Lo tsunami rosa

Se mi venisse chiesto dov’ero, la sera dell’otto marzo 2016, risponderei così: “su un divano rosso, stramazzata di stanchezza e depressa.” Se invece mi venisse domandato dove avrei voluto essere quel giorno (e non solo quello, a dire la verità), affermerei, senza esitazione: “in mezzo ad un fiume di donne, in strada, a lottare per salvarci la vita e per infettare, contaminare e infine rivoluzionare questo fottuto sistema”.

Già. Immagino la faccia di tante persone che conosco – non certo di quelle poche che al mio grido di dolore hanno alzato il pugno in segno di solidarietà – per le quali un sogno simile è da femminista estremista e pure un po’ nostalgica, sebbene io mi situi persino oltre il femminismo per come viene solitamente concepito…ma insomma.

Ciò che mi fa male, ma proprio tanto male, è che troppe di quelle persone sono donne. Donne per le quali “femminismo” è una brutta parola, ed è soprattutto storia passata, di quando le donne erano “davvero oppresse”. Citando il Manifesto Xenofemminista, rispondo: “c’è mai stato un tempo in cui non lo eravamo?”

Che cosa è successo? Come nella più tipica delle saghe, l’Impero ha colpito ancora, ed io ho la percezione, sempre più spesso, di essere considerata da chi mi circonda alla stregua dei “corvi neri”, i Guardiani della Notte che dedicano la vita alla difesa della Barriera… reietta, scomoda e pure un po’ anacronistica. Ridicola.

Anacronistica io? Dissociata dalla realtà?

La realtà che conosco, anzi direi la punta dell’iceberg che mi è dato conoscere, è abominevole: la condizione delle donne a livello mondiale è sempre la medesima, l’oppressione non dà segni di cedimento: la violenza e il dominio patriarcale non mollano la presa, e schiacciano le donne nei modi più vari… le uccidono, le mutilano, dispongono delle loro vite a piacimento, le privano di capacità economica, le allevano schiave nella mente prima ancora che nel corpo, le picchiano, le torturano, le spremono in ogni modo possibile, ne estraggono ogni plusvalore immaginabile.

Tolgono alle donne l’autodeterminazione, ne minano i tentativi di indipendenza e le relegano a ruoli funzionali ed ancillari, le scrutano continuamente e le tengono sotto scacco, ingerendo senza sosta in qualsivoglia scelta cerchino con fatica di portare avanti.

Ne sfruttano a piacimento i corpi, estraendone ogni energia, conforto e cura, rendendole decorazione, fonte e strumento di piacere, destinandole culturalmente a immaginare per sé un unico destino, spesso riproduttivo, salvo poi disconoscerne i tentativi di autodeterminare e valorizzare questo stesso sfruttamento alle proprie condizioni e nei propri termini, definendole come quegli esseri sempre abnegati, sempre disponibili, sempre pronti ad autoimmolarsi con gioia, spinte dal “cuore” e da un afflato quasi divino proteso al dono totale di sé. La cancellazione totale del sé.

Questa dolorosa consapevolezza pare completamente assente, e anche quando si manifesta somiglia di più ad una nebbiolina vaga ed eterea aleggiante nella mente della maggior parte delle persone che incontro per strada, sul lavoro, nei contesti sociali “normali”… troppo facile sarebbe far riferimento a quella manciata di persone che – fortunatamente – rendono la mia vita meno intollerabile attraverso l’impegno politico e il confronto dialettico. Intorno a me, impalpabile e mortifera, vedo galleggiare questa nuvoletta – dalla consistenza della cipria – fatta di luoghi comuni e slogan patriarcali spesso proferiti, come nel peggiore degli incubi, da voci di donne.

Io riesco a situare l’inizio della fine, e per me tutto è cominciato a crollare in maniera incontrollata  a seguito di una manifestazione di un febbraio di qualche anno fa, una manifestazione che è riuscita, attraverso un pinkwashing magistrale, a cancellare con un colpo di spugna le più salde istanze femministe, riportando l’orientamento comune verso un più rassicurante “femminile” rosatinto, l’elogio di una differenza che abbraccia con ardore le ‘peculiarità femminili’ tanto care al patriarcato, la gentilezza, l’abnegazione, la cura, la dignità, la maternità, la richiesta fatta con voce sussurrata e mai urlata, l’adeguarsi al sistema e ai suoi valori cercando al massimo di guadagnarsi una nicchia di sopravvivenza, anche a scapito delle altre donne, senza mai pensare nemmeno per un secondo a quale mondo si desideri realmente abitare. A ripensarci non stupisce infatti, come quel giorno le strade fossero invase da tante donne e tanti uomini, tutti con l’aria compunta, e pronti a difendere la dignità delle donne (e il maschile “neutro” non lo uso per caso o per sbaglio). La dignità. Non certo la libertà.

Da quel giorno il femminino si è fatto carico del lavoro sporco necessario a depotenziare quelle stesse istanze femministe che  – terrei a ricordarlo in particolar modo a tutte quelle donne che definiscono il femminismo “il contrario del maschilismo” – sic! – sono state capaci di aprire tutti quei necessari spazi di libertà che oggi vengono considerati “scontati”. Quelle donne, e sono la maggioranza, cieche alla demolizione continua di diritti e possibilità di tutte noi “fortunate” occidentali, sorde alle grida di dolore che arrivano da appena oltre i confini, mute di fronte al sopruso continuo e al sessismo infinito del quale anzi sono diventate, consapevolmente o meno, alleate.

E così oggi siamo al paradosso: le più accanite sostenitrici dell’ordine patriarcale sono proprio donne, donne fiere di essere differenti, orgogliosamente femmine e femminili (qualsiasi cosa questo significhi). Donne che hanno abdicato alla possibilità di diventare qualsiasi cosa siano capaci di desiderare per tornare, di propria volontà, all’interno dei confini indicati come “naturalmente” destinati a qualunque essere provvisto di vulva: uno tsunami rosa che travolge tutte le lotte, tutte le rivendicazioni, tutte le conquiste, e  che al ritirarsi della marea lascia alle proprie spalle la devastante restaurazione reazionaria del “posto delle donne” in questo mondo. Ovviamente subordinato.

Ci ho messo due giorni per elaborare questo lutto, e la rabbia che ne è conseguita: ma oggi è un altro giorno, un altro giorno nel quale mi sentirò un po’ più sola nel lottare contro la discriminazione, l’oppressione, nel cercare di difendere quello spazio di possibilità così prezioso per chiunque voglia vivere una vita libera… io sono qui, e vi aspetto.

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