Donald Trump firma un ordine esecutivo contro l’aborto, circondato da uomini

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WASHINGTON – Lunedì, circondato da altri uomini bianchi, il Presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo anti-aborto che avrà conseguenze di vasta portata per l’accesso alla salute riproduttiva delle donne in tutto il mondo.

Trump ha ripristinato la cosidetta “Mexico City Policy”, nota anche come “Global gag rule”, messa in atto per la prima volta dal Presidente Ronald Reagan nel 1984. Tale legge impedisce l’assegnazione di finanziamenti americani alle organizzazioni internazionali non governative che offrono aiuto o consiglio su una vasta gamma di opzioni di pianificazione familiare e salute riproduttiva, nel caso in cui includano tra di esse l’aborto – anche nel caso in cui tali fondi non siano utilizzati, in modo specifico, per i servizi legati all’interruzione di gravidanza.

Gli Stati Uniti spendono circa 600 milioni di dollari l’anno nell’assistenza internazionale per la pianificazione familiare e nei programmi di salute riproduttiva, rendendo possibile a 27 milioni di donne e coppie di accedere a servizi e forniture relative alla contraccezione.

Tale denaro non viene in alcun modo utilizzato per l’esecuzione di aborti. L’emendamento Helms impedisce già dal 1973 che i dollari dei contribuenti americani possano essere utilizzati per le interruzioni di gravidanza internazionali. I sostenitori della “Global gag rule” sono convinti che questa ulteriore norma sia ancora necessaria, sostenendo che l’emendamento Helms non sia, di per sé, abbastanza efficace.

Questo ordine esecutivo è uno dei primi che Trump ha firmato dal suo insediamento. Lunedì, seduto nella Stanza Ovale, ha anche firmato gli ordini esecutivi che bloccheranno le assunzioni di impiegati federali e segneranno il ritiro dal Partenariato Trans Pacifico.

Una panoramica delle persone in piedi al suo fianco ha mostrato che erano presenti poche, forse nessuna, donna.

L’ordine esecutivo di Trump avrà gravi implicazioni e potrebbe avere esiti mortali per le donne e le ragazze che vivono nei paesi in via di sviluppo e nelle zone di guerra – che spesso, quando non hanno accesso all’aborto sicuro, ricorrono a metodi pericolosi per porre fine alle gravidanze. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che più di 21 milioni di donne all’anno ricorrano ad aborti pericolosi nei paesi in via di sviluppo, che rappresentano circa il 13 per cento di tutte le morti materne.

Tale norma viene annullata e ripristinata in base al partito che sale al potere. Bill Clinton l’aveva annullata, George W. Bush l’aveva ripristinata, Barack Obama l’ha annullata nuovamente al momento di assumere l’incarico.

Il Gabinetto di Trump è composto dal maggior numero di bianchi e maschi dai tempi di Reagan.

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Chi ha paura dell’uomo vegano?

Per Sarantis Thanopulos, essere al centro delle polemiche non è una novità: i suoi articoli sono stati frequentemente in grado di scatenare reazioni tanto infiammate quanto giustificate, come quando nell’estate del 2013 pubblicò, sempre sul Manifesto, “Non è violenza di genere“, un pezzo nel quale confutava l’esistenza stessa della violenza di genere in virtù della complementarietà di uomini e donne (scatenando l’ira comprensibile di innumerevoli femministe), o quando, all’incirca un anno dopo, nell’articolo “L’autismo e l’ipocrisia“, sosteneva la legittimità di insultare chicchessia – in quel caso specifico Matteo Renzi – dandogli dell’autistico.

Da questi pochi accenni appare evidente l’adesione (consapevole o meno) di Thanopulos al paradigma dell’uomo “misura di tutte le cose” che, dalla centralità del suo posizionamento, privilegiato e iniquo, continua a perpetuare quella norma sacrificale valida solo fintantoché, a farne le spese,  è l’altr* da sé. Non stupisce, dunque, che abbia finalmente deciso di esprimere la propria personalissima e situata (quanto non richiesta) opinione rispetto alla questione animale, in un articolo di pochi giorni fa dal titolo “il gusto e l’uomo vegano“.

Lo scritto in questione parte da una premessa tanto contorta quanto strumentale: ovvero, che l’astensione dal consumo di qualsiasi prodotto derivante dallo sfruttamento degli animali abbia poco o nulla “a che fare con la crudeltà nei confronti degli animali”, seguita da un’affermazione tanto soggettiva ed infondata quanto presentata come logica ed autoevidente, ovvero che “l’amore per gli animali cresce in modo inversamente proporzionale all’amore per gli esseri umani”.

