Il mondo dell’attivismo fa schifo

Abbiamo guardato per 4.000 anni: adesso abbiamo visto!

 Carla Lonzi

Inizialmente avevo intitolato questo pezzo: “Il mondo dell’attivismo è diverso dal mondo reale?” La risposta breve è no.

Questa evidenza, per una persona che ci si dedica da una vita – e lo fa con tanta fatica, mettendoci testa, cuore e corpo –  è un pugno diretto nello stomaco, senza sconti. Dunque ecco motivato il cambio di titolo, che esprime assai meglio il mio stato d’animo attuale.

Da quando, molti anni fa, ho cominciato a dedicarmi alla politica e a spendere tanto tempo ed energie per cercare di contribuire a costruire, attraverso i miei pensieri (e la traduzione di pensieri altri in italiano), un mondo differente, mi sono accorta che in realtà il mondo dell’attivismo militante – sia quello di base che quello “culturale” – non si discosta che nella forma da quello reale.

Il machismo imperversa, e la voce più forte è quasi sempre quella dei maschi cis.

Anche se, a onor del vero, devo ammettere che in ambito femminista le cose non sono andate meglio, purtroppo. Se così fosse, potrei pensare di chiudermi nel ghetto delle vulvodotate, ma in realtà anche lì, dove non può l’assenza di pene, possono i differenziali di potere.

L’impegno di tanti anni è stato invisibilizzato costantemente, e a livello umano e personale sono stata trattata davvero di merda. Se penso alle cose che ho visto e vissuto sulla mia pelle, mi chiedo che cavolo ci sto a fare ancora qua a scrivere, piena di rancore, queste righe rabbiose. Ed è per questo che oggi voglio togliermi qualche macigno dalla scarpa.

In ambito femminista, l’impegno antispecista è sempre stato causa di ostracismo totale: ed è uno dei motivi per cui, pur avendo dato vita insieme ad altre meravigliose persone ad Intersezioni, il primo blog dedicato al tema dell’intersezionalità, nessun* (se non pochissim*) ci ha mai veramente dato il minimo credito per aver traghettato in Italia un concetto che oggi ammanta l’intero universo femminista, spesso a sproposito – e la maggior parte delle femministe ancora resistono con accanimento all’idea di comprendere l’animalità nei ragionamenti intersezionali!

Quando con altre compagne abbiamo creato Les Bitches, che ha l’ambizione di essere un contenitore di traduzioni di testi innovativi e potenti a tematica transfemminista queer e antispecista, non so dire quante volte i testi pubblicati sono stati citati senza fonte! Come se ciò non bastasse, qualche anno fa, invitate ad un seminario femminista di una certa rilevanza, quando abbiamo espresso la ferma intenzione di includere l’antispecismo nei nostri ragionamenti, siamo state senza alcun riguardo messe da parte, perché l’antispecismo non faceva parte degli interessi della “autorevole femminista di turno” che organizzava il seminario.

Non che in ambito antispecista le cose siano andate meglio: all’interno di questo contesto, che al pari dei movimenti sociali umani (eccezion fatta per il movimento femminista) resta dominato dagli uomini, anzi, forse ancor peggio, dai filosofi (peccato che in ambito antispecista tutti siano filosofi,  spesso autoproclamatisi tali)  le donne sono utili ancelle: vanno bene per spalare la merda degli altri animali, per supportare le imprese maschili, ma le loro voci contano solo quando sono funzionali a lustrare la patina invecchiata (per età o forma mentis) dell’intellettuale di turno, che sgomita coi suoi pari per un posto al sole, e si fa bello di essere “molto intersezionale”.

Parassitizzare la militanza altrui è molto utile per il proprio tornaconto: siamo la quota politically correct della militanza blasonata, le nostre parole vengono costantemente riappropriate e ripetute acefale, voci più autorevoli (e molto più autoritarie) si fanno portavoce delle future sorti e progressive, mentre chi cerca, legge, scrive, traduce, spende tempo ed energie (e spala merda, ça va sans dire) resta nella cantina del famoso Grattacielo, a sudare nell’ombra.

Quelle più precarie di noi, ovviamente, le badanti dell’attivismo che vale: quelle che nella vita reale perdono il lavoro, la salute, le possibilità. Quelle che nulla contano e nulla mai conteranno, mentre le/i militanti con il bollino non fanno che parlare, pubblicare,  presenziare, guadagnare vita, notorietà  e opportunità sulle spalle di chi non solo non ha mai visto un euro (e dio sa se avrebbe fatto comodo a chi quotidianamente naviga nell’incertezza e nella precarietà!) ma peggio, non ha nemmeno avuto la possibilità di trasmettere davvero quello che le sta a cuore, quello per cui, in primis, ha cominciato a lottare.

Perché comunque le nostre parole vengono filtrate e non ci appartengono più, nè ci rappresentano. Ci siamo consolate troppo a lungo pensando che ciò non fosse importante, ci siamo dette “quello che importa è che il messaggio passi comunque”.

Ma il messaggio è passato davvero, se continuiamo a crepare ai margini? O meglio, se qualcun* di “noi” (cosa questo noi significhi mi è ancora oscuro) continua a restare aggrappato al centro? Credo sia giunto il momento di rendersi conto che tutto questo fa schifo, e lo fa ancor di più che nel mondo reale, che almeno non millanta nobili propositi.

Se “alle nostre spalle sta l’apoteosi della millenaria supremazia maschile”, di fronte a noi si para un futuro anche peggiore: e ormai che anche le femministe sono andate a scuola da chi da millenni detiene il potere, a quale speranza ci aggrapperemo stavolta?

P.s.: Voglio comunque ringraziare le poche, pochissime persone realmente militanti che ho conosciuto in questi lunghi anni, e che spesso sono diventate care amiche e preziose compagne di lotta, la luce di troppi giorni bui: sapete chi siete, vi voglio bene.

 

 

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Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

Immagina di essere un antirazzista in un mondo dominato dalla supremazia bianca, una femminista in un mondo di MRA, un omosessuale in un mondo di omofobi. Ovvero di vivere in una società che non soltanto collude, più o meno consapevolmente, con un sistema di potere che si impossessa dei corpi rendendoli merci, ma che addirittura se ne fa vanto, ergendo la propria iniquità a motivo di orgoglio. Immagina di voler bene a persone quasi sempre meravigliose, tranne quando picchiano un non bianco, una donna, un disabile. E lo fanno con il benestare della società tutta, che lo inscrive nell’ordine naturale delle cose. Immagina di viaggiare, e mentre il tuo compagno di viaggio ammira le vigne e le dolci colline digradanti nella vallata, tu vedi solo grigi capannoni senza finestre dove migliaia di vite languiscono e muoiono. O camion pieni di occhi terrorizzati, che quando incroci quegli sguardi capisci l’orrore.

In fondo pensi che non è difficile arrivarci, non serve una laurea in metafisica del potere per capire che non c’è nulla di naturale in questo, anzi: non siamo indiani d’America che ergono totem dalle sembianze animali e ringraziano gli animali uccisi, o inuit in perenne simbiosi dalla nascita alla morte con le renne… ma siamo proprio l’opposto, primati drogati e schiavi del potere, che nel corso dei secoli null’altro hanno fatto se non tracciare solchi sempre più profondi dall’altro da sé: a partire proprio dall’animale, concetto creato ad arte che rappresenta il paradigma stesso dell’oppressione, la vita reificata e trasformata in risorsa a perenne disposizione. E blateriamo della nostra eccezionalità, quando l’unica specialità che abbiamo coltivato con cura è approfittare dell’altrui debolezza e vulnerabilità, per il nostro tornaconto.

Ogni giorno vengono confezionate ad arte guerre tra pover*, guerre tra oppress*, tanto utili a camuffare l’origine delle ingiustizie. E nel vile tranello ci cadiamo tutt*, anche chi è vittima o chi è solidale nel lottare contro l’oppressione, e cominciano le olimpiadi: ogni esistenza indegna si posiziona ai blocchi di partenza, chi vincerà? La donna maltrattata, il migrante incarcerato, il disabile invisibilizzato, l’omosessuale bruciato vivo, l’animale sgozzato, ecc.ecc.ecc.? Sugli spalti, i soliti noti si godono lo spettacolo, intoccabili e compiaciuti.

