Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero nero nel discorso femminista bianco

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Il termine intersezionalità venne coniato dalla giurista nera femminista Kimberlé Crenshaw nel saggio del 1989 “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”, e le radici storiche di questa teoria risalgono alle problematiche evidenziate dall’abolizionista Sojourner Truth e dalla studiosa di liberazione nera Anna J. Cooper nel XIX secolo. In breve, l’intersezionalità teorizza che le identità di gruppi distinti (razza, genere, classe, ecc.) convergano a formare nuove e uniche categorie di oppressione. Ad esempio, l’intersezionalità afferma che l’esperienza dell’oppressione sistemica vissuta da una donna nera non è in alcun modo uguale a quella vissuta da un uomo nero sommata a quella di una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha saturato il discorso femminista bianco, ma l’uso del termine è diventato vago, al limite dell’insignificante. Di fronte a questa evidenza, prima di esplorare la teoria dell’intersezionalità di Crenshaw, credo che, in quanto donna bianca, debba iniziare il mio discorso identificando chiaramente cosa non sia e non possa essere per me l’intersezionalità. Intersezionale non equivale a universale, e non tutte le intersezioni di identità sono identiche, specialmente quando un’intersezione include la bianchezza. Indipendentemente dagli altri assi di discriminazione in gioco, la bianchezza conferisce un tale sostegno agli individui, che essi non possono sperimentare il pieno impatto dell’oppressione e della invisibilizzazione messi in luce dalla teoria intersezionale.

L’intersezionalità non è un’etichetta o un’identità, è una pratica istituzionale. Un individuo o un’istituzione non può semplicemente essere intersezionale, gli individui e le istituzioni devono mettere in atto l’intersezionalità nell’azione diretta, nella politica e nell’attivismo femminista, concentrando e amplificando in modo mirato le voci emarginate in primo luogo nello sviluppo delle stesse pratiche. Oltre alla disonestà intellettuale nei confronti di Crenshaw e del pensiero e l’attivismo femminista nero, il danno maggiore compiuto dall’esproprio liberale bianco dell’intersezionalità verso una semplice “teoria dell’esperienza” consiste nel rifiuto di interrogare il potere istituzionale. Ignorando che l’intersezionalità è soprattutto una teoria dell’oppressione, le istituzioni autoproclamatesi “intersezionali” non riescono a riconoscere, impegnarsi e cambiare la propria posizione all’interno dei sistemi di potere. In quanto tale, la violenza strutturale ne risulta rinforzata e ricreata, ma viene espressa nel linguaggio dell’inclusività e dell’intersezionalità. L’intersezionalità come retorica femminista bianca, quindi, diventa uno scudo dietro il quale le organizzazioni progressiste elidono di nascosto la radicalità e alla fine confermano lo status quo.

L’incapacità dell’intersezionalità di essere significativa nel discorso femminista liberale bianco non è quindi, come alcune donne bianche hanno erroneamente suggerito, un risultato dei limiti del termine stesso. In effetti, l’indeterminatezza dell’intersezionalità consente a tale idea una rara ampiezza di potere analitico, rendendolo uno degli strumenti più preziosi per analizzare le operazioni del potere e di oppressione rispetto ai vari assi di identità. La teoria di Crenshaw è particolarmente utile per analizzare come il razzismo e il sessismo interagiscano nell’oppressione specificamente vissuta dalle donne nere, e la conseguente cancellazione di questa oppressione dall’antirazzismo e dall’attivismo femminista maggioritario. Infatti, la vacuità del discorso bianco maggioritario sull’intersezionalità deriva dal fatto che le organizzazioni, le pubblicazioni e gli individui che si intuiscono come intersezionali non mettono in pratica tale teoria. Il discorso liberale sanifica il linguaggio intersezionale utilizzandolo in maniera vaga per affermare che persone diverse hanno identità diverse, che le portano a vivere esperienze diverse. Sebbene ciò risponda a verità, l’intersezionalità non è semplicemente un modo colto di dire “Prima di giudicare qualcuno, mettiti nei suoi panni”, ma una teoria del potere sistemico e dell’oppressione. Inoltre, le/gli esponenti liberali della teoria intersezionale l’hanno separata dalla sua storia nel pensiero femminista nero e nell’attivismo di base. Questa appropriazione del linguaggio intersezionale da parte della retorica femminista bianca è stata definita come violenza anti-nera e colonizzazione

