Lucrecia Masson: “La colonialità è la donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi”

Intervista a Lucrecia Masson per CUARTOPODER.ES

Traduzione a cura di Valentine aka Fluida Wolf, revisione a cura di feminoska

Il corpo è ancora il campo di battaglia. Tutti i corpi. Neri, bianchi, razzializzati, trans, cis, maschili, femminili… Almeno, così la pensa l’attivista transfemminista Lucrecia Masson, che indaga i nostri involucri di carne e ossa dal punto di vista decoloniale.

Questa attivista argentina rivendica le sue radici indigene, usa il termine Abya Yala al posto di America e chiede alla Spagna di riesaminare il proprio passato e riconoscere il saccheggio, lo sterminio e lo stupro perpetrati dall’impero spagnolo, quello che si studia nei libri di storia. Confessa che portare avanti il discorso antirazzista e anticolonialista insieme ad altre rivendicazioni continua ad essere impopolare, anche nei movimenti più radicali.

A pochi giorni dalla celebrazione dell’Orgullo Critico, Cuartopoder.es si trasferisce nello spazio del collettivo Ayllu (di cui fa parte) al Matadero de Madrid, per fare due chiacchiere.

Eri presente all’Orgullo Crítico del 28 giugno. Andrai alla manifestazione ufficiale del 7 luglio?

– No, non ero nemmeno a conoscenza della manifestazione. Non mi riconosco nella proposta politica che rivendica la sigla LGTBIQ, e che organizza una grande festa capitalista e consumista.

– All’interno dell’Orgullo Critico erano presenti soggettività LGBTI razzializzate, è stato difficile integrare questo discorso nel movimento?

– È stato e continua ad essere un discorso impopolare. Di fatto, alla fine del corteo, alcuni manifesti non sono stati letti: tra questi figurava quello antirazzista, anche se in seguito lo abbiamo letto da sol*. È un argomento che incontra molta resistenza nei movimenti sociali. Fino a poco tempo fa in Spagna non esisteva una seria riflessione su temi quali l’antirazzismo, la colonialità, ecc. Ora viviamo un periodo in cui l’antirazzismo è molto potente, perché anche il razzismo lo è. In questo momento, incontriamo resistenze, per esempio, quando nominiamo la bianchezza.

– Hai lavorato molto sulla questione del corpo. Nel 2018, continua ad essere un campo di battaglia?

– Sì, penso che sia un luogo privilegiato per l’azione politica, un luogo da cui partire per porsi delle domande.

– Pensi che sia in atto un tentativo di commercializzare i corpi? Perfino l’industria della moda e della bellezza si sono arrese alle taglie grandi.

– I corpi delle modelle “pluz size” solitamente sono bianchi. Esiste una costruzione della bellezza a partire dalla bianchezza, che coinvolge i tratti somatici e la forma del corpo. Di solito si tratta di corpi bianchi, snelli, alti… E sì, esiste anche una nicchia di mercato delle taglie grandi. All’improvviso, qualcosa diventa vendibile e il capitalismo si tiene al passo e se ne riappropria. Dal mio punto di vista non cambia nulla. Continuano ad essere corpi armoniosi, con qualche chiletto in più, simmetrici…

– Perché questo dibattito anticolonialista non ha avuto luogo finora in Spagna? Molti pensano che non ci siano stati conflitti violenti tra spagnoli e persone razzializzate.

– La Spagna è tremendamente razzista. Lo scorso 12 novembre abbiamo manifestato per l’uccisione di Lucrecia Pérez, avvenuta nel 1992. Gli omicidi a sfondo razzista avvengono perché esiste un razzismo feroce. È difficile che si affrontino queste discussioni perché in un modo o nell’altro sono discorsi impopolari e parlarne è sempre causa di problemi.

– Ad esempio?

– Si viene additat* come troppo radicali o di complicare troppo l’attivismo. A volte il razzismo non ha bisogno di essere esplicito e si manifesta sul piano simbolico.

– Dove si nasconde il razzismo invisibile? Quali sono i problemi da risolvere in Spagna rispetto a questo tema?

– La Spagna deve ripensare alla sua storia. Il paese e la sinistra, il femminismo e l’anarchismo devono ripensare alle modalità in cui, oggi, la colonialità viene messa in atto, quelle strutture di potere che sono state forgiate da saccheggi, sterminio e stupri nelle colonie di Abya Yala, che è come noi chiamiamo l’America. La colonialità oggi ha le sembianze della donna sudamericana che lascia i suoi figli per prendersi cura dei figli dei bianchi.

È importante nominare i benefici che derivano da quella spoliazione e da quel saccheggio. A volte, incontriamo persone di altri collettivi e viene costantemente fuori il “io non c’entro nulla con tutto questo”. E rispondiamo, “certo che non l’hai messo in pratica, ma sei un beneficiario di questo sistema e di quello stupro originario”.

– Come si può riparare a questo debito?

– Trovare il modo è un compito che spetta al conquistatore. Non so se spetti ai migranti dare questa risposta. È come quando gli uomini cis chiedono alle femministe cosa fare. Inizia a riflettere su di te, nel quotidiano e nella Storia.

– Recentemente sono state rese pubbliche accuse di abusi lavorativi e sessuali sulle lavoratrici stagionali di Huelva. Ci sono state critiche, perché le manifestazioni femministe non sono state numerose come in altri casi, condividi questo punto di vista?

– Non credo al femminismo che afferma “se toccano una toccano tutte”, perché si è reso evidente, nel caso delle lavoratrici stagionali di Huelva, che non è così. Non stiamo assistendo a questa grande mobilitazione del femminismo. E parlo del “femminismo” perché se non specifichiamo (comunitario, nero…), parliamo di femminismo bianco. La domanda è: di che colore deve essere questa una e queste tutte?

– Ovvero le donne migranti non sono soltanto maggiormente esposte agli abusi, ma anche più indifese quando si tratta di reagire.

– Le donne migranti hanno anche i propri modi di fare e le proprie resistenze. Il femminismo crede di essere un programma di liberazione delle donne nel mondo. Sono logiche universaliste. Non possiamo parlare per tutte le donne. In questa logica coloniale, che si sente in diritto di parlare per il mondo intero, bisogna dire che quello che funziona per alcune non funziona per tutte.

