Ogni alba ha i suoi dubbi.

Il sole splende stamattina, nonostante  la morsa del gelo e il prato di fronte a casa completamente brinato.

Secondo i miei (imperfetti) calcoli, questa dovrebbe essere, all’incirca, la quindicimillesima alba che posso ammirare. Prova che ci sono delle cose che non stancano mai.

Eppure, qualcosa è cambiato. Non è la luce, o il punto  di azzurro del cielo. E’ qualcosa dentro di me, ed è un sentimento difficile da spiegare. Guardando la luce filtrare dalle finestre, percepisco chiaramente il mio privilegio… a tropp* non è concesso di godere di uno spettacolo così apparentemente semplice, ma in realtà prezioso, per così a lungo.

Il privilegio, quando non è meritato – ovvero mai – alla lunga stanca. O perlomeno, ha stancato me.Mi sono stancata di dire. E anche scrivere mi pare, sempre più spesso, ridondante.

Rimbaud ha smesso di farlo intorno ai 20 anni, ovvero dopo solo 7000 albe. E sue erano le parole: “A volte ho visto ciò che la gente crede di aver visto, ho pianto fin troppe lacrime, ho visto albe strazianti”.

Anche io sento di aver visto, troppo; e per quello che ho visto non esistono parole, o meglio, quelle poche che si potrebbero ancora dire, sono già state dette.  Davvero c’è bisogno di milioni di parole, ragionamenti tanto elevati e contorti da diventare  a volte fin quasi irraggiungibili, per rinunciare alla sopraffazione, per smetterla di essere violent* e autoritar*?

Quante volte dovremo guardare nell’abisso di noi stess* per dire basta?

L’“umanità”… non è un valore a cui aggrapparsi, ma un pozzo nero dall’orlo sdrucciolevole che tutto inghiotte in nome di un’autoproclamata superiorità – fondata sulla forza brutale e sull’esercizio violento del potere. Dunque r-esistere?

Eppure dubito anche di tanto attivismo politico: mi appare troppo spesso uno sterile esercizio narcisistico funzionale al rimirarsi l’ombelico e creare nuovi ghetti in cui sentirsi “migliori”… ma di chi?

Non conosco essere migliore del selvatico, del cinghiale celato nel profondo del bosco, della volpe che salta fuori dai cespugli all’imbrunire, dell’airone che solca il cielo emettendo il suo verso antico.

Noi animali umani siamo quelli più addomesticat* ovvero… le/i più fottut* di tutt*: anche quando pensiamo di non esserlo. Fin da bambin*, ci hanno socializzato nella menzogna, hanno normalizzato la violenza ai nostri occhi, tanto che non la vediamo più; e se la vediamo, non la riconosciamo come tale, a meno che non ci tocchi direttamente – e a volte, nemmeno in quel caso!

Ci hanno insegnato che ci sono cose “normali”, per quanto assurde e violente possano apparire ad uno sguardo non inquinato dalle bugie, e cose che, per quanto sensate ad una riflessione minimamente onesta, sono derubricate a stranezze, scelte personali (ovvero ininfluenti a livello politico).

Per quanto tempo il denunciare la violenza dovrà essere accolto con imbarazzato silenzio quando non aperto dileggio? Per quanto tempo una donna (o qualsiasi altro animale, per quanto è dato vedere) dovrà essere tenuta in considerazione solamente per la sua funzione potenziale (di madre, di compagna, di lavoratrice, di produttrice) e non per la sua stessa, infinitamente preziosa esistenza?

E per quanto ancora ci si illuderà di poter scardinare un sistema senza voler accettare il pesante fardello della consapevolezza di esserne parte, e di non poter sperare di riuscire nel proprio intento senza smettere di sottostimare il proprio ruolo di oppressor*?

Nessuna lotta, e nessun attivismo, può credere di aver ottenuto qualcosa se le basi dell’oppressione sono sempre lì, a volte più evidenti altre meno – come braci sotto alla cenere – ma mai del tutto spente, né sconfitte. Nessuna lotta, e nessun attivismo, può chiudersi al mondo e alle sue contraddizioni, illudendosi di realizzare spazi liberati ma nella realtà incapaci di includere l’alterità… non si tratterebbe più di spazi liberati, ma di spazi “diversamente normati”.

Rinunciare a tenere in scacco l’altro da sé, restituirgli la libertà di essere e tentare la coesistenza nella differenza o a volte la necessaria distanza… è l’esercizio più duro, ma forse l’unico che vale la pena di tentare. Questo obbiettivo non si potrà realizzare al di fuori di un’ottica di liberazione totale.

E  se non si ha il coraggio – o più spesso la voglia – di decostruirsi e di affrontare la fatica di ricostruirsi, si può continuare indefinitamente a fissare il proprio ombelico, ma con una consapevolezza in più: che nulla cambierà davvero.

La lotta più dura resta quella con se stess*, la continua immane fatica di rinunciare al proprio privilegio e fare spazio all’altr* da sé, a ciò che ai nostri occhi è irrimediabilmente alieno… a noi, ai nostri interessi, alle nostre motivazioni.

Per scoprire quanto in realtà spesso sia tutto l’opposto di quanto pensavamo, e fino a che punto quell’incontro possa ampliare gli angusti confini della nostra e altrui liberazione: in maniera del tutto inaspettata.

 

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