C’è un problema nel tuo piatto

Articolo originale qui. Ringrazio Lafra e Grazia per la revisione.

 

FEMMINISMI | Cosa mangiamo? Come mangiamo? Quanto del cibo che consideriamo “naturale” implica crudeltà? L’antispecismo – che non considera gli animali esseri inferiori, ma soltanto “non umani” – interpella i femminismi da un punto di vista etico, e apre un dibattito di cui si sente parlare sempre più frequentemente.

“Smisi di mangiare carne in carcere non come gesto politico, ma perché quella che ci davano era andata a male; tuttavia credo che la politica alimentare sia una questione importante”, è quanto ha affermato Angela Davis in Spagna appena sette mesi fa, nel corso dell’incontro Mujeres contra la Impunidad. “La questione del cibo è la prossima questione su cui il femminismo deve lavorare”. Nello stesso periodo, in Argentina, il diritto all’aborto veniva negato dall’avanzata dell’ala ultraconservatrice del Senato, e un altro disegno di legge che consentiva l’accesso alla dieta vegana senza interventi da parte delle istituzioni, veniva rigettato dalla Camera dei Deputati, in una convergenza di opposizioni alle rivendicazioni femministe e ad  altre forme di sussistenza sane e antispeciste. Solo dieci giorni fa, attivistu per i diritti degli animali si sono nuovamente mobilitatu contro il Congresso per chiedere l’approvazione di progetti di legge che li riconoscano come esseri senzienti e soggetti di diritto.
“Madri schiave. Partoriscono senza sosta. Numeri.Cose. Latte. Capre bianche. Mare di animali. Formaggi che vengono portati alla bocca. Ignoranza. Cecità. Come se fossero nostre. Capre bianche. Madri. Prigioniere”. Sulle pagine di Voicot, una delle organizzazioni che hanno partecipato alla giornata di protesta del 29 aprile, il testo accompagna l’immagine di centinaia di capre schiacciate l’una sull’altra, in un quadro di estinzione. La consapevolezza delle condizioni della produzione alimentare come futuro spazio di lotta di cui parla Davis è una sfida centrale per le organizzazioni femministe, antispeciste e anticoloniali. La prospettiva è rivoluzionaria, perché sfida tutti i modi di produzione industriali capitalistici, ma anche perché interpella le relazioni affettive e di cura di se che i femminismi stessi propongono, nei confronti di esseri non umani.
“La rivoluzione femminista sarà antispecista o non sarà”, uno degli slogan più importanti del World Veganism Day del 1 ° novembre, è allo stesso tempo monito e promessa di un altro mondo possibile. “Sono i loro figli, non i nostri. Sono le loro uova, non le nostre. Non è cibo, è violenza.” Allo stesso modo, la filosofa catalana e attivista femminista vegana Catia Faria, sottolinea che “il sessismo e lo specismo sono forme di discriminazione ugualmente ingiustificabili, ed entrambe si manifestano con simili schemi oppressivi di gerarchia e dominio”. Da Barcellona, Audrey Garcia (che fa parte di Feministas por la Liberación Animal) sottolinea l’urgenza di affermare che le donne, i corpi femminilizzati e gli animali non sono oggetti di consumo patriarcale. “Non possiamo concepire una lotta sociale che mira a distruggere la discriminazione discriminando altre esistenze. E’ impossibile. Come femministe dobbiamo essere antispeciste. “
Nel mentre Liliana Felipe – a Buenos Aires per partecipare alla discussione “Femminismi, Antispecismo e Diritti Umani” insieme a Violeta Alegre e Malena Blanco nello spazio MU – denuncia un capitalismo basato sullo sfruttamento degli animali. “Di questi tempi compongo canzoni per celebrare e ringraziare gli animali non umani che ci hanno sostenuto in tutti questi millenni sulla terra. Penso che sia ora di lasciarli andare, liberi e felici, e di ripensare al nostro modo di vivere. Gli umani sono come la gonorrea per il pianeta… una vecchia e scomoda malattia.

 

La genealogia in cui si inserisce Felipe passa dall’ecofemminismo di Françoise d’Eaubonne degli anni settanta, alla politica sessuale della carne di Carol Adams degli anni Novanta, all’interconnessione di femminismo e antispecismo, in un parallelismo tra animali usati per il cibo e donne usate come oggetti sessuali. Dalla “cerda punk”, Saggi di una femminista grassa, lesbica, anticapitalista e antispecista, di constanzx alvarez castile, (in minuscolo per richiesta esplicita) che afferma che “in quanto donne grasse siamo abituate ad essere paragonate agli animali, come se quella dell’animale fosse una categoria negativa”, alla lotta di Annie Sprinkle per un’ecosessualità in cui convivono drag queen, sex worker e artiste. Una spirale all’infinito. Antispecismo o patriarcato, corpi o mercificazione, neoliberismo o sovranità alimentare e “donne, trans, lelle, vacche, cagne, fattrici e qualsiasi essere senziente”, come spesso afferma Nina Martí, dell’organizzazione femminista antispecista Unión Vegana Argentina (UVA). Altolà. L’attrice Bimbo Godoy, vegana, aggiunge altre suggestioni al contesto, con i fili invisibili che – dice – dovrebbero bordare tutte le vite.
“Non si tratta solo di parlare di veganismo, ma di un’empatia etica che unu espande nel tentativo di sottrarsi alla complicità di chi fa parte, senza aver potuto scegliere, di questo sistema capitalista, eteropatriarcale e specista, che implica violenza e crudeltà. Come il machismo e il patriarcato, è una struttura solidamente radicata nella cultura e nei costumi. “
Significa mettere a nudo l’oppressione.