Già dall’esordio appare chiaro come Thanopulos sguazzi in un universo fatto di dualismi oppositivi, e che la sua analisi non sia capace di distaccarsi dalle categorie gerarchizzanti di maschile e femminile, normale e deviante, umano e animale, e così via.

La questione, dunque, non riguarderebbe l’animale e tantomeno la compassione nei confronti dell’oppressione della quale è (recalcitrante quanto invisibilizzata) vittima, di più: la sollecitudine nei confronti del non umano tradirebbe un’incapacità di relazionarsi all’umano (un “umano”, peraltro, tanto generico e virtualmente paradigmatico – e dunque tanto più irreale – da perdere qualunque significato).

In questa cornice, appare logica conseguenza l’affermazione successiva, ovvero che anche la relazione affettiva tra non umani e bambin* rappresenti un percorso necessario ma esclusivamente funzionale alla crescita “sentimentale” dei “cuccioli d’uomo”, da lasciarsi alle spalle all’ingresso nell’età adulta, pena l’evidenza di un atteggiamento patologico (come non pensare alla fase anale della tradizione freudiana, e rivendicare à la Hocquenghem la specificità della relazione umano/animale e del desiderio, o quantomeno del tentativo, di depotenziare la norma sacrificale in nome di un riconoscimento della propria reciproca – e irriducibile – animalità?)

Al contrario, per Thanopulos “gli animali che usualmente vengono uccisi per essere mangiati, sono esseri familiari ma non hanno una qualità relazionale che consenta il loro uso nella costituzione infantile di una cultura erotico/affettiva”; un’affermazione, questa, che ha in sé un fondamento di verità – lo dimostra il fatto che la quasi totalità dei carnivori mostri spesso un’idiosincrasia verso il consumo di qualche tipologia di animale, ad esempio di cuccioli percepiti come particolarmente indifesi, quali ad esempio l’agnello o il capretto, il coniglio che ricorda l’animale da compagnia dell’infanzia, l’anatra che riattiva memorie di esperienze passate bucolico-affettive, come le visite a nonni contadini e i pomeriggi passati a giocare circondati dai tipici animali “da fattoria” – ma che Thanopulos, in virtù della sua forma mentis, non è capace di collegare a quella “educazione alla crudeltà” necessaria ad insegnare e rinforzare il distacco – prima fisico, poi psichico ed emotivo – da quegli animali che dovranno essere consumati, e senza il quale tale appropriazione violenta diventerebbe, nei fatti, impossibile o comunque fonte di dissociazioni pericolose.

L’analisi “dalle finestre dei piani superiori” di Horkheimeriana memoria, non assicura soltanto “una bella vista sul cielo stellato”, ma addirittura un capovolgimento dell’evidenza: ad essere patologizzato qui non è lo schizofrenico distacco da alcuni animali considerati “sacrificabili” – a partire da una consuetudine alla crudeltà caldeggiata da un sistema che promuove l’oggettivazione del vivente in funzione di un dominio più efficace –  e che di converso, nell’attaccamento di ciascun* di noi verso alcune specie (quelle socializzate come domestiche e dunque più facilmente legate ad esperienze affettive) ed individui, mostra le falle del sistema stesso. Al contrario, deviante è chi non recide quel primigenio, istintivo e desiderante affetto e sollecitudine per l’altro da sé, quella curiosità senza pregiudizio nei confronti di una differenza che viene osservata senza giudicare, e che, proprio in virtù di quell’incontro, esperisce l’infinita gamma di sensazioni ed emozioni che ci caratterizza in quanto esseri vivi e vitali.

A partire da una chiave di lettura così viziata, la conclusione non poteva che essere una sola, ovvero che a caratterizzare l’homo veganus sia la rinuncia stoica al desiderio, all'”assaporare ogni cosa piacevole (il corpo dell’amante, un cibo, un’opera d’arte) in modo sensuale” fino a prefigurare un futuro distopico nel quale “sarebbe cosa proibita essere fatti di carne e di passioni. Nel nome di un mondo di automi disincarnati, un paradiso terrestre, la dittatura finale del puro spirito.”

Come non leggere, in questa ultima e aberrante immagine, il grido di terrore dell’eteropatriarcato di fronte alla distruzione delle fondamenta di oppressione sulle quali è cresciuto e ha prosperato per millenni? Come non riconoscere l’estremo e reiterato tentativo di riportare l’immaginario collettivo, e i discorsi che lo perpetuano, alla norma sacrificale che estrae plusvalore dal vivente a beneficio dei soliti – pochi – privilegiati?

In effetti l’uomo vegano – ci si chieda come mai ad essere così sovversivo è proprio l’uomo, e non la donna, vegana – che volontariamente si allontana dal centro dell’universo per spostarsi ai margini non può che essere deviante. L’uomo che rinuncia, non richiesto, ai propri irresistibili desideri, alla passione illimitata che lo guida e che lo identifica di volta in volta cacciatore, esploratore, conquistatore, non è agli occhi eteronormati un’aberrazione?

Come può un esponente di quella categoria “che non deve chiedere mai”, rinunciare a tale privilegio, non scritto ma inscritto in secoli e secoli di pratiche di dominio?

Perché è proprio questo che Thanapulos – e gli uomini come lui – non vogliono vedere, ovvero che l'”uomo vegano” non è un uomo privo di desiderio, ma un uomo che vive il suo desiderio in un’ottica di consensualità, perché un piacere che “vuole assaporare” senza reciprocità di desiderio è un’appropriazione, uno stupro, una violenza imposta all’altr*, umano o non umano che sia.

Il desiderio senza confini è ingordigia, voracità insaziabile, brama autoritaria e dominio fondato sul potere e sulla coercizione. Al contrario, la relazione con l’altr* richiede premura, ascolto, accoglimento dei limiti che ne derivano e che amplificano, invece che diminuire, la passione derivante dalla consapevolezza della reciprocità dell’incontro.

Il mondo di Thanopulos, così accecato dai propri desideri e così incapace di connessione da consumare ottusamente un vivente reificato, è il mondo più triste che si possa immaginare. E’ un mondo infinitamente avido perché tremendamente solitario, nel quale il consumo bulimico tenta di colmare il vuoto, senza riuscirvi, dell’ascolto e dell’incontro.

Ma da chi ha avuto il coraggio di affermare che la violenza di genere “nella sostanza danneggia più l’uomo che la donna perché l’uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante”, ci si poteva aspettare qualcosa di diverso?

 

 

Cento donne nude ed un misogino (anzi, due)

Il 17 luglio, in occasione della convention dei Repubblicani Usa a Cleveland, ha avuto luogo una singolare installazione orchestrata dal fotografo Spencer Tunick, noto al grande pubblico per i suoi scatti di nudi di massa. L’opera si intitola Everything she says means everything (Tutto ciò che lei dice vuol dire tutto) ed è un progetto fotografico in cui i soggetti, le donne, sono ritratte nude mentre reggono uno specchio di forma circolare. La lettura prevalente dell’opera – quella suggerita dallo statement pubblicato dall’artista e riportata, pedissequamente, dalle maggiori testate – interpreta questa ultima “fatica” del noto fotografo come un’aperta critica alla mai celata misoginia di Trump, quando invece una connessione di sguardi e di retoriche maschiliste accomuna i protagonisti maschili di questa “battaglia” che ha luogo, come spesso accade, sul corpo delle donne.

Parlare della misoginia di Trump è come sparare sulla Croce Rossa: gli esempi sono tanti e tali, che riportare solo alcuni dei commenti ingiuriosi e degli epiteti (sessisti e specisti) con i quali ha apostrofato le donne (quelle che in qualche modo hanno osato sfidarlo o anche solo, CaDwN5zWQAE-qvWa quanto pare, aver la sfortuna di incrociarlo sulla propria strada), diventa un esercizio di condensazione di un odio e di un disprezzo raro.

Cagne, maiale, animali disgustosi, cercatrici di dote, repellenti, cesse, frigide e ovviamente puttane, queste sono le caratteristiche salienti di coloro che si oppongono a Trump, mentre quelle che assecondano il suo sguardo possono sperare di assurgere al massimo al ruolo di brave mogli, accessori di bellezza da mostrare (e far valutare) ai propri amici e “bei pezzi di culo”. Una delle più note perle uscite dalla bocca di Trump in passato, a riguardo della figlia Ivanka, era la seguente: “Se Ivanka non fosse mia figlia, probabilmente ci uscirei assieme” (e uno scatto datato, molto noto e controverso, ritrae Trump e la figlia adolescente immortalati in posa ambigua di fianco ad una statua pacchiana di due pappagalli, apparentemente nel mezzo della copula).

Di fronte a tanto disprezzo per le donne, l’installazione concepita da Tunick – e definita la “reazione critica del mondo dell’arte” a Trump, all’ideologia che incarna e alla minaccia che rappresenta – è stata salutata con entusiasmo e approvazione, quando invece presenta degli aspetti altamente contraddittori che suggeriscono che lo sguardo del fotografo non sia poi così dissimile da quello di chi avrebbe inteso criticare.

In che modo ritrarre cento donne nude con uno specchio circolare in mano –  che guarda caso ne nasconde, volutamente o meno, l’unico tratto riconoscibile, ossia il volto – dovrebbe contrastare la misoginia di Trump e dei suoi seguaci? Non è inerentemente problematico che un uomo bianco, vestito dalla testa ai piedi, decida di usare ancora una volta i corpi nudi delle donne (da sempre private della propria voce, reificate e sessualizzate) come oggetto della propria arte, e basti la sua dichiarazione d’intenti per rovesciare quello che appare evidente, ovvero lo sguardo maschile(ista) perennemente all’opera?

Il tentativo di legittimazione di un’interpretazione pseudo-femminista dello scatto da parte del noto fotografo è passato attraverso l’utilizzo di topoi triti e ritriti: dalla moglie citata quale “musa e collaboratrice” del progetto (come se essere donna significasse di per sé garanzia di non essere misogina, in ogni caso mai protagonista, dal momento che l’autore dello scatto resta lui e lei “la grande donna alle sue spalle“), alla dedica della foto alle due figlie femmine – per cui immagina e spera un futuro “di pari opportunità” (!) – alla definizione delle donne che si sono prestate allo scatto come “artiste guerriere”. Magari.

Ancora più inquietante è l’esplicita ispirazione derivante dall’idea essenzializzante della donna-natura. Sul sito dedicato all’installazione si può leggere infatti che “la filosofia del lavoro trae ispirazione dall’idea del femminino sacro (!)”, “le donne sono l’incarnazione della natura, del sole, del cielo e della terra”, “bisogna fare affidamento sulla forza, sull’intuizione e sulla saggezza delle donne progressiste e illuminate per trovare il nostro posto e il nostro equilibrio con la natura”, per concludere con “La donna rappresenta il futuro, e il futuro la donna”.

Immagino che le femministe della differenza ameranno questo progetto, ma spero che le sue criticità non sfuggano ad altri sguardi e ad altri pensieri. In cosa si distinguono questi due uomini, bianchi, benestanti, proprietari, famosi, che concepiscono e rappresentano i corpi femminili come oggetti artistici dotati di un peculiare rapporto con la natura e il futuro, ovvero mute madri in potenza da adorare e normare al medesimo tempo? (E tutte le altre? Immagino che la risposta sia “Al macello, subito!”)

Non stupisce pertanto che un lavoro come questo, che ripropone il consueto uso ed abuso del corpo delle donne in chiave però politicamente corretta (e apparentemente impegnata), abbia incontrato la generica approvazione di pubblico e critica.DJT300dpi-750x950

Ben altro destino è toccato al dipinto di Illma Gore “Make America Great Again”, che ritrae il candidato repubblicano alla Casa Bianca nudo, intento a pronunciare un discorso, con la usuale chioma dorata, lo sguardo aggressivo e l’espressione saccente, le braccia e le gambe in una posa di grande sicurezza e un micropene tra le gambe. Gore, disgustata dall’ennesimo scambio di doppi-sensi su proporzioni di mani e genitali tra Trump e Rubio in Virginia, decise di dipingere l’opera. Il suo statement è però ben diverso da quello di Tunick: «L’ho creato per scatenare una reazione, buona o cattiva, sull’importanza eccessiva che diamo alla nostra fisicità. I genitali non definiscono il nostro potere, il nostro sesso o il nostro status sociale. In pratica, puoi essere un enorme cazzone a prescindere da quello che nascondi nei tuoi pantaloni». Appena l’opera è stata pubblicata online ha scatenato reazioni violente in particolare tra i sostenitori di Trump, che hanno minacciato di morte la giovane artista, e in un caso l’hanno persino aggredita fisicamente, tirandole un pugno in faccia al grido di “Trump 2016”.

Illma Gore, che si definisce un’artista femminista genderfluid, non si è lasciata intimorire, ma è certo che il suo sguardo non ha incontrato lo stesso sereno plauso di quello di Tunick… è così difficile immaginare il perché?