Ma quando cerchi la solidarietà tra oppress*, raramente riesci a scardinare quella stessa dinamica che ti ha piazzato a correre a perdifiato su quella pista che è la tua vita di merda, o la vita di merda che ad altr* è stata destinata…perché in fondo, simpatie ed empatie a parte, pare proprio che alla maggior parte di noi ciò che sta più a cuore sia salire sul podio e trovare la via di uscita dalla propria oppressione: e se è difficile, ma non impossibile, concepire un’alleanza tra “umani” ecco che questa stessa alleanza si basa, quasi sempre, sulla comune distanza dall’animale. Distanza ideologica e miope, poiché quando diventiamo spendibili, siamo già, nei fatti, animalizzati: e dunque fintantoché esisterà l’Animale come vivente appropriabile, nessun* sarà realmente al sicuro nel proprio corpo e nella propria vita.

Eppure, per quanto si tenti, quantomeno nelle intenzioni e nei proclami, di creare alleanze tra differenti soggettività oppresse, è quasi impossibile includere l’animale nel conteggio delle vittime, quasi che fosse impensabile, per l’umano, vivere senza dominare, senza opprimere.

Essere antispecista è emotivamente estenuante perché, spesso, proprio le persone che ami, anche quelle che lottano al tuo fianco, sono le stesse che non capiscono che invitarti ad una grigliata “tanto ci sono le verdure” non è una cosa bella. Tu rifletti, giustifichi, razionalizzi, ti dici che è normale, la società tutta è specista, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma che pazienza si può avere di fronte alla puzza di carne bruciata?

Allora ti viene naturale cercare conforto in chi è più simile a te, ma poi scopri che forse anche questa volta ti eri sbagliata: perché mentre la maggior parte del movimento scrutina minuziosamente le etichette a caccia dello 0,1% di lana o di tracce di uova e latte, là fuori le vite massacrate raggiungono cifre a 10 zeri: e allora ti chiedi se davvero ne valga la pena, se davvero abbia senso tutto questo dolore e questa impotenza, se in fondo non sarebbe più facile chiudere la porta di casa, rifugiarsi nelle piccole cose, illudersi che vada tutto bene, perché se ne ha la possibilità e raramente si comprende l’enormità di questo privilegio, il privilegio dell’indifferenza.

Ma come puoi dimenticare quegli occhi una volta che li hai incrociati? E non solo quelli disperati, ma anche quelli felici che per un caso fortuito hanno riassaporato la libertà. Le emozioni che ti trasmettono le conosci bene, perché sei un essere sensibile tra esseri sensibili, e sai che non esiste nulla di più prezioso della libertà, della possibilità di autodeterminare, nei limiti posti da un’esistenza finita, la propria vita. E sai che gli altri animali la cercano incessantemente, quanto te, ed è quello di cui hanno bisogno. Non di protettori, di rifugi, di custodi, ma di libertà: solo nella libertà esiste l’incontro, l’elezione, l’affinità. Nella libertà di essere e di esistere, il privilegio più importante e rischioso di tutti.

Anche se la violenza è parte ineludibile di questo mondo, così come la sofferenza e la morte, non lo è il dominio. Il dominio è un’invenzione umana, il dominio è l’annichilimento della vita, il dominio è l’inferno sulla terra. Noi vogliamo rendere visibili i meccanismi del dominio, vogliamo sfilarci da essi il più possibile, anche quando non li agiamo direttamente ma ne siamo in ogni caso collusi. Per questo non possiamo gioire alle grigliate, e non siamo capaci di sorridere mentre coi denti staccate brandelli di muscoli dalle ossa: e finché la carne del mondo non smetterà di bruciare sugli altari del potere, non avremo altro destino che continuare a lottare.

Ma noi non ci saremo: riflessioni su estinzionismo e denatalità dal margine della nostra stirpe aliena

Qualche settimana fa Effimera pubblicava un articolo, a firma di Alice del Gobbo, dal titolo Un desiderio moralizzato, una vita contabilizzata: sull’ecologia vista dal punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement*.

Vorrei dunque prendere le mosse da questo pezzo (a cui sono seguite, sempre su Effimera, due riflessioni critiche a firma di Claudio Kulesko e Natan Feltrin), per proporre alcuni ulteriori ragionamenti su estinzionismo e denatalità – e loro eventuali conseguenze ecologiche – da un punto di vista transfemminista e antispecista. L’articolo originario di Del Gobbo è quello sul quale mi soffermerò in particolare, poiché a mio avviso viziato, fin dalle prime righe, da alcune imprecisioni che ne pregiudicano lo sviluppo successivo.

La riflessione proposta origina infatti da un mediocre e sensazionalistico articolo pubblicato sul Guardian dal titolo Would you give up having children to save the planet? Meet the couples who have, che ha immediatamente richiamato alla mia mente la copertina del numero 1255 di Internazionale, uscito a maggio, che recitava I vegani salveranno il mondo? (per chi se lo stesse chiedendo, anche in quel caso gli articoli erano di livello decisamente modesto): in tempi di crisi ecologica conclamata, cercasi volenterosi salvator* del mondo!

Del Gobbo rileva subito, sin dalle prime righe, il tono da tabloid dell’articolo originale, commettendo a mio avviso però un errore metodologico rilevante, ovvero partire da un testo palesemente inconsistente e pieno zeppo di imprecisioni (senza verificare se quello che viene affermato corrisponda o meno a realtà), per sviluppare la propria riflessione.

In particolare viene preso di mira il VHEMT, ovvero il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, al quale aderirebbero le/gli intervistat* del Guardian. A prescindere dall’irrilevanza sociale e politica di questo “movimento” (la pagina ufficiale del VHEMT su Facebook conta ad oggi poco più di 8000 membri – quella italiana circa 800 – mentre la pagina dei Flat Earthers, ovvero i famigerati Terrapiattisti, ha circa 4000 adesioni, e gruppi come Stop Scie Chimiche contano quasi 32000 membri!), visitando il sito omonimo appare chiaro che  le dichiarazioni delle/gli intervistati hanno ben poca attinenza con le proposte del VHEMT.

Vorrei spendere dunque qualche parola sul VHEMT, poiché io stessa, pur non considerandomi un’estinzionista tout court, auspico una graduale ma rilevante diminuzione della popolazione.

In quanto transfemminista e antispecista, nonché childfree (o nullipara, per usare un’espressione assai meno accattivante!) già diversi anni fa sono venuta a conoscenza della supposta esistenza di un “movimento” per l’estinzione umana: visitandone il sito in lungo e in largo, ho all’epoca apprezzato il tono ironico e autoironico con il quale affronta il problema della sovrappopolazione, snocciolando al tempo stesso fatti, dati e statistiche abbastanza attendibili. Personalmente non ho mai conosciuto alcun membro del VHEMT, ma se l’adesione allo stesso ricalca le modalità spontaneiste dell’ALF – come in effetti sembrerebbe – allora potrei a buon diritto farne parte. Non perché io desideri ardentemente l’estinzione umana: semplicemente, l’ipotesi che possa avere luogo non mi turba particolarmente, ma mi pare anzi inscritta nella finitudine della nostra esistenza, che non può essere solo individuale.

L’estinzione propugnata dal VHEMT, in ogni caso, non è il risultato di un suicidio di massa o di un genocidio programmato; è, al contrario, un’estinzione “dolce” e, si badi bene, volontaria che passa semplicemente dalla scelta di non riprodursi: idea che è agli antipodi rispetto ad alcune proposte estinzioniste che immaginano invece stermini in qualche modo programmati (come viene esplicitato nell’articolo di Claudio Kulesko, che ravvisa delle somiglianze tra i diversi estinzionismi; dal mio punto di vista, la differenza è invece abissale). Inoltre, sempre sulle pagine del VHEMT si sottolinea come spesso siano proprio i sostenitori della natalità a tutti i costi a promulgare un’ideologia razzista, che contabilizza il bilancio delle nuove nascite non in senso assoluto (altrimenti non esisterebbe alcun rischio di “estinzione della specie”), ma relativo, auspicando la riproduzione solo di alcune popolazioni, addirittura allo scopo di “controbilanciare” il tasso di natalità di altre, ritenute meno degne. Su questo aspetto il VHEMT  è chiaro:

“Alcuni dicono: «Oggi sono le persone sbagliate quelle che hanno figli». Quante volte avete sentito questo ritornello? Possiamo essere certi che chi dice una cosa simile non sta parlando di se stesso: sta parlando di quelle altre persone sbagliate. Sta parlando di «quegli stupidi degenerati che non dovrebbero riprodursi, di quelli che sono troppo poveri per allevare dei figli, o di quelli che sono talmente depravati da non apprezzare neppure i bambini e che potrebbero arrivare a pensar d’abusare di loro». Quel che logicamente consegue in ragionamenti di questo tipo è che «chi ha dei geni scadenti non dovrebbe mai tramandare ad altri i propri difetti».