 

– Concepirla come una sola, che si manifesta in modi diversi. Di fronte allo stesso “gene” che considera inferiore le femminilità, che considerava inferiori le/i neri e le altre specie non umane o senza diritti, la nostra umanità ci dà la possibilità di scegliere. Il femminismo ci connette con un livello di empatia e di riconoscimento dei privilegi e delle responsabilità che abbiamo a seconda delle nostre appartenenze. Ci permette di scalfire la superficie di tutto ciò che conosciamo e accettiamo, e da lì arrivare anche al veganismo. Di considerare l’urgenza di questa e di altre questioni. Non si può far nulla senza un luogo in cui farlo, e questo luogo è la terra, che è completamente devastata dai nostri consumi.
Il veganismo segue princìpi femministi?
–        Più che “princìpi” – parola che indica idee moralistiche su come essere una brava femminista – il veganismo e l’etica animale non hanno a che fare con la bontà o l’essere migliore di altre femministe, ma con il mettersi all’opera di fronte a questioni urgenti. È uno stile di vita che ti costringe a porre in discussione tutto, compreso ciò che mangiamo, una volta che hai compreso che tutto è politico e che siamo costruttrici e costruttori di realtà. La furia creativa è molto diversa dalla violenza che distrugge, che è la stessa che ci uccide, ci precarizza e ci violenta in mille modi. La stessa che considera gli animali cibo. Quindi, quando diciamo “basta alla violenza”, dobbiamo guardare nel nostro piatto, perché solitamente è un luogo pieno di violenza.
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Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero nero nel discorso femminista bianco

Articolo originale qui

Il termine intersezionalità venne coniato dalla giurista nera femminista Kimberlé Crenshaw nel saggio del 1989 “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, e le radici storiche di questa teoria risalgono alle problematiche evidenziate dall’abolizionista Sojourner Truth e dalla studiosa di liberazione nera Anna J. Cooper nel XIX secolo. In breve, l’intersezionalità teorizza che le identità di gruppi distinti (razza, genere, classe, ecc.) convergano a formare nuove e uniche categorie di oppressione. Ad esempio, l’intersezionalità afferma che l’esperienza dell’oppressione sistemica vissuta da una donna nera non è in alcun modo uguale a quella vissuta da un uomo nero sommata a quella di una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha saturato il discorso femminista bianco, ma l’uso del termine è diventato vago, al limite dell’insignificante. Di fronte a questa evidenza, prima di esplorare la teoria dell’intersezionalità di Crenshaw, credo che, in quanto donna bianca, debba iniziare il mio discorso identificando chiaramente cosa non sia e non possa essere per me l’intersezionalità. Intersezionale non equivale a universale, e non tutte le intersezioni di identità sono identiche, specialmente quando un’intersezione include la bianchezza. Indipendentemente dagli altri assi di discriminazione in gioco, la bianchezza conferisce un tale sostegno agli individui, che essi non possono sperimentare il pieno impatto dell’oppressione e della invisibilizzazione messi in luce dalla teoria intersezionale.

L’intersezionalità non è un’etichetta o un’identità, è una pratica istituzionale. Un individuo o un’istituzione non può semplicemente essere intersezionale, gli individui e le istituzioni devono mettere in atto l’intersezionalità nell’azione diretta, nella politica e nell’attivismo femminista, concentrando e amplificando in modo mirato le voci emarginate in primo luogo nello sviluppo delle stesse pratiche. Oltre alla disonestà intellettuale nei confronti di Crenshaw e del pensiero e l’attivismo femminista nero, il danno maggiore compiuto dall’esproprio liberale bianco dell’intersezionalità verso una semplice “teoria dell’esperienza” consiste nel rifiuto di interrogare il potere istituzionale. Ignorando che l’intersezionalità è soprattutto una teoria dell’oppressione, le istituzioni autoproclamatesi “intersezionali” non riescono a riconoscere, impegnarsi e cambiare la propria posizione all’interno dei sistemi di potere. In quanto tale, la violenza strutturale ne risulta rinforzata e ricreata, ma viene espressa nel linguaggio dell’inclusività e dell’intersezionalità. L’intersezionalità come retorica femminista bianca, quindi, diventa uno scudo dietro il quale le organizzazioni progressiste elidono di nascosto la radicalità e alla fine confermano lo status quo.

L’incapacità dell’intersezionalità di essere significativa nel discorso femminista liberale bianco non è quindi, come alcune donne bianche hanno erroneamente suggerito, un risultato dei limiti del termine stesso. In effetti, l’indeterminatezza dell’intersezionalità consente a tale idea una rara ampiezza di potere analitico, rendendolo uno degli strumenti più preziosi per analizzare le operazioni del potere e di oppressione rispetto ai vari assi di identità. La teoria di Crenshaw è particolarmente utile per analizzare come il razzismo e il sessismo interagiscano nell’oppressione specificamente vissuta dalle donne nere, e la conseguente cancellazione di questa oppressione dall’antirazzismo e dall’attivismo femminista maggioritario. Infatti, la vacuità del discorso bianco maggioritario sull’intersezionalità deriva dal fatto che le organizzazioni, le pubblicazioni e gli individui che si intuiscono come intersezionali non mettono in pratica tale teoria. Il discorso liberale sanifica il linguaggio intersezionale utilizzandolo in maniera vaga per affermare che persone diverse hanno identità diverse, che le portano a vivere esperienze diverse. Sebbene ciò risponda a verità, l’intersezionalità non è semplicemente un modo colto di dire “Prima di giudicare qualcuno, mettiti nei suoi panni”, ma una teoria del potere sistemico e dell’oppressione. Inoltre, le/gli esponenti liberali della teoria intersezionale l’hanno separata dalla sua storia nel pensiero femminista nero e nell’attivismo di base. Questa appropriazione del linguaggio intersezionale da parte della retorica femminista bianca è stata definita come violenza anti-nera e colonizzazione

Teoria dell’intersezionalità di Crenshaw

Voglio contrastare questo discorso bianco maggioritario che circonda l’intersezionalità focalizzandomi sulla teoria di Crenshaw come è stata sviluppata nel saggio summenzionato del 1989 e nel suo follow-up del 1991, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”. In poche parole, l’intersezionalità si domanda se un individuo sia visibile all’interno di un particolare sistema legale. In altre parole, l’intersezionalità si chiede se tutti gli individui possa trarre potere dalle garanzie legali e dal servizio pubblico che dovrebbe proteggerli e sostenerli.

Ad esempio, in “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, Crenshaw richiama l’attenzione sul modo in cui le donne nere siano inesistenti nelle politiche contro la discriminazione nel diritto del lavoro. Nello specifico, esamina un caso giudiziario in cui cinque donne nere intentarono una causa contro General Motors (GM) per  discriminazione sessista e razzista sul lavoro: GM “semplicemente non ha assunto donne nere prima del 1964 e tutte […] le donne nere assunte dopo il 1970 hanno perso il lavoro in un sistema di licenziamento basato sull’anzianità “(“Demarginalizing“, pagina 141). Alla fine il tribunale respinse il caso delle donne: da un lato, la compagnia aveva assunto donne bianche prima del 1964, quindi la corte decise che non esisteva alcuna discriminazione basata sul sesso; d’altra parte, la corte ha raccomandato che il caso delle donne nere venisse presentato nuovamente assieme a un’altra causa di discriminazione razziale contro GM,  guidata da uomini di colore.