Teoria dell’intersezionalità di Crenshaw

Voglio contrastare questo discorso bianco maggioritario che circonda l’intersezionalità focalizzandomi sulla teoria di Crenshaw come è stata sviluppata nel saggio summenzionato del 1989 e nel suo follow-up del 1991, “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”. In poche parole, l’intersezionalità si domanda se un individuo sia visibile all’interno di un particolare sistema legale. In altre parole, l’intersezionalità si chiede se tutti gli individui possa trarre potere dalle garanzie legali e dal servizio pubblico che dovrebbe proteggerli e sostenerli.

Ad esempio, in “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”, Crenshaw richiama l’attenzione sul modo in cui le donne nere siano inesistenti nelle politiche contro la discriminazione nel diritto del lavoro. Nello specifico, esamina un caso giudiziario in cui cinque donne nere intentarono una causa contro General Motors (GM) per  discriminazione sessista e razzista sul lavoro: GM “semplicemente non ha assunto donne nere prima del 1964 e tutte […] le donne nere assunte dopo il 1970 hanno perso il lavoro in un sistema di licenziamento basato sull’anzianità “(“Demarginalizing“, pagina 141). Alla fine il tribunale respinse il caso delle donne: da un lato, la compagnia aveva assunto donne bianche prima del 1964, quindi la corte decise che non esisteva alcuna discriminazione basata sul sesso; d’altra parte, la corte ha raccomandato che il caso delle donne nere venisse presentato nuovamente assieme a un’altra causa di discriminazione razziale contro GM,  guidata da uomini di colore.

Partendo da questo caso come esempio, Crenshaw sostiene che l’esperienza delle donne nere non era contemplata dalla legge, e che la loro particolare intersezione di identità era visibile agli occhi della corte solamente in maniera distorta e letta attraverso le esperienze di donne bianche o uomini neri. Crenshaw conclude che mentre l’intersezione dell’identità delle donne nere combina il sessismo e il razzismo, le donne nere sono protette dalla legge solo quando la discriminazione nei loro confronti coincide con la discriminazione nei confronti delle donne bianche o dei neri. La teoria dell’intersezionalità di Crenshaw mostra che le donne nere, nonostante siano discriminate, non sono contemplate dalla legge anti-discriminazione.

Crenshaw si preoccupa, quindi, del fatto che la pratica femminista e la pratica antirazzista spesso procedono come se il gruppo di identità che rappresentano fosse monolitico e che la classe più privilegiata, ad esempio le persone che subiscono il sessismo ma mantengono privilegi bianchi o le vittime di razzismo che però mantengono il privilegio maschile, è considerato lo standard. Nella sua analisi del 1991 sull’intersezionalità, afferma sinteticamente che la legge inquadra le identità “donna” o “persona di colore” come una proposizione disgiuntiva che invisibilizza le persone la cui esperienza si situa in entrambi gli ambiti (” Mapping“, 1242). Questo significa che se una teoria emancipatoria femminista o antirazzista non riesce a riconoscere i modi in cui il razzismo e il sessismo spesso si intersecano e si mescolano nella vita quotidiana di quelle persone che la loro teoria pretende di rappresentare, le persone doppiamente (o più) marginalizzate finiscono escluse sia dalla società tradizionale che dai tentativi di riformarla.

