Free Ink 2018 – Basta usare gli animali come metafore della miseria umana!

Vincent: Vuoi un po’ di pancetta?
Jules: No grazie, io non mangio maiale.
Vincent: Perché? Sei ebreo?
Jules: No, non sono ebreo, non mi va la carne suina, tutto qui.
Vincent: E perché no?
Jules: I maiali sono animali schifosi, io non mangio animali schifosi.
Vincent: Sì, ma la pancetta ha un buon sapore, le braciole hanno un buon sapore…
Jules: Ehi! Un topo avrà anche il sapore di torta alla zucca ma non lo saprò mai perché non lo mangio quel figlio di puttana. I maiali dormono e grufolano nella merda, perciò sono animali schifosi, e io non lo mangio un animale che si mangia le sue feci.
Vincent: E il cane allora? Il cane si mangia le sue feci.
Jules: E perché? Io mangio i cani?
Vincent: Sì, ma tu consideri il cane un animale schifoso?
Jules: Non arriverei al punto di definire un cane “schifoso”, è sicuramente sporco, ma un cane ha personalità, è la personalità che cambia le cose.
Vincent: In base a questa logica se un maiale avesse maggiore personalità non sarebbe più un animale schifoso, è così?
Jules: Be’, dovrebbe trattarsi di una maialina super affascinante! Insomma, dovrebbe essere dieci volte più affascinante della Piggy dei Muppets, mi sono spiegato?!

Vincent Vega e Jules Winnfield, Pulp Fiction

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È prassi consolidata, nel linguaggio comune, utilizzare gli animali come metafore di ogni più laido, spregevole, ottuso vizio o inclinazione umana. Un’abitudine che si perde nella notte dei tempi e che rinsalda, attraverso il linguaggio, l’incolmabile distanza esistente tra “noi” e loro, sottolineando il confine che dovrebbe proteggerci da qualsiasi residuo di animalità e insufflare nei nostri polmoni lo spirito divino – null’altro che l’idealizzazione del nostro concetto di umanità, magistralmente sintetizzata dalla voce di Amleto, principe egocentrico e nichilista per antonomasia, quando afferma:

“Qual capolavoro è l’uomo! Come nobile nell’intelletto! Come infinito nelle sue facoltà! Quale espressione ammirabile e commovente nel suo volto, nel suo gesto! Un angelo allorchè opera! Un Dio quando pensa! Splendido ornamento del mondo! Re degli animali!”

L’Uomo, con la U maiuscola, non ha mai smesso di ergersi ad essere divino sopra la moltitudine degli altri animali, descritti perlopiù in termini dispregiativi e utilizzati come metafore delle peggiori caratteristiche umane: si può dunque essere stupidi come un allocco, un asino o un baccalà, vuote e insulse come un’oca o una gallina; indegni e spregevoli come un verme o una serpe, ignoranti come un asino o sgradevoli come una scimmia, promiscue come cagne, vacche e troie, sporchi e ingordi di cibo (e di sesso) come i maiali.

Di tutti gli animali vilipesi nelle proprie caleidoscopiche, articolatissime e spesso (per noi) misteriose esistenze, il maiale ha sempre rappresentato il più vituperato.

Che venga considerato un bene sfruttabile al 100% (“del maiale non si butta via niente”), o intoccabile (come uno degli esseri più impuri che abbiano calcato questa terra), il maiale è la rappresentazione e la quintessenza di tutto ciò che è laido, oltre ogni limite di accettabilità. Il maiale che vive nel fango, il maiale che nei propri escrementi si rotola e pure mangia tutto quello che gli capita a tiro… persino i cadaveri! Il maiale aggressivo, sessualmente ingordo, che pare incarnare col suo corpo grasso e la pelle rosata, così tremendamente simile alla nostra, tutto il male del mondo… del resto, non è forse scritto – nelle cosiddette sacre scritture – che dio mandò addirittura degli spiriti immondi in un branco di porci? E non è l’epiteto del porco che designa la bestemmia più intollerabile per chi crede in quel dio?

Dunque “porco” è diventato, suo malgrado, l’appellativo per designare un essere umano di sesso maschile dagli appetiti sessuali eccessivi e incontenibili, di cui farebbero le spese, in primis, le malcapitate donne che dovessero incontrarlo sulla propria strada. Immagino che sia questo il motivo per cui l’immagine del maiale è sembrata perfetta a chi ha realizzato le grafiche per la promozione del Free Ink 2018, festival itinerante che negli anni ha ospitato tatuatori, fumettisti, serigrafi e street artist. Un maiale sporco di sangue e sofferente (immagine per nulla lontana dalla realtà della morte nei mattatoi di miliardi di suoi simili) che porta sul corpo, ad onta, il nome delle “sue” colpe –  discriminazione, sessismo, patriarcato, omofobia –  ed è cavalcato, come in un rodeo, da una persona (di genere abbastanza indefinito ma nella quale sono comunque identificabili alcuni tratti femminili) che cerca di dominarlo e finirlo.