Partendo da questo caso come esempio, Crenshaw sostiene che l’esperienza delle donne nere non era contemplata dalla legge, e che la loro particolare intersezione di identità era visibile agli occhi della corte solamente in maniera distorta e letta attraverso le esperienze di donne bianche o uomini neri. Crenshaw conclude che mentre l’intersezione dell’identità delle donne nere combina il sessismo e il razzismo, le donne nere sono protette dalla legge solo quando la discriminazione nei loro confronti coincide con la discriminazione nei confronti delle donne bianche o dei neri. La teoria dell’intersezionalità di Crenshaw mostra che le donne nere, nonostante siano discriminate, non sono contemplate dalla legge anti-discriminazione.

Crenshaw si preoccupa, quindi, del fatto che la pratica femminista e la pratica antirazzista spesso procedono come se il gruppo di identità che rappresentano fosse monolitico e che la classe più privilegiata, ad esempio le persone che subiscono il sessismo ma mantengono privilegi bianchi o le vittime di razzismo che però mantengono il privilegio maschile, è considerato lo standard. Nella sua analisi del 1991 sull’intersezionalità, afferma sinteticamente che la legge inquadra le identità “donna” o “persona di colore” come una proposizione disgiuntiva che invisibilizza le persone la cui esperienza si situa in entrambi gli ambiti (” Mapping“, 1242). Questo significa che se una teoria emancipatoria femminista o antirazzista non riesce a riconoscere i modi in cui il razzismo e il sessismo spesso si intersecano e si mescolano nella vita quotidiana di quelle persone che la loro teoria pretende di rappresentare, le persone doppiamente (o più) marginalizzate finiscono escluse sia dalla società tradizionale che dai tentativi di riformarla.

In “Mapping the Margins”, Crenshaw sviluppa ulteriormente le idee di intersezionalità strutturale e intersezionalità politica. L’intersezionalità strutturale si riferisce a una differenza nella qualità esperienziale della riforma legale tra donne bianche e donne di colore. Ad esempio, le disposizioni sulla frode coniugale contenute nella Immigration and Nationality Act richiedevano che una persona immigrata negli Stati Uniti per ricongiungersi con un coniuge “rimanesse ‘correttamente’ sposata per due anni prima di richiedere lo status di residente permanente” (“Mapping”, pagina 1247). In base a tale disposizione, le donne maltrattate erano costrette a scegliere tra il loro benessere psicologico e fisico o la deportazione. Le disposizioni sulle frodi coniugali, quindi, hanno danneggiato ulteriormente queste donne già emarginate non riuscendo a rendere conto della loro vulnerabilità agli abusi coniugali.

Inoltre, quando il Congresso ha emendato la legge nel 1990 nel tentativo di proteggere le donne immigrate maltrattate, ha incluso una clausola di prova in cui una donna maltrattata ha bisogno di “rapporti e dichiarazioni giurate da parte di polizia, personale medico, psicologi, funzionari scolastici e servizi sociali” (“Mapping”, pagina 1248). Tali risorse, tuttavia, sono irraggiungibili per coloro la cui lingua, identità culturale e classe impediscono di accedere a polizia, medicina, istruzione o altri enti istituzionali. Quindi, l’emendamento alla disposizione per le frodi coniugali aiutava nuovamente solo le donne con il privilegio sociale, culturale ed economico necessario ad accedere alle prove ed escludeva le donne socialmente ed economicamente emarginate, “molto probabilmente donne di colore” (“Mapping”, pag.1250). L’intersezionalità strutturale, dunque, rivela che solo le donne bianche, non le donne di colore, avranno l’occasione di sperimentare l’utilità di questo tipo di riforma legale.

L’intersezionalità politica si riferisce al modo in cui la politica femminista e antirazzista non intersezionale cancella le donne di colore per promuovere le rispettive agende politiche. Da un lato, l’attivismo femminista spesso rifiuta di riconoscere il privilegio bianca, e quindi riproduce l’oppressione delle persone di colore nelle azioni e soluzioni proposte. Ad esempio, le donne bianche ottennero il diritto di voto nel 1920, prendendo attivamente e deliberatamente le distanze dalle donne razzializzate, specialmente le donne nere. Le persone di colore, incluse le donne, si videro garantito tale diritto con la legge sui diritti di voto del 1965 e le disposizioni successive furono approvate per le persone native americane, incluse le donne, nel 1970, 1975, 1982. D’altra parte, l’attivismo antirazzista spesso rifiuta di riconoscere la violenza patriarcale e può riprodurre l’oppressione delle donne nelle sue azioni e soluzioni proposte. In entrambi i casi, l’intersezionalità politica rivela che l’energia attivista delle donne di colore è spesso divisa tra due strategie politiche, quella femminista o quella antirazzista, e che entrambe le strategie, nonostante i loro sforzi, rischiano di emarginarle ulteriormente anziché liberarle.

Considerazioni conclusive

La traiettoria di Crenshaw ci ha portato lontano dal discorso maggioritario sull’intersezionalità, e la citerò estesamente piuttosto che tentare di parlare per lei. Scrive Crenshaw:

È davvero ironico che coloro che si occupano di alleviare i mali del razzismo e del sessismo adottino un approccio così gerarchico alla discriminazione. Se invece i loro sforzi iniziassero ad affrontare i bisogni e i problemi di coloro che sono più svantaggiati, ripensando il mondo dove necessario, anche chi subisce singole discriminazioni ne trarrebbe beneficio. Inoltre, mettere coloro che attualmente sono emarginati al centro è il modo più efficace per resistere agli sforzi per compartimentare le esperienze e minare la potenziale azione collettiva. (“Demarginalizing“, pagina 167)

Per affrontare adeguatamente l’intersezionalità strutturale e politica, il femminismo deve opporsi alla violenza sistemica che serve a emarginare, criminalizzare e soggiogare corpi non bianchi, disabili, grassi, trans, poveri, omosessuali,  dotati di uteri, e specialmente ogni corpo che si trova all’incrocio di queste identità. Concretamente, una pratica di intersezionalità si asterrà dal prendere decisioni strutturali nella speranza di aiutare le persone emarginate, e cercherà invece prima di tutto di integrare pienamente e porre al centro le voci emarginate nello sviluppo di tale politica, convertendo in tal modo la teoria e l’identità intersezionale in una pratica quotidiana di marginalizzazione delle voci di privilegio. Un femminismo intersezionale, in pratica, è necessariamente favorevole all’aborto, anti-carcerario, trans-inclusivo, e sostiene il lavoro sessuale, ed è tutte queste cose mettendo al centro la voce delle donne trans, delle prostitute, delle donne che hanno avuto o hanno bisogno di aborti, delle donne che sono o sono state incarcerate.