In chi sostiene le opinioni descritte, è implicita l’attitudine a pensare che esistano persone migliori, più adatte delle altre a trasmettere i propri geni. La gente intelligente, economicamente sicura, responsabile, socialmente consapevole e dotata del corredo genetico migliore dovrebbe darsi da fare per riprodursi. Dopo tutto, qualcuno dovrà pur farlo, no? […] Altri sostengono che la loro razza o il loro gruppo etnico sono una minoranza, o che lo saranno presto se non si danno da fare. Portare avanti il nome della famiglia ha costituito a lungo una giustificazione per la riproduzione, una giustificazione da non mettere neppure in discussione. Quando una coppia dice di volere “un figlio proprio” intende “un figlio con i nostri geni”. La mentalità che sta dietro a quest’ordine di idee fondato sul concetto di consanguineità è forte e radicata: “Noi” dobbiamo essere di più, “Loro” devono essere di meno. Vi sembra razzista? Be’, quando le coppie tentano di mettere al mondo un figlio specificamente maschio o femmina c’è anche un po’ di sessismo nell’aria. Ed è elitismo il voler creare delle repliche di noi stessi mentre decine di migliaia di figli degli “Altri” muoiono ogni giorno per mancanza d’attenzioni.”

Pertanto, anche in considerazione del fatto che, sulle stesse pagine, si riconosce che l’impronta ecologica dei bambini nati in Occidente non è paragonabile a quella di coloro che si trovano a venire al mondo nelle aree più povere, trovo abbastanza stiracchiata l’idea che suggerire a persone (occidentali) di scegliere di non procreare di fronte alla catastrofe ecologica in atto, possa avere un sottofondo colonialista (cito dall’articolo di Del Gobbo: “gli occidentali si ergono a paladini di una buona e razionale condotta di fronte all’irrazionalità dei popoli “altri” i quali, in preda a presunti arcaici sistemi di valori, “ancora” percepiscono la procreazione come valore o, peggio, non sono capaci di “proteggersi” dalle conseguenze dei propri atti sessuali.”).

Mi pare questa una conclusione arbitraria, che non si può ascrivere al punto di vista delle/gli estinzionist* che si riconoscono nel VHEMT: di più, dal mio punto di vista situato di transfemminista lunàdiga [1], che ha superato da qualche anno i quaranta, la scelta personale di non procreare, carica per me di significati personali ma anche politici, non ha mai avuto né mai avrà alcun risvolto “pedagogico” nei confronti di alcun*, perlomeno non in maniera diretta.

Altro discorso deriva dal constatare che lo stile di vita dell’Occidente, e dei paesi più ricchi in generale, viene preso a modello dai paesi in via di sviluppo in quanto espressione della condizione di massima desiderabilità del proprio stare al mondo: in questo senso, e considerato che – volenti o nolenti – il nostro stile di vita funge già da modello (perlopiù negativo e insostenibile da un punto di vista ambientale), perché guardare con sospetto a quegli stili di vita liberamente scelti, che potrebbero rivelarsi potenzialmente virtuosi e maggiormente sostenibili anche da un punto di vista ecologico? E superando la questione ecologica verso altri fertili orizzonti, perché rendere visibili modi altri di stare al mondo, che non seguono i percorsi prestabiliti dalla Natura, da divinità imperscrutabili o (più facilmente) dalle esortazioni di economisti e statisti, diverrebbe colonizzazione?

A questo proposito, ho letto in maniera molto critica il rimando alla presunta “naturalità” del desiderio di procreare, come espresso dalle intervistate dell’articolo del Guardian. Un discorso che ignora (volutamente o con ingenuità?) la questione della normatività sociale che sta alla base di molti dei nostri desideri, che di “naturale” hanno poco e nulla. La stessa norma (eterosessuale, spesso monogama e procreativa) sta, a mio avviso, alla base di tanti desideri di assimilazione che riscontriamo sempre più spesso nell’ambito omosessuale e queer, ambito originariamente caratterizzato da un contesto in cui le varie soggettività avevano (e hanno tuttora), vari strumenti di rottura per sovvertire la norma stessa.

In ogni caso, se anche vi fosse qualcosa di naturale (o meglio, biologico) nel desiderio di procreare, mi domando, nel solco tracciato dalle riflessioni del Manifesto Xenofemminista: se la “natura” – qualsiasi cosa questa parola significhi – ci portasse naturalmente verso il baratro, non sarebbe sensato cercare di porre un freno a questo destino apparentemente inesorabile?

Anche le malattie fanno parte della vita su questo pianeta, eppure non solo non ci arrendiamo ad esse, ma la maggior parte di noi sostiene sia lecito torturare e uccidere altri esseri senzienti inseguendo la flebile speranza di una cura. Ma ecco che, quando si tratta di far figli* o del mangiar carne sentiamo nuovamente il richiamo alla “naturalità”:  eppure siamo oramai in grado, tramite i metodi anticoncezionali e l’aborto, di evitare le gravidanze indesiderate, e in quanto onnivori possiamo, a differenza dei carnivori obbligati, scegliere di cosa cibarci.

È la natura che lo ordina, baby!

“Se la Natura è ingiusta, cambiala!” Lo Xenofemminismo ci esorta ad abbandonare ogni dogma, ogni certezza apparentemente immutabile, ogni violenza attribuita di volta in volta all’assetto ormonale, alla tradizione, all’inevitabilità del biologicamente predeterminato, per plasmare in maniera inedita il nostro stare al mondo, fuggendo la facile lusinga e comodità del privilegio invisibilizzato e naturalizzato.

È qui necessario rilevare che anche io credo che, allo stato attuale delle cose, sia ben difficile che l’astensione dalla riproduzione possa avere un qualche effetto demografico reale: non perché io reputi del tutto inefficaci i comportamenti individuali (tendo a non dividere in maniera binaria e oppositiva comportamenti personali e politiche globali, mi pare sia non necessario e in qualche modo fallace da entrambe le parti),  bensì ritengo che i comportamenti individuali, che per di più al momento attuale sono praticati da una minoranza di individui e pertanto non potrebbero nemmeno ambire a raggiungere una ipotetica “massa critica”, debbano  comunque inscriversi in un cambiamento di paradigma totale, all’interno del quale la riduzione della popolazione sarebbe un solo, per quanto importante, aspetto.

E, in questo senso, proprio il quesito iniziale posto da Dal Gobbo mi pare rivelatore, quando afferma:

“Ho 26 anni, ma quando ero piccola si parlava soltanto di spegnere le lampadine e chiudere il rubinetto mentre ci si lavava i denti. Al massimo diminuire l’uso della macchina. Pian piano l’elenco dei “comportamenti” non sostenibili si è espanso e con esso la lista delle cose a cui rinunciare per salvare il pianeta: viaggiare in aereo, usare l’asciugatrice, andare al ristorante e al cinema, comprare prodotti non biologici, mangiare animali e i loro derivati. Pare che l’orizzonte si espanda di giorno in giorno, come se per quanto noi ci impegniamo quotidianamente, i nostri sforzi non fossero mai abbastanza. La nostra società è alla costante ricerca di una ‘giusta’ soluzione che tuttavia sembra non materializzarsi mai.”

Il problema si rende evidente proprio in questo passaggio: siamo indubbiamente tropp*, abbiamo uno stile di vita eccessivamente energivoro, e stiamo depauperando il pianeta oltre al punto nel quale i sistemi biologici (come correttamente evidenziato da Natan Feltrin) riescono a rigenerarsi  – peraltro causando sofferenza, morte ed estinzione di miliardi di altri esseri viventi, umani e non. Senza cambiare radicalmente paradigma, non saranno le/gli estinzionist* né le/i vegan* a salvare il mondo, ma l’estinzione involontaria di massa che in quanto specie stiamo causando, e di cui faranno le spese nuove generazioni innocenti (e sì, anche le/ i figli* dei vostri figli*).  E prima di quella violenta estinzione… probabilmente i sacrifici aumenteranno sempre di più, soprattutto in capo alle/i più deboli, ma non basteranno mai!

Non credo che l’estinzionismo, al pari del veganismo, sia la panacea di tutti i mali, ma al contempo non escludo che, se queste tendenze fossero maggioritarie, si potrebbero verificare risultati positivi al momento inimmaginabili, soprattutto perché se fossero maggioritarie significherebbe probabilmente che un altro paradigma, differente da quello capitalista che tutto riduce a merce sfruttabile, ha finalmente preso piede, che a lottare in piazza non sarebbero poche centinaia di persone, ma fiumi di migliaia e milioni di persone, davvero una marea!