L’altro giorno ero ad un dibattito con una poeta hondureña e si stava parlando di un movimento politico. Una persona bianca del pubblico si è alzata e ha detto che era stata cooperante in Honduras, e le era sembrato molto grave che le donne stessero in cucina. La poeta le ha risposto che ragionare in quel modo era una trappola coloniale: le donne in cucina non cucinano soltanto, ma cospirano e tessono legami di resistenza e amore.

– Sei anche un’attivista contro la grassofobia.

– Sono un’attivista che pensa che il corpo debba essere abitato in tutta la sua dissidenza. L’insieme di peso, taglie e misure rappresenta una forma di controllo totale che opera in maniera molto brutale sul corpo. Mi sembra importante esperire il corpo in modi differenti, e che sia possibile esistere nelle diverse taglie e abilità. Mi interessa il corpo nella sua forma e capacità. Esistono corpi grassi, malati, diversamente abili… Che non sono tanto redditizi per il capitalismo e subiscono un forte indottrinamento. Succede con la grassezza e per questo si cerca di disciplinare il corpo.

– Sicuramente non esiste donna che in un certo momento non si sia vergognata del proprio corpo, comunque sia fatto.

– Si, le società occidentali rendono il rapporto con il proprio corpo disastroso: sei condizionata da una serie di norme che ti spingono a pensare al futuro nel quale sarai più bella, magra e felice. Il futuro entra nel corpo. È un’altra idea coloniale di progresso. È fondamentale mettere in discussione questa idea di futuro, dobbiamo abitare il corpo qui e ora.

Lucrecia Masson è nata in Argentina nel 1981. È attivista transfemminista ed ha scritto, tra gli altri, un capitolo del volume collettaneo “TRANSFEMINISMOS” (Curato da Miriam Solá e Elena Urko), dedicato all'”ATTIVISMO GRASSO”, e il testo EPISTEMOLOGIA RUMINANTE, tradotto dall’assemblea queer di Torino Ah! sQueerTo!

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Con che coraggio ci provano ancora?: intervista a Miss Major, veterana di Stonewall, sul film “Stonewall”

Qualche mese fa abbiamo scoperto che il regista Roland Emmerich, gay dichiarato, stava girando un nuovo film sulla leggendaria rivolta di Stonewall. Allora c’era solo una pagina su IMDB, ma già da quella si vedeva che il protagonista era bianco e cisgender, che Marsha P. Johnson era interpretata da un maschio e che molte delle leggendarie donne di colore che avevano svolto un ruolo decisivo, come Sylvia Rivera, Storme DeLarverie e Miss Major Griffen-Gracy, erano del tutto assenti**. Poi, la settimana scorsa, abbiamo finalmente potuto vedere l’anteprima del film e tutti i nostri peggiori timori sono diventati realtà. Era sì la nostra storia, una storia resa possibile da donne trans e lesbiche nere e latine, ma era una versione falsa, whitewashed e ciswashed, una versione che il sistema poteva considerare abbastanza rispettabile da farci un film. È stato un insulto.

La ferita è particolarmente profonda, perché molte delle persone che erano lì, e delle persone vicine alle/i protagonisti, sono ancora vive. Sappiamo cosa è realmente accaduto e chi ha davvero reso possibile la rivolta, e questo film è un oltraggio alla verità. La versione di Stonewall costruita da Emmerich, con un protagonista maschile “edulcorato” in quanto cis e bianco, è un insulto sia per le persone diventate leggenda che sono ancora tra noi, sia per quante di loro sono morte lottando non solo per i diritti delle persone trans, ma anche per i diritti di tutta la comunità LGBTQ. Ho rintracciato una di quelle leggende viventi, Miss Major, per chiederle di raccontare la vera Stonewall e spiegare perché quest’ultimo film svilisce lei e tutte le donne di colore, sia trans che cis, che hanno fatto così tanto per portarci al punto in cui siamo oggi. Perché se vuoi fare un film su un momento storico reale, che coinvolge persone realmente esistite, dovresti almeno voler parlare con qualcuno che c’era.

Miss Major è un donna trans di colore, un’attivista e una persona anziana. È stata una sex worker e una leader della comunità, è sopravvissuta al carcere e ha partecipato ai moti di Stonewall. Una leggenda vivente che ha aiutato innumerevoli donne trans di colore nel corso degli ultimi 40 anni.

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Mey: È un piacere averti qui. Prima di tutto, hai sentito parlare del nuovo film su Stonewall?
Miss Major: È una vera delusione. Continuano a provarci! La prima cosa che ho pensato è stata: con che coraggio ci provano ancora? Alcuni anni fa hanno fatto un altro film su Stonewall: giuro di non aver visto nemmeno l’ombra di una persona di colore; o forse era l’ombra che scorreva sulla faccia di un bianco!
È una vera assurdità. I/le ragazz* di oggi non sono stupid*. Leggono la storia, sanno che le cose non sono andate così. Non è possibile far finta di niente! Non possono essere tutt* bianch*! Questo paese è fatto di colori diversi, di persone e pensieri e atteggiamenti e sentimenti diversi, invece cercano di uniformarli tutti, per qualche motivo.
Non che ci riusciranno , ma accidenti, non la smettono proprio di provarci. È già abbastanza grave che sulla strada di fronte a Stonewall abbiano messo delle statue per commemorare quella notte. Bell’idea, ma non c’è nemmeno una statua nera! Sembrano tutte fatte di farina e zucchero! Che senso ha? Perché qualche ragazza non si arrampica a mettere un po’ di trucco a una di queste cagne? E mi dispiace, ma l’ultima volta che ho dato un’occhiata, le uniche persone gay che ho visto in giro erano dall’altra parte della strada ad applaudire. Non erano loro a prendersi le botte fino a svenire o le pietre che ci lanciavano contro. Questa cosa fa proprio arrabbiare. E fa male! Se penso a tutte le ragazze che non sono più qui e che non possono dire nulla, questo film si comporta proprio come se non fossero esistite.

Ed erano ragazze stupende, meravigliose, intelligenti. Certo, non potevamo avere un posto di lavoro da sessanta mila dollari l’anno, va bene. Ma abbiamo vissuto secondo il nostro vero io. Abbiamo vissuto con pienezza. Abbiamo fatto quello che bisognava fare per sopravvivere. E ci siamo riuscite! E ora sembra che tutti ci dicano: “Vi siamo tanto grati di aver ottenuto questi risultati, ma da qui in poi continuiamo noi, perché voi stupide cagne non sapreste come fare.” Sì, ok. Perché non sono bianca, non sono andata a Harvard o a Yale, e i miei genitori sono poveri. Questo che cosa c’entra con quanto è accaduto? Niente.