Uno dei problemi alla base della cancellazione delle donne di colore nel discorso femminista bianco è che si presume che la bianchezza sia neutra e sia la norma. Femminismo intersezionale, quindi, significa nominare la bianchezza per contrastare questa assunzione di neutralità, che l’intersezionalità rivela come dannosa. Scrive Crenshaw:

Il valore della teoria femminista per le donne nere è inferiore perché affonda le radici in un contesto razziale bianco che raramente viene riconosciuto. Non solo le donne di colore sono trascurate, ma la loro esclusione è rafforzata quando le donne bianche parlano per e in quanto donne. L’autorevole voce universale – solitamente la soggettività maschile bianca mascherata da oggettività non razziale e  non di genere -  è semplicemente trasferita a coloro che, ad esclusione del genere, condividono molte delle stesse caratteristiche culturali, economiche e sociali. Quando la teoria femminista tenta di descrivere le esperienze delle donne attraverso l’analisi dell’ideologia del patriarcato, della sessualità o delle sfere separate, spesso trascura il ruolo della razza. Le femministe ignorano quindi come la loro razza le sostenga mitigando alcuni aspetti del sessismo e, inoltre, come ciò spesso rappresenti un privilegio che contribuisce al dominio di altre donne. Di conseguenza, la teoria femminista rimane bianca, e il suo potenziale di ampliare e approfondire la sua analisi rivolgendosi a donne non privilegiate rimane irrealizzato (“Demarginalizing”, pagina 154).

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersezionalità strutturale e si sforza di comprendere in che modo l’oppressione sistemica operi in modo nascosto attraverso invisibilizzazioni e pregiudizi; significa riconoscere l’intersezionalità politica mettendo criticamente in discussione come le azioni individuali e collettive possano rinforzare l’oppressione sistemica; e significa ascoltare e riflettere sulle voci delle/gli altr* quando sottolineano comportamenti che convalidano e riproducono l’oppressione sistemica, anche se questi comportamenti sono stati involontari. Se vogliamo ottenere la liberazione di tutte le donne, dobbiamo ripensare i nostri gruppi femministi non come monolitici, ma come coalizione di identità, e nel formare questa coalizione dobbiamo astenerci attivamente dal mettere al centro il privilegio. Un femminismo intersezionale non solo mirerà a scoprire e smantellare le modalità di potere che servono a denigrare tutte le donne, ma anche quelle che creano ulteriormente gerarchie tra le donne in modo tale che le sole beneficiarie della liberazione femminista non siano solo le donne bianche, abili, etero, cis, ricche, ecc. Un gruppo femminista che sostiene l’intersezionalità deve integrarla  nelle sue pratiche, non solo nel suo linguaggio. Una liberazione solo per alcun* non è affatto la liberazione.

Perché essere antispecista è così emozionalmente estenuante

Immagina di essere un antirazzista in un mondo dominato dalla supremazia bianca, una femminista in un mondo di MRA, un omosessuale in un mondo di omofobi. Ovvero di vivere in una società che non soltanto collude, più o meno consapevolmente, con un sistema di potere che si impossessa dei corpi rendendoli merci, ma che addirittura se ne fa vanto, ergendo la propria iniquità a motivo di orgoglio. Immagina di voler bene a persone quasi sempre meravigliose, tranne quando picchiano un non bianco, una donna, un disabile. E lo fanno con il benestare della società tutta, che lo inscrive nell’ordine naturale delle cose. Immagina di viaggiare, e mentre il tuo compagno di viaggio ammira le vigne e le dolci colline digradanti nella vallata, tu vedi solo grigi capannoni senza finestre dove migliaia di vite languiscono e muoiono. O camion pieni di occhi terrorizzati, che quando incroci quegli sguardi capisci l’orrore.

In fondo pensi che non è difficile arrivarci, non serve una laurea in metafisica del potere per capire che non c’è nulla di naturale in questo, anzi: non siamo indiani d’America che ergono totem dalle sembianze animali e ringraziano gli animali uccisi, o inuit in perenne simbiosi dalla nascita alla morte con le renne… ma siamo proprio l’opposto, primati drogati e schiavi del potere, che nel corso dei secoli null’altro hanno fatto se non tracciare solchi sempre più profondi dall’altro da sé: a partire proprio dall’animale, concetto creato ad arte che rappresenta il paradigma stesso dell’oppressione, la vita reificata e trasformata in risorsa a perenne disposizione. E blateriamo della nostra eccezionalità, quando l’unica specialità che abbiamo coltivato con cura è approfittare dell’altrui debolezza e vulnerabilità, per il nostro tornaconto.

Ogni giorno vengono confezionate ad arte guerre tra pover*, guerre tra oppress*, tanto utili a camuffare l’origine delle ingiustizie. E nel vile tranello ci cadiamo tutt*, anche chi è vittima o chi è solidale nel lottare contro l’oppressione, e cominciano le olimpiadi: ogni esistenza indegna si posiziona ai blocchi di partenza, chi vincerà? La donna maltrattata, il migrante incarcerato, il disabile invisibilizzato, l’omosessuale bruciato vivo, l’animale sgozzato, ecc.ecc.ecc.? Sugli spalti, i soliti noti si godono lo spettacolo, intoccabili e compiaciuti.

Ma quando cerchi la solidarietà tra oppress*, raramente riesci a scardinare quella stessa dinamica che ti ha piazzato a correre a perdifiato su quella pista che è la tua vita di merda, o la vita di merda che ad altr* è stata destinata…perché in fondo, simpatie ed empatie a parte, pare proprio che alla maggior parte di noi ciò che sta più a cuore sia salire sul podio e trovare la via di uscita dalla propria oppressione: e se è difficile, ma non impossibile, concepire un’alleanza tra “umani” ecco che questa stessa alleanza si basa, quasi sempre, sulla comune distanza dall’animale. Distanza ideologica e miope, poiché quando diventiamo spendibili, siamo già, nei fatti, animalizzati: e dunque fintantoché esisterà l’Animale come vivente appropriabile, nessun* sarà realmente al sicuro nel proprio corpo e nella propria vita.