In “Mapping the Margins”, Crenshaw sviluppa ulteriormente le idee di intersezionalità strutturale e intersezionalità politica. L’intersezionalità strutturale si riferisce a una differenza nella qualità esperienziale della riforma legale tra donne bianche e donne di colore. Ad esempio, le disposizioni sulla frode coniugale contenute nella Immigration and Nationality Act richiedevano che una persona immigrata negli Stati Uniti per ricongiungersi con un coniuge “rimanesse ‘correttamente’ sposata per due anni prima di richiedere lo status di residente permanente” (“Mapping”, pagina 1247). In base a tale disposizione, le donne maltrattate erano costrette a scegliere tra il loro benessere psicologico e fisico o la deportazione. Le disposizioni sulle frodi coniugali, quindi, hanno danneggiato ulteriormente queste donne già emarginate non riuscendo a rendere conto della loro vulnerabilità agli abusi coniugali.

Inoltre, quando il Congresso ha emendato la legge nel 1990 nel tentativo di proteggere le donne immigrate maltrattate, ha incluso una clausola di prova in cui una donna maltrattata ha bisogno di “rapporti e dichiarazioni giurate da parte di polizia, personale medico, psicologi, funzionari scolastici e servizi sociali” (“Mapping”, pagina 1248). Tali risorse, tuttavia, sono irraggiungibili per coloro la cui lingua, identità culturale e classe impediscono di accedere a polizia, medicina, istruzione o altri enti istituzionali. Quindi, l’emendamento alla disposizione per le frodi coniugali aiutava nuovamente solo le donne con il privilegio sociale, culturale ed economico necessario ad accedere alle prove ed escludeva le donne socialmente ed economicamente emarginate, “molto probabilmente donne di colore” (“Mapping”, pag.1250). L’intersezionalità strutturale, dunque, rivela che solo le donne bianche, non le donne di colore, avranno l’occasione di sperimentare l’utilità di questo tipo di riforma legale.

L’intersezionalità politica si riferisce al modo in cui la politica femminista e antirazzista non intersezionale cancella le donne di colore per promuovere le rispettive agende politiche. Da un lato, l’attivismo femminista spesso rifiuta di riconoscere il privilegio bianca, e quindi riproduce l’oppressione delle persone di colore nelle azioni e soluzioni proposte. Ad esempio, le donne bianche ottennero il diritto di voto nel 1920, prendendo attivamente e deliberatamente le distanze dalle donne razzializzate, specialmente le donne nere. Le persone di colore, incluse le donne, si videro garantito tale diritto con la legge sui diritti di voto del 1965 e le disposizioni successive furono approvate per le persone native americane, incluse le donne, nel 1970, 1975, 1982. D’altra parte, l’attivismo antirazzista spesso rifiuta di riconoscere la violenza patriarcale e può riprodurre l’oppressione delle donne nelle sue azioni e soluzioni proposte. In entrambi i casi, l’intersezionalità politica rivela che l’energia attivista delle donne di colore è spesso divisa tra due strategie politiche, quella femminista o quella antirazzista, e che entrambe le strategie, nonostante i loro sforzi, rischiano di emarginarle ulteriormente anziché liberarle.

Considerazioni conclusive

La traiettoria di Crenshaw ci ha portato lontano dal discorso maggioritario sull’intersezionalità, e la citerò estesamente piuttosto che tentare di parlare per lei. Scrive Crenshaw:

È davvero ironico che coloro che si occupano di alleviare i mali del razzismo e del sessismo adottino un approccio così gerarchico alla discriminazione. Se invece i loro sforzi iniziassero ad affrontare i bisogni e i problemi di coloro che sono più svantaggiati, ripensando il mondo dove necessario, anche chi subisce singole discriminazioni ne trarrebbe beneficio. Inoltre, mettere coloro che attualmente sono emarginati al centro è il modo più efficace per resistere agli sforzi per compartimentare le esperienze e minare la potenziale azione collettiva. (“Demarginalizing“, pagina 167)