Puoi raccontarmi cosa ti ricordi di come si arrivò alle rivolte e della comunità che esisteva allora?
Il fatto è che ho settantatré anni. La memoria va quindi per conto suo, ma la cosa importante da ricordare è che lo Stonewall era un club dove andavano noi ragazze quando ci prostituivamo sulle strade dei quartieri alti o nell’East Village. Era un posto dove potevamo sederci con le amiche, parlare di quello che ci era capitato, festeggiare le cose belle che accadevano, ragionare su quelle che non andavano fino all’ora di tornare a casa. Era il posto dove arrivavano le ragazze che facevano spettacoli dopo aver lavorato in qualche club della zona, dove andavano a sedersi per trovare un po’ di tranquillità. Per stare vicino a persone che la pensavano come loro. Sai, le persone della tua zona ti conoscono, la pensano come te, provano gli stessi sentimenti. Un senso di appartenenza; lì per noi c’era.

È incredibile che volessero portarcelo via. Le autorità e il governo, naturalmente, ci provano sempre. Ma vogliono farlo a tutti. Venivamo prese più di mira noi, solo perché anche tra chi era ai margini della legalità, anche tra loro eravamo gli/le ultim* indesiderabili. Perché eravamo quel genere di persone che si possono prendere in giro, maltrattare e ridicolizzare, e a cui far del male, perché tanto nessuno, maledizione, avrebbe detto nulla. Oggi succede ancora, ma in misura un po’ minore, perché adesso le persone hanno più consapevolezza che noi esistiamo. Sanno che non siamo partit* da Laverne Cox e Janet Mock. Sanno che esistiamo da anni. E siamo anche nella Bibbia, visto che ci credono tanto. Esistiamo, rappresentiamo una cultura, e non possono semplicemente ignorarci in questo modo. Non siamo nel bel mezzo di un campo, in cui possono tranquillamente calpestarci per poi passare al prossimo villaggio e stuprare e saccheggiare tutto di nuovo. Perché questo è quello che stanno cercando di fare.

Tutto è avvenuto a causa della polizia – come sempre – a quel tempo. Andavano in qualsiasi club aperto di notte, infilavano i manganelli nello stipite della porta e le luci si accendevano, come se fosse l’ora di chiusura, ma non si poteva ordinare un drink! [Ride] Le luci si accendevano e dovevi lasciar andare Miss Perizoma e sfilare fuori dal bar. Ed è stata proprio una di quelle cose che doveva semplicemente accadere.

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Sai, a quei tempi negli anni ‘60, tutt* lottavano per la propria identità. Chiunque lottava per la propria autostima. Le donne volevano la loro parte, i neri volevano la loro parte, era questa specie di “sogno americano”. E noi non eravamo diverse. C’erano persone che cercavano di aiutare le persone gay e lesbiche a integrarsi nel mondo reale. Splendido, se è quello che vuoi. Ma io sono alta un metro e ottantasette, indosso un tacco 8, porto i capelli biondo platino, la camicetta più scollata e la gonna più corta che riesco a trovare, non sto cercando di integrarmi per niente! Nessuno dice: “guarda quella donna laggiù.” [Ride] dunque era fuori questione per la maggior parte di noi. Non siamo esattamente le persone più rispettabili, ma abbiamo un buon cuore, siamo forti e coraggiose e abbiamo il diritto di vivere e di essere qui come chiunque.

La cosa più bella che ricordo di quella notte è il momento in cui le ragazze hanno detto, “no, non lo facciamo”, alcune delle ragazze sono scese dalla camionetta della polizia e sono tornate indietro, e la polizia si è spaventata così tanto che si è rifugiata all’interno del club e ci si è barricata dentro! Voglio dire, se non altro, è stata la cosa più divertente da vedere e da ricordare! E nel frattempo dall’altra parte della strada c’erano tutti questi ragazzini bianchi carini che facevano il tifo per noi, e gridavano”non fate male alle ragazze!” e tutte queste chiacchiere . Ma loro non partecipavano alla lotta.

Ho imparato anni fa, essendo cresciuta a Chicago, che quando ci si trova in questo tipo di situazioni, la prima cosa che devi fare è far incazzare così tanto la guardia contro cui ti stai scontrando in modo che ti metta completamente k.o., allora arriverai all’indomani. Non continueranno a picchiarti fino ad ammazzarti. Così mi hanno messo k.o. quasi subito, e poi mi sono svegliata nella cella e ci hanno rilasciato il giorno successivo. Ma questo non significa che non fai parte di quello che sta succedendo.

Un sacco di cose che sono state fatte su questo evento mi lasciano davvero esterrefatta, perché non parlano con le persone che erano lì, o con gli amici di Martha o Sylvia che sono ancora viv*. Non so di per certo chi sia ancora in vita, perché dopo quello che è capitato, mi ha delusa molto profondamente assistere alla prima parata dell’orgoglio omosessuale perché la maggior parte di noi non si considera omosessuale. Anche all’interno della comunità, la comunità trans, sono molte le sfumature di colore e le idee che la animano. E in quelle gradazioni esiste la possibilità di fiorire e diventare chi si è veramente, un colore molto profondo e intenso, o qualcosa di leggero e pastello, morbido e sobrio – ma hanno continuato a cancellare questo aspetto non permettendo loro di esistere o non riconoscendone l’esistenza.

Il fatto è che lo stanno facendo un’altra volta. E fa molto male. Che ne è delle vite di tutte queste persone, donne e uomini trans e simili. Che non sono qui per dire la loro? Sai che c’è? Per quanto mi riguarda, dal momento che sono ancora qui, faccio la stronza e mi lamento ad ogni possibile occasione. Farò capire in un batter d’occhio a questi figli di puttana che, per quanto mi riguarda, la T avrebbe dovuto essere la prima lettera. Non esiste che sia stato necessario esprimersi se mettere la T in GLBQT. Oh sì, faccio parte del club, quale club? Il club dalle 27.000 lettere, quale sei tu? È così fastidioso.

Lo hanno già fatto in passato. Qualche anno fa è uscito un altro film su Stonewall in cui era stata fatta un’operazione di whitewashing. Lo hanno proiettato qui a San Francisco, sono andata al cinema per guardare in faccia le persone che lo hanno realizzato. Ho inviato loro una nota, spiegando chi fossi e dicendo che volevo parlare con loro per un minuto. Non hanno neanche preso atto della mia presenza. So benissimo che non volevano sentire quello che avevo da dire. Va bene. Se si hanno le palle per mentire a quel modo, allora bisogna avere le palle per stare lì e ascoltare qualcun* che ti chiede spiegazioni. Questa roba è una stronzata. Almeno ascoltate! Tanto non faranno proprio nulla, ma almeno ascoltate!