Eppure, per quanto si tenti, quantomeno nelle intenzioni e nei proclami, di creare alleanze tra differenti soggettività oppresse, è quasi impossibile includere l’animale nel conteggio delle vittime, quasi che fosse impensabile, per l’umano, vivere senza dominare, senza opprimere.

Essere antispecista è emotivamente estenuante perché, spesso, proprio le persone che ami, anche quelle che lottano al tuo fianco, sono le stesse che non capiscono che invitarti ad una grigliata “tanto ci sono le verdure” non è una cosa bella. Tu rifletti, giustifichi, razionalizzi, ti dici che è normale, la società tutta è specista, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ma che pazienza si può avere di fronte alla puzza di carne bruciata?

Allora ti viene naturale cercare conforto in chi è più simile a te, ma poi scopri che forse anche questa volta ti eri sbagliata: perché mentre la maggior parte del movimento scrutina minuziosamente le etichette a caccia dello 0,1% di lana o di tracce di uova e latte, là fuori le vite massacrate raggiungono cifre a 10 zeri: e allora ti chiedi se davvero ne valga la pena, se davvero abbia senso tutto questo dolore e questa impotenza, se in fondo non sarebbe più facile chiudere la porta di casa, rifugiarsi nelle piccole cose, illudersi che vada tutto bene, perché se ne ha la possibilità e raramente si comprende l’enormità di questo privilegio, il privilegio dell’indifferenza.

Ma come puoi dimenticare quegli occhi una volta che li hai incrociati? E non solo quelli disperati, ma anche quelli felici che per un caso fortuito hanno riassaporato la libertà. Le emozioni che ti trasmettono le conosci bene, perché sei un essere sensibile tra esseri sensibili, e sai che non esiste nulla di più prezioso della libertà, della possibilità di autodeterminare, nei limiti posti da un’esistenza finita, la propria vita. E sai che gli altri animali la cercano incessantemente, quanto te, ed è quello di cui hanno bisogno. Non di protettori, di rifugi, di custodi, ma di libertà: solo nella libertà esiste l’incontro, l’elezione, l’affinità. Nella libertà di essere e di esistere, il privilegio più importante e rischioso di tutti.

Anche se la violenza è parte ineludibile di questo mondo, così come la sofferenza e la morte, non lo è il dominio. Il dominio è un’invenzione umana, il dominio è l’annichilimento della vita, il dominio è l’inferno sulla terra. Noi vogliamo rendere visibili i meccanismi del dominio, vogliamo sfilarci da essi il più possibile, anche quando non li agiamo direttamente ma ne siamo in ogni caso collusi. Per questo non possiamo gioire alle grigliate, e non siamo capaci di sorridere mentre coi denti staccate brandelli di muscoli dalle ossa: e finché la carne del mondo non smetterà di bruciare sugli altari del potere, non avremo altro destino che continuare a lottare.

Ma noi non ci saremo: riflessioni su estinzionismo e denatalità dal margine della nostra stirpe aliena

Qualche settimana fa Effimera pubblicava un articolo, a firma di Alice del Gobbo, dal titolo Un desiderio moralizzato, una vita contabilizzata: sull’ecologia vista dal punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement*.

Vorrei dunque prendere le mosse da questo pezzo (a cui sono seguite, sempre su Effimera, due riflessioni critiche a firma di Claudio Kulesko e Natan Feltrin), per proporre alcuni ulteriori ragionamenti su estinzionismo e denatalità – e loro eventuali conseguenze ecologiche – da un punto di vista transfemminista e antispecista. L’articolo originario di Del Gobbo è quello sul quale mi soffermerò in particolare, poiché a mio avviso viziato, fin dalle prime righe, da alcune imprecisioni che ne pregiudicano lo sviluppo successivo.

La riflessione proposta origina infatti da un mediocre e sensazionalistico articolo pubblicato sul Guardian dal titolo Would you give up having children to save the planet? Meet the couples who have, che ha immediatamente richiamato alla mia mente la copertina del numero 1255 di Internazionale, uscito a maggio, che recitava I vegani salveranno il mondo? (per chi se lo stesse chiedendo, anche in quel caso gli articoli erano di livello decisamente modesto): in tempi di crisi ecologica conclamata, cercasi volenterosi salvator* del mondo!

Del Gobbo rileva subito, sin dalle prime righe, il tono da tabloid dell’articolo originale, commettendo a mio avviso però un errore metodologico rilevante, ovvero partire da un testo palesemente inconsistente e pieno zeppo di imprecisioni (senza verificare se quello che viene affermato corrisponda o meno a realtà), per sviluppare la propria riflessione.

In particolare viene preso di mira il VHEMT, ovvero il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, al quale aderirebbero le/gli intervistat* del Guardian. A prescindere dall’irrilevanza sociale e politica di questo “movimento” (la pagina ufficiale del VHEMT su Facebook conta ad oggi poco più di 8000 membri – quella italiana circa 800 – mentre la pagina dei Flat Earthers, ovvero i famigerati Terrapiattisti, ha circa 4000 adesioni, e gruppi come Stop Scie Chimiche contano quasi 32000 membri!), visitando il sito omonimo appare chiaro che  le dichiarazioni delle/gli intervistati hanno ben poca attinenza con le proposte del VHEMT.

Vorrei spendere dunque qualche parola sul VHEMT, poiché io stessa, pur non considerandomi un’estinzionista tout court, auspico una graduale ma rilevante diminuzione della popolazione.

In quanto transfemminista e antispecista, nonché childfree (o nullipara, per usare un’espressione assai meno accattivante!) già diversi anni fa sono venuta a conoscenza della supposta esistenza di un “movimento” per l’estinzione umana: visitandone il sito in lungo e in largo, ho all’epoca apprezzato il tono ironico e autoironico con il quale affronta il problema della sovrappopolazione, snocciolando al tempo stesso fatti, dati e statistiche abbastanza attendibili. Personalmente non ho mai conosciuto alcun membro del VHEMT, ma se l’adesione allo stesso ricalca le modalità spontaneiste dell’ALF – come in effetti sembrerebbe – allora potrei a buon diritto farne parte. Non perché io desideri ardentemente l’estinzione umana: semplicemente, l’ipotesi che possa avere luogo non mi turba particolarmente, ma mi pare anzi inscritta nella finitudine della nostra esistenza, che non può essere solo individuale.