Questo nuovo modo di stare al mondo potrebbe inoltre, come auspicato nell’articolo di Helen Hester (Ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva. Ecologie xenofemministe, riconfigurare e sviluppare la proposta di Haraway volta a Generare parentele, non bambini. Un’idea rivoluzionaria che potrebbe avere conseguenze positive inimmaginabili quali, per sommi capi:

– Nell’area dell’immigrazione – nuove opportunità di integrazione;

– Nell’area dello sviluppo tecnologico – nuove frontiere di sviluppo di tecnologie assistive;

– Nell’area del lavoro di rigenerazione – liberazione delle donne dal lavoro riproduttivo non retribuito;

E altri imprevedibili effetti di tipo emancipatorio.

Generare parentele diventa dunque un momento oppositivo – legato al rifiuto dell’ordine corrente – ma anche produttivo, e da un punto di vista transfemminista significa “ripensare le modalità con cui si articolano intimità, socialità e solidarietà al di là del nesso del nucleo familiare.”

In qualche modo, sono convinta che la proposta del VHEMT non sia così distante da quella di Haraway, ovvero promuovere un cambiamento ideologico capace di portare ad una rilevante riduzione della popolazione in tempi lunghi, e che non smette di curarsi e di mostrare solidarietà a chi già esiste, così come a chi decide consapevolmente di procreare e di curarsi delle/i nuov* nat*.

Non ho mai considerato questo tipo di estinzionismo nemmeno vagamente paragonabile a quello di matrice autoritaria: io stessa ho deciso di non riprodurmi, e alle considerazioni personali si sono aggiunte quelle etiche e politiche, che ricalcano molti dei temi del VHEMT. Non perché io reputi che la mia rinuncia – che non vivo come “sacrificio” – possa avere oggi una qualche rilevanza statistica, ma perché credo che l’etica e la politica che pratichiamo nel quotidiano abbiano ragioni che vanno al di là dell’efficacia contabile.

Sono ben consapevole che le scelte che informano il mio stare al mondo configurano al momento attuale un’utopia: ma un’utopia che prende forma apre già oggi spazi di possibilità a ciò che ancora deve venire – e se oggi il mio essere childfree e antispecista non va probabilmente a lenire che in minima parte le sofferenze delle/i più pover* e delle/gli ultim*, umani e non umani, cionondimeno materializza la tensione oppositiva che muovo contro l’ordine mondiale attuale, e concretizza una Zona Temporaneamente Autonoma e liberata nella quale confrontarsi attivamente con l’oppressione che viviamo sulla pelle, ma anche con quella che esercitiamo su altre esistenze, rinunciando al privilegio di specie e lottando al fianco delle altre soggettività oppresse.

Al netto del fatto che la genitorialità, lungi dall’essere alla portata di tutt*, è anch’essa un lusso – in particolare per i soggetti marginalizzati, queer, infertili, e per gli animali non umani (che vengono sterilizzati arbitrariamente se domestici, o privati della prole alla nascita se allevati per profitto) – la scelta di non riprodursi stimola la costituzione di nuove relazioni, in cui le parentele sgorgano dalle affinità e non dalle linee di sangue, la tecnologia può farsi carico degli aspetti più intimi e a volte faticosi dello stare al mondo [2] e le alleanze intra e interspecifiche riconoscono le reciproche vulnerabilità e ne fanno terreno di incontro e non di sfruttamento e prevaricazione.

Che quel “vuoto” che dicono di sentire alcune donne senza figli* non sia in realtà il deserto delle relazioni umane, che si tenta di tacitare con il ripiegamento nella famiglia nucleare? L’incapacità, o quantomeno l’estrema difficoltà nella società attuale, di sentirsi vicin* e solidali con chi non ha il nostro stesso dna – e possibilmente estrazione sociale e imprinting culturale? L’inconsapevole ma dilaniante sensazione di non avere, o avere una fragilissima rete di supporto, al di fuori dei rispettivi alberi genealogici?

“Vogliamo tutto”, scriveva quarant’anni fa Nanni Balestrini, ma aggiungeva “Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare una lotta a fondo dura e violenta. […] Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale”.

Allora come oggi non possiamo “volere tutto” alla maniera del turbocapitalismo, che fagocita ogni cosa incurante non solo del futuro, ma anche del presente vivente e sofferente… dobbiamo volere tutto per tutt*, e questo implica la capacità di riorientare i nostri desideri e le nostre politiche, anche quelle legate alla sovrappopolazione. Cambiare costa fatica, lottare è sfiancante: ma senza la lotta e senza il cambiamento, cos’altro potrebbe distinguerci da coloro che ogni giorno ci opprimono e che, con tutte le nostre forze ci sforziamo di combattere?

[1] Lunàdiga è la pecora che, pur fertile, non si riproduce: singolare, strana, anticonformista, lunatica. Vi invito a conoscere il progetto Lunàdigas, film documentario realizzato da Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che ha al centro proprio le storie di donne senza figli, raccolte in quasi dieci anni di incontri e video-interviste: donne note e meno note, dai mondi dell’attivismo politico, culturale, sociale, della scienza, della scrittura e dell’associazionismo, varie per esperienza e provenienza geografica.

[2] Non c’è nulla di male a “farsi pulire il culo” da un altro essere umano, ma meglio sarebbe poter scegliere se si preferisce utilizzare tecnologie assistive che restituiscano l’intimità a chi la desidera, e liberino spazi di interazione tra le persone che vadano oltre alla “cura del corpo” per diventare cura dell’individuo, dei suoi bisogni emotivi e affettivi… anche per chi si dedica al lavoro di cura, spesso donne e soggetti marginali.

 

Lucrecia Masson: “La colonialità è la donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi”

Intervista a Lucrecia Masson per CUARTOPODER.ES

Traduzione a cura di Valentine aka Fluida Wolf, revisione a cura di feminoska

Il corpo è ancora il campo di battaglia. Tutti i corpi. Neri, bianchi, razzializzati, trans, cis, maschili, femminili… Almeno, così la pensa l’attivista transfemminista Lucrecia Masson, che indaga i nostri involucri di carne e ossa dal punto di vista decoloniale.

Questa attivista argentina rivendica le sue radici indigene, usa il termine Abya Yala al posto di America e chiede alla Spagna di riesaminare il proprio passato e riconoscere il saccheggio, lo sterminio e lo stupro perpetrati dall’impero spagnolo, quello che si studia nei libri di storia. Confessa che portare avanti il discorso antirazzista e anticolonialista insieme ad altre rivendicazioni continua ad essere impopolare, anche nei movimenti più radicali.

A pochi giorni dalla celebrazione dell’Orgullo Critico, Cuartopoder.es si trasferisce nello spazio del collettivo Ayllu (di cui fa parte) al Matadero de Madrid, per fare due chiacchiere.

Eri presente all’Orgullo Crítico del 28 giugno. Andrai alla manifestazione ufficiale del 7 luglio?

– No, non ero nemmeno a conoscenza della manifestazione. Non mi riconosco nella proposta politica che rivendica la sigla LGTBIQ, e che organizza una grande festa capitalista e consumista.

– All’interno dell’Orgullo Critico erano presenti soggettività LGBTI razzializzate, è stato difficile integrare questo discorso nel movimento?

– È stato e continua ad essere un discorso impopolare. Di fatto, alla fine del corteo, alcuni manifesti non sono stati letti: tra questi figurava quello antirazzista, anche se in seguito lo abbiamo letto da sol*. È un argomento che incontra molta resistenza nei movimenti sociali. Fino a poco tempo fa in Spagna non esisteva una seria riflessione su temi quali l’antirazzismo, la colonialità, ecc. Ora viviamo un periodo in cui l’antirazzismo è molto potente, perché anche il razzismo lo è. In questo momento, incontriamo resistenze, per esempio, quando nominiamo la bianchezza.

– Hai lavorato molto sulla questione del corpo. Nel 2018, continua ad essere un campo di battaglia?

– Sì, penso che sia un luogo privilegiato per l’azione politica, un luogo da cui partire per porsi delle domande.

– Pensi che sia in atto un tentativo di commercializzare i corpi? Perfino l’industria della moda e della bellezza si sono arrese alle taglie grandi.