Beh, sai, sono sempre di più le persone che sanno cosa diavolo è successo. Le persone si stanno incazzando, e questo mi entusiasma. Non si tratta di me, si tratta delle persone più giovani che verranno dopo. Delle persone trans che non sanno che abbiamo una cultura. Che meritiamo di esistere. Che questo bullismo di merda è sbagliato. Non possiamo vivere la nostra vita come hanno deciso altre persone. Ci spiace se la maggior parte delle donne trans non sono piccoline, oops. La maggior parte di noi non porta il 37 di scarpa. Mannaggia. E ci spiace se dalle nostre bocche non escono petali di rosa quando parliamo. Questa roba non è facile. Sai, se vogliono fare qualcosa o credono di fare meglio di quanto fai tu, che indossino un vestito e merda, vadano a fare i soldi per pagare l’affitto e comprare da mangiare ai loro bambini. Poi venite a parlarmi di quanto è difficile. Fino a quando non lo fai, non puoi sapere che inferno ho passato io per arrivare fino a qui.

Sappiamo quello che ha passato la comunità gay mainstream perché le loro cose passano in TV e nei media, nei giornali, nelle riviste, a colori. Sono così stufa di tutto ciò. Lo vedi ogni giorno. Le persone cercano di vivere il loro sé autentico. Di capire chi sono. Per essere il migliore essere umano che riescono ad essere. Non la caricatura assurda che qualcun altr* pensa che dovremmo essere, a causa dei suoi preconcetti su chi siamo, sul perché esistiamo e su cosa dovremmo fare. So quello che dovremmo fare. Là fuori ci guardano e se ne vanno, siamo un abominio. Non si può nemmeno pronunciare una simile stronzata. Se devo esserlo, allora devi dirmelo in faccia chiaro e tondo. [Ride] Scusa, non riesco a fermarmi… mi sono agitata. Spero di aver risposto alla tua domanda.

No, è bellissimo quello che dici! Un’ultima domanda. Invece di sostenere questo film, quali sono le questioni alle quali la gente dovrebbe prestare attenzione e le azioni da intraprendere?
Sai, mi hai appena scaldato il cuoricino. Quello che mi piacerebbe molto è che la gente non vada a vedere il film. Si sa che i bianchi sostengono i bianchi, e alcune persone andranno a vedere il giovane attore bianco carino! Voglio che la gente si renda conto di cosa è effettivamente accaduto e che faccia qualcosa al riguardo. Riuniamo un gruppo di persone e rifacciamo quelle statue maledette di fronte a dove stava lo Stonewall. Che almeno l’edificio riporti una targa con i nomi delle persone che erano lì, non queste persone bianche con la loro targa. Nessuna delle mie amiche è stata menzionata su quella targa, nessuna di noi. Sono andata a New York tre o quattro mesi fa e nessuna di noi è su quella targa.

Ok, queste sono le persone che secondo te c’erano a Stonewall? Dovevano essere nel seminterrato a stappare bottiglie di birra. Io non le conosco! Anche se allora la maggior parte di noi aveva un nome diverso, in qualche modo l* avrei riconosciut*. Due froci, due lesbiche e un po’ di persone a caso che camminano nel parco sono le statue presenti. Qualcuno dovrebbe distruggerle e ridurle alla polvere bianca che sono, e mettere un paio di statue di persone di colore, e che almeno una di loro sia una donna trans pazzesca, alta un metro e ottantasette, con tacco 8, capelli biondi o rossi, ciglia finte, perle e piume, e gli metta al fianco uno di quei bei ragazzi bianchi, ah questo sì che lo posso sopportare! [Ride] E mettiamo in fondo due lesbiche con le valigie perché stanno andando a vivere insieme! [Ride]

Svegliamoci, voglio dire, accidenti, so che questa è una cosa seria, ma cerchiamo di mantenere un certo spirito almeno! Bisogna riconoscere il ruolo che hanno avuto queste persone, e il fatto che esistevano! E’ davvero importante che si siano resi conto alla fine che Marsha e Sylvia erano reali e che hanno fatto così tanto per aiutare la comunità. E hanno cercato di lavorare con la comunità LGBTQ mainstream. Per me e per le ragazze che vivevano nei quartieri alti, hanno fatto così tanto.
Spero che un sacco di gente legga questa intervista e tiri la testa fuori dal culo!

Vorrei suggerire qualche altra cosa a chi vuole sostenere le donne trans di colore come le vere eroine dei moti di Stonewall. La gente parla di boicottare la pellicola Stonewall di Roland Emmerich, e questa è una buona idea, ma si può fare di più. Invece di limitarsi a non andare, perché non donare i 10 euro che avreste speso per il biglietto del cinema per sostenere le donne trans di colore? Esistono raccolte di fondi per la comunità trans reperibili su Tumblr o attraverso gli articoli scritti da donne trans di colore qui su Autostraddle, che si concentrano su come aiutare le donne trans di colore mentre sono ancora vive. Potete anche sostenere quei film che narrano la vera storia delle donne trans di colore, realizzati e interpretati da donne trans di colore, come ad esempio Major! Un documentario sulla vita di Miss Major, e Happy Birthday Marsha, un film su Marsha P. Johnson, che attualmente è in post-produzione e sta facendo una raccolta fondi. Dobbiamo fare in modo non solo di ricordare i nomi di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, ma anche di onorare il lavoro che hanno fatto, assicurandoci di riprenderlo da dove hanno lasciato e sostenendo le donne trans di colore che oggi lottano per vivere.

Traduzione di questa intervista di feminoska, revisione di Les Bitches.

** Il film Stonewall di Roland Emmerich è stato proiettato ieri sera in apertura del 31 Torino Gay and Lesbian Film Festival. L’assemblea Queer di Torino, AH! SQueerTo! ha per l’occasione invitato il pubblico al boicottaggio del film e ha pubblicato un volantino per spiegare le ragioni della protesta, il cui testo è qui riportato:

“Non esiste furia peggiore di una drag queen arrabbiata!”