L’estinzione propugnata dal VHEMT, in ogni caso, non è il risultato di un suicidio di massa o di un genocidio programmato; è, al contrario, un’estinzione “dolce” e, si badi bene, volontaria che passa semplicemente dalla scelta di non riprodursi: idea che è agli antipodi rispetto ad alcune proposte estinzioniste che immaginano invece stermini in qualche modo programmati (come viene esplicitato nell’articolo di Claudio Kulesko, che ravvisa delle somiglianze tra i diversi estinzionismi; dal mio punto di vista, la differenza è invece abissale). Inoltre, sempre sulle pagine del VHEMT si sottolinea come spesso siano proprio i sostenitori della natalità a tutti i costi a promulgare un’ideologia razzista, che contabilizza il bilancio delle nuove nascite non in senso assoluto (altrimenti non esisterebbe alcun rischio di “estinzione della specie”), ma relativo, auspicando la riproduzione solo di alcune popolazioni, addirittura allo scopo di “controbilanciare” il tasso di natalità di altre, ritenute meno degne. Su questo aspetto il VHEMT  è chiaro:

“Alcuni dicono: «Oggi sono le persone sbagliate quelle che hanno figli». Quante volte avete sentito questo ritornello? Possiamo essere certi che chi dice una cosa simile non sta parlando di se stesso: sta parlando di quelle altre persone sbagliate. Sta parlando di «quegli stupidi degenerati che non dovrebbero riprodursi, di quelli che sono troppo poveri per allevare dei figli, o di quelli che sono talmente depravati da non apprezzare neppure i bambini e che potrebbero arrivare a pensar d’abusare di loro». Quel che logicamente consegue in ragionamenti di questo tipo è che «chi ha dei geni scadenti non dovrebbe mai tramandare ad altri i propri difetti».

In chi sostiene le opinioni descritte, è implicita l’attitudine a pensare che esistano persone migliori, più adatte delle altre a trasmettere i propri geni. La gente intelligente, economicamente sicura, responsabile, socialmente consapevole e dotata del corredo genetico migliore dovrebbe darsi da fare per riprodursi. Dopo tutto, qualcuno dovrà pur farlo, no? […] Altri sostengono che la loro razza o il loro gruppo etnico sono una minoranza, o che lo saranno presto se non si danno da fare. Portare avanti il nome della famiglia ha costituito a lungo una giustificazione per la riproduzione, una giustificazione da non mettere neppure in discussione. Quando una coppia dice di volere “un figlio proprio” intende “un figlio con i nostri geni”. La mentalità che sta dietro a quest’ordine di idee fondato sul concetto di consanguineità è forte e radicata: “Noi” dobbiamo essere di più, “Loro” devono essere di meno. Vi sembra razzista? Be’, quando le coppie tentano di mettere al mondo un figlio specificamente maschio o femmina c’è anche un po’ di sessismo nell’aria. Ed è elitismo il voler creare delle repliche di noi stessi mentre decine di migliaia di figli degli “Altri” muoiono ogni giorno per mancanza d’attenzioni.”

Pertanto, anche in considerazione del fatto che, sulle stesse pagine, si riconosce che l’impronta ecologica dei bambini nati in Occidente non è paragonabile a quella di coloro che si trovano a venire al mondo nelle aree più povere, trovo abbastanza stiracchiata l’idea che suggerire a persone (occidentali) di scegliere di non procreare di fronte alla catastrofe ecologica in atto, possa avere un sottofondo colonialista (cito dall’articolo di Del Gobbo: “gli occidentali si ergono a paladini di una buona e razionale condotta di fronte all’irrazionalità dei popoli “altri” i quali, in preda a presunti arcaici sistemi di valori, “ancora” percepiscono la procreazione come valore o, peggio, non sono capaci di “proteggersi” dalle conseguenze dei propri atti sessuali.”).

Mi pare questa una conclusione arbitraria, che non si può ascrivere al punto di vista delle/gli estinzionist* che si riconoscono nel VHEMT: di più, dal mio punto di vista situato di transfemminista lunàdiga [1], che ha superato da qualche anno i quaranta, la scelta personale di non procreare, carica per me di significati personali ma anche politici, non ha mai avuto né mai avrà alcun risvolto “pedagogico” nei confronti di alcun*, perlomeno non in maniera diretta.

Altro discorso deriva dal constatare che lo stile di vita dell’Occidente, e dei paesi più ricchi in generale, viene preso a modello dai paesi in via di sviluppo in quanto espressione della condizione di massima desiderabilità del proprio stare al mondo: in questo senso, e considerato che – volenti o nolenti – il nostro stile di vita funge già da modello (perlopiù negativo e insostenibile da un punto di vista ambientale), perché guardare con sospetto a quegli stili di vita liberamente scelti, che potrebbero rivelarsi potenzialmente virtuosi e maggiormente sostenibili anche da un punto di vista ecologico? E superando la questione ecologica verso altri fertili orizzonti, perché rendere visibili modi altri di stare al mondo, che non seguono i percorsi prestabiliti dalla Natura, da divinità imperscrutabili o (più facilmente) dalle esortazioni di economisti e statisti, diverrebbe colonizzazione?

A questo proposito, ho letto in maniera molto critica il rimando alla presunta “naturalità” del desiderio di procreare, come espresso dalle intervistate dell’articolo del Guardian. Un discorso che ignora (volutamente o con ingenuità?) la questione della normatività sociale che sta alla base di molti dei nostri desideri, che di “naturale” hanno poco e nulla. La stessa norma (eterosessuale, spesso monogama e procreativa) sta, a mio avviso, alla base di tanti desideri di assimilazione che riscontriamo sempre più spesso nell’ambito omosessuale e queer, ambito originariamente caratterizzato da un contesto in cui le varie soggettività avevano (e hanno tuttora), vari strumenti di rottura per sovvertire la norma stessa.

In ogni caso, se anche vi fosse qualcosa di naturale (o meglio, biologico) nel desiderio di procreare, mi domando, nel solco tracciato dalle riflessioni del Manifesto Xenofemminista: se la “natura” – qualsiasi cosa questa parola significhi – ci portasse naturalmente verso il baratro, non sarebbe sensato cercare di porre un freno a questo destino apparentemente inesorabile?