– I corpi delle modelle “pluz size” solitamente sono bianchi. Esiste una costruzione della bellezza a partire dalla bianchezza, che coinvolge i tratti somatici e la forma del corpo. Di solito si tratta di corpi bianchi, snelli, alti… E sì, esiste anche una nicchia di mercato delle taglie grandi. All’improvviso, qualcosa diventa vendibile e il capitalismo si tiene al passo e se ne riappropria. Dal mio punto di vista non cambia nulla. Continuano ad essere corpi armoniosi, con qualche chiletto in più, simmetrici…

– Perché questo dibattito anticolonialista non ha avuto luogo finora in Spagna? Molti pensano che non ci siano stati conflitti violenti tra spagnoli e persone razzializzate.

– La Spagna è tremendamente razzista. Lo scorso 12 novembre abbiamo manifestato per l’uccisione di Lucrecia Pérez, avvenuta nel 1992. Gli omicidi a sfondo razzista avvengono perché esiste un razzismo feroce. È difficile che si affrontino queste discussioni perché in un modo o nell’altro sono discorsi impopolari e parlarne è sempre causa di problemi.

– Ad esempio?

– Si viene additat* come troppo radicali o di complicare troppo l’attivismo. A volte il razzismo non ha bisogno di essere esplicito e si manifesta sul piano simbolico.

– Dove si nasconde il razzismo invisibile? Quali sono i problemi da risolvere in Spagna rispetto a questo tema?

– La Spagna deve ripensare alla sua storia. Il paese e la sinistra, il femminismo e l’anarchismo devono ripensare alle modalità in cui, oggi, la colonialità viene messa in atto, quelle strutture di potere che sono state forgiate da saccheggi, sterminio e stupri nelle colonie di Abya Yala, che è come noi chiamiamo l’America. La colonialità oggi ha le sembianze della donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi.

È importante nominare i benefici che derivano da quella spoliazione e da quel saccheggio. A volte, incontriamo persone di altri collettivi e viene costantemente fuori il “io non c’entro nulla con tutto questo”. E rispondiamo, “certo che non l’hai messo in pratica, ma sei un beneficiario di questo sistema e di quello stupro originario”.

– Come si può riparare a questo debito?

– Trovare il modo è un compito che spetta al conquistatore. Non so se spetti ai migranti dare questa risposta. È come quando gli uomini cis chiedono alle femministe cosa fare. Inizia a riflettere su di te, nel quotidiano e nella Storia.

– Recentemente sono state rese pubbliche accuse di abusi lavorativi e sessuali sulle lavoratrici stagionali di Huelva. Ci sono state critiche, perché le manifestazioni femministe non sono state numerose come in altri casi, condividi questo punto di vista?

– Non credo al femminismo che afferma “se toccano una toccano tutte”, perché si è reso evidente, nel caso delle lavoratrici stagionali di Huelva, che non è così. Non stiamo assistendo a questa grande mobilitazione del femminismo. E parlo del “femminismo” perché se non specifichiamo (comunitario, nero…), parliamo di femminismo bianco. La domanda è: di che colore deve essere questa una e queste tutte?

– Ovvero le donne migranti non sono soltanto maggiormente esposte agli abusi, ma anche più indifese quando si tratta di reagire.

– Le donne migranti hanno anche i propri modi di fare e le proprie resistenze. Il femminismo crede di essere un programma di liberazione delle donne nel mondo. Sono logiche universaliste. Non possiamo parlare per tutte le donne. In questa logica coloniale, che si sente in diritto di parlare per il mondo intero, bisogna dire che quello che funziona per alcune non funziona per tutte.

L’altro giorno ero ad un dibattito con una poeta hondureña e si stava parlando di un movimento politico. Una persona bianca del pubblico si è alzata e ha detto che era stata cooperante in Honduras, e le era sembrato molto grave che le donne stessero in cucina. La poeta le ha risposto che ragionare in quel modo era una trappola coloniale: le donne in cucina non cucinano soltanto, ma cospirano e tessono legami di resistenza e amore.

– Sei anche un’attivista contro la grassofobia.

– Sono un’attivista che pensa che il corpo debba essere abitato in tutta la sua dissidenza. L’insieme di peso, taglie e misure rappresenta una forma di controllo totale che opera in maniera molto brutale sul corpo. Mi sembra importante esperire il corpo in modi differenti, e che sia possibile esistere nelle diverse taglie e abilità. Mi interessa il corpo nella sua forma e capacità. Esistono corpi grassi, malati, diversamente abili… Che non sono tanto redditizi per il capitalismo e subiscono un forte indottrinamento. Succede con la grassezza e per questo si cerca di disciplinare il corpo.

– Sicuramente non esiste donna che in un certo momento non si sia vergognata del proprio corpo, comunque sia fatto.

– Si, le società occidentali rendono il rapporto con il proprio corpo disastroso: sei condizionata da una serie di norme che ti spingono a pensare al futuro nel quale sarai più bella, magra e felice. Il futuro entra nel corpo. È un’altra idea coloniale di progresso. È fondamentale mettere in discussione questa idea di futuro, dobbiamo abitare il corpo qui e ora.

Lucrecia Masson è nata in Argentina nel 1981. È attivista transfemminista ed ha scritto, tra gli altri, un capitolo del volume collettaneo “TRANSFEMINISMOS” (Curato da Miriam Solá e Elena Urko), dedicato all'”ATTIVISMO GRASSO”, e il testo EPISTEMOLOGIA RUMINANTE, tradotto dall’assemblea queer di Torino Ah! sQueerTo!

Carina/Malata: come la malattia cronica e mentale si ripercuotono sulla nostra immagine corporea e rendono la bellezza complicata

di Ariane.

Articolo originale  qui.

N.d.T.: il titolo è un gioco di parole intraducibile tra pretty (carina)/sick (malata) e “pretty sick” (piuttosto malata).

La salute non è binaria. Le persone che soffrono di malattie croniche e/o mentali possono effettivamente essere “malate” (termine di enorme complessità di per sé), ma non siamo in un dato giorno A) malati o B) non malati. Questi disturbi possono durare per tutta la vita o per molti anni, passando attraverso riacutizzazioni e remissioni. Ma non siamo solo “malati”, siamo persone con hobby, partner, amic* e, quando possibile, professioni. Le nostre patologie possono a momenti essere annichilenti, ma non sono noi. Sono solo una parte di ciò che siamo – persone complesse e sfaccettate, come lo sono tutte. Eppure, a volte sembrano esistere norme, percezioni e aspettative assurde sull’aspetto di una persona “malata”. Questo esacerba ulteriormente le già complicate relazioni che viviamo con i nostri corpi.

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Sono stata più o meno malata per la maggior parte della mia vita. Non ricordo davvero un periodo in cui mi sentissi bene per più di una giornata fugace qui o là, e nel corso del tempo la situazione è peggiorata. La maggior parte delle persone che mi conoscono ne sono in qualche modo consapevoli – ho smesso di cercare di nasconderlo molti anni fa. Eppure, sperimento costantemente in che modo il mio aspetto influenzi il modo in cui le persone percepiscono non solo me, ma anche l’esistenza e la gravità della mia malattia. Questo intrecciarsi di percezioni erronee complica le mie interazioni sociali, il senso incerto del sé che ho coltivato e il rapporto che ho con il mio corpo.

Se mi vesto bene in casa, o *gasp* trovo il coraggio di uscire di casa curata, allora sicuramente sono in ripresa e mi sento meglio! O no? Se mi vesto male, mi sto lasciando andare e mi sto “arrendendo”. Certo. Dovrei vestirmi in maniera più sciatta per abbinare i vestiti a quanto mi sento male? I miei pantaloni dovrebbero intonarsi al livello di dolore che provo? Così tanti pensieri mi passano per la testa quando qualcun* dice: “Hai proprio un bell’aspetto!” con un tono sorpreso e rassicurante. Dovrei sorridere e annuire? O dovrei correggerli e rispondere, “Grazie, ma non è il riflesso di come mi sento. In realtà mi sento davvero di merda.” Sarebbe quantomeno imbarazzante… i complimenti sono insidiosi, e contraddirli non è socialmente accettabile.

Tutto questo ha delle conseguenze sugli aspetti pratici della vita quotidiana. Qualcun* mi passa davanti quando sono in coda, senza rendersi conto di quanto mi devo impegnare per restare in piedi senza avere nulla a cui appoggiarmi quando ho le vertigini o sono esausta. Quando sono costretta ad estremi climatici di caldo o freddo per un lungo periodo di tempo, la gente pensa che io esageri o sia una frignona se mi sento svenire o se le mie estremità diventano molto dolorose. Come posso stabilire dei limiti e farmi valere quando non ci sono “prove” di ciò che sta accadendo dentro di me, il che porta alcune persone a credere che non dovrei avere un “trattamento speciale”? Dovrei lasciare bruscamente a metà una commissione? Dovrei evitare escursioni o viaggi? Non dovrei andare a fare la spesa da sola? Posso chiedere di cedermi un posto a sedere sui mezzi pubblici? Posso farlo senza subire sguardi interrogativi,  veri interrogatori o essere giudicata? Verrei trattata allo stesso modo se fossi su una sedia a rotelle o se avessi un bastone? Le mie scarpe graziose mi trasformano in un’imbrogliona? Posso indossare un bel vestito quando mi sento uno schifo? Senza essere perennemente messa in discussione?

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Anche chi lavora nel sistema sanitario non è immune da queste dinamiche, e prevedere in che modo un determinato operatore sanitario (medico, infermiere, ecc.) interpreterà il mio aspetto può essere davvero difficile. Se sono esausta (praticamente sempre) e scelgo di presentarmi ad una visita in tuta, sembrano maggiormente comprensiv*, mi chiedono se sono depressa e mi prescrivono più farmaci – no, mi spiace dottor*, l’ansia la so gestire, continuerò con la meditazione grazie! Se mi vesto elegante, spesso si comportano in modo più professionale, ma giudicano meno seriamente la gravità della mia malattia. È come camminare su di un filo, imprevedibile e pericoloso. Essere una persona giovane, con patologie di solito tipiche delle persone anziane, non aiuta. L’idea che una persona sia troppo giovane e vivace, o troppo elegante, per avere simili problemi, nega la realtà del dolore, della malattia e della ridotta qualità della vita. Mantenere un atteggiamento positivo e avere un comportamento amichevole favorisce questo stigma controproducente, ma dovrei agire in maniera burbera e rendere me stessa e tutt* le/gli altr* intorno più infelici?

Il sommarsi di idee/percezioni errate e persone (professionist* della salute, amic*, famiglia, dator* di lavoro, ecc.) che non prendono per vere le affermazioni su come una persona si sente, risultano una combinazione terribile. Perché non partire dalla convinzione che una persona sia onesta su come sta, indipendentemente da come appare? Se si ha intenzione di fare congetture, perché non dare per scontato che tutto è possibile, o che le cose non sono cambiate in modo significativo da quando si è chiesto l’ultima volta come andasse? Qualsiasi altro comportamento costringe la persona malata a negoziare, spiegare e dimostrare (cosa che a volte è impossibile) di essere legittimamente malata. Il che non fa che aumentare la vergogna e la frustrazione che accompagnano la malattia stessa, già in sé una sfida grande e complessa da affrontare. Rende anche le persone malate timorose di dire che stanno vivendo una buona giornata o una buona settimana. La risposta, “Oh, sono content* che ti senta meglio!” o il presupposto che questa tendenza positiva sia permanente, rappresenta l’ennesima interazione difficile da affrontare, carica di vergogna e significativo dolore emotivo per la speranza che il desiderio possa diventare realtà. È più facile nascondere i giorni buoni ed evitare la confusione.

È anche peggio quando qualcun* mi dice di essere gelos* della mia magrezza. Nella primavera del 2010, dopo una delle peggiori riacutizzazioni della mia malattia, sono arrivata a pesare 38 chili – non penso di averlo mai rivelato prima. È stato spaventoso, un promemoria terrificante di quanto possa essere dannoso per la salute essere sottopeso. Ti mette a rischio di gravi effetti collaterali, persino attacchi di cuore. Le persone estremamente magre sono già derise e giudicate: gli estremi di peso sono estremi, e le persone tendono ad emettere ogni tipo di giudizio affrettato, non importa in quale parte dello spettro ci si trovi. Ma quando mi viene ripetutamente detto, “Vorrei avere il tuo problema” quando parlo della fatica che faccio per aumentare di peso, nuovamente mi devo confrontare con la negazione della gravità della mia malattia. No, non vorresti avere il mio problema. Ero debole, malata e spaventata, e nulla di tutto questo è qualcosa a cui aspirare. Per non parlare di quanto sia difficile recuperare un tale stato di deterioramento fisico. Sono passati più di 4 anni, ed è stata una lotta continua per cercare di ottenere e mantenere peso e forza.

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Molte persone, in particolare donne, provano sentimenti contrastanti nei confronti della propria immagine corporea – faticano a sentirsi a proprio agio e felici di come appaiono. Ma l’immagine corporea è raramente, se non mai, messa in relazione col funzionamento del corpo. Se sembro star bene significa che dovrei sentirmi bene? Che dovrei funzionare come una persona “normale”? Se non è così, cosa dice questo di me? Non dovrei essere in grado di superarla? Provarci con più convinzione? Tenere duro? Siccome non sembro aver nulla che non vada, forse mi sto inventando tutto o sto come minimo esagerando.

È dura non arrabbiarmi con il mio corpo quando non c’è una ragione visibile per la sua disfunzione. Le mie malattie croniche sono tutte categorizzate come “malattie invisibili” – in contrasto con malattie o disabilità più visibili, dove è ovvio a chiunque che c’è un problema. Posso zoppicare un po’ o accoccolarmi in posizione fetale quando provo dolore, ma a parte questo, ora che ho preso un po’ di peso, guardandomi non direste che qualcosa non va. È stato per me un enorme traguardo smettere persino di considerare il mio corpo come un nemico separato da “me” (cioè la mia mente) che mi sta ostacolando e rovinando la vita. Questa separazione di corpo e mente è un meccanismo di difesa che serve solo a mantenere solida la facciata che racconta che tutto va bene, tranne che per questo seccante contenitore in cui sono bloccata.

È incredibilmente difficile non tentare di sforzarsi a comportarsi in un modo più in linea con il tuo aspetto esteriore. Essere onesta, non solo con le persone che non “capiscono” (che possono anche essere le persone a cui sei vicina) ma anche, soprattutto, con te stessa: è uno sforzo quotidiano. (Ne parlo in modo molto più dettagliato nel secondo numero di Collide zine, una zine collettanea sull’intersezione tra salute fisica e mentale). Così accade che molte delle persone che conosco e che si trovano ad affrontare malattie croniche e/o mentali, sono tra le/i più grandi perfezionisti e le persone più motivate che conosco. Affermate, incredibilmente intelligenti, lottano con l’intima negazione di quanto siano veramente malate, tutto solo in funzione di superare i propri limiti piuttosto che rallentare e prendersi cura di se stesse. Io ne sono un esempio perfetto. Nessuno mi ha mai suggerito di rallentare o di fermarmi e avere il coraggio di affrontare quanto fossi malata – ancora oggi mi chiedo se sia perché non credevano davvero che io fossi così malata. Solo quando sono crollata totalmente nel 2012 e ho ammesso a me stessa che non potevo continuare a fingere di stare “abbastanza bene” ho cominciato ad affermare e proteggere il mio bisogno di tempo per riposare e guarire.

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Eppure, nonostante il fatto di essere malat*, dovremmo avere il diritto di amare la moda, di presentarci bene, di indossare il nostro vestito/rossetto/maglione preferito come chiunque altr*. La malattia non preclude questo – non è una situazione esclusiva, “o l’uno o l’altra”. Anzi, non meritiamo forse di tirarci un po’ su con questi simboli di stile personale, per mantenere il nostro senso del sé attraverso il modo in cui ci presentiamo al mondo? Non dovremmo poterlo fare senza aggiungere un ulteriore fardello, giudizi e vergogna a quello con cui abbiamo a che fare? Non possiamo essere noi stess*, pubblicamente, anche se dobbiamo lottare ogni giorno per via di circostanze che non possiamo controllare?

Ho passato in rassegna molti autoritratti che ho realizzato negli ultimi due anni, parte di un esercizio per sviluppare il mio senso del sé come persona integra. Ho pensato, “Non sono forse tutte queste versioni di me contemporaneamente?” Non sono solo “malata” o “sana” in un dato giorno. In molte di queste immagini, ho un bell’aspetto o sembro felice, anche se posso ricordare chiaramente che quello era un giorno in cui non mi sentivo bene. Anche nei giorni migliori, vivo di momento in momento, senza mai sapere quando le cose cominceranno ad andare male. È la mia realtà, e quella di tant* altr*, e non mi sembra un’idea così bizzarra quella di trattare noi stessi e trattarci l’un l’altr* con delicatezza, dal momento che non possiamo mai veramente sapere come andrà.

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Come parte di questo post, ho invitato alcun* amic* a contribuire con le proprie riflessioni su questi temi, è stato appassionante leggere le loro esperienze…

Un’amica che ha avuto problemi di malattie mentali ricorrenti (depressione, ansia e DPTS), descrive quanto l’aspetto esteriore possa essere disconnesso dal proprio livello di benessere:

Mi vesto meglio quando mi sento peggio. Se ho il vestito stirato significa che la mia capacità di mantenere il controllo è allo stadio critico. Buffo no? Più mi presento bene, più sono vicina al crollo, come se fosse l’insieme di tessuto, bottoni e cintura a tenermi insieme, una specie di esoscheletro.  La mia ultima difesa contro il crollo imminente. O forse voglio solo aggrapparmi alla normalità. Un. Altro. Giorno. Ricordo una settimana passata in reparto psichiatrico, poiché ero considerata un pericolo per me stessa. È stata una delle settimane più terrificanti della mia vita, ma ero vestita in modo impeccabile, le persone mi scambiavano costantemente per il personale, chiedendomi indicazioni o asciugamani extra. Per aggiungere la ciliegina sulla torta, o forse il danno alla beffa, il mio (ora ex) marito aveva inserito nel cambio di vestiti la mia t-shirt “La Vita è Bella”. E l’ho indossata. Da allora non l’ho mai più indossata. Buffo, ho ancora alcuni vestiti di quella settimana e non mi piace più indossarne nessuno.

Un’altra amica, Kelly Day, mi ha raccontato di come le sue molteplici malattie croniche, tra cui il dolore pelvico cronico, hanno influito sulla sua autostima riguardo alla sessualità e alla femminilità. Scrive:

Il nostro aspetto corporeo. Ah, è un argomento difficile, e un termine molto generico per qualcosa di così intricato. Ci ho lottato per tutta la vita. Ironia della sorte, siccome la mia malattia influisce su ciò che posso mangiare, in realtà probabilmente ho un fisico migliore di quello che avevo un tempo perché ho perso peso, e i cibi naturali e biologici mi hanno reso la pelle e i capelli molto belli! Inoltre, poiché ho vissuto un trauma tremendo e ho più fiducia in me stessa, nel complesso sono più sicura di me. Tuttavia… La mia sessualità è l’aspetto di me con cui lotto maggiormente. Avere una malattia pelvica, provare il dolore e la disfunzione dei cosiddetti “problemi delle donne” fa sentire una persona differente dalla norma, e non altrettanto degna delle altre donne. A volte mi preoccupo che per un uomo sarà troppo da sopportare. A volte mi sento in generale “disgustosa” perché porto in me il ricordo, e il mio corpo porta i segni, del trauma che le mie parti intime hanno vissuto. È stato un incubo. Mi mancano alcuni organi. Avverto tensione in parti del corpo dove la maggior parte della gente non pensa possa esistere tensione. Dozzine di dottori e altri professionisti del settore medico hanno visto le mie parti più intime e spesso mi hanno inflitto grande dolore. Mi sento spesso insicura, e meno desiderabile delle donne che hanno una vita sessuale normale e non provano dolore, mai. Nel corso delle mie relazioni passate, ho persino sopportato rapporti dolorosi solo per compiacere il mio compagno, per non sentirmi in colpa. O assicurarmi di averlo “soddisfatto” in qualche modo, così che non si sentisse privato di qualcosa. Ero davvero, davvero incasinata, e tutto questo ha avuto conseguenze dalle quali sto riprendendomi ancora oggi. Per quanto riguarda l’immagine corporea, è tutto collegato… quando qualcuno mi dice che sono bella quando mi sento un disastro, il mio primo pensiero è “Che dolce!” Il secondo pensiero è “Ma sono un disastro. Non deve essere sincero. Cacchio!”. Sono meno incline a preoccuparmi del mio aspetto, non mi trucco più e i pantaloni della tuta diventano la norma. Non voglio essere sciatta, ma quando hai cose più importanti di cui preoccuparti, l’aspetto va in secondo piano. Cerco di avere un ‘look naturale’ ma non c’è semplicemente tempo o energia in più per coccolarti… quando trovo le energie le utilizzo facendo cose che mi piacciono, non ho tempo di correre dietro a standard di bellezza, che probabilmente non potrei comunque raggiungere!  È una lotta costante con molti alti e bassi, a seconda del mio morale altalenante. Ma nel complesso, tiro avanti, cerco di non fare confronti, e di ricordare che questo mi è successo per una ragione… le mie cicatrici sono ferite di battaglia, i miei ricordi mi plasmano, e la mia forza e resistenza sono i miei più grandi beni. Siamo tutt* bell*, e noi malat* siamo bellezze di una profondità che le persone normali non possono sempre capire. E di quella profondità, se non altro, sono grata. Perché la bellezza esteriore svanisce, ma l’anima e lo spirito durano una vita.

Infine, un’amica che è un’atleta e che ha lottato con depressione, ansia e un grave esaurimento racconta come ha gestito malattia mentale e immagine corporea, e sui diversi modi in cui i problemi possono manifestarsi quando sei fisicamente abile:

Non mi è mai piaciuto il mio corpo: era troppo grasso a 65 chili e a 57 chili. La mia pancia era troppo sporgente anche se nuotavo quattro volte alla settimana o correvo 100 chilometri alla settimana. Nella maggior parte dei giorni, oltre al mio corpo trovavo sgradevole anche me stessa. L’esercizio fisico, in particolare la corsa, mi aiutava a tenere a bada queste sensazioni. Dopo 10 chilometri… 15 chilometri, la mattina dimenticavo il mio corpo e pensavo alla mia forza. Quando diventavo ansiosa (spesso) o triste, molto triste, correre dava senso alla mia vita e calmava i miei pensieri.  Poi sono diventata veloce e ho perso peso. Il fatto è che nessuna corsa era mai abbastanza e nessun peso era mai troppo poco. Ero ancora uno delle corridore più forti, ma le miei pari erano migliori nelle corse su strada. Non avevano idea… Il momento più difficile è stato quando stavo male, ma correvo così bene – non dormivo e mangiavo a malapena – e tutti le/gli amic* corridor* mi facevano i complimenti per i miei tempi. Nulla aveva senso, perciò il mio valore dipendeva dall’ultima gara, e sentivo che alla gente piacevo solo perché ero veloce. Per quanta pressione mi auto-infliggessi, mi sentivo sempre grassa e lenta.

Mi confrontavo costantemente con gli altri ed ero terrorizzata dall’aumento di peso. Correre smise di eliminare ansia e tristezza, e cominciò a contribuire allo stress – temevo gli allenamenti che amavo, cancellavo gli allenamenti con le/gli amic*. Invece di essere entusiasta di esplorare nuovi percorsi in montagna nei fine settimana, restavo a letto fino all’ultimo minuto e piangevo mentre preparavo la mia attrezzatura. Ma non potevo semplicemente fermarmi. 

Finché l’ho fatto. Non riuscivo più ad alzarmi dal letto, non smettevo di piangere. Mentre una volta correvo per ore, non riuscivo nemmeno a raccogliere le energie per svuotare la lavastoviglie. Mi odiavo perché non correvo, e non desideravo correre,  l’unico modo in cui sapevo affrontare la tristezza: mi sentivo sprofondare sempre più. Poi ho ricominciato a correre –  l’unico modo in cui sapevo uscire dalla depressione. Un mese dopo, mi sono rotta il piede – il corpo alla fine ha ceduto. Mi ci sono voluti cinque mesi per stare meglio. Ho ripreso peso e ho avuto il primo ciclo da anni. Sono andata in terapia. Ho fatto pedicure. Ho viaggiato. Ho nuotato e fatto yoga. Mi sono coccolata tanto, perché era l’unica cosa che potevo fare. La depressione non è andata via tutta in una volta, e a volte si fa ancora viva. Corro, ora, e mi alzo prima che la sveglia suoni, eccitata di vedere l’alba sulle montagne. Sono felice di avere un corpo sano e di non provare dolore. Non so se sarò mai veloce o magra come prima, ma alla fine posso sentirmi felice e sono più gentile con me stessa, quasi tutti i giorni.

Ringrazio le mie amiche per avermi affidato le loro storie e averle condivise.

Cerchiamo di essere più gentili con il mondo e con noi stess*,  e abbandoniamo le nostre convinzioni sulla salute e sull’abilità delle altre persone. Non essere un membro della società abile e pienamente funzionante comporta stigmatizzazione e vergogna, e sono sicura che molte delle persone che incontrate sono più di quello che immaginate. E per quanto riguarda quell* che conoscete e che stanno lottando, ricordate che potrebbero nascondere regolarmente la gravità della propria malattia per proteggersi e proteggervi da tutte le conseguenze difficili e imbarazzanti che la loro onestà implicherebbe.

 

Le regole del gioco

La malattia cambia la percezione del tempo.

Le giornate rallentano, la fatica si posa apparentemente lieve sulle spalle al mattino, per trasformarsi nel giro di poche ore in un macigno insostenibile, da trascinare minuto dopo minuto. Arrivare alla sera si fa fatica epica, ma – se si è abbastanza fortunat* – il buio porta in dono il tanto sospirato oblio di sé e della propria condizione.

La malattia è attesa.

Di guarire, certamente. Ma anche solo di migliorare, se possibile. E, prima ancora, di visite, prelievi, esami, altre visite. Attesa di risposte che tardano ad arrivare, mentre i sintomi non hanno alcuna fretta di svanire. E lei, la malattia, gioca a nascondino coi tuoi nervi… cu-cù, dove sei? Cosa sei? E perché hai deciso di rendermi la vita così difficile?

La malattia è un posto in prima fila per lo spettacolo della vita.

Della quale però ti ritrovi spettatore, non più protagonista. Vedi il mondo da una prospettiva sospesa, le persone – vicine e sconosciute – impegnate in un affaccendarsi quotidiano che riconosci, ma che non ti appartiene più. Non ti appartiene nemmeno quando sei in quella ingrata condizione per la quale stai male ma non abbastanza per esimerti dal cercare di funzionare, di performare.

Magari riesci a lavorare. O ti sforzi di portare avanti quelle che erano le tue occupazioni quotidiane, pulisci casa, passeggi con i cani, poti una rosa. Ma una volta eri lì con i tuoi cani, sentivi la vita pulsare in te e in loro all’unisono, e potare la rosa o riordinare il tuo spazio intimo era un compito rasserenante. Ora tutto è cambiato,  sei in una bolla e vedi il mondo vivere, ma tu non sei lì. Le attività consuete sono diventate un fardello, al quale ti dedichi con la malcelata speranza che in fondo questo ti possa far sentire un poco più “normale”. Strana parola questa, aborrita anche, ma quando la malattia ti si fa compagna, diventa una delle parole più care. Vuoi tornare normale, qualsiasi significato avesse questa parola per te.

A volte, in questo tempo sospeso e insopportabile, vuoi che tutto precipiti. Desideri che alla fine lei mostri la sua faccia, quella che ti fa tanto paura – ma che almeno ti darebbe la possibilità di lottare ad armi pari, o di lasciarti andare una volta per tutte. E invece no, lei ama prendersi gioco di te, suonare i tuoi nervi come corde di violino.

Da maggio non mi conosco più. Non mi riconosco più. Quello che ero, è da qualche parte, distante. Non so quanto di me sia rimasto, non so come raggiungermi. Mi manco da morire. E mi rendo conto che questo mio scrivere, che vorrei politico, in realtà è un rantolo personale. Di rabbia, di paura, di angoscia.

Io spero che tu mi mostri la tua faccia, stronza. Perché mi stai avvelenando a poco a poco, e quello che resta di me è esausto. Perché ho ancora tanto da fare in questo mondo. Perché sei egoista, mi vuoi tutta per te e non mi lasci nemmeno un briciolo di me, per amare, per lottare, per sperare.

Voglio combattere ad armi pari, e tu non lo stai facendo. Mi stai rosicchiando pezzettino per pezzettino. Lo sai tu e lo so io, lo sappiamo tutt* dalla più tenera età: così non vale.

 

“Dentro Farmacologia”, insieme.

Vi ricordate Green Hill?

Ripensando alle immagini simbolo di quella mobilitazione, è impossibile non rammentare i piccoli corpi goffi dei cuccioli di beagle, condannati ad un atroce destino, passati di mano in mano oltre alle recinzioni che li tenevano reclusi. E le migliaia di persone che, a gran voce e per mesi, hanno chiesto la chiusura di quel luogo di morte dal nome ridicolmente bucolico, firmando petizioni, partecipando a cortei… fino ad offrirsi, da tutta Italia, di adottare i cani scampati alle torture che li attendevano dietro alle mura dei laboratori di tutto il mondo, nel silenzio assordante che caratterizza le raccapriccianti pratiche della sperimentazione animale.

Certo, non sono state solo rose e fiori: le divergenze tra attivist* si sono rivelate spesso feroci, e nemmeno per quei cani che sono riusciti ad evitare l’inferno tutto in seguito è andato liscio come l’olio… Come dimenticare quelli che usciti da lì non ce l’hanno fatta, o quelli troppo “danneggiati” dagli abusi subiti, e finiti in breve tempo nei canili – individui che hanno avuto bisogno di tutta la pazienza e tutta l’attenzione possibile per trovare, finalmente, un po’ di pace.

In ogni caso e tutto considerato, quello di Green Hill è stato un momento emblematico, nel quale si è fatto palpabile un coinvolgimento collettivo capace di travalicare i consueti confini dell’attivismo antispecista. Mi dicevo al tempo, come una Cassandra infausta, che se si fosse trattato di topi nessun* avrebbe mosso un dito per loro.

Poco tempo dopo cinque attivist*, cinque di quelle stesse persone che tanto si erano spese proprio in occasione di Green Hill (campagna preceduta peraltro, in passato, dalla meno conosciuta Chiudere Morini), hanno ritenuto che i tempi fossero maturi per alzare l’asticella e richiamare  l’attenzione generale, con maggiore forza, sulla questione della sperimentazione animale.

Così, il 20 aprile 2013 – scommettendo l’impossibile e mettendoci la faccia, i corpi e la determinazione necessaria quando dal piano delle idee si passa a quello della realtà – si sono introdotti nello stabulario del Dipartimento di Farmacologia dell’Università Statale di Milano, incatenandosi alle porte e inviando all’esterno immagini diventate subito virali, e patteggiando con l’Università allo scopo di salvare ben 401 vite (in realtà molte di più, ma come spesso accade, una volta finita l’occupazione, l’istituzione universitaria ha fatto marcia indietro).

Ebbene, quelle 401 vite – e quell’azione straordinaria – sono ben presto cadute nel dimenticatoio, poiché in questo caso ad essere liberati non furono dolcissimi cagnolini scodinzolanti, ma topi, ovvero animali considerati, dalla maggior parte delle persone, esseri schifosi degni soltanto della disinfestazione.

A partire da domani, i protagonisti di questa vicenda si troveranno ad affrontare un processo per occupazione, violenza privata e danneggiamenti.

Attivist* che invece di sentenziare “bisognerebbe fare così”, “qualcun* faccia qualcosa”, “poverini, che orrore”, hanno agito, consapevoli che ci sarebbero state conseguenze; che hanno avuto il coraggio – caratteristica che spesso, in generale, manca – di prendere le parti dei più deboli, di coloro che sono considerati esclusivamente “nocività” da eliminare. Quelli che, anche tra gli animali, sono considerati reietti fra i reietti, ma che rappresentano in realtà la specie più conosciuta, usata e sfruttata in nome di quella “scienza” che si considera intoccabile e che nasconde accuratamente il proprio operato, nonché gli svariati interessi, economici e non solo, che stanno alla base di tanta sofferenza.

Queste cinque persone meritano la nostra solidarietà incondizionata, perché hanno fatto ciò che andrebbe fatto ogni giorno, ovvero fermare ad ogni costo, come sassolini lanciati negli ingranaggi, l’inesorabile macchina del dominio e dello sfruttamento.

Ad ogni costo personale, beninteso: ed è quello che sovente, per paura, si rivela difficile fare. Loro, invece, non hanno esitato un solo istante, ed ora tocca a noi aiutarli. Tocca a noi affermare con forza che hanno fatto ciò che è giusto, e sostenerli senza riserve, mantenendo alta l’attenzione – consapevoli che la loro disobbedienza civile, messa in atto senza ricorrere a violenza alcuna, rischia di venire ingigantita nel corso di questo processo allo scopo di intimidire ed indebolire chi protesta.

Dentro Farmacologia avremmo dovuto essere tutt* insieme: e ancor di più oggi non possiamo in alcun modo restare in silenzio di fronte al tentativo di fare di quest* coraggios* attivist* l’esempio di quanto il potere repressivo possa annichilire ogni resistenza, anche la più giusta.

Il 28 aprile verranno processati 5 attivisti che nel 2013 a Milano occuparono lo stabulario della Facoltà di Farmacologia per abbattere il muro del silenzio che nasconde alla società l’incubo chiamato “sperimentazione animale”.

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#assoltipergiustacausa #dentrofarmacologia