Stonewall, il film che state entrando a vedere, si propone di richiamare alla memoria la rivlta di Cristopher Street a New York nel 1969. Ma questo film, pur nella pretesa di essere un film “storico”, relega – e addirittura in molti casi esclude – le vere protagoniste di quella notte, quali SYLVIA RIVERA E LE SUE AMICHE MARSHA P. JOHNSON, MISS MAJOR E ALTRE TRANS DI COLORE, al ruolo di comparse, dando rilevanza a un personaggio immaginario maschio, cisgender e bianco.

Ci chiediamo il motivo di questa retrocessione ma, soprattutto, ci chiediamo per quale motivo questa pellicola sia stata scelta come film di apertura del TGLFF.

SYLVIA RIVERA è stata una figura fondamentale nel movimento LGBT* e una tra le prime attiviste trans a lavorare senza sosta per ottenere giustizia e diritti civili, eppure la maggior parte delle persone ancora oggi non conosce il suo nome. L’IMPEGNO DI SYLVIA PER LA CAUSA NON CONOSCEVA LIMITI: è stata una delle prime attiviste a evidenziare quanto il movimento avesse bisogno di essere più inclusivo nei confronti delle persone che escono fuori dagli schemi, trasversale nei confronti delle persone più povere, senzatetto, di colore e chiunque non si conformasse alle norme di genere. Ha usato il suo status di reietta per contribuire a realizzare il cambiamento e non aveva paura di finire in prigione.

IN UN MOMENTO IN CUI IL TERMINE “DIRITTI” SEMBRA ESSERE SINONIMO DI ASSIMILAZIONE (AL MODELLO DELLA COPPIA ETEROSESSUALE), questo film rappresenta un’idea di normalità nella quale non c’è spazio per altri orientamenti, altri modelli di condivisione,altre forme di esistenza. NON CI STUPISCE, DUNQUE, che proprio questo film, che mette in secondo piano le persone che non rientrano nell’immaginario normo”gay/lesbico”, sia stato scelto come film d’apertura per il TGLFF.

Un festival che fa dell’invisibilità delle soggettività trans*, bisessuali, queer, intersex la sua bandiera, eliminando completamente, anche dal nome, chi non rappresenta e non aderisce perfettamente a quei canoni di presentabilità tanto cari a chi ci vorrebbe solo e unicamente parte di coppie “perfette” degne dei peggiori stereotipi.

Un festival che sceglie di farsi finanziare dall’ambasciata israeliana, che sovverte la programmazione in un senso “digeribile” per il pubblico medio, al solo scopo di aumentare i profitti. Non ci stupisce dunque che questo festival apra la sua edizione del 2016 con un film che modella a posteriori la storia, trasformando la carica sovversiva e critica dei corpi marginali in una stereotipata e digeribile diversità che deve essere accolta purché – sia chiaro – resti dentro il confine del privilegio bianco-cis e non turbi troppo li animi conservatori. Vogliamo gridare forte questa sera I NOMI DI CHI CON LA PROPRIA VITA HA RESO POSSIBILE IL CAMBIAMENTO: L’AMNESIA DELLA STORIA È L’INEDIA DELL’IMMAGINAZIONE!

Sylvia, Marsha, Miss Major, noi non vi dimenticheremo!

***ASSEMBLEA AH!SqueerTO!***

Angela Davis è vegana, e fa il collegamento tra liberazione umana e animale

di JON HOCHSCHARTNER.

Angela Davis è molto nota per la sua prospettiva progressista su razza, genere e classe, ma è meno nota la sua posizione sull’oppressione di specie, che si rivela decisamente radicale. La nota studiosa socialista, e questo potrebbe sorprendere alcun*, non consuma prodotti di origine animale.

“Di solito non menziono il fatto di essere vegana, ma da questo punto di vista sono cambiata,” Davis ha affermato in occasione della ventisettesima edizione della Empowering Women of Color Conference, secondo la trascrizione disponibile su RadioProject.org. “Penso sia il momento giusto per parlarne, perché fa parte di una prospettiva rivoluzionaria – ci permette di sperimentare non soltanto relazioni più compassionevoli con gli esseri umani, ma anche di capire come possiamo sviluppare relazioni compassionevoli con le altre creature con cui condividiamo questo pianeta, e questo significherebbe sfidare l’intero complesso industriale capitalistico della produzione alimentare”.

Mettere in discussione questa modalità di produzione alimentare, ha detto Davis, comporterebbe farsi testimoni dello sfruttamento animale in prima persona. “Vorrebbe dire essere consapevoli – guidando sulle interstatali o lungo l’autostrada 5 verso Los Angeles – vedere realmente tutte le mucche negli allevamenti,” ha dichiarato. “La maggior parte delle persone non pensa al fatto che sta mangiando animali. Quando mangiano una bistecca o del pollo, nessun* pensa alla sofferenza tremenda vissuta da quegli animali al solo scopo di diventare prodotti alimentari consumati dagli esseri umani.”

Per Davis, questa cecità è collegata al fenomeno della commodificazione: “Ritengo che la mancanza di atteggiamento critico nei confronti del cibo che mangiamo mostri chiaramente la misura in cui la riduzione a merce è diventata la modalità principale attraverso la quale percepiamo il mondo,”, ha affermato. “Non andiamo oltre quello che Marx chiama il valore di scambio della merce – non pensiamo alle relazioni che quell’oggetto racchiude in sé, e sono state importanti per la produzione di quell’oggetto, che si tratti del nostro cibo o dei vestiti o degli iPad, o tutti gli oggetti che utilizziamo per formarci presso un’istituzione come questa. Sviluppare l’abitudine di immaginare le relazioni umane e non umane nascoste dietro tutti gli oggetti che costituiscono il nostro ambiente sarebbe davvero rivoluzionario.”

Davis si è espressa allo stesso modo in una registrazione video caricata sul blog Vegans of Color.
“Non ne parlo spesso, ma oggi ho intenzione di farlo perché credo si tratti di qualcosa di assai importante,” ha detto. “Il cibo che mangiamo nasconde tanta crudeltà. Il fatto che siamo in grado di sederci e mangiare un pezzo di pollo senza pensare alle condizioni orrende in cui i polli sono allevati industrialmente in questo paese è un indicatore dei pericoli del capitalismo, di come il capitalismo ha colonizzato le nostre menti. Il fatto che non guardiamo oltre il prodotto in sé, che rifiutiamo di comprendere le relazioni che sottostanno alle merci che usiamo quotidianamente. E così anche per il cibo.”

Davis ha suggerito al pubblico di guardare il film ‘Food, Inc.’ “E poi chiedetevi, che cosa si prova a sedersi e mangiare quel cibo generato solo a fini di profitto e che crea tanta sofferenza?”
Davis ha concluso il suo intervento facendo un collegamento esplicito tra il trattamento degli esseri umani e degli animali. “Penso che esista una connessione, sulla quale ora non mi dilungherò, tra il modo in cui trattiamo gli animali e il modo in cui trattiamo le persone che sono più in basso nella scala sociale”, ha detto. “Così come le persone che commettono violenza su altri esseri umani hanno spesso imparato a goderne partendo dalla violenza sugli animali. E’ evidente che ci sono molti modi in cui possiamo affrontare la questione”.

Articolo originale qui, traduzione di feminoska, revisione di michela.

Intervista a Melanie Light, regista del film horror vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA)

 

La regista britannica parla del suo acclamato capolavoro dell’orrore a tema vegfemminista THE HERD (LA MANDRIA).

Traduzione di questo articolo di feminoska, revisione di michela.

Una delle caratteristiche uniche del genere horror è la grande libertà che offre a* regist*, grazie ai suoi peculiari elementi fantastici, di affrontare questioni scottanti in maniera non per forza totalmente esplicita. Questo aspetto è balzato all’occhio recentemente in Babadook di Jennifer Kent, nel quale la regista è stata in grado di affrontare i tabù della maternità attraverso l’entità che dà il titolo al film, questioni che avrebbero potuto essere liquidate come crudeli o, peggio ancora, ignorate in un film realistico. Utilizzare metafore per porre questioni difficili, ha dunque, a sua volta, il potere di concedere al pubblico la facoltà di affrontare argomenti che in passato aveva rifiutato o lo avevano fatto sentire a disagio. Si tratta di una forma di rimozione che va a vantaggio di entrambe le parti.

Per l’esordiente Melanie Light, il genere horror si è rivelato la cornice ideale del suo ultimo lavoro. Un cortometraggio intitolato THE HERD (LA MANDRIA), dichiaratamente vegfemminista, si sarebbe di certo scontrato contro tali pregiudizi. Stranamente, nonostante sia sufficiente menzionare il femminismo o il veganismo per causare in alcune persone spasmi di rifiuto, esiste un diffuso scollamento tra i due movimenti. THE HERD, un film che trasferisce gli orrori quotidiani dell’allevamento intensivo e dell’industria lattiero-casearia alla realtà umana, cerca di colmare questo divario.

Scritto da Ed Pope, il film narra le vicende di un gruppo di donne rapite e imprigionate in una struttura al solo scopo di mungere latte dai loro corpi. Indipendentemente dalle idee personali degli spettatori, il film è innegabilmente efficace nel raggiungere il proprio obiettivo, ovvero raffigurare un’esperienza di orrore cruento. Nei titoli di coda, tuttavia, Light sottolinea ulteriormente il tema in questione attraverso l’inserimento di immagini disturbanti di macelli e allevamenti. La giustapposizione equipara il trattamento delle donne in questo film di finzione al trattamento degli animali nella vita reale, dando vita a un’atmosfera angosciante con la quale il pubblico dovrà per forza fare i conti.

THE HERD sarà, ci auguriamo, il trampolino di lancio di una carriera fiorente per la regista britannica. In venti brevi minuti, Light sviluppa una storia straziante  abilmente condotta dal suo forte senso visivo. L’intenzione della stessa Light, la quale ha affermato di aver “trattato il film come un lungometraggio”, è evidente: non c’è un briciolo di trascuratezza. Grazie agli studi in scenografia, il film beneficia di un’ambientazione volutamente squallida. Le immagini sono profondamente efficaci e aiutano a sottolineare il concetto centrale del film. Se non altro, THE HERD vi costringerà a pensare, cosa che non avviene di frequente nel cinema moderno.

In seguito alle numerose proiezioni accolte con estremo favore nel circuito dei festival, SHOCK ha incontrato Melanie per parlare del film, delle sue istanze politiche  e delle ragioni per cui a volte può essere difficile anche solo cercare di spiegare a qualcuno il veganismo.

SHOCK: Quindi, qual è stato il tuo percorso? Sei sempre stata attratta dal cinema?

LIGHT: Mah, ho studiato scultura in modo molto approssimativo – all’Università di Brighton, in Inghilterra. Sai, sono sempre stata attratta dalle arti – pittura, disegno, fotografia. Verso la fine del mio percorso universitario ho cominciato ad appassionarsi seriamente al campo cinematografico, ai film horror per lo più. Ero anche ossessionata da rotten.com e della rivista Bizarre, da tutte queste cose strane e assurde, e il mio lavoro le rispecchiava. Alla fine, sono dovuta tornare a casa e trovare un noiosissimo lavoro di merda, in un ufficio, per pagare una parte dei dei miei debiti mentre realizzavo protesi e oggetti di scena horror nel tempo libero. Non sapevo cosa fare di me stessa.

SHOCK: Quando hai cominciato a lavorare davvero sui film, quindi?

LIGHT: Alla fine, mi sono ritrovata ad una convention horror alla quale erano presenti solo 50 persone. Si trattava della Chiller Fest Convention. In realtà è li che ho incontrato Ed [Pope], lo sceneggiatore di THE HERD. C’erano anche alcune persone che avevano lavorato in Harry Potter e parlavano di cercare lavoro in campo artistico; io non riuscivo a far altro che pensare “Com’è possibile?” A quei tempi credevo che fosse possibile lavorare nel cinema solo attraverso le grandi produzioni cinematografiche. Pensavo, ”Come cavolo faccio, non conosco nessuno”. Così ho iniziato a realizzare dei diabolici coniglietti zombie e ho cazzeggiato un po’ con vari progettini. Alla fine ho trovato questo sito, mandy.com, che offriva l’opportunità di lavorare a un film horror chiamato “La sedia del diavolo”, come assistente nel dipartimento direzione artistica. Si è trattato di tre settimane di riprese notturne passate a dipingere pareti, coprire le mura di sangue finto, senza chiudere occhio. Ho pensato che fosse la cosa più bella del mondo. Mi ricordo che, verso la fine – ci si scopre molto emotivi al termine di un lavoro impegnativo, perché si diventa come una piccola famiglia – erano le quattro del mattino e ho pensato, ”Credo di aver trovato la mia strada”.

SHOCK: Qual è stato il passo successivo?