Anche le malattie fanno parte della vita su questo pianeta, eppure non solo non ci arrendiamo ad esse, ma la maggior parte di noi sostiene sia lecito torturare e uccidere altri esseri senzienti inseguendo la flebile speranza di una cura. Ma ecco che, quando si tratta di far figli* o del mangiar carne sentiamo nuovamente il richiamo alla “naturalità”:  eppure siamo oramai in grado, tramite i metodi anticoncezionali e l’aborto, di evitare le gravidanze indesiderate, e in quanto onnivori possiamo, a differenza dei carnivori obbligati, scegliere di cosa cibarci.

È la natura che lo ordina, baby!

“Se la Natura è ingiusta, cambiala!” Lo Xenofemminismo ci esorta ad abbandonare ogni dogma, ogni certezza apparentemente immutabile, ogni violenza attribuita di volta in volta all’assetto ormonale, alla tradizione, all’inevitabilità del biologicamente predeterminato, per plasmare in maniera inedita il nostro stare al mondo, fuggendo la facile lusinga e comodità del privilegio invisibilizzato e naturalizzato.

È qui necessario rilevare che anche io credo che, allo stato attuale delle cose, sia ben difficile che l’astensione dalla riproduzione possa avere un qualche effetto demografico reale: non perché io reputi del tutto inefficaci i comportamenti individuali (tendo a non dividere in maniera binaria e oppositiva comportamenti personali e politiche globali, mi pare sia non necessario e in qualche modo fallace da entrambe le parti),  bensì ritengo che i comportamenti individuali, che per di più al momento attuale sono praticati da una minoranza di individui e pertanto non potrebbero nemmeno ambire a raggiungere una ipotetica “massa critica”, debbano  comunque inscriversi in un cambiamento di paradigma totale, all’interno del quale la riduzione della popolazione sarebbe un solo, per quanto importante, aspetto.

E, in questo senso, proprio il quesito iniziale posto da Dal Gobbo mi pare rivelatore, quando afferma:

“Ho 26 anni, ma quando ero piccola si parlava soltanto di spegnere le lampadine e chiudere il rubinetto mentre ci si lavava i denti. Al massimo diminuire l’uso della macchina. Pian piano l’elenco dei “comportamenti” non sostenibili si è espanso e con esso la lista delle cose a cui rinunciare per salvare il pianeta: viaggiare in aereo, usare l’asciugatrice, andare al ristorante e al cinema, comprare prodotti non biologici, mangiare animali e i loro derivati. Pare che l’orizzonte si espanda di giorno in giorno, come se per quanto noi ci impegniamo quotidianamente, i nostri sforzi non fossero mai abbastanza. La nostra società è alla costante ricerca di una ‘giusta’ soluzione che tuttavia sembra non materializzarsi mai.”

Il problema si rende evidente proprio in questo passaggio: siamo indubbiamente tropp*, abbiamo uno stile di vita eccessivamente energivoro, e stiamo depauperando il pianeta oltre al punto nel quale i sistemi biologici (come correttamente evidenziato da Natan Feltrin) riescono a rigenerarsi  – peraltro causando sofferenza, morte ed estinzione di miliardi di altri esseri viventi, umani e non. Senza cambiare radicalmente paradigma, non saranno le/gli estinzionist* né le/i vegan* a salvare il mondo, ma l’estinzione involontaria di massa che in quanto specie stiamo causando, e di cui faranno le spese nuove generazioni innocenti (e sì, anche le/ i figli* dei vostri figli*).  E prima di quella violenta estinzione… probabilmente i sacrifici aumenteranno sempre di più, soprattutto in capo alle/i più deboli, ma non basteranno mai!

Non credo che l’estinzionismo, al pari del veganismo, sia la panacea di tutti i mali, ma al contempo non escludo che, se queste tendenze fossero maggioritarie, si potrebbero verificare risultati positivi al momento inimmaginabili, soprattutto perché se fossero maggioritarie significherebbe probabilmente che un altro paradigma, differente da quello capitalista che tutto riduce a merce sfruttabile, ha finalmente preso piede, che a lottare in piazza non sarebbero poche centinaia di persone, ma fiumi di migliaia e milioni di persone, davvero una marea!

Questo nuovo modo di stare al mondo potrebbe inoltre, come auspicato nell’articolo di Helen Hester (Ri)produrre futuri senza futurità riproduttiva. Ecologie xenofemministe, riconfigurare e sviluppare la proposta di Haraway volta a Generare parentele, non bambini. Un’idea rivoluzionaria che potrebbe avere conseguenze positive inimmaginabili quali, per sommi capi:

– Nell’area dell’immigrazione – nuove opportunità di integrazione;

– Nell’area dello sviluppo tecnologico – nuove frontiere di sviluppo di tecnologie assistive;

– Nell’area del lavoro di rigenerazione – liberazione delle donne dal lavoro riproduttivo non retribuito;

E altri imprevedibili effetti di tipo emancipatorio.

Generare parentele diventa dunque un momento oppositivo – legato al rifiuto dell’ordine corrente – ma anche produttivo, e da un punto di vista transfemminista significa “ripensare le modalità con cui si articolano intimità, socialità e solidarietà al di là del nesso del nucleo familiare.”

In qualche modo, sono convinta che la proposta del VHEMT non sia così distante da quella di Haraway, ovvero promuovere un cambiamento ideologico capace di portare ad una rilevante riduzione della popolazione in tempi lunghi, e che non smette di curarsi e di mostrare solidarietà a chi già esiste, così come a chi decide consapevolmente di procreare e di curarsi delle/i nuov* nat*.

Non ho mai considerato questo tipo di estinzionismo nemmeno vagamente paragonabile a quello di matrice autoritaria: io stessa ho deciso di non riprodurmi, e alle considerazioni personali si sono aggiunte quelle etiche e politiche, che ricalcano molti dei temi del VHEMT. Non perché io reputi che la mia rinuncia – che non vivo come “sacrificio” – possa avere oggi una qualche rilevanza statistica, ma perché credo che l’etica e la politica che pratichiamo nel quotidiano abbiano ragioni che vanno al di là dell’efficacia contabile.

Sono ben consapevole che le scelte che informano il mio stare al mondo configurano al momento attuale un’utopia: ma un’utopia che prende forma apre già oggi spazi di possibilità a ciò che ancora deve venire – e se oggi il mio essere childfree e antispecista non va probabilmente a lenire che in minima parte le sofferenze delle/i più pover* e delle/gli ultim*, umani e non umani, cionondimeno materializza la tensione oppositiva che muovo contro l’ordine mondiale attuale, e concretizza una Zona Temporaneamente Autonoma e liberata nella quale confrontarsi attivamente con l’oppressione che viviamo sulla pelle, ma anche con quella che esercitiamo su altre esistenze, rinunciando al privilegio di specie e lottando al fianco delle altre soggettività oppresse.

