Che fioriscano milioni di possibilità. Una predica queer

Come sa perfettamente chiunque abbia mai calcato il palcoscenico di un teatro, uno degli aspetti più elettrizzanti della performance è la possibilità di svestirsi dei propri panni per calarsi in quelli altrui – ulteriormente enfatizzati da trucco e gesti studiati per raggiungere, in maniera credibile, anche lo spettatore seduto al fondo della sala. Il potenziale liberatorio della rappresentazione teatrale scatena eventualità sconosciute anche all’interprete che, nel momento stesso in cui fa il primo passo sul palcoscenico, incarna una possibilità – per quanto effimera – e la fa sua, elidendo i confini della propria identità e trasformandosi di volta in volta in re, puttana, asino, foglia, fantasma, vento, comodino, ricordo.

Nel quotidiano, invece, è ben radicata in noi la convinzione di “essere” qualcuno di ben definito, di incarnare un “esemplare” della specie umana, di appartenere ad un genere preciso, di avere gusti e idiosincrasie personali. Se invece ciò che “siamo”, o meglio, ciò che crediamo di essere, fosse semplicemente il copione che, sin dai primi anni della nostra vita, ci è stato insegnato?

Sono i gesti che compiamo quotidianamente per spogliarci di quello che non siamo, a dirla lunga su di noi.

Ogni mattina, il bagno si trasforma in camerino: sotto la doccia cancelliamo il nostro odore animale per trasformarlo in profumo, sintetico ma gradevole. Le “donne” depilandosi e truccandosi, allontanano in un sol colpo animalità e mascolinità dalla performance prescelta, mentre gli “uomini” scacciano lo spettro femmineo attraverso l’uso di profumi secchi, tagli di capelli, baffi e barbe studiate per rendere i tratti più severi e squadrati. Il guardaroba dà il proprio contributo alla costruzione dell’illusione: da un lato abiti a fantasie colorate, morbidi e leggeri; dall’altro una gamma di colori più limitata, tagli squadrati e tessuti più spessi e coprenti.

Quanto tempo ci vuole per trasformarsi in uomini e donne, e quanto ancora per nascondere, allo sguardo altrui ma soprattutto al nostro, l’animale che siamo? E cosa succede quando rinunciamo alla performance, o la sovvertiamo? Quando non mascheriamo con vergogna l’odore dei nostri corpi, quando decidiamo di non passare ore a strapparci i peli dal corpo, quando indossiamo abiti disegnati per il “sesso opposto”?

Solitamente la disobbedienza alle norme non scritte dell’ordine eteropatriarcale incontra immediatamente l’intervento spontaneo, diffuso e collettivo di correzione o sanzione della violazione. Il primo ambito di intervento ha luogo nella famiglia stessa, attraverso l’aspra e continua reprimenda delle espressioni considerate socialmente inaccettabili. Ma anche nei rarissimi casi nei quali l’atmosfera di casa non si dimostri così ostinatamente sanzionatoria, appena varcata la soglia ci si troverà inermi di fronte all’occhio vigile del controllo sociale.

Eppure, i peli rimossi che giacciono sul pavimento del nostro bagno e le molecole di odore scivolate via nello scarico non possono essere cancellati una volta per tutte, e l’indomani, testardamente, si ripresenteranno a ricordarci chi, con tanta ostinazione, tentiamo di celare ad ogni costo. Un essere meno definito di quanto si possa credere, e più animale di quanto si voglia ammettere, che sceglie di limitare la propria possibilità d’espressione a poche monotone forme di rappresentazione – lasciando migliaia di favolosità ad accumulare polvere nel guardaroba proibito dello scantinato patriarcale.

Come se non bastasse, dallo sforzo di definirsi così rigidamente deriva l’ossessione per i confini da non valicare, la paura di tutto quello che si presenta in maniera meno netta, più sfumata, percepito come una minaccia alla propria performance, che nel frattempo si è cristallizzata in verità.

Identità costruite e mantenute a fatica che, lungi dal renderci accettabili, in realtà ci tramutano in monadi solitarie, incapaci di godere della varietà e delle sfumature ed eternamente spaventate. Nel costruirci uman* e binari*, erigiamo muri di paura e odio nei confronti di tutto quello che incarna l’alterità. Le combinazioni dei nostri incontri si impoveriscono, e anche il nostro ambiente si fa misero e ostile, inospitale per l’animale, l’anormale, l’androgino.

Il dramma più grande non deriva però soltanto dallo scegliere l’una o l’altra modalità di autorappresentazione a scapito delle molte esistenti, quanto piuttosto l’aderire fideisticamente all’illusione che con tanto impegno si è creata. Al punto da non essere più capaci di svestirsi di quei panni, al punto da non riconoscersi più animali tra gli animali, al punto di credere al proprio orientamento sessuale, al proprio genere, a quel numero limitato e predefinito di possibilità che ci sono state concesse dalla cultura peculiare all’interno della quale siamo venut* al mondo.

Il potenziale sovversivo del queer risiede proprio nello smascherare l’arbitrarietà della performance e nel liberare nuove energie, transgenere e transpecie.
Ci mette di fronte allo specchio senza imporci di trasformarci in qualcosa di definito, ma di riconoscere le miriadi di possibilità che realmente abbiamo. Schiude per noi le porte di un guardaroba segreto, e insinua nella nostra mente l’idea che ci sia di più e meglio di quello che ci è stato proposto e cucito addosso.

Soprattutto, ci fa incontrare l’alterità neutralizzando la diffidenza e la paura che ci affligge. Non crediamo più alla nostra maschera e possiamo perciò permetterci di ritornare curios* e indomit*, come gli altri animali, come le piccole persone e le/i folli.
Indossate la stola di finte piume variopinte che avevate dimenticato di possedere, liberatevi dall’illusione delle identità…e che il queer vi benedica!

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