LIGHT: Mi sono trasferita a Londra e ho fatto un sacco di roba a basso costo. Sono stata responsabile di produzione e direttrice artistica di film horror dal budget ridicolo, serie web e roba così. Dopo aver lavorato ad alcuni progetti con un budget quasi inesistente, ho pensato che se questi ragazzi ci riuscivano, allora onestamente ero convinta di poterlo fare anche io. Così ho realizzato il mio primo cortometraggio con un gruppo di amici, una sciocchezza della durata di cinque minuti. Poi, ho fatto un paio di piccoli video musicali, chiedendo a tutti i miei amici musicisti di farmi fare video per loro. Mi sono fatta più ambiziosa e ho girato il corto successivo in Nevada, perché volevo dimostrare che potevo essere una regista. Dopo quell’esperienza ho capito che dovevo fare un altro cortometraggio, ed è stato a quel punto che Ed mi ha proposto la sceneggiatura di THE HERD.

SHOCK: Sono molte le tematiche affrontate dal film, a partire dalla premessa centrale. Quando Ed ti ha proposto l’idea di THE HERD, fino a che punto era già definita?

LIGHT: C’erano un sacco di bozze. Dopo avermi proposto il film, è rimasto nel dimenticatoio per un po’, finché ad un certo punto ci siamo concentrati e abbiamo lavorato insieme con grande impegno per dare forma allo script. Doveva essere semplice da girare ed era molto importante che fosse chiaro il motivo per il quale queste cose accadevano; era un punto fondamentale per assicurarsi che non si trattasse esclusivamente di una storia di oppressione animale, ma fosse allo stesso tempo una storia horror. Avevamo bisogno di qualcosa che potesse soddisfare chiunque e in ogni caso trasmettere il messaggio.

SHOCK: Dunque, dall’inizio, il punto essenziale era rendere evidente il collegamento tra la condizione umana e il trattamento degli animali?

LIGHT: Sì, sicuramente. Questo è stato lo scopo della storia fin dal primo giorno. Ed ha tirato fuori la frustrazione che prova quando è costretto a spiegare alla gente perché non beve latte, perché non mangia formaggio. Lo scopo era proprio quello di mostrare le donne in gabbia mentre venivano munte e ingravidate, per rappresentare le vacche da latte e l’industria lattiero-casearia.

SHOCK: E gli spettatori spesso vedono la connessione tra il femminismo e il veganismo, anche se è innegabile che esista uno scollamento tra i movimenti.

LIGHT: È davvero frustrante, una volta che si comprende il legame esistente tra il femminismo e il veganismo. Non molto tempo fa ho inviato una mail al Vegan Feminist Network sul tema, e mi è stato risposto che “purtroppo molte femministe non vogliono vedere questo collegamento”. È deprimente imbattersi in persone che sono convintamente femministe, che mangiano carne o sono ancora vegetariane, e cercare di spiegar loro il nesso esistente, che questa è una questione che riguarda tutte noi. E quando si prova a spiegarlo, si ricevono sguardi straniti o bisogna fare attenzione a non trovarsi coinvolt* in interminabili discussioni, perché sono sempre le/i tu* amic* e in fondo le/i rispetti comunque (anche se una parte di te è morta dentro) [ride]. Un sacco di gente non vuole affrontare il semplice fatto che essere femmina non è una caratteristica esclusiva degli esseri umani, e che queste mucche, scrofe e pecore sono sfruttate per via e attraverso i propri apparati riproduttivi. Non umani e umani: per la gente non siamo uguali, no? Di recente ci hanno accusato di aver realizzato un film misogino e bacchettone, cosa che per noi è stata molto difficile da capire, perché la persona che lo ha definito così, ovviamente, non ha colto il punto centrale del film. Gli esseri umani pensano di essere al di sopra di altre specie. È così demoralizzante.

SHOCK: È davvero strano sentir definire il film misogino, perché anche tenendo separate le questioni relative ai diritti animali (cosa assolutamente possibile, almeno fino ai titoli di coda), in ogni caso mette in scena una rappresentazione del trattamento che molte donne subiscono nella società. Le immagini presenti sullo schermo non possono provocare alcun piacere.

LIGHT: Ti imbatti continuamente in persone che, il minuto che scoprono che sei vegan, ti buttano addosso il proprio senso di colpa e iniziano ad attaccarti per il solo fatto di esserlo. È per questo che ho scelto di mettere il montaggio [dell’industria lattiero-casearia e del macello] alla fine, perché, se si fosse trattato del solo film senza titoli di coda, la gente non avrebbe capito il messaggio preciso. E quando cominciano a capire, stanno tutt* zitt* – a volte senti risatine nervose – ma poi cominciano a fare i collegamenti. Sono così assorbita dal tentativo di spiegare il punto principale del film, l’analogia con l’oppressione animale, che rischio facilmente di trascurare le analogie con il trattamento delle donne nella società, le pressioni che subisce chi è di sesso femminile, chi vive l’oppressione religiosa, o come cittadina di seconda classe nelle comunità, nei luoghi di lavoro. Nessuna parità di retribuzione, l’obbligo di apparire in un determinato modo, di raggiungere questi ideali impossibili. In molti casi, non poter essere null’altro che madri. Non c’è uguaglianza all’interno della nostra stessa specie, figuriamoci con le altre.

SHOCK: Se avessi messo quelle immagini all’inizio del film, la gente sarebbe scappata via prima ancora di sentirsi emotivamente coinvolta. Era questa l’idea, ovvero prendersi gioco de* spettator* facendo loro capire qualcosa che, altrimenti, potrebbe essere spiacevole da affrontare?

LIGHT: Sì, ma era più una strategia per mostrare agli spettatori il vero significato del film, perché ho l’impressione che forse, se non ci fossero state, molte persone non avrebbero capito il senso di tutto questo. Infatti, nonostante qualche critico ci abbia accusato di voler imporre la nostra agenda, altri sono ancora completamente fuori strada. Si tratta di un film politico, alcuni possono non essere d’accordo o sentirsi offesi, ma sono convinta che quando si ha l’intenzione di fare un film capace di trasmettere un messaggio, sia meglio che questo messaggio sia chiaro.

SHOCK: Qual’ è stata la reazione del pubblico?

LIGHT: Molte persone ci hanno inviato messaggi molto positivi sulla pagina Facebook, del tipo: “Sono così felice che abbiate realizzato questo film”, o ”Ho sempre pensato che questo argomento dovesse diventare un film”. Dal punto di vista dei diritti animali, i risultati positivi che abbiamo testimoniato sono stati davvero travolgenti. Uno degli attori, Dylan [Barnes] – che interpreta il personaggio più cattivo – era carnivoro e, dal momento in cui ha cominciato a lavorare al film, ha imboccato a poco a poco la strada del veganismo. E uno dei nostri produttori è diventato vegano subito dopo aver visto il film. Dunque funziona, ed era appunto questo che stavamo cercando di fare. È snervante, perché sai che la maggior parte del pubblico non investirà così tanto delle loro convinzioni personali nella storia, come abbiamo fatto noi. Quindi è bello costringere “con l’inganno” queste persone a fare i conti con cose alle quali non hanno mai nemmeno pensato. Per via di una scarsa informazione, le persone non pensano mai veramente a queste cose, come al fatto che le mucche debbano essere incinte per produrre latte – esattamente come le donne devono partorire per allattare; è proprio la stessa cosa. Quando potremo finalmente mettere il film online, dopo tutti i vari festival, sarà grandioso. Soprattutto con quello che sta succedendo al settore lattiero-caseario nel Regno Unito. E’ di questo periodo la notizia di come le aziende lattiero-casearie si sentano messe sotto pressione. Ovviamente, la gente è spesso egoista e pensa “ho intenzione di smettere di bere il latte, perché ho sentito che contiene sostanze chimiche e che mi fa male“ il che, se non altro, è un cambiamento. Ma penso che la gente abbia ulteriormente bisogno di rendersi conto che, in realtà, è diverso dal pensare “Aspetta un secondo, guarda come le mucche sono state ridotte in schiavitù, per tutta la vita” e che non dovremmo controllarle e trattarle come se fossero solo beni e prodotti.

SHOCK: Quali sono i tuoi progetti futuri? Arriverai a realizzare un lungometraggio?

LIGHT: Stiamo facendo uscire una musicassetta in edizione limitata della musica del film, quindi ora sono in attesa di finire questo. Credo che la musica sia in sé davvero eccezionale, e amo i brani di genere punk rock: abbiamo realizzato una cassetta in edizione limitata come se fosse realizzata da un gruppo punk o simili [ride]. Ho scritto un lungometraggio ma essendo il primo, ovviamente, nessuno vuole investirci molti soldi. Così ho pensato ad un film a budget bassissimo che voglio girare nella mia città natale. A meno che qualcuno non mi proponga una buona sceneggiatura, disponga di tutti i soldi necessari e faccia anche da produttore, dicendomi: “Voglio che sia tu a dirigere questo cortometraggio”! Allora lo farei [ride], ma in questo momento è tutto molto difficile e impegnativo. Ho investito così tanto denaro e impegno nel realizzare THE HERD, perché l’ho trattato come se fosse un lungometraggio. Ad un anno da oggi, vorrei davvero essere occupata nella realizzazione di un film. Al momento, non vedo l’ora di pubblicare THE HERD online [il film è oggi disponibile online su vimeo, n.d.t.]. Sto cercando una piattaforma dove metterlo in rete e sulla quale la gente possa pagare tipo due sterline, una per coprire i costi della piattaforma, l’altra da donare ad un rifugio per animali situato da qualche parte nel Regno Unito…

Angela Y. Davis sulla radicalità nel ventunesimo secolo

Articolo originale di Pat Morrison qui. Traduzione di feminoska.

Desidero ringraziare Federico Zappino per aver condiviso l’articolo originale e per avermi dato la sua preziosa consulenza in alcuni passaggi incerti. Vorrei anche suggerire qualche riflessione relativa ad affermazioni di Angela Davis, presenti in quest’intervista, che non condivido del tutto. 

In merito alla riforma carceraria ad esempio, pur sostenendo di far parte del movimento per l’abolizione delle carceri, Davis si dichiara favorevole alle riforme nel caso in cui siano migliorative e non rinforzino il complesso carcerario. Analizzando questo passaggio da un’ottica antispecista, mi pare evidente il rischio – che è già realtà consolidata nello sfruttamento animale – che il relativo “maggior benessere” dei detenuti (umani o non umani poco importa) sia di per sé di rinforzo al sistema carcerario, dal momento che lo stesso non viene messo completamente in discussione, ma solo considerato come passibile di qualche ritocco che lo renda più accettabile – a chi vi è imprigionat*, o all’opinione pubblica? 

Se, come afferma poco dopo, il cosiddetto “paradigma retributivo” va cambiato, non è passando attraverso “gabbie più grandi” – o più confortevoli, o dotate di sistemi di contenzione invisibili – che questo potrà avvenire, ma tramite un deciso mutamento di quello stesso paradigma.

Un altro punto spinoso è il passaggio in cui Davis ritiene accettabile un femminismo “rampante”, fatto di donne che riescono a forzare la propria presenza nella scala gerarchica in posizioni di potere, suggerendo che un maggior numero di donne al potere porti inevitabilmente ad un miglioramento delle condizioni per tutte. 

Questo passaggio stupisce molto, perché anche qui pare impossibile che Davis non sia consapevole del fatto che la presenza di donne in posizioni di potere – quand’anche “femministe” o presunte tali – non assicuri assolutamente quel supposto “vantaggio per tutte”, perché non tiene conto delle questioni di classe. E anche in questo caso, come si possa arrivare a posizioni di potere mantenendo la propria radicalità ed integrità – ed avendo come obbiettivo ultimo il completo stravolgimento di un sistema di dominio – non è dato sapere.

A quarantacinque anni da quando, con la sua prima lezione all’UCLA, si attirò le ire del governatore Ronald Reagan, Angela Y. Davis è tornata ad insegnare al campus questo semestre, come docente nel dipartimento di studi di genere. Il suo intervento di giovedì alla Royce Hall, incentrato su femminismo e abolizione del carcere, riassume in parte ma non completamente tutti i punti salienti del suo lavoro – una lunga carriera accademica andata di pari passo con l’attivismo radicale. Il Presidente Nixon la definì una “pericolosa terrorista” quando venne accusata di omicidio e associazione a delinquere dopo la micidiale sparatoria in tribunale del 1970. Venne assolta, e da allora questa donna, nata nel periodo impossibile delle leggi Jim Crow (N.d.T.: leggi di segregazione razziale emanate tra il 1876 e il 1965 negli Stati Uniti) a Birmingham, Alabama, ha scritto, insegnato e tenuto conferenze in tutto il mondo. La sua iconica capigliatura Afro si è trasformata dagli anni ‘70; la sua intensità non è invece mutata.Continua a leggere…