Molte femministe antispeciste sono rimaste inorridite di fronte a questa rappresentazione realistica e violenta: ennesimo esempio di come, nonostante il grande lavoro di decostruzione di simboli e delle parole messo in campo dal femminismo contro le discriminazioni di genere, appena si valica il confine di specie tale attenzione diventa nulla, inesistente.

A tale proposito è stata scritta una lettera dalle compagne, i compagni, lu compagnu, _ compagn_ del Tavolo interregionale TCTeSU nella quale si sottolinea come

“Tale immaginario utilizza una narrazione crudele non lontana dalla realtà di sofferenza a cui questi animali vengono sottoposti. I/le maial* sono infatti fra gli animali non umani i più vilipesi, soggetti di cui “non si butta nulla”, fatti nascere per diventare tutto (dal pennello, al prosciutto, dalla colla alla valvola cardiaca). Con l’uso di questa metafora non si fa che rimandare al maiale come animale sporco, viscido, cattivo, violento, quasi a giustificare la sua assoggettazione e conseguente eliminazione.

Ci indigniamo sovente per certi stereotipi usati in senso spregiativo e denigratorio, ma, quando si tratta di animali non umani, alcuni pregiudizi riemergono anche laddove proclamiamo di volerli combattere per poi svanire in un piano astratto e strumentale in cui la sofferenza reale si perde.”

A fronte di un’argomentazione chiara ed esposta in maniera molto pacata e dialogante, ho personalmente trovato assai tiepida e politicamente neutra la risposta:

“Abbiamo letto con attenzione e interesse la vostra lettera che ci invita a una riflessione circa la locandina dell’evento Free Ink 2018. Pensiamo che le tematiche e la lettura della metafora che ci proponete sia molto stimolante rispetto a un dibattito spesso poco interiorizzato sullo sfruttamento degli animali non umani e sull’uso che ne facciamo, sia nel nostro linguaggio verbale che in quello grafico.

Accettiamo le critiche perché per tutt* noi sono state occasione di riflessione e crescita personale e collettiva che ci offrono nuove lenti con cui leggere la grafica e il messaggio che questa veicola.
Sappiamo quanto la decostruzione di stereotipi e, ancor di più, la costruzione di nuovi immaginari comporti un lavoro complesso, faticoso e sempre in divenire che ci riguarda tutt* e che dunque non può che vederci tutt* insieme camminare su nuovi percorsi in cui sia sempre più possibile praticare l’intersezionalità delle lotte.”

Insomma, “grazie per averci contattato, forse in futuro prenderemo in considerazione le vostre opinioni” (o più semplicemente, diamo una risposta funzionale a depotenziare la  protesta, e tutto finisce lì).

L’unico atto politicamente significativo sarebbe stato cambiare immagine, non citare a vanvera, come sempre, “l’intersezionalità” (tanto utile a farci sentire eroine senza macchia… e così multitasking!). Perchè se questa immagine doveva simboleggiare un evento che vuole andare “al di là degli stereotipi”, come recitano alcuni slogan utilizzati per promuoverlo… ebbene, l’obbiettivo è stato mancato del tutto!

Se non altro, questa immagine ci ha ricordato, se ve ne fosse ancora bisogno, che l’inclusione delle tematiche antispeciste nel movimento femminista – e nei movimenti umanisti in generale – è ancora ad uno stadio puramente nominale: infatti, basta grattare la superficie del “politicamente corretto” per vedere riaffiorare i soliti stereotipi, sempre pronti a sfidarci e sfidare il nostro desiderio di un mondo differente: un mondo più equo e più giusto, per tutti i generi e per tutte le specie, un mondo dove nessun* imbavaglia, domina e riduce al silenzio nessun*. Non certo un mondo dove la rivalsa di chi è oppress* passa attraverso la trasformazione in oppressor* di chi è più debole, come nell’immagine scelta per questa edizione del Free Ink 2018.

Peraltro, un’occasione persa di mostrare che un altro genere di comunicazione è davvero possibile, che dall’elaborazione politica dei movimenti possono scaturire nuovi e dirompenti immaginari capaci di scardinare vecchi e stantii luoghi comuni.

Immagini come questa, ad esempio:

machistas

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