Non ti dirò

Non ti dirò cosa ho mangiato a Pasquetta.

Dal bosco ascoltavo i preparativi della festa: un uomo rideva e parlava a voce alta, una falciatrice si muoveva ritmicamente su e giù sul prato, i cani eccitati abbaiavano nei giardini.

Nelle stalle un silenzio assordante: solo il suono sommesso dei corpi, assenti i richiami dei piccoli. Le madri in fila, lo sguardo al muro e le mammelle gonfie: quanto tempo ci vorrà per scordare quei corpicini indifesi, il loro odore, i loro occhi? Riuscirete mai a dimenticare? Lo strappo brutale quando li hanno rapiti, un’altra volta ancora, dopo avervi stuprate, un’altra volta ancora? Finirà soltanto sulla strada per il macello: l’inferno in terra è la vita di chi è schiav*.

Almeno oggi il mattatoio tace: il sole pallido filtra attraverso i lucernari sul soffitto e fa brillare le piastrelle lucide dei muri, indifferenti al sangue che le macchia ogni giorno; gli strumenti di morte stanno immobili, ordinatamente riposti; uno sgocciolio ritmico rimbomba tra le macchine che, per un giorno soltanto, non stritolano vite. Eppure tutto quel sangue non si potrà cancellare mai del tutto.

Ah, saranno mai pulite queste mani?…

Mezzogiorno si avvicina, sento le voci aumentare di tono e intensità, con loro le risate e gli strilli acuti de* bambin*. Vedo le volute di fumo alzarsi dai prati, come falò su di uno sterminato campo di battaglia, una guerra al vivente che si ripete giorno dopo giorno, sempre uguale, seguendo lo stesso identico schema, al quale pare sia così difficile sottrarsi.

Saremo mai capaci di essere felici senza trucidare alcun*?

Rinunciare ai rassicuranti e sanguinosi rituali del patriarcato, all’incessante consumo del corpo dell’altro, reale e metaforico, che rinsalda ciclicamente la nostra presa sul vivente serrando gli artigli su vittime inermi, sgozzando maiali, stuprando e alzando barriere di filo spinato, stigmatizzando ogni differenza e allontanando tutto quello che aspira ad esistere nella frenesia di avere ogni cosa – e in un terrore ottuso di ciò che non si conosce?

Creare una nuova cosmogonia dove non c’è un dio, un uomo o un centro stesso dell’universo, ma miriadi di stelle che brillano all’unisono, ognuna diversa, ognuna ugualmente importante, ognuna necessaria?

Oggi la risposta gronda copiosa in una canalina di scolo puzzolente, giace in fondo al mare, è rinchiusa tra le sbarre e ci guarda fisso, anche quando non lo sappiamo o volutamente la ignoriamo.

La morte è inevitabile e persino necessaria, lo sterminio no.

In mezzo a tutto questo dolore, per un attimo soltanto, sono stata felice. Spirava un alito di vento fresco ma non fastidioso; gli alberi in fiore e i canti degli uccelli intorno allontanavano da me, una volta ancora, i rigori dell’inverno. Circondata dai miei affetti, di pelle e di pelo, assaporavo una bellezza che, per una volta, non aveva richiesto un tributo di morte.

Abbiamo troppo indugiato nelle stanze del mare
con le figlie del mare inghirlandate d’alghe rosse e brune
fin che voci umane ci svegliano, e affoghiamo.

 

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