Per affrontare adeguatamente l’intersezionalità strutturale e politica, il femminismo deve opporsi alla violenza sistemica che serve a emarginare, criminalizzare e soggiogare corpi non bianchi, disabili, grassi, trans, poveri, omosessuali,  dotati di uteri, e specialmente ogni corpo che si trova all’incrocio di queste identità. Concretamente, una pratica di intersezionalità si asterrà dal prendere decisioni strutturali nella speranza di aiutare le persone emarginate, e cercherà invece prima di tutto di integrare pienamente e porre al centro le voci emarginate nello sviluppo di tale politica, convertendo in tal modo la teoria e l’identità intersezionale in una pratica quotidiana di marginalizzazione delle voci di privilegio. Un femminismo intersezionale, in pratica, è necessariamente favorevole all’aborto, anti-carcerario, trans-inclusivo, e sostiene il lavoro sessuale, ed è tutte queste cose mettendo al centro la voce delle donne trans, delle prostitute, delle donne che hanno avuto o hanno bisogno di aborti, delle donne che sono o sono state incarcerate.

Uno dei problemi alla base della cancellazione delle donne di colore nel discorso femminista bianco è che si presume che la bianchezza sia neutra e sia la norma. Femminismo intersezionale, quindi, significa nominare la bianchezza per contrastare questa assunzione di neutralità, che l’intersezionalità rivela come dannosa. Scrive Crenshaw:

Il valore della teoria femminista per le donne nere è inferiore perché affonda le radici in un contesto razziale bianco che raramente viene riconosciuto. Non solo le donne di colore sono trascurate, ma la loro esclusione è rafforzata quando le donne bianche parlano per e in quanto donne. L’autorevole voce universale – solitamente la soggettività maschile bianca mascherata da oggettività non razziale e  non di genere -  è semplicemente trasferita a coloro che, ad esclusione del genere, condividono molte delle stesse caratteristiche culturali, economiche e sociali. Quando la teoria femminista tenta di descrivere le esperienze delle donne attraverso l’analisi dell’ideologia del patriarcato, della sessualità o delle sfere separate, spesso trascura il ruolo della razza. Le femministe ignorano quindi come la loro razza le sostenga mitigando alcuni aspetti del sessismo e, inoltre, come ciò spesso rappresenti un privilegio che contribuisce al dominio di altre donne. Di conseguenza, la teoria femminista rimane bianca, e il suo potenziale di ampliare e approfondire la sua analisi rivolgendosi a donne non privilegiate rimane irrealizzato (“Demarginalizing”, pagina 154).

Il femminismo intersezionale riconosce l’intersezionalità strutturale e si sforza di comprendere in che modo l’oppressione sistemica operi in modo nascosto attraverso invisibilizzazioni e pregiudizi; significa riconoscere l’intersezionalità politica mettendo criticamente in discussione come le azioni individuali e collettive possano rinforzare l’oppressione sistemica; e significa ascoltare e riflettere sulle voci delle/gli altr* quando sottolineano comportamenti che convalidano e riproducono l’oppressione sistemica, anche se questi comportamenti sono stati involontari. Se vogliamo ottenere la liberazione di tutte le donne, dobbiamo ripensare i nostri gruppi femministi non come monolitici, ma come coalizione di identità, e nel formare questa coalizione dobbiamo astenerci attivamente dal mettere al centro il privilegio. Un femminismo intersezionale non solo mirerà a scoprire e smantellare le modalità di potere che servono a denigrare tutte le donne, ma anche quelle che creano ulteriormente gerarchie tra le donne in modo tale che le sole beneficiarie della liberazione femminista non siano solo le donne bianche, abili, etero, cis, ricche, ecc. Un gruppo femminista che sostiene l’intersezionalità deve integrarla  nelle sue pratiche, non solo nel suo linguaggio. Una liberazione solo per alcun* non è affatto la liberazione.

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