Al netto del fatto che la genitorialità, lungi dall’essere alla portata di tutt*, è anch’essa un lusso – in particolare per i soggetti marginalizzati, queer, infertili, e per gli animali non umani (che vengono sterilizzati arbitrariamente se domestici, o privati della prole alla nascita se allevati per profitto) – la scelta di non riprodursi stimola la costituzione di nuove relazioni, in cui le parentele sgorgano dalle affinità e non dalle linee di sangue, la tecnologia può farsi carico degli aspetti più intimi e a volte faticosi dello stare al mondo [2] e le alleanze intra e interspecifiche riconoscono le reciproche vulnerabilità e ne fanno terreno di incontro e non di sfruttamento e prevaricazione.

Che quel “vuoto” che dicono di sentire alcune donne senza figli* non sia in realtà il deserto delle relazioni umane, che si tenta di tacitare con il ripiegamento nella famiglia nucleare? L’incapacità, o quantomeno l’estrema difficoltà nella società attuale, di sentirsi vicin* e solidali con chi non ha il nostro stesso dna – e possibilmente estrazione sociale e imprinting culturale? L’inconsapevole ma dilaniante sensazione di non avere, o avere una fragilissima rete di supporto, al di fuori dei rispettivi alberi genealogici?

“Vogliamo tutto”, scriveva quarant’anni fa Nanni Balestrini, ma aggiungeva “Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare una lotta a fondo dura e violenta. […] Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale”.

Allora come oggi non possiamo “volere tutto” alla maniera del turbocapitalismo, che fagocita ogni cosa incurante non solo del futuro, ma anche del presente vivente e sofferente… dobbiamo volere tutto per tutt*, e questo implica la capacità di riorientare i nostri desideri e le nostre politiche, anche quelle legate alla sovrappopolazione. Cambiare costa fatica, lottare è sfiancante: ma senza la lotta e senza il cambiamento, cos’altro potrebbe distinguerci da coloro che ogni giorno ci opprimono e che, con tutte le nostre forze ci sforziamo di combattere?

[1] Lunàdiga è la pecora che, pur fertile, non si riproduce: singolare, strana, anticonformista, lunatica. Vi invito a conoscere il progetto Lunàdigas, film documentario realizzato da Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che ha al centro proprio le storie di donne senza figli, raccolte in quasi dieci anni di incontri e video-interviste: donne note e meno note, dai mondi dell’attivismo politico, culturale, sociale, della scienza, della scrittura e dell’associazionismo, varie per esperienza e provenienza geografica.

[2] Non c’è nulla di male a “farsi pulire il culo” da un altro essere umano, ma meglio sarebbe poter scegliere se si preferisce utilizzare tecnologie assistive che restituiscano l’intimità a chi la desidera, e liberino spazi di interazione tra le persone che vadano oltre alla “cura del corpo” per diventare cura dell’individuo, dei suoi bisogni emotivi e affettivi… anche per chi si dedica al lavoro di cura, spesso donne e soggetti marginali.

 

L’altr* “altr*”

di Vinamarata “Winnie” Kaur, originale qui.

Le persone intorno a me

cercano di definire la razza in termini di bianco o nero,

mi guardo…

In agguato tra i codici colore di ciò che è considerato “normale”.

Mi rivolgo al femminismo,

E vedo il movimento femminista occidentale ancora pieno di razzismo e specismo.

Mi sento allo stesso tempo inclusa ed esclusa.

Mi chiedono “Che cosa sei?”

Sono bianca o sono nera?

“Forse nessuna delle due, o forse entrambe; non sono affari tuoi “, rispondo.

Chi sono io e a quale movimento di giustizia sociale dovrei rivolgermi?

Gli altri impareranno mai a guardare oltre la mia Carne Bruna

E incanalare i loro chakra lontano dalle mie apparenze esterne?

Vedo persone intorno a me

Fumarsi e bersi vita e salute.

Socializzano nell’estasi degli allucinogeni

E vanno fiere delle bistecche grigliate ai barbecue estivi, mentre si burlano di vegetarian*e vegan che non condividono i loro piaceri carnali.

E mi guardo… Una femminista decoloniale, astemia, grassa, pelosa, vegan, isolata ed esclusa da quei circoli,

Isolata in compagnia dei miei libri.

Mi rivolgo a TV e film,

che mi ridicolizzano un’altra volta, con il loro sguardo bianco e le pubblicità che fanno vergognare del proprio corpo…

Chi sono io, se non l’Altr* “Altr*” in questa terra delle opportunità, unita eppure divisa?

Chiusa nei pochi spazi liminali che posso chiamare “casa”

Continuo a essere oppressa

Dalle catene stratificate dei binarismi trincerati nell’eteropatriarcato cis-maschio bianco,

Senza un’identità riconoscibile…

E che il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha chiamato, in un’occasione, straniera non residente

E ora chiama residente permanente,

Ancora spogliata del pieno riconoscimento assegnato alla sua “cittadinanza umana”.

Porto in me lo spirito dello schiavo nero,

E un corpo alimentato da piante,

E spargo la notizia che…

Sono diversa e senza un’identità,

Sono vegana e femminista non occidentale,

E va bene così.

Occupo i margini e le sfumature di questa società ossessionata dalla carne e dal colore,

Non solo a causa delle mie scelte alimentari o per l’invisibile purdah* che indosso sulla mia pelle,

Ma a causa della mia soggettività e delle esperienze vissute.

Chi dà a chicchessia il privilegio di escludermi dai limiti della “normalità”

E costringermi a classificarmi come bianca o nera / femminista o vegana?

Mi rifiuto di identificarmi come una o l’altra…

Perché #BlackLivesMatter, #BrownLivesMatter, #TransLivesMatter, #IntersexLivesMatter, #NativeLivesMatter e #NonHumanLivesMatter.

E non si dovrebbe più consentire a bianchezza, colonialismo e specismo di definire le nostre relazioni con i nostri corpi marginalizzati;

Sono una femminista vegana intersezionale, non bianca, asiatica del sud,

E queste sono parti irrinunciabili della mia identità multisfaccettata

Per le quali continuerò a lottare,

Fino al mio ultimo respiro.

* La purdah o pardaa è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme.