eterosessuale, condita da un senso di angoscia strisciante per le sorti del maschio virile. A partire dalla dichiarazione di intenti, svelata senza lasciare nemmeno un po’ di suspense nell’introduzione, che afferma:

“In queste pagine mi decido a dire perché i partigiani della libertà e dell’emancipazione (ma sono ancora di sinistra?) devono opporsi allo sviluppo della riproduzione artificiale dell’umano. Né per gli omo, né per gli etero: la PMA per nessuno!”

Il primo capitolo, dal titolo “La sterilità per tutti e tutte” è incentrato sulla supposta diminuzione della fertilità umana, in particolare quella dei maschi: dovizia di particolari sulla conta spermatica degli uomini in età fertile, a partire da ricerche scientifiche (ma come? Si può essere anti tecnologici e avvalersi dei frutti della ricerca scientifica? Pare disonesto!); tale sterilità sarebbe la conseguenza dell’inquinamento ambientale. Da qui prende le mosse l’analisi politica di Escudero, che afferma recisamente: “È da più di un anno che la sinistra, senza distinzioni, fa campagna per l’estensione della PMA alle coppie di lesbiche.”

Il problema pare essere l’assenza del maschio etero dall'”operazione”. Infatti (spoiler), verso la fine del testo, ipotizza un futuro orrorifico nel quale due maschi omosessuali potranno figliare da soli! Anche la questione del calo della fertilità è menzionata in maniera relativa e con una finalità strumentale: tra l’altro, nel caso delle coppie lesbiche (per le quali non è la fertilità ad essere determinante rispetto alla possibilità o meno di avere figli*) Escudero si ricorda della sovrappopolazione, suggerendo loro, se proprio devono, di adottare! Gli etero invece, che si riproducano indiscriminatamente! Per loro la sovrappopolazione non esiste! Sottolineo la sua conclusione:
“Possiamo richiedere la PMA e militare nelle fila della riproduzione artificiale dell’umano o lottare contro l’industria che sterilizza la popolazione. Io scelgo ogni volta la seconda opzione. Non sono estremista, sono radicale.”
A me pare, più che altro, una visione parziale e disonesta, che semplifica in un dualismo appiattente la complessità di questioni come la PMA. Ma andiamo avanti.
Escudero affronta un altro problema a suo dire “non ignorabile”, ovvero che al mondo nascerebbero pochi maschi (il che, oltre a sembrare infondato, sarebbe un problema solo in una società monogamica). Seguono pagine complottiste sugli aborti selettivi a seguito di diagnosi prenatale, che non tengono conto del fatto che, anche senza l’ausilio della tecnologia, con l’infanticidio si è sempre comunque risolto il “problema” di una nascita indesiderata in una società sessista. L’autore dunque scambia le cause con gli effetti, e identifica nei mezzi utilizzati il problema – e non nella cultura patriarcale… “Chapeau, Escudero!”
Ma non finisce qui: “Le autorità hanno ufficialmente avvertito che la mancanza di donne creerà delinquenza, problemi familiari e di società. Quando un uomo, per il fatto della politica del figlio unico, non ha né fratello, né sorella, né zio, né zia e né moglie, né figlio, la pressione sociale che si esercita su di lui è terribile, e può portare alla depressione, al suicidio. Per quanto riguarda le donne, esse rischiano ancora più di essere costrette a matrimoni forzati, o di essere vittime di violenze: donne comprate tramite intermediario, rapite, o costrette ad «essere la moglie» di più uomini di una stessa famiglia. […]”
Ovvero, detto in altro modo: le bio-donne sono il fondamentale e irrinunciabile ammortizzatore dell’aggressività maschile, e sono vittime dell’appropriazione patriarcale: La ricetta di Escudero volta ad eliminare questa ingiustizia non è l’eliminazione del patriarcato, ma il far nascere più donne per tutt*!

Sempre in questo capitolo, Escudero paragona la cosiddetta “guerra dei semi” vegetali ad una supposta “guerra dei semi” umani. Cito:

“Bisognerà, un giorno, riappropriarci della tecnica per fare un figlio come oggi rimpariamo a coltivare il proprio orto?”

(E’ davvero difficile commentare questa affermazione… la parafrasi potrebbe essere: “Donne, etero o no, fatevi scopare da un maschio virile se volete un figlio! Uomini, idem, fatevi una sveltina con un’amica compiacente anche se non vi attizza manco per niente!” Altre possibilità….ma quali, non esistono!) 

Con una piroetta logica, l’autore paragona la “guerra dei semi” vegetali a quella che, a suo dire, sarebbe in atto sugli umani. Strano che non vengano menzionate le scie chimiche che sterilizzano le popolazioni! Tutto questo è a suo avviso una manovra del capitalismo, allo scopo di creare un nuovo mercato, quello della riproduzione artificiale dell’umano. Come dicono gli anglofoni un “win-win”: il capitalismo vende semi vegetali sterili, inquina la natura, cosa che  nel contempo sterilizza pure gli umani… e si crea un nuovo mercato!
Cito: “Mutilati della loro capacità di riprodursi, gli umani sono costretti a pagare per avere dei figli. È ciò che si chiama mercato vincolato.”
Nessun* nega che le dinamiche capitaliste siano sempre pronte ad accaparrarsi nuove fette di mercato, ma arrivare a concepire una strategia volta a sterilizzare la gente per poi vendergli la PMA… ma che, davvero?!?! Altro punto fondamentale di questo primo capitolo (e forse sfuggito alle femministe che hanno abbracciato il testo di Escudero?): l’equiparazione dei semi vegetali e degli uteri femminili nientepopodimeno che… ai beni comuni. Cito:
“È difficile immaginare l’industria del bebè inserire negli umani un gene Terminator, che sterilizza le popolazioni e che le obbliga a fare ricorso al mercato della procreazione. Non ne ha bisogno. Nell’era tecnologica, la nuova via d’espansione del capitalismo consiste nel distruggere i beni comuni o naturali allo scopo di privarne le popolazioni. Poi, non resta altro che sintetizzarli – attraverso la tecnologia – e rivenderli sotto forma di surrogato.”
Escudero in pieno delirio (v)eteropatriarcale probabilmente nemmeno conosce il significato di autodeterminazione… o se lo conosce, lo ignora volutamente.
Rassicuratevi, questo è solo l’inizio: per chi si fosse appassionat* al tema, prossimamente l’analisi dei capitoli successivi, dagli accattivanti titoli: “Al bazar del bel bebé”, “Della riproduzione del bestiame umano” e “I crimini dell’uguaglianza”.
E non preoccupatevi… ce n’è per tutt*!

 

Non una di meno… alle loro condizioni!

Domani a Roma avrà luogo la manifestazione Non una di meno, contro alla violenza maschile sulle donne. Parole d’ordine raramente condivisibili, autoritarismi femministi seguiti da inevitabili e furibonde polemiche e dal polarizzarsi delle posizioni in seno alle/gli attivist* – uno spettacolo sempre più desolante di attacchi ad personam con corollario di liti burrascose, minacce di querele e scuse estorte – hanno accompagnato, nelle ultime settimane, l’approssimarsi di un evento che è lo specchio di un femminismo nel quale non mi riconosco più, un femminismo dal quale ho – dolorosamente – preso le distanze già da molto tempo.
Dolorosamente perché a me, il femminismo, ha salvato la vita. Mi ha aperto gli occhi, mi ha insegnato a decostruire “naturalità” artificiali, mi ha reso autodeterminata, combattiva, consapevole. Mi ha fatto conoscere compagn@ di vita e di lotta che sono al mio fianco da anni. E l’intersezionalità – teoria nata in seno al femminismo che è diventata anche pratica politica trasversale di lotta al potere – mi ha donato una nuova prospettiva, più ampia e complessa, sulla presa inarrestabile che stritola vite e corpi marginali, resi tali dal potere stesso per estrarre plusvalore da chi è reso vulnerabile e pertanto spendibile.
Eppure in Italia qualcosa è andato storto. Sebbene negli ultimi anni la parola intersezionalità sia diventata come cacio sui maccheroni di qualsiasi discorso politico, il senso di questa parola – ma soprattutto le sue implicazioni pratiche – è ben lungi dall’essere compreso. Il femminismo storico, che qui in Italia ha un passato importante, non è stato in grado di accogliere in sé gli stimoli eccentrici provenienti da femminismi altri, che hanno spinto la propria analisi – da molto tempo ormai – oltre ai binarismi e alla narrazione della differenza.
Mai come in questo caso stiamo pagando lo scotto di tali nobili  – quanto ingombranti  -natali, con l’arroccarsi di gran parte del movimento femminista storico in posizioni essenzialiste e soprattutto autoritarie: solo le donne possono esprimersi su determinati argomenti, e “le donne” rappresentano una categoria continuamente ridefinita e sempre meno accogliente… le uniche ad avere voce in capitolo sono bio-donne, dichiaratamente femministe, possibilmente bianche (in ogni caso caratterizzate da un certo accesso a cultura e risorse economiche), che hanno un’idea della donna ben chiara, in quanto essere da proteggere e tutelare, persino da se stessa (ma loro no, loro sono fortissime e autodeterminate), a cui mostrare la via dell’empowerment ma soprattutto insegnare un’idea sacralizzante di alcune parti del corpo – quando è in gioco il sesso a pagamento o la maternità per altri – ma allo stesso tempo desacralizzata – quando si parla di aborto e di sessualità relazionale. Oltre a rilevare la postura paternalista di queste posizioni, mi paiono decisamente schizofreniche.
Il posizionamento di classe emerge chiaramente, ed è inscindibile da quello politico: sacerdotesse della differenza sessuale, per alcune di loro il femminismo – diciamolo pure fuori dai denti – è passato dall’essere (almeno spero) antica passione politica, a mestiere ben remunerato. Resistono con veemenza alle nuove istanze con tutta l’arroganza del vecchio che non cede il passo al nuovo, e si rendono colpevoli – ebbene sì, colpevoli – di continuare a propagandare e tenere vive idee vecchie di decenni, a restare chiuse alle contaminazioni di pensieri e pratiche altre, convinte di aver scoperto una verità che con gli anni è diventata una Fede, cieca e violenta come solo la Fede sa essere.
Sono incapaci di costruire alleanze nel rispetto delle differenze, anzi le differenze – di cui tanto si riempiono la bocca – fanno loro orrore. E non sono capaci nemmeno di ascolto e di dialogo, ma soltanto di monologhi conditi da accuse continue, volti ad abbattere bersagli politici svariati: ieri la femminista tizia e caia che non è “fedele alla linea”, oggi l’attivista queer che smaschera la loro incapacità di costruire alleanze e la violenza ontologica verso chi non la pensa ESATTAMENTE come loro, domani gli uomini tutti, relegati con soddisfazione alla coda del corteo, perché, sebbene alleati, non dimentichino mai di essere geneticamente violenti e dunque colpevoli.
Questa ostilità verso l’Altro, anzi, la riduzione dell’altro al medesimo è evidente nell’incapacità di accogliere e interrogarsi di fronte a nuove istanze politiche, nate in seno al femminismo o provenienti da altri percorsi: la risposta alle questioni e riflessioni proposte da ciò che non viene riconosciuto come identico è un laconico “è una lotta (argomento/ idea/ teoria) che non seguo/non mi interessa/ non mi riguarda.”
Da tempo ho compreso che questo femminismo non mi rappresenta, e mi sono avvicinata alle teorie – e pratiche – transfemministe e queer, nelle quali ho invece trovato maggiore apertura nei confronti dell’alterità e l’antidogmatismo tipico di un movimento ancora vitale. Per questo domani non sarò a Roma, felicemente: non mi interessa far parte di una marea indistinta che non mi rappresenta, e ingrossare le fila di una manifestazione “capitanata” da femministe dell'(in)differenza e del privilegio, che sbattono i mostri in fondo al corteo… preferisco i percorsi tortuosi e i rigagnoli transfemministi e queer, nei quali la politica (e la vita) scorrono ancora